Il mio cammino, tra alpinismo, aziende e responsabilità sociale

di Hervé Barmasse
(pubblicato su Outdoor Magazine n.12/2025)

il senso del mio cammino hervé barmasse

Non ho mai vissuto la montagna come un palcoscenico per mostrare una successione di imprese e di successi. Per me è sempre stata un luogo di formazione, un ambiente capace di spogliarmi di tutto ciò che è superfluo e di restituirmi l’essenziale. Crescendo tra rocce, ghiaccio e silenzio ho capito che l’alpinismo non è solo una disciplina, ma un modo di stare al mondo. Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce, in modo naturale, il mio rapporto con le aziende outdoor, con la comunicazione e con lo sviluppo dei prodotti.

Con il tempo ho capito che il ruolo di un atleta non è semplicemente mostrarsi, ma rendersi davvero utile. Contribuire a sviluppare prodotti in grado di resistere anche all’errore umano. Trovare un linguaggio capace di raccontare la montagna in modo autentico. E, soprattutto, ricordare che i risultati importanti non nascono dall’improvvisazione. Dietro ogni successo, in montagna come nella vita, c’è un lavoro silenzioso, costante, spesso invisibile. L’innovazione, in fondo, è una paziente ricerca di nuovi modi di vedere il mondo e superarne i limiti. Perché questo accada serve una visione chiara del futuro e servono aziende capaci di accompagnare un processo di cambiamento che, anche a causa dei mutamenti climatici, sarà molto più rapido di quanto immaginiamo. Oggi più che mai, non conta solo dove arrivi, ma come ci arrivi. È sempre una questione di stile, di coerenza e di rispetto per ciò che dici di amare e per il lavoro che hai deciso di fare.

Anche quando mi è stato chiesto di portare la mia voce a un pubblico di appassionati più ampio, ho cercato di mantenere questa coerenza. L’esperienza televisiva con Kilimangiaro è, in questo senso, una palestra preziosa. Raccontare la montagna a un pubblico ampio con responsabilità, senza cadere nell’esaltazione dei successi personali, è e dev’essere il modo di comunicare la montagna contemporanea. Un atleta, così come le aziende, può essere un amplificatore di conoscenza, di cultura e di sport. Guai a cadere nel narcisismo perché altrimenti metteremmo un ostacolo troppo grande tra noi e chi desidera avvicinarsi a questo mondo. Lo stesso è accaduto a Radio Deejay, dove la parola diventa immagine e il tono può costruire rispetto oppure superficialità. È in questo contesto che ho capito quanto sia importante arrivare al cuore delle persone con le parole. Condividere il proprio sapere può essere più difficile che scalare.

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Questo stesso principio mi ha accompagnato nel rapporto con le aziende: ho sempre sentito la necessità di essere parte dei processi, non semplicemente il volto di un prodotto. La sostenibilità, per esempio, non è mai stata una moda per me, ma una scelta precoce e quasi istintiva. Già nel 2011, con il progetto Exploring the Alps, ho attraversato un confine ideale: dimostrare che si potesse vivere una grande avventura senza dover necessariamente cercare esperienze extraeuropee, partendo da un’idea capace di generare un impatto diverso, più leggero, più rispettoso. Anche quando ho oltrepassato i confini del vecchio continente per affrontare la mia prima montagna di 8000 metri, ho continuato a cercare quello stesso senso di rispetto verso l’ambiente. Mi ero chiesto se fosse possibile scalare una vetta così alta, alla prima esperienza, e farlo in stile alpino, l’unico che davvero riduce l’impatto e non “sporca” la montagna. Non era mai stato fatto perché normalmente prima si passa dallo stile himalayano per costruire esperienza e definire i propri limiti. Io ho scelto di provarci subito, e ho ottenuto il risultato che cercavo.

Ma non è forse proprio questa la natura dell’essere umano e delle aziende di successo? La capacità di immaginare nuove sfide e avere il coraggio di affrontarle anche quando queste sembrerebbero andare contro corrente o in direzione ostinata e contraria, come direbbe Faber. In questo cammino ho anche incontrato parole che mi hanno onorato e spaventato allo stesso tempo. Quando Reinhold Messner ha parlato di me come del suo possibile erede, ho sentito il peso della storia prima ancora della soddisfazione. Allo stesso modo, quando il quotidiano La Repubblica mi ha definito “Bonatti 2.0”, ho provato più silenzio che orgoglio. Sono paragoni che non si indossano come medaglie, ma come responsabilità.

Ed è forse qui che oggi sento il senso più profondo del mio ruolo con le aziende con cui collaboro. Non si tratta di spingere verso il consumo e basta, ma verso un consumo consapevole e soprattutto far amare la montagna per quello che è: bella e perfetta, irriproducibile da nessuna realtà artificiale. Perché credo che un atleta, se ha davvero qualcosa da dire, deve essere un ponte onesto tra chi produce e chi vive la montagna.

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