I veri eroi dell’Himalaya

Potrebbe essere questo il libro più importante nella storia dell’himalaysmo? Forse no, ma, in ogni caso, è un’opera unica e il tassello mancante del grande puzzle himalayano. È una storia attesa da tempo, quella degli sherpa e dei lavoratori della montagna pakistani, ricca di gesta e tragedie. Ma è anche un tassello deliberatamente perso nei meandri delle narrazioni occidentali. Quindi, poiché la storia è troppo spesso scritta dai vincitori, quella offerta da Bernadette McDonald, attraverso innumerevoli interviste agli eroi del libro, è un giusto e imprescindibile riequilibrio storico. Un libro indispensabile.

I veri eroi dell’Himalaya
(finalmente la storia degli sherpa e dei lavoratori pakistani in alta quota)
di Ulisse Lefebvre
(pubblicato su AlpineMag.fr l’8 aprile 2025)

Negli ultimi anni, aziende nepalesi e pakistane hanno preso in mano le redini del settore delle spedizioni commerciali sull’Himalaya. Agenzie nepalesi come Seven Summit Trek (SST) dei fratelli Mingma Sherpa, Chhang Dawa Sherpa, Tashi Lakpa Sherpa e Pasang Phurba Sherpa sono ora leader di mercato, insieme ad altre molto potenti come Elite Exped di Nirmal Purja o Imagine Nepal di Mingma G di Rolwaling. Il settore è fiorente.

Da Tenzing Norgay a Nirmal Purja
Questa ripresa economica va di pari passo con una riappropriazione dell’immagine dei lavoratori d’alta quota. Il ruolo di portatori, riparatori, medici delle cascate di ghiaccio e altri scalatori d’alta quota sta emergendo dall’attenzione pubblica dopo decenni di invisibilità. 

Chi ricorda Ang Tharkay, che nel 1950 scese dalla vetta dell’Annapurna al fianco di Louis Lachenal e Maurice Herzog, con congelamento ma senza gloria? E se il nome di Tenzing Norgay appartiene al pantheon degli alpinisti himalayani, la prima salita dell’Everest lo obbliga (1953), chi ricorda che, nonostante un arrivo in vetta inizialmente dichiarato simultaneo, il suo compagno Edmund Hillary avrebbe poi avuto parole dure per il compagno nepalese, sostenendo di averlo aiutato a raggiungere la vetta?

Ben presto furono gettate le basi dello squilibrio: i conquistatori sarebbero stati occidentali, gli “indigeni” semplici e incompetenti aiutanti di campo. 

Les vrais héros de l’Himalaya – L’histoire des alpinistes du Népal et du Pakistan (I veri eroi dell’Himalaya. La storia degli alpinisti del Nepal e del Pakistan. Titolo originale:Alpine Rising: Sherpas, Baltis, and the Triumph of Local Climbers in the Greater Ranges, 2024), di Bernadette McDonald, Editions du Mont-Blanc, 2025.

Dall’abnegazione al sacrificio
L’anno seguente, nel 1954, McDonald un altro terribile episodio avrebbe segnato la narrazione monca delle ascensioni himalayane: la terribile notte a 8000 metri, sul K2, sofferta da Walter Bonatti e dal pakistano Amir Mahdi. Bonatti, il futuro fuoriclasse della montagna, sarebbe sopravvissuto a questa prova di grave ingiustizia e di impensabile difficoltà. Non si sarebbe mai veramente ripreso, avrebbe finito per giustificarsi e poi avrebbe tracciato una linea di demarcazione con l’alpinismo. Ma tutto questo con brillantezza e possibilità di riprendersi in seguito.

Ma che dire di Mahdi, il portatore hunza che viene involontariamente portato troppo in alto sulla montagna? I demoni che lo perseguitano saranno probabilmente fastidiosi quanto quelli di Bonatti, ma non ne trarrà nulla se non ferite fisiche e mentali impossibili da guarire, un handicap per il lavoro futuro e enormi difficoltà nello sfamare la sua famiglia.

La grande esclusione
La storia antica degli uomini ombra dell’Himalaya è caratterizzata da duro lavoro e zelo, se non da eroismo, un aspetto che viene sempre trascurato. Al massimo, notiamo il fisico robusto e lo spirito obbediente di questi nobili autoctoni.

L’autrice canadese ha raccolto innumerevoli storie come queste, spesso poco note. Per farlo, si è affidata a giornalisti nepalesi e pakistani per intervistare gli alpinisti e poi tradurre le loro parole il più fedelmente possibile. Ne condivide diverse, una più eloquente dell’altra. Come quella di Mohammad Little Karim di Hushe, Pakistan, che nel 1985 portò sulle spalle il deltaplano (17 kg) di Jean-Marc Boivin fino alla cima del Gasherbrum II, senza ossigeno. Little Karim era alto un metro e mezzo. 

Come quella di Nadir Ali Shah, un altro pakistano che, nel 2008, salì al Campo 2 del K2 per salvare il suo connazionale Shaheen Baig. Nadir Ali Shah era un semplice cuoco, ma il suo senso del dovere era incontenibile e terribilmente efficace. Compì un’impresa di cui si parlerebbe ancora se fosse stato francese o britannico.

Little Karim, una figura iconica tra i facchini pakistani, è morto nel 2022.

