La Parete Fasana al Pizzo della Pieve e alcuni errori storici

La Parete Fasana al Pizzo della Pieve e alcuni errori storici
di Matteo Bertolotti (1998)
(pubblicato su Annuario del CAAI 2025-2026)

Eugenio Pesci nella sua guida Le Grigne (CAI-TCI, 1998) utilizza queste parole per descrivere il Pizzo della Pieve 2257 m:
«Imponente montagna che si eleva a est-nord-est della Grigna Settentrionale; piomba sulla Valsassina con una gigantesca parete rocciosa, esposta a nord-est, detta Parete Fasana.

Talora indicata anche come Grigna di Primaluna, questa montagna è generalmente poco frequentata, e la sua importanza alpinistica si esaurisce nei lunghi e spesso friabili itinerari della Parete Fasana. Quest’ultima è la parete rocciosa più alta del Gruppo delle Grigne, ed è percorsa da alcune vie abbastanza frequentate fino al 1940, in seguito sempre meno battute, sino alla frequentazione estiva attuale (1998), che si risolve nel passaggio di una o due cordate per stagione.

Questa parete ha tuttavia interesse soprattutto in inverno, quando, data l’esposizione, risulta per lunghi periodi innevata o ghiacciata. Tuttavia, sia per la difficoltà di trovare condizioni favorevoli, sia per il fortissimo pericolo di valanghe e caduta di ghiaccio, anche nella stagione più fredda le salite risultano rarissime. I tentativi compiuti senza successo da esperti ghiacciatori, confermano l’interesse di questa parete, che presenta difficoltà di misto e ghiaccio molto elevate, oltre ai predetti pericoli oggettivi. Sui rimanenti versanti, il Pizzo della Pieve ha conformazione prevalentemente rocciosa, scoscesa e spesso detritica, con frequenti e profondi canali che solcano le sue solitarie pareti. Più interessante il sistema di sentieri che permette di compiere un giro completo della montagna: fra essi spiccano il sentiero che risale la Val Cugnoletta, il Sentiero dei Vedui Olt, che passa alla base della Parete Fasana, e il Sentiero del Corno Buco, che raggiunge la cima principale da est. Il nome deriva dalla vicinanza dell’abitato di Primaluna, un tempo indicato localmente, per ovvi motivi religiosi, come “la Pieve’’».

La Parete Fasana al Pizzo della Pieve. Foto: Matteo Bertolotti – Sassbaloss.

Il primo itinerario ad essere tracciato su questa parete porta la firma di Eugenio Fasana e Vitale Bramani che l’affrontarono il 21 giugno 1925.

Il 26 dicembre 1931, gli alpinisti milanesi Bruno Cattaneo e Severino Veronelli morirono nel tentativo di compiere la prima salita invernale, cosa che riuscirà a Eugenio Vinante e Bruno Cacciamognaga il 24-25-26-27 gennaio 1935 dopo due precedenti tentativi. Il primo, compiuto con Luigi Putin il 2 marzo 1934, il secondo sempre con Cacciamognaga il 5 gennaio 1935.

Nonostante alcuni giornali dell’epoca ne abbiano dato notizia e Vinante abbia pubblicato la relazione dell’ascensione sul Bollettino del CAI di Vicenza, questa salita cadde nel dimenticatoio abbastanza in fretta.

La guida del Pesci accredita la prima salita invernale della Fasana a Clemente Maffei (soprannominato Guerèt), Pino Brenna, Ludovico Walkutter e Nino Malabarba (2-3 novembre 1950).

Se da un lato c’è da stupirsi di come ciò sia stato possibile, in quanto l’inverno inizia ufficialmente il 21 dicembre, resta il fatto che l’ascensione in realtà non avvenne il 2 e 3 novembre ma il 5 e 6. Neanche i compagni di cordata coincidono. Nel diario alpinistico del Guerèt (pubblicato dalla Editrice Rendena di Tione di Trento nel 1997 per opera di Giuseppe Leonari con il titolo di Guerèt Rampegaröl – Diario della guida alpina Clemente Maffei) si legge:

«7 novembre – rifugio Riva. Ascensione lungo la parete nord, via Fasana, del Pizzo della Pieve dal 5 al 6 novembre. Trovata in condizioni invernali. Durante tutta l’ascensione, che ha uno sviluppo di 950 m e che ci ha costretti a un bivacco, il capocordata Clemente Maffei ci ha dimostrato di essere all’altezza della situazione e non vi è stato un attimo in cui avremmo potuto dubitare delle misure di sicurezza fatte. Nelle 31 ore di permanenza in parete, fra freddo intenso ed estenuanti fatiche, il morale fra noi è sempre stato alto, grazie allo spirito che Clemente ci ha saputo infondere. La tecnica di arrampicatore dimostrata dal Maffei è di alta classe, unita a forte personalità. Chi arrampica con Guerèt può ben dire di essere sempre più incoraggiato nel coltivare la passione. Riconoscenti: Franco Pontiggia, Ulrico Walchutter, Malubarba Bassuno, soci del Gruppo Alpinistico Fior d’Alpe di Milano».

Guerèt annota poi:
«Con i compagni di cordata ho condiviso 13 ore di bivacco in parete; il mattino del lunedì ho deciso l’attacco dello sperone centrale, coperto di vetrato; il freddo era intenso; due compagni soffrivano per sintomi di congelamento e le loro forze diminuivano; lungo la via del ritorno ho incontrato Riccardo Cassin con Tizzoni e Piloni; si sono congratulati con i compagni e con me».

La pagina 45 del Bollettino del CAI Vicenza, 1938

Pietro Buzzoni, Andrea Spandri e Giuseppe Carì, sulla loro guida Calcare d’Autore (Parco Regionale della Grigna Settentrionale e Comunità Montana Valsassina, Val Varrone, Val d’Esino e Riviera – 2007) indicano, più correttamente, come prima salita invernale, quella compiuta da Vincenzo Rupani e Rino Silva il 7 e 8 gennaio 1978.

