La scuola alpina in Val d’Ala

Bentornati tra le pagine dei diari di Nonna Lucina. Dopo aver assaporato, nel primo capitolo (vedi qui), l’atmosfera della sua infanzia e i profumi di un’economia rurale tanto aspra quanto ricca di dignità, in questa seconda puntata la sua penna ci porta lungo i sentieri invernali della Val d’Ala.
Nonna Lucina ci racconta la scuola di un tempo, un mondo fatto di cammini faticosi nella neve, aule pluriclassi e figure indimenticabili che hanno segnato la storia profonda di queste montagne. Un piccolo grande affresco di come l’istruzione, nelle terre alte, fosