Quel mondo inesplorato

That untravelled world (Londra 1969), uno dei grandi libri dell’alpinista esploratore Eric Shipton, fu pubblicato in italiano da Vivalda Editori nel 2002 con la traduzione di Paola Mazzarelli.


Quel mondo inesplorato
(introduzione a Quel mondo inesplorato di Eric Shipton)
di Paola Mazzarelli

Eric Shipton (1907-1977) è senza dubbio una delle grandi figure della storia dell’alpinismo, anche se il suo nome è relativamente poco noto al pubblico non specializzato, in particolare in Italia, non solo perché i suoi libri, raramente tradotti, non hanno avuto da noi la popolarità di cui godettero, e ancora godono, in Inghilterra, ma soprattutto perché la sua attività, di assoluto rilievo, non si esplicò nella conquista di vette inviolate, né si espresse nello sviluppo di tecniche alpinistiche innovative.

La storia dell’alpinismo nel senso in cui siamo abituati a leggerla tiene conto soprattutto di questi due aspetti; e della genialità e capacità di anticipare i tempi di individui che, con le loro imprese e rispetto all’epoca in cui vissero, crearono nuovi standard di prestazione. Ma alle spalle di questi “conquistatori delle vette” si mossero uomini che per la personalità e il carattere, non meno che per la fantasia e apertura di vedute, contribuirono a creare l’humus ideologico, e spesso anche pratico e tecnico, da cui gli altri trassero nutrimento. A questi appartiene Shipton a pieno diritto.

Eric Shipton durante l’Himalaya Expedition del 1936

Shipton, del resto, non si considerò mai, tranne forse che nel periodo iniziale della scoperta delle montagne, un alpinista in senso stretto, anche se alla montagna, intesa non tanto come “terreno di gioco”, quanto come luogo della realizzazione di sé, dedicò di fatto la vita. Fu questa scelta radicale, per inciso, che consentì a un uomo come lui, di cultura ancora sostanzialmente vittoriana, di comprendere, più a fondo di tanti contemporanei, le spinte e le motivazioni delle nuove generazioni, in apparenza idealmente tanto diverse; e alle nuove generazioni di considerarlo un esempio e un precursore. Tant’è vero che l’edizione inglese di I chose to climb di Christian Bonington reca, appunto, una introduzione di Shipton.

Dei propri limiti tecnici e fisici Shipton era del resto perfettamente consapevole, e ne discorre con una lucidità e franchezza che al lettore abituato al vociferare degli eroi appaiono disarmanti. Nel tono volutamente dimesso e reticente con cui racconta imprese memorabili affiora, certo, la lunga e consolidata tradizione dell’understatement che informa gran parte della letteratura alpinistica anglosassone: il rifiuto programmatico di enfatizzare la realtà diventa in queste pagine così pervasivo da passare quasi inosservato. Tuttavia, in Shipton l’understatement non è artificio letterario, ma abito mentale, strettamente connaturato alla sua personalità e alla sua scelta di vita. Che Shipton si sente, e si considera, essenzialmente un esploratore, e più precisamente un mountain explorer, attività che ai suoi occhi coniuga l’aspetto alpinistico, meramente tecnico, con quello assai più gratificante e totalizzante della comprensione del territorio. Ma l’uno è subordinato all’altro. L’alpinismo è strumento, mezzo per raggiungere un fine, indispensabile competenza tecnica; l’esplorazione è osservazione e sistemazione del mondo, presa di coscienza dello “stupefacente spettacolo cosmico”, in altre parole, conoscenza. Il riferimento ad Alfred Tennyson racchiuso nel titolo è a questo proposito illuminante.

In quest’ottica va letta tutta la carriera di Shipton. Si spiega così come la spedizione ricognitiva all’Everest del 1935, che ha il compito di accertare le condizioni della montagna in periodo monsonico, abbandoni l’ascensione subito dopo la posa di un campo al Colle Nord, per dedicarsi a una vasta e articolata esplorazione di valli e catene circostanti. È ancora l’epoca dei tentativi dal Tibet. Il Nepal è chiuso e dovranno passare anni prima che il versante meridionale, intravisto da Mallory fin dal 1921 e giudicato impraticabile, possa essere avvicinato. Ma dopo la guerra lo scenario politico appare radicalmente mutato.