La prima invernale solitaria è di Ivo Ferrari (25 gennaio 2011). In merito al tentativo di Cattaneo e Veronelli, Lo Scarpone pubblica un paio di articoli. Il primo, uscito sul n. 1 del primo gennaio 1932, reca la semplice notizia:

«Nuovi caduti della montagna
Un altro lutto nelle file dell’alpinismo milanese: Severino Veronelli e Claudio (in realtà Bruno, NdR) Cattaneo, soci del CAI di Milano e del Gruppo “Amici della Montagna” sono caduti vittime del loro ardimento durante l’ascensione della Parete Fasana del Pizzo della Pieve (Grigna settentrionale), nel tentativo di effettuarne la prima scalata invernale. Impresa davvero perigliosa ed audace, ché le condizioni meteorologiche e del terreno non erano le più indicate per favorirne il compimento, ma che la provata bravura dei giovanissimi scalatori aveva previsto possibile.

I corpi inanimati dei due alpinisti vennero scorti, l’altro ieri, dopo affannose e prolungate ricerche, su uno spuntone di roccia, lungo la parete, a circa 300 metri dall’attacco. Evidentemente il Veronelli e il Cattaneo vi erano precipitati o durante l’ascensione o durante un bivacco. Data la posizione in cui si trovavano le salme, non fu possibile subito ricuperarle e solo ieri mattina un’altra squadra di soccorso, capeggiata da Arnaldo Sassi, e da Gandin (Giovanni Gandin, o Gandini, NdR), insieme coi primi che riuscirono a scorgere le vittime, ossia Silvio Ticozzi, Angelo Cordara e Giovanni Invernizzi, partiva appositamente attrezzata per la difficile e lunga operazione di ricupero. Al momento di andare in macchina non abbiamo ancora notizie definitive sullo svolgimento della pietosa bisogna.

Chiniamo commossi e reverenti il capo dinanzi alla nuova sciagura: ricordiamo i nomi degli intrepidi che vanno ad aggiungersi all’interminabile elenco dei caduti della montagna; questo nuovo olocausto di giovani vite lungi dallo smorzare la comune passione, costituirà motivo per procedere oltre, più agguerriti, se pure più prudenti, verso l’Alpe insidiosa, ma fascinatrice. Severino Veronelli, Claudio (in realtà Bruno, NdR) Cattaneo: gli alpinisti tutti vi porgono l’estremo saluto».

Il secondo, uscito quindici giorni dopo sul n. 2 del 15 gennaio 1932 reca il dettaglio dello svolgimento del soccorso e pubblica una fotografia della parete indicando il punto ove vennero trovati i corpi:

«Dopo la sciagura del Pizzo della Pieve. Il rapporto sull’opera di recupero delle salme
Interessante, pur nella sua forma sintetica, è il rapporto inviato da Lecco alla Sezione del Club alpino di Milano sui tentativi infruttuosi e sull’operazione di ricupero dei cadaveri. Lo riportiamo nella sua integrità:

Pomeriggio del 28 dicembre – Comunicazione del CAI di Milano del mancato rientro di due alpinisti partiti dalla Pialeral per la scalata della Parete Fasana e preannuncio d’invio di una squadra milanese alla quale si dovrebbero dare indicazioni ed eventualmente aggregare qualche elemento conoscitore della zona. Si fa il nome di Gandin; essendo però assente, viene affidato il compito a Gianola, altro buon elemento del Gruppo G. Cazzaniga. Il Gianola è dotato di due corde e di potente binocolo.

Mattino del 29. Arriva la squadra di Milano. Una decina di giovani, guidati dal signor Cordara e con Gianola partono per la Pialeral e ci si accorda che in serata telefoneranno l’esito delle ricerche ed, eventualmente, diranno se occorrono aiuti di materiali o di braccia.

La telefonata della sera da Balisio annuncia che nulla si è potuto vedere anche per il tempo che si era guastato e la neve che ormai cadeva da qualche ora. Nella serata stessa il Gandin parte col compito di intensificare le ricerche, specialmente alla base della parete, per vedere qualche traccia di oggetti d’equipaggiamento.

Sera del 30. Cordara viene a Lecco e comunica di avere visto le salme; reca un biglietto di Gandin, il quale richiede abbondante dotazione di corde, chiodi da parete e due amici abituali di cordata: Galbiati e Vitali. Completato l’attrezzamento poco dopo la mezzanotte, si entra alla Pialeral.

Mattino del 31. Col sig. Malinverni di Milano e i due portatori, oltre a Gandin, Galbiati e Vitali, il cav. Sassi si porta all’attacco della parete. Mentre la cordata Gandin studia l’ascesa per il Passo della Stanga, il Sassi si sposta sulla sinistra orografica (sotto il Dente) dove è lì posto di Vedetta. I due corpi sono là vicini: Veronelli in posizione di arrampicamento su uno sperone di roccia oltre la sommità del canale, superiormente all’incontro delle creste dei due torrioni che formano il canale di normale salita; Cattaneo col capo rovesciato appoggia su una chiazza di neve.

A ore dieci Gandin attacca la salita, ma ritiene di risalire per il tracciato detto dell’Inglese per poi scendere, aggirando il punto voluto. Il tentativo aveva lo scopo di evitare la parete incrostata di ghiaccio coperto di neve. La salita è quanto mai ostacolata e lenta; alle ore 14 non hanno guadagnato che un’ottantina di metri. A parte il pericolo e le difficoltà si deve considerare che sarebbero occorse almeno 10-12 ore di salita e altrettante per la discesa. Bivaccare lassù senza speciali preparativi era esporsi a guai maggiori. Il cav. Sassi consiglia il ritorno che avviene fra i borbottamenti della cordata che, obbedendo a generosi sentimenti, avrebbe potuto trovare difficoltà forse fatali.