Come la storia di Karim Hayat, che ha effettuato un coraggioso salvataggio sul Broad Peak a oltre 7700 metri nel 2013, o quella di Little Hussain, che ha salvato sei vite e portato sette corpi giù dalla montagna nel corso della sua carriera.
Infine, come quella di Nirmal Purja, che ha “deviato” più volte per salvare alpinisti o portare giù i loro corpi dopo aver appena intrapreso la sua sfida di 14 x 8.000 in sei mesi nel 2019. E tanti altri. 

Raccontare l’opera di questi eroi sconosciuti significa anche scoprire l’innumerevole quantità di spedizioni che si conclusero con un fallimento o una tragedia, scomparse dalle tavolette dei cronisti ma che rimasero eventi che sconvolsero vite e intere famiglie. 

I nomi delle ombre
Bernadette MacDonald fa luce su un aspetto della vita di questi lavoratori d’alta quota spesso trascurato, ma cruciale: la loro identità. Nei resoconti occidentali, il loro nome è spesso ridotto al termine generico di portatore o sherpa (senza la lettera maiuscola, come sinonimo di portatore d’alta quota). Sono ancora rari i resoconti in cui alpinisti o giornalisti occidentali si sforzano di citare accuratamente il loro nome e cognome.

Dare un nome sbagliato ai lavoratori d’alta quota aumenta la loro “apartheid”. Proprio come non riconoscere le loro competenze, ormai innegabili, che si tratti di trasportare carichi, fissare corde, allestire campi in alta quota o portare clienti a 8000 metri. Dimentichiamoci dei portatori d’alta quota e riconosciamo gli scalatori d’alta quota.

Vetta del Nanga Parbat 8126 m. Imtiaz Ali Sadpara e Ali Durani sventolano la bandiera pakistana dopo aver raggiunto la vetta senza ossigeno e come parte del loro lavoro, con tutto lo sforzo extra che ciò comporta. La loro impresa rimarrà fuori dai radar dei social network e della sfera mediatica. Estratto dalla mostra “Gli uomini ombra dell’Himalaya”. ©Ulysse Lefebvre.

L’ombra degli eroi e delle eroine
Tornati al villaggio, questi lavoratori hanno spesso famiglie da mantenere e il loro lavoro è la principale fonte di reddito per figli, genitori e mogli. Un portatore di montagna che muore in montagna è una tragedia per un’intera famiglia. Il ruolo delle donne è quindi essenziale per la sopravvivenza di tutti. 

Bernadette McDonald cita diverse di queste donne che, di fronte alla tragedia, hanno saputo cogliere l’opportunità di formarsi e diventare esse stesse operatrici d’alta quota, nel trekking o nell’alpinismo. Come Jangmu Sherpa, che ha dovuto cavarsela da sola dopo la morte di Dawa Tenzing. Come Nima Doma e Fura Diki, che hanno iniziato un lungo percorso di professionalizzazione come guide alpine o trekker dopo la perdita dei rispettivi mariti. L’autrice sottolinea di sfuggita che la situazione rimane molto più bloccata in Pakistan, con le donne ancora fortemente segregate in famiglia. In un altro capitolo, menziona anche il ruolo di Suchi, moglie di Nirmal Purja, come donna ombra. Porta anche un segno di speranza con quello di Dawa Yangzum Sherpa , che è la prima donna nepalese (e asiatica) a diventare guida alpina IFMGA (Federazione Internazionale delle Associazioni Guide di Montagna) e atleta sponsorizzata da un importante marchio americano. 

Dawa Yangzum Sherpa, al campo base del Nanga Parbat, nel 2023. © Ulysse Lefebvre.

La vita quotidiana di questi lavoratori d’alta quota rimane poco conosciuta, persino nel loro Paese: “Le nostre famiglie non conoscono tutta la verità“, ammette Tendi Sherpa. È difficile non vedere il contrasto con la vita delle guide occidentali, la cui esistenza è celebrata in innumerevoli storie, persino commercializzate dall’industria alpinistica. In Himalaya, la professione di portatore d’alta quota o scalatore d’alta quota rimane non solo sconosciuta, ma anche troppo poco riconosciuta. Il loro ruolo di vere guide d’alta quota, con o senza medaglie, rimane un tabù.

L’autrice canadese ricorda le numerose iniziative intraprese da chi ha avuto successo nella professione, per formare le nuove generazioni ed evitare tragedie, come quella che ha colpito recentemente Muhammad Hassan, un portatore inesperto, sulle pendici del K2 nel 2023 . 

Gli atteggiamenti stanno evolvendo e le star del momento possono contribuire a migliorare le condizioni di lavoro di nepalesi e pakistani. Ma tutti sottolineano l’importanza dell’istruzione nel processo di formazione e responsabilizzazione dei lavoratori, un’istruzione che è ancora molto fragile, addirittura inesistente nei villaggi remoti di Rolwaling o Langtang.

Agli occidentali non resta che rinunciare a parte della loro gloria personale per restituirla a chi la merita più di chiunque altro. Affinché i lavoratori sconosciuti dell’Himalaya possano finalmente essere riconosciuti per il loro vero valore, come gli alpinisti sulle loro montagne. Questo libro è un bellissimo tributo a una generazione di lavoratori sconosciuti, ma anche alla generazione più recente che sta reinventando la propria professione agli occhi del mondo. 

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1 Comment

  1. says: Ezio Bonsignore

    Si puo’ essere d’accordo sull’ impostazione di principio, ma la citazione di Ang Tharkay in vetta all’ Annapurna assieme a Herzog e Lachenal mi risulta errata. Anche il commento in merito ai rapporti tra Hillary e Tenzing mi sembra una forzatura per mantenere il punto ideologico.

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