La Cina ha chiuso le frontiere del Tibet, il misterioso Nepal apre le porte. Nel 1950, esplorando la valle del Khumbu, Bill Tilman e Charles Houston si spingono fin sotto la seraccata che dà accesso al Cwm occidentale; ne osservano la complessità e giudicano l’itinerario da sud, che per altro dal basso non possono vedere nella sua interezza, se non impraticabile, certo assai più pericoloso del percorso da nord tentato dalle spedizioni dell’anteguerra. Toccherà a Shipton, nel 1951, scoprire che la montagna può essere salita dal versante sud: la sua spedizione raggiunge il Cwm occidentale, individua il percorso fino al Colle Sud, lo giudica fattibile e torna indietro. Il resto del tempo è dedicato all’esplorazione di aree limitrofe.

Shipton giustifica la decisione di abbandonare con considerazioni di ordine morale: non se la sente di rischiare la vita degli sherpa, che vanno avanti e indietro con i carichi per poche rupie al giorno, su un itinerario oggettivamente così pericoloso. E questo è certamente vero. Non a caso Shipton cita Ernest Shackleton, l’esploratore che in tutta la sua carriera non perse un solo uomo. Nella decisione, contestata da una parte dei membri della spedizione, tra cui Hillary, ancora una volta prende il sopravvento l’anima dell’esploratore: individuato l’itinerario, Shipton perde mordente. Ma in questa scelta emblematica e in apparenza rinunciataria giocano anche altri elementi, che gettano luce sugli aspetti più moderni, e forse più incomprensibili ai contemporanei, della personalità di Shipton: uno scetticismo di fondo nei confronti delle grandi spedizioni, che Shipton enuncia (e mette in pratica) con stupefacente lungimiranza fin dagli anni Trenta e che di lì a poco lo porterà su terreni affatto diversi, con gruppi ridottissimi e del tutto autosufficienti; e il rifiuto di quell’elemento di competitività, anche nazionalistica, che egli avverte come un veleno dell’alpinismo. Se poco gli interessa scalare l’Everest, tanto meno gli importa piantare sulla vetta la bandiera britannica. Il copione si ripete nella spedizione del 1952 al Cho Oyu, dove Shipton non esita, per considerazioni di ordine politico e diplomatico che lui stesso giudica improntate a una cautela forse eccessiva, a rinunciare a ogni tentativo di ascensione, per dedicarsi ancora una volta all’esplorazione di una più vasta area di territorio. Il Cho Oyu verrà conquistato due anni dopo da una spedizione austriaca. Di nuovo, individuato il versante accessibile e l’itinerario di massima, Shipton sembra perdere interesse all’ascensione.
Agli occhi della Commissione per l’Everest e di gran parte del mondo alpinistico le sue posizioni sono fallimentari e non vi è dubbio che questa considerazione giocò un ruolo fondamentale nella decisione di affidare ad altri la spedizione all’Everest del 1953, che portò Edmund Hillary e Tenzing Norgay in vetta. Non dovette essere una decisione facile. Shipton era l’uomo in quel momento forse più competente in fatto di terreni himalayani e alpinismo d’alta quota; era ben noto al pubblico per le sue conferenze e i suoi libri – aspetto non indifferente, se si considera il rilievo dato all’Everest dalla stampa e il clamore pubblicitario che accompagnò la spedizione – e soprattutto godeva della stima degli sherpa, con i quali manteneva un rapporto ottimo. Ma la conquista dell’Everest era diventata una questione di prestigio nazionale e nel 1953 la Gran Bretagna si sentiva sul collo il fiato degli avversari. La mutata situazione politica, che con la spartizione e l’indipendenza dell’India aveva portato alla fine del British Raj – il dominio britannico – aveva notevolmente ridotto l’influenza inglese nella regione: diventava ormai impossibile tenere gli alpinisti continentali alla larga dalle montagne himalayane. L’anno precedente, 1952, la spedizione svizzera che aveva soffiato alla Gran Bretagna il permesso per l’Everest, aveva salito il Colle Sud e portato i suoi uomini fino a 8600 metri, la massima quota fino ad allora raggiunta. Nel 1954 il permesso per l’Everest sarebbe toccato ai francesi, che nel 1950, con la clamorosa ascensione dell’Annapurna, il primo Ottomila conquistato, avevano dimostrato che l’alpinismo europeo era in grado di affrontare l’Himalaya anche senza preventiva esperienza. L’anno successivo all’Everest sarebbero tornati gli svizzeri. Nel 1953 dunque l’Inghilterra non poteva mancare l’obiettivo. La spedizione venne affidata a John Hunt, un militare in grado di garantire la perfetta organizzazione logistica, e Hillary e Tenzing arrivarono in vetta. Dal punto di vista del curriculum alpinistico, dell’ambiente sociale e della formazione culturale, gli uomini che vollero, organizzarono e portarono al successo la spedizione facevano parte della tradizione alpinistica inglese dell’Ottocento, antica e gloriosa – e prossima all’estinzione. Tant’è vero che Joe Brown e Don Whillans, due idraulici che all’epoca erano i più forti alpinisti britannici, non vennero chiamati a parteciparvi.