Del risultato di tale ricognizione viene trasmessa telefonicamente notizia al CAI di Milano, accennando alle difficoltà serie per la continuità del recupero e chiedendo si senta il parere di Fasana e Bramani (primi salitori).

1° gennaio: Bramani, Castiglioni, Bozzoli e Saglio si recano in posto perfettamente equipaggiati per tentare il recupero delle salme ed appena alla base, conoscendo perfettamente la via di salita, effettuata più volte da tutti i componenti, scorgono subito uno dei caduti. Però è impossibile il tentativo di salita perché la roccia era coperta interamente da vetrato e neve (come vedesi dalla nostra fotografia) e perché la via obbligata di salita era percorsa da piccole valanghe. La cordata ritornò colla speranza di poter riprendere il tentativo non appena qualche giornata calda avesse sciolto il vetrato. Ciò che infatti si verificò alcuni giorni dopo, in occasione del tentativo delle guide.

4 gennaio ore 8.30: Il sig. Salomone del GAM, coi due fratelli Bich chiedono delucidazioni ed attrezzamento per il recupero. Con 300 metri di corda, chiodi da parete, binocoli il cav. Sassi con Gandin, il quale in estate ha già compiuto l’ascensione, alle ore 10.30 lascia Pasturo direttamente salendo alla base della Parete Fasana.

La montagna ha subito una profonda trasformazione: la temperatura è mitissima. La roccia è completamente spoglia di ghiaccio e di neve, che solo si incolonna nel fondo del canale; nel cielo sono nubi foriere di brutto tempo. Alle ore 13, per il Passo della Stanga, la comitiva sale al posto di vedetta coi Bich e Gandin. Breve conciliabolo. I corpi sono ancora al posto dove vennero scorti il 30 ed il 31.

Sono le 14.15: le scarpe ferrate della cordata Alberto-Amato Bich e Gandin frusciano sulle rocce iniziali; gli accordi sono che alle 17 verrà segnalata la loro posizione e le decisioni se si fermeranno a bivaccare sulla parete. Ad ore 17 Alberto Bich spunta sullo spiazzo di neve superiormente al corpo di Veronelli. A cavalcioni annaspa nella neve cercando la corda e quando l’ha trovata (e si intuisce lo sforzo per sollevare il corpo) la corda si rompe e il Bich riceve uno strappo alle braccia, la salma di Veronelli scivola dalla roccia, quella di Cattaneo dal pendio nevoso e si fermano nella piccola conca di neve, pochi metri a valle. Sono prossime le ombre della notte: si vedono i corpi calati sulle brevi chiazze di neve e ad ore 21 Gandin chiede l’invio di corde e di chiodi da parete, hanno deciso di affrontare la discesa e di trasportare i corpi direttamente. Ad ore 23 Gandin, ultimo della cordata, tocca la fascia nevosa; si allineano i cadaveri e Amato Bich pronuncia una prece. I corpi vengono custoditi dai portatori, mentre la comitiva scende a Pasturo dove arriva nelle prime ore del giorno 5».

Un telegramma dal Papa
«S.S. Pio XI, il Papa alpinista, accogliendo il vivo voto dei parenti delle vittime, ha inviato a mezzo del cardinale Pacelli all’arcivescovo di Milano Cardinale Schuster, il seguente telegramma:
“Santo Padre, accogliendo supplica parenti amici alpinisti Veronelli e Cattaneo, prega riposo eterno anime scomparsi. Card. Pacelli”».

Le estreme onoranze ai caduti
«La notorietà dei due valorosi e disgraziati caduti, Veronelli e Cattaneo, la drammaticità della loro fine, i vari, inutili tentativi di ricupero delle salme, che per più di una settimana tennero in ansia tutti gli alpinisti milanesi, infine l’eroico epilogo del dramma, ad opera delle guide valdostane fratelli Bich e di Gandin hanno vivamente commosso l’ambiente alpinistico dì Milano, che domenica scorsa tributò onoranze veramente solenni alla memoria delle ultime vittime della montagna partecipando ai funerali con un corteo di oltre duemila persone».

La guida del Pesci, unita a quella di Buzzoni e al libro Alpinismo pionieristico tra Lecco e la Valsassina curato dallo stesso Pietro Buzzoni con Giacomo Camozzini e Ruggero Meles (Bellavite 2015) riportano che Giovanni Gandin sarà nominato guida in seguito alle operazioni di recupero di Cattaneo e Veronelli, e in effetti viene riportata la copia della nomina. Da quanto però emerge dalle pubblicazioni del CAI (Lo Scarpone e Rivista del CAI), Giovanni Gandin era già guida ben prima delle operazioni di soccorso. Su Lo Scarpone 1931 – n. 10 -1 giugno, si riporta infatti questa nota:
«Guide e Portatori – Non occorrono, e quanto indichiamo può essere sufficiente per chi ha un poco di pratica di montagna, però chi volesse essere accompagnato può rivolgersi al Gruppo Guide e portatori della SEL e precisamente a: Gandini Giovanni, guida – Buzzoni Giulio (specializzato per il Gruppo dei Tre Signori), Gianda Domenico, Zanga Perino, Vitali Pierino, portatori».

Non è ben chiaro quindi quando Gandini sia stato effettivamente nominato guida.

Quello che segue è un trafiletto, comparso sulla Rivista del CAI del 1934, dove si informa che Gandin ha ricevuto la medaglia di bronzo al valore civile; a circa metà articolo, si legge «con la guida Giovanni Gandin».

Rivista Mensile del CAI -1934

Tornando alla storia alpinistica della parete, bisognerà attendere il 1928 perché nascano degli altri itinerari. Sulla parete nord e la successiva cresta nord-ovest il 2 settembre si cimenteranno Vitale Bramani, Nelio Burchiani e Nino Corti. Lo stesso giorno Cornelio Bramani e Luigi Flumiani salgono la via dell’Inglese (parete nord-est e cresta nord-ovest). Itinerario dal nome ironico per evidenziarne le caratteristiche: facile ma pericoloso.

Mario Dell’Oro detto Boga, Riccardo Cassin e Giuseppe Comi affronteranno la parete il 20 luglio 1932. La notizia dell’apertura viene data su Lo Scarpone n. 14 del 15 luglio 1932 (probabilmente uscito in ritardo, NdR).

Lo Scarpone n. 14-15 luglio 1932

Sul numero 16 del 15 agosto 1932 de Lo Scarpone viene comunicata la scelta d’intitolare a Cattaneo e Veronelli la nuova via:
«Alpinisti lecchesi sulla Parete Fasana del Pizzo della Pieve – Il ritrovamento degli oggetti dei compianti Veronelli e Cattaneo
Domenica 31 luglio i soci del CAI sez. di Lecco e della S.S.A. Dell’Oro, Comi e Spreafico E., compiendo la scalata della parete nord del Pizzo della Pieve (m. 2245) sul Grignone per l’itinerario Fasana hanno potuto ricuperare parecchi oggetti appartenuti ai compianti ardimentosi giovani milanesi Veronelli e Cattaneo che ivi perirono per la loro bella passione. Tali oggetti: piccozza, cappello, astuccio di macchina fotografica, ecc. saranno trasferiti alle egregie famiglie in lutto.

Gli arrampicatori sopracitati Dell’Oro e Comi, d’accordo con il compagno di cordata Cassin, hanno intitolato via Veronelli-Cattaneo il tracciato recentemente da loro percorso sulla Parete Fasana. Come è stato detto, tale itinerario è più ad oriente di quelli noti ed è quindi ben distinto e distante da essi. Le famiglie dei giovani scomparsi hanno gradito l’intitolazione che eternerà la memoria dei due alpinisti sulla parete che loro costò la giovane e balda vita. Ipotesi: il rintracciamento della piccozza a 200 metri dalla vetta e quindi al di sopra delle maggiori difficoltà e quello dell’astuccio della macchina fotografica, vuoto e rotolato molto più in basso – astuccio non dotato di cinghia a tracolla – nonché quello del sacco da montagna aperto, hanno suggerito agli arrampicatori di domenica l’idea che la grave sciagura alpinistica sia avvenuta durante un tentativo fotografico pel quale uno dei giovani, o tutt’e due separati, hanno dovuto spostarsi momentaneamente dall’unico percorso di ascesa. Purtroppo le condizioni invernali della montagna al tempo della tragica caduta – di parecchie centinaia di metri – non possono consentire che una mera ipotesi».

Sull’apertura di quella che sarà la via Veronelli-Cattaneo si dilunga Riccardo Cassin, che nel suo libro Dove la parete strapiomba (Baldini & Castoldi, 1958) scrive:

«Il 20 luglio, insieme a Mario Dell’Oro ed a Giuseppe Comi, traccio una via di quinto inferiore, con un passaggio particolarmente difficile, sul Pizzo della Pieve. La parete nord-est del Pizzo della Pieve è una bastionata che in certi punti raggiunge gli ottocento metri d’altezza; dagli alpinisti viene comunemente detta «Parete Fasana» a ricordo di Eugenio Fasana che per primo la violò il 21 luglio 1925 con un itinerario di quarto grado. Era con lui Vitale Bramani. Il Pizzo della Pieve (m. 2257) è l’ultimo baluardo del grande schienone roccioso della Grigna Settentrionale e, visto da Maggio o da Barzio, poco si pronuncia e quasi non si distacca dalla grande dorsale del Grignone. Verso nord-ovest (in realtà nord-est, NdR), invece, precipita sulla testata della valle di Baredo, proprio dirimpetto alla borgatella di Primaluna che, essendo il capoluogo religioso della Valsassina, fu detta brevemente «la Pieve». Fortissimo è il contrasto tra il versante sud-orientale della montagna, dall’aspetto pastorale, e questa sinistra rovina che dall’estremo ciglione erboso, dove pascolano gli agnelli, si inabissa con dirupi, placche, costoni e canaloni, in un orrido intersecarsi di linee verticali ed oblique, mai orizzontali. Dopo la via Fasana, non ne erano state segnate altre; ripetendo l’itinerario dei primi violatori, l’anno scorso abbiamo individuato sulla sinistra una possibilità di salita che prometteva d’essere ben più difficile e pertanto ricca di emozioni.

Desideriamo cimentarci su quel terreno vergine, anche se il nuovo tracciato non porterà direttamente alla vetta, come sarebbe preferibile, bensì un tratto più sotto, sulla cresta orientale, dove ha origine un ben marcato vallone che si sprofonda obliquo per centinaia di metri, sino a fondersi con lo sbocco di altri canali e colatoi. Ci laviamo con voluta energia. È molto presto e per compenso ieri siamo giunti alla capanna Pialeral a notte alta, tra un balenio di grandi stelle. Le scarse ore di riposo in cuccetta hanno lasciato la sabbia negli occhi: l’acqua diaccia caccia il sonno; il caffè e latte caldo, con tanto pane che il cucchiaio resta in piedi nella ciotola, mette in moto l’organismo. Anche se non l’abbiamo detto, il custode ha capito che vogliamo «fare qualche cosa», come si dice in gergo, e benché sia tipo senza cerimonie, aggiunge di sua iniziativa un altro mestolo nella scodella di ognuno. Sacco e corda in spalla salutiamo e partiamo. Il tratto di mulattiera è quanto mai vario e pittoresco: sale ad una costa erbosa, scende attraversando alpeggi, risale e ridiscende, né mancano macchie di faggi e quei tondi «slaveggi», pozze d’acqua caratteristiche delle prealpi calcaree, ai quali il bestiame si abbevera. Dopo la sella erbosa del Forcellino di Solivo, tagliamo la testata del canale di Baring e siamo al «sentiero dei Vendui Olt», cioè «delle valanghe alte» (sarebbe più corretto tradurlo come “nevai alti”, NdR). Abbiamo disturbato un branco di capre, e si sono disperse qua e là: una ci ha seguito un po’, poi si è messa su un sasso a guardarci. La chiamiamo e, per darsi un contegno, si gratta la schiena con le corna. Ci fermiamo sulle cenge che tagliano il Pizzo della Pieve, prima di arrivare al nevaio, calziamo i peduli, ci leghiamo in cordata. Anche stavolta, benché si sia in tre, proseguiremo a comando alternato: un po’ Boga, un po’ io alla testa. L’inizio è costituito da un centinaio di metri di placche lisce con liste d’erba, che si superano con tre tiri di corda.