La conquista dell’Everest chiude emblematicamente un’epoca. Le mutate condizioni politiche e le profonde trasformazioni culturali e tecnologiche avviate prima ed esplose dopo la guerra hanno cambiato il mondo. Sulle carte dell’Asia non esistono più i vasti spazi bianchi che per quasi tre decenni hanno affascinato Shipton e ne hanno condizionato l’esistenza, inducendolo a inventare itinerari e modi di viaggio che hanno fatto epoca – dall’apertura del bacino del Nanda Devi con una delle spedizioni più ridotte ed essenziali che si siano mai viste, alle estesissime esplorazioni della catena del Karakorum. Ma non bisogna dimenticare che attorno a Shipton e al manipolo di esploratori che come lui in quegli anni percorrono gli spazi bianchi delle carte operano a diversi livelli centinaia di militari, geografi del Survey of India, funzionar i dell’impero, scienziati della National Geographic Society e di altre istituzioni scientifiche e culturali, e – non ultimi – alpinisti che con maggiore o minore consapevolezza del loro ruolo partecipano al cosiddetto Great Game, la “grande partita ” che tra Ottocento e Novecento vide impegnate Gran Bretagna e Russia nello sforzo di estendere, a colpi di maneggi diplomatici, conquiste e sconfinamenti più o meno scoperti in territori altrui, esplorazioni e ascensioni, scaramucce e campagne militari, la rispettiva influenza in Asia Centrale, possibilmente a spese della rivale. La carriera di Shipton è in questo senso esemplare della valenza politica che l’esplorazione e l’alpinismo himalayani ebbero nella prima metà del secolo. Non è un caso, infatti, che a un uomo come lui, che tra l’altro aveva un curriculum scolastico inadeguato e non proveniva dagli ambienti da cui tradizionalmente attingeva la diplomazia britannica, fossero affidate sedi consolari come quella di Kashgar, così remota che ancora negli anni Quaranta ci vogliono due mesi a cavallo per arrivarci, attraverso il Karakorum, l’altopiano del Pamir e il deserto del Taklamakan; è una sede che ha tutta l’aria di un piccolo avamposto a difesa dei traffici commerciali che dall’India transitano sulle carovaniere himalayane verso l’Asia centrale, ma che nell’ottica del Great Game ha fondamentale rilevanza strategica. Shipton però è in grado, come forse nessun altro, di esplorare palmo a palmo territori inospitali e affatto sconosciuti, anche in alta e altissima quota, e questo, in un’epoca in cui si ritiene essenziale compilare nei dettagli la carta del mondo – soprattutto di quella parte di mondo – non è poco.