Sempre su questo primo salto della montagna, attraversato un canale di detriti, saliamo per altri trenta metri di roccia che, essendo particolarmente esposta agli agenti atmosferici, è friabilissima e rende dubbia ogni assicurazione; giungiamo così ad un canalone aperto a ventaglio, e sembra un anfiteatro. La grande muraglia che già scorgevamo dal sentiero ci sta ora di fronte in tutta la sua arcigna potenza e sembra moltiplicare l’altezza. Quasi istintivamente ci voltiamo girando le spalle al Pizzo e guardiamo verso valle: il contrasto è indimenticabile. Dall’uno e dall’altro lato la montagna scende come le falde di un mantello aperto, e noi stiamo in mezzo; grandi massi limitano la visuale verso il basso, così che più non scorgiamo il letto della Pioverna, né i paeselli raggruppati, ma solo le coste più alte ed i tondeggianti dossi ultimi, e sono goffi mammelloni di un verde che ha la morbidezza del velluto. Dalla bocca dello squallido anfiteatro, lasciando sulla sinistra gli enormi macigni, pauroso segno di ciclopiche frane, ci inoltriamo per circa duecento metri nel cuore della montagna, seguendo un pendio non eccessivamente inclinato, su rocce con difficoltà di secondo grado, ma sempre friabili. In questo modo ci innalziamo una cinquantina di metri, dopo di che veniamo a trovarci a contatto diretto con la muraglia. Alla nostra destra grandi placche levigate sconsigliano ogni tentativo, ma sulla sinistra si profila una fessura-camino ed è esattamente quella che, nel suo tratto superiore, è visibile dal sentiero là dove lo si lascia per iniziare l’arrampicata. Boga è in testa: seguendo una cengia che piega a sinistra, raggiungiamo la fessura. Le difficoltà vere e proprie stanno al suo inizio. Il canalino strettissimo e verticale offre modo di innalzarci per una ventina di metri, sino ad un piccolo ballatoio. Quando sono a mia volta su quella specie di balconcino sospeso a mezz’aria, dò un’occhiata all’abisso che sta sotto, la cui forza d’attrazione è per noi infinitamente inferiore a quella che emana dall’abisso che sta sopra e valuto girando un po’ le spalle e torcendo indietro il capo.

Eugenio Fasana

Come dissi procediamo a comando alternato, ed ora tocca a me: ben delineato ed ossuto, uno sperone roccioso si erge per circa sei metri. L’attacco non senza le solite precauzioni di sicurezza, salgo piegando leggermente a sinistra, mi fermo, tasto intorno, dò la voce ai compagni. È il punto più arduo della scalata. Vedo più in là, sopra di me e spostata a manca, una piccola cengia; ad essa devo tendere, ma gli appigli sono scarsi. Con infiniti accorgimenti fisso un chiodo: sono malcomodo e al primo colpo di martello schizza via vibrando. Gli mando mille accidenti; poi, smorzata la stizza e dosando i movimenti, ripeto la manovra e quando il chiodo è appoggiato gli assesto un colpo secco, facendo seguire una serie di martellate nervose. Il suono del ferro dice che la roccia tiene. Non vedo i compagni né ho tempo di occuparmi di loro, eppur sento che non perdono di vista ogni mio gesto, tenendo la corda stretta fra le mani, pronti a venirmi in soccorso. Ho il piede su un chiodo, mi allargo quanto posso, tasto con la sinistra un appiglio, lo tento dapprima leggermente, poi con energia lo collaudo, ritorno alla posizione di prima. Ad esso posso affidarmi. Dò l’avviso agli amici ed è un monosillabo. Rispondono con un monosillabo. Il silenzio rotto dalle voci si ricuce più solenne. Risposto lentamente il peso del corpo da destra a sinistra, la mano ritorna sulla presa, le dita l’afferrano, vi si avvinghiano, libero la destra che scorre lungo il sasso e sfiorando le aderenze della roccia mantiene l’equilibrio finché giunge ad un secondo appiglio e vi si attanaglia. I successivi gesti sono rapidi: dò uno scatto, penzolo per un attimo appeso nel vuoto coi soli polpastrelli, ce l’ho fatta. Ora che sto sulla cengia può salire il secondo; Boga da ultimo ricupera i chiodi. Qualcuno resiste: testimonierà il nostro passaggio e servirà alle cordate future. La sosta sulla cengia, quando ci troviamo tutti e tre riuniti, si protrae. Abbiamo sete e beviamo a canna una sorsata d’acqua dalla stessa borraccia; dividiamo il pane, ricorriamo da ultimo allo zucchero che subito infonde energia.

– Partiamo?
– Partiamo! – e Boga prende il comando. La parte maggiormente impegnativa sta dietro di noi, così almeno dovrebbe essere, fatti i conti sulle osservazioni dello scorso autunno. Il terreno che violiamo può tuttavia riserbarci sorprese e non ci sentiamo di cantar vittoria prima di averla ghermita. Seguiamo la cengia per un po’, poi tagliamo su in linea obliqua verso destra ed arriviamo sotto un tetto che sopravvanza deciso. Giriamo l’ostacolo lasciandolo alla nostra destra e ci imbattiamo in una cengia detritica, lunga trenta metri e forse più, che ci conduce ad uno spallone ben delineato; è questo uno dei punti di riferimento ed oltre a dirci che non ci siamo spostati dalla linea tracciata con gli occhi sul muraglione, dà la misura esatta e confortevole dell’altezza in cui ci troviamo. Superiamo lo spuntone e continuiamo per uno spigolo nervoso e verticale. La cresta dove dobbiamo sbucare non è lontana; dopo quaranta metri abbandoniamo la linea verticale per attraversare un canale e qui le fatiche sono terminate, perché ormai si tratta di salire per liste di roccia ed erba sino al filo della montagna, raggiunto il quale ben presto siamo in vetta. Orologio alla mano, dall’attacco sono sei ore. Dal rifugio Brioschi che sta in cima al Grignone, seguendo il tratturo del ciglione arriva una comitiva di ragazze cogliendo le stelle alpine. Salutano alla voce da lontano e quando ci sono vicine, scorgendo la corda acciambellata sull’erba, vogliono sapere da dove sbuchiamo. Siamo restii a confessarci, quasi colti in fallo, ma, come si fa: le ragazze hanno occhi dolci ed un gioioso sorriso, dai loro sacchi escono tè e frutta e la nostra sete è tanta…».

La prima ripetizione nota di questa via è del giugno 1950 e porta la firma di Arnaldo Tizzoni e Nino Bartesaghi, entrambi membri del gruppo Ragni della Grignetta. La prima ripetizione invernale è stata compiuta il 1° marzo 2008 da Lorenzo Festorazzi, Silvano Arrigoni e Riccardo Spreafico. Arrigoni e Festorazzi sono anche loro Ragni della Grignetta.

Riccardo Cassin con Augusto Corti torna sulla grande parete nord-est il 1° luglio 1934 salendo per il Canal Grande della parete nord-est. Anche in questo caso, un dettagliato resoconto è pubblicato sul libro Dove la parete strapiomba. «Caratteristica dell’alpinismo moderno è la ricerca di vie sempre più perfette, anche su una parete già percorsa da altri itinerari, per avvicinarsi all’ideale di Comici, la «via della goccia cadente». Sovente in questa ricerca si passa forzatamente su un terreno arduo, incontrando difficoltà maggiori; né sempre quella che si realizza è una «direttissima» in quanto spesso la conformazione stessa della montagna costringe a deviare. Comunque sia i risultati parziali non incrinano il principio cui si ispira questa moderna tendenza, allo stesso modo che l’ostinata ricerca della perfezione non significa sacrificare al lato sportivo i caposaldi morali dell’alpinismo. La via tracciata nel 1932 con Boga e Comi sulla parete nord-est del Pizzo della Pieve, non porta alla vetta. Il desiderio di realizzare una «direttissima» è andato radicandosi in noi; tuttavia l’occasione propizia non si è mai presentata o, per esser precisi, l’attenzione è stata sviata od attirata da altri problemi o mete. Fu scendendo dal rifugio Elisa l’anno prima, reduci dalla paretona del Sasso Cavallo, che passando in rassegna con Corti i vari problemi insoluti, si pronunciò ad una voce un nome: «la Fasana». Così negli ambienti alpinistici si chiama la Nord-est del Pizzo della Pieve. Ciò valse a suggellare un patto: insieme un giorno o l’altro l’avremmo tentata; ed eccoci ora al rifugio Pialeral con sacco corda e la solita dotazione di chiodi e moschettoni. Come sempre è sabato sera. Dormiremo qui stanotte e domani, primo luglio, ci alzeremo all’alba per portarci alla base. Qualcuno degli alpinisti presenti ci conosce e chiede quali intenzioni abbiamo. – La Parete Fasana – rispondiamo semplicemente e quelli si accontentano della risposta, senza indagare ulteriormente, pensando si tratti di una ripetizione. Il custode del rifugio, furbo come una faina, ha però mangiato la foglia; al momento non ci tradisce con una più precisa domanda, ma alle prime luci del mattino è in piedi anche lui, esce con noi sullo spiazzo davanti al rifugio e, quando partiamo: – In gamba – dice, ed è tutto. Ci voltiamo, rispondiamo con un cenno d’intesa, e via.

Lunga è la strada che porta all’attacco, e l’attacco si trova poco oltre quello dell’itinerario aperto nel 1932; si parte da un nevaio, a sinistra di quell’altra macchia di neve da dove la «via Fasana» ha inizio. La gran muraglia del Pizzo è solcata profondamente da canali che si incidono come valloni; per salire direttamente bisogna puntare a quello che, guardando dal basso, sta a destra della via da me segnata con gli amici Boga e Comi. Per l’architettura della montagna, il nuovo tracciato, come il precedente, attacca diritto la scogliera frontale che forma quello che definirò il basamento, prosegue poi su un percorso assai meno inclinato che fa da zoccolo, percorso che accresce gradatamente la ripidezza sino a riprendere la verticalità che caratterizza la terza parte della parete mentre poi verso la cima la pendenza diminuisce. Attacchiamo per una fessura piegata verso destra, lunga una quindicina di metri e dove termina saliamo verso sinistra e poi diritti, su rocce abbastanza difficili. La luminosa gioia dell’arrampicata mi trasforma, via via risolvo i problemi che si presentano; il contatto dei polpastrelli con la ruvida superficie della pietra mi dà un senso di leggerezza, accentuato dal piacere di muovermi libero nell’aria; una dopo l’altra le difficoltà diventano passato.