Del suo ruolo all’interno di questo quadro più ampio Shipton è senz’altro in qualche misura consapevole, tant’è che vi accenna esplicitamente anche nella pagine di questo libro. Ciò che lo distingue dal numero dei funzionari dell’Impero, riportandolo a pieno diritto nell’ambito di quella tradizione dell’alpinismo esplorativo di matrice ottocentesca, ma al quale tanta parte dell’alpinismo moderno si riconduce, è l’aspetto più squisitamente individualistico e romantico della sua ricerca: il confronto con la natura “estrema” inteso come campo della realizzazione di sé. Non a caso alla fine della carriera, Shipton, sottraendosi definitivamente alle logiche della conquista, inventa itinerari “estremi” nella dimensione orizzontale. Le traversate dello Hielo Continental e della Cordillera Darwin in Terra del Fuoco sono da questo punto di vista esemplari: qui l’avventura riguarda solo apparentemente l’esplorazione del territorio. L’indagine si allarga alla capacità di sopravvivenza e di autocontrollo dell’individuo nella situazione limite di un contesto ambientale “invivibile”. Il mondo inesplorato non è più fisico, ma psicologico – come in modo conclusivo sottolinea la citazione da Ulysses di Tennyson.

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3 Comments

  1. says: Carlo Crovella

    Bello scritto. Bel contenuto, bello stile, bella contestualizzazione. un vero scritto Mazzarelli.

    Certo che era davvero una “bella” montagna quella a disposizione dei nostri avi: sconosciuta o almeno da esplorare, poco antropizzata, complessivamente selvaggia. Bel terreno da avventura. “Avventura” non significa solo quella “estrema”, può anche essere quella molto “contenuta” in termini tecnico-atletici, cioè l’avventura dell’appassionato amatoriale che va in montagna la domenica e poco più.

    Ai giorni nostri, purtroppo, non è assolutamente più così e difatti le ultime generazioni che si avvicinano alla montagna lo fanno in un’ottica che io definisco “sportiva”, cioè concepiscono l’andar in montagna come un qualsiasi altro sport, per cui sono interessati ai parametri sportivi: quanto dislivello, in che tempi, che grado hanno superato in roccia ecc ecc ecc.

    Noi che, per questioni anagrafiche, siamo a metà del guado fra le due impostazioni, crediamo di poter vivere in montagna le sensazione dei nostri avi e invece sbattiamo il muso contro una montagna antropizzata (impianti, rifugi 5 stelle, strade, infrastrutture varie, pacchetti organizzativi tutto compreso…) che è la versione in quota di un palazzetto dello sport. Per cui noi ci troviamo male e invece le generazioni più giovani di noi non condividono, in genere, i nostri richiami a tornare verso una montagna più selvaggia e “naturale”, in nome della ricerca dell’avventura.

  2. says: Marcello Cominetti

    Libro bellissimo e ispiratore. La bibbia dell’alpinista odierno. Per chi sa che c’è, e non è solo impegnato ad allenarsi.

  3. says: Carlo Crovella

    La differenza è che decenni fa, la montagna era in gran parte così come descritta nel libro (e di conseguenza l’alpinismo), oggi assistiamo invece all’esatto contrario: quella montagna “là” è ormai pressoché sparita. Certo che esistono ancora piccoli paradisi molto appartati dove si può vivere l’avventura come facevano i nostri avi, ma occorre davvero andarli a cercare col lanternino e la grandissima maggioranza dei fruitori della montagna NON ha voglia nè tempo né stimoli per questa “ricerca”. I grandi massicci sono ormai palazzetti sportivi spostati in quota. Lo stesso vale, mutatis mutandis, per le montagne extraeuropee. Se vai sull’Everest, la montagna più alta del pianeta!, ti può capitare, all’Hillary Step, di fare una coda di ore, come per entrare alla première di un film di successo. Le foto del fenomeno hanno fatto il giro del mondo. Magari se vai a fare una via nuova su un 5000-6000 appartatissimo, trovi ancora l’avventura. Ma allora, come sostengo da molto tempo, l’avventura la puoi trovare anche in un vallone negletto a 40-50 km da una metropoli padana. Dipende dalla motivazione e non dalla difficoltà tecnica superata e, oggi, la motivazione dei nostri avi è ristretta a pochissimi individui. Basta analizzare la composizione della coda alla funivia di Chamonix o La Palud in una qualsiasi giornata della stagione estiva.

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