Siamo legati con una sola corda, i chiodi li metto più per assicurazione che per avanzare. Non appena Corti mi è vicino, scatto impaziente, irresistibilmente attirato dal ciglio superiore di questo basamento, raggiunto il quale potremo scorgere nettamente il resto del percorso e valutarlo. C’è un tronco secco di pino incastrato in un canale – qualche slavina l’ha portato giù, finché il caso non ne ha arrestato la corsa – e di fianco sta un ballatoio. Mi assicuro sulla piazzuola, faccio salire il compagno, poi scavalco lo spigolo, entro in un altro colatoio, mi innalzo per un tiro di corda e giungo all’inizio del canalone centrale. Non appena sono fermo e posso fare sicurezza, Corti mi segue. Dalla base ci siamo alzati una ottantina di metri ed ora stiamo sul limite superiore del gigantesco basamento. Priva ormai di segreti, la parte più impressionante della scogliera ci sta dinanzi. Dopo il tormentato zoccolo rigato di canali con lastroni levigati dall’acqua e dalle slavine, la terza parte della scalata si rivela in tutta l’austera bellezza. Sin nella tarda primavera, alimentati da banchi di neve che più a lungo durano per la cattiva esposizione della parete, e da sorgenti, lungo lo zoccolo gorgogliano numerosi rivi che riuniti dai canali si versano poi in cascate e cascatelle giù per l’alto salto del basamento; ed ognuno di essi ha la sua voce fatta di temi spezzati, e queste voci, benché simili l’una all’altra si differenziano, né mai si uniscono nello stesso coro. Ora tutto è spietatamente asciutto e spento ed un silenzio infinito inonda lo spazio ed il pensiero. Guardiamo in alto la parete, tracciando con gli occhi il percorso da seguire; ma più che i problemi ancora nel futuro ci colpisce la paurosa e scarnificata desolazione dei valloni e dei colatoi, la martoriata conformazione della scogliera a placche inclinate, l’assenza assoluta d’ogni rumore.

C’è qualche cosa di tragico mai trovato altrove, se non nell’altro canalone alla nostra sinistra. Non sono le difficoltà tecniche a renderci perplessi; le sappiamo inferiori ad altre insieme superate e, quand’anche fossero pari o superiori, la lotta non ci sgomenta. È il clima di questa muraglia ad atterrirci: sembra decrepita, ed il contrasto tra il cupo squallore di quanto ci circonda, la nostra giovinezza e la serenità del cielo è inenarrabile. Risaliamo con facilità il grande zoccolo, lungo una serie di colatoi, alzandoci per circa centocinquanta metri. L’aria stagna, il caldo opprime. L’inclinazione aumenta e quando ne abbiamo la netta percezione già ci troviamo sulla terza parte dell’Itinerario, in un colatoio alquanto difficile che rimontiamo per diverse lunghezze di corda finché è necessario traversare verso destra per inserirci in un’altra fessura. Questa, scarna come la miseria, si innalza verso sinistra, e così arrampicandoci giungiamo all’altezza della crocetta eretta dalla Società Alpinisti Lecchesi sulla via Fasana (nel successivo resoconto pubblicato sul libro Capocordata, Riccardo Cassin afferma di aver raggiunto la croce Cattaneo Veronelli, NdR). Non chiodiamo molto: in tutto sì e no fino alla vetta useremo dodici chiodi, regolarmente ricuperati da Corti. Questo tratto si mantiene nel quinto grado. L’ascensione è piacevole e priva di avventure: la nota dominante è il caldo: l’arsura della gola, l’ansioso desiderio d’acqua, la borraccia inesorabilmente vuota, sono il motivo delle poche parole scambiate, oltre ai consueti avvertimenti relativi alle manovre. Ogni altro argomento che non ha attinenza con i due temi – sete, scalata – più non esiste. Una fessura obliqua ci porta a sinistra; ad essa fanno seguito diverse placche lungo le quali ritorniamo nel canalone centrale. Risaliamo così per fessure il colatoio e man mano che ci si innalza il terreno diventa più facile. All’inizio c’erano passaggi di quinto; ora tutto si contiene nel terzo grado e saliamo contemporaneamente perché la vetta più non respinge i suoi innamorati. Gli ultimi settanta metri non hanno storia speciale, se si eccettua una cauta prudenza nel valutare gli appigli perché la roccia è meno salda e qualche volta infida. Il ciglione estremo è vicinissimo, pochi metri ed è raggiunto. Sostiamo il tempo necessario per arrotolare la corda, poi ci avviamo spediti verso il rifugio Brioschi sulla vetta del Grignone, dove troveremo l’acqua tanto desiderata. Dopo sette ore di parete la marcia sostenuta sul tratturo della cresta sgranchisce le gambe. Un branco di agnelli ci viene incontro belando. Ci facciamo strada spostandoli con le mani ed essi le leccano, avidi del sale del nostro sudore».

Nel suo scritto, Riccardo Cassin non accenna minimamente a un’intitolazione della via. È la guida Le Grigne di Silvio Saglio (CAI-TCI, 1937) a riportare che la via «venne distinta dalle altre col nome del Martire trentino Cesare Battisti». Dalla pubblicazione della guida di Saglio in poi, questo itinerario sarà noto come via Cesare Battisti ma su Lo Scarpone n. 13 del 1° luglio del 1934 è riportata una informazione diversa. La via, in seguito all’apertura, è stata dedicata al G.A.F.N.I. (“Gruppo Arrampicatori Fascisti Nuova Italia”, NdA).

Lo Scarpone 1934 – n. 13 -1° luglio

Fatto sta che nelle successive pubblicazioni non si farà mai più riferimento alla via G.A.F.N.I. ma unicamente alla via Cesare Battisti. La via sarà ripetuta per la prima volta nel giugno del 1950 da Luigi Castagna ed Emilio Ratti, entrambi membri del Gruppo Ragni della Grignetta.

In seguito alla pubblicazione della guida di Saglio si crea un vuoto di editoria importante in fatto di guide di arrampicata dedicate alle Grigne. Il primo alpinista che si rimbocca le maniche per colmare questo vuoto è Claudio Cima, studente bellunese che da tempo vive a Milano e che per Tamari pubblicherà ben due guide: Le Grigne (1971) e Scalate nelle Grigne (1975). L’introduzione al primo libro è scritta da Riccardo Cassin che ringrazia Cima “per aver intrapreso e portato a termine un lavoro così gravoso e assorbente”.

Ed è così che nelle guide compaiono i primi schizzi delle vie di arrampicata. Oggi è quasi un’abitudine ripetere un itinerario seguendo uno schizzo, ma ai tempi, questo cambio rappresentò una vera e propria rivoluzione.

La Parete Fasana viene disegnata in una piccola pagina e con essa anche i tracciati delle vie presenti, ovviamente molto approssimativi. Nelle guide di Cima la via di Cassin e Corti sale dritta fino a sbucare in vetta, ma dallo scritto di Cassin sappiamo che non è così! I due, infatti, piegano a destra fino a raggiungere la croce Cattaneo-Veronelli, dove transita la via Fasana. Cassin e Comi poi procedono per la vetta seguendo il percorso che oggi è noto come Variante del Vice (Vincenzo Rupani e Sergio Dal Fabbro – 1978).

Un errore fatale che si trascinerà fino ai nostri giorni in tutte le pubblicazioni che hanno tentato di descrivere l’itinerario; lo stesso che ha portato Antonio Peccati (il Briciola del Gruppo Condor di Lecco) nel 1980 a credere di aver compiuto la prima ripetizione invernale solitaria della via, anziché della via tracciata il 20 maggio 1943 da Nino Oppio e Vitale Bramani (che un po’ a torto gli apritori declassarono a variante).

A chiarire in forma dettagliata la ripetizione di Antonio Peccati è Silvano Arrigoni, profondo conoscitore insieme a Lorenzo Festorazzi della Parete Fasana. Lo scritto proviene da una lettera inviata da Arrigoni alla Redazione di Orobie a rettifica degli errori contenuti nell’articolo pubblicato sul numero di gennaio 2025.

«Un bel giorno del 2012 con Lorenzo Festorazzi e Andrea Terenghi andiamo a ripetere la via di Cassin e Corti, perché Lorenzo voleva capire bene dove salisse la via di Oppio per un futuro progetto di salita invernale. Abbiamo due relazioni con noi, quella di Buzzoni e quella della guida Le Grigne del CAI che affermano che la via percorre il grande canale centrale della parete. Giungiamo velocemente nel canalone, anche perché nel 2006 eravamo già passati di lì per aprire Meteora. Puntiamo al lato destro del canale come da indicazioni delle guide, troviamo vecchi chiodi e saliamo abbastanza spediti. Ad un certo punto quello che ci indica la guida non coincide più con quello che ci troviamo di fronte e decidiamo di andare avanti lasciando perdere le guide e affidandoci alla nostra esperienza e alla logica di salita. Saliamo e troviamo ancora qualche chiodo, la strada è giusta, fino a quando arriviamo in un punto dove ci è impossibile andare a sinistra, come vorrebbero le relazioni, e siamo obbligati a traversare a destra. Con grande sorpresa arriviamo alla croce posta in memoria di Cattaneo e Veronelli.

Inutile dire che pensammo subito, io e Lorenzo, di aver sbagliato strada, fino a quando sopraggiunse Andrea, che vedendo quel che resta della croce, ci disse seraficamente che Cassin nel suo libro Dove la parete strapiomba nel raccontare questa salita parlava della croce Cattaneo-Veronelli. I dubbi, seppur mitigati, a me e Lorenzo restarono comunque e convenimmo che avremmo dovuto chiedere ad Antonio Peccati da dove fosse passato, essendo l’unico di nostra conoscenza ad aver ripetuto la via.

Ad una cena organizzata dal Panathlon di Lecco a cui ci invitarono, incontrammo Peccati e appena avuta l’occasione gliene parlammo. Ci disse di esser salito ma non passando dalla croce Cattaneo-Veronelli e di aver lasciato a testimonianza del suo passaggio un chiodo dorato sull’ultimo tiro della via. Subito non feci mente locale al particolare del chiodo, ma qualche giorno dopo mi si aprì un cassetto della memoria e mi ricordai di aver trovato, quando aprimmo Meteora nel 2006, un chiodo universale Cassin zincato di color giallo: il famoso chiodo “dorato” di Peccati. Meteora percorre quasi interamente lo sperone alla sinistra del grande canale ed ha in comune l’ultimo tiro della via di Oppio, proprio dove trovammo un vecchio chiodo ad anello e il chiodo giallo. Una successiva chiacchierata con Peccati, parlandogli del chiodo trovato, ci chiarì tutto: Peccati aveva ripetuto in prima solitaria invernale la via di Oppio senza ombra di dubbio».

Nel compiere queste ricerche mi sono imbattuto in alcuni articoli su Lo Scarpone e sulla Rivista dei CAI, che riferiscono di due aperture che nel corso degli anni sono andate perdute.

La prima risale all’estate del 1934 quando Mario Orlandi e Nino Ciceri del gruppo Fior di Roccia di Milano aprono la via Pierina Gallaroli.

La seconda invece porta la firma di un altro Ragno della Grignetta: Luigino Airoldi. Di questa salita, purtroppo, non c’è traccia nemmeno nel libro Inseguendo la brezza – Pier Luigi Airoldi – Scalate ed esplorazioni in tutto il mondo di Christian Roccati (Alpine Studio, 2013).

Concludo con la speranza di aver fatto un po’ di chiarezza e che tali errori non si ripetano in futuro.

More from Alessandro Gogna
La primavera Alpine Pearls
(tra gusto e natura) a cura dell’Ufficio Stampa di Alpine Pearls (pubblicato...
Read More
Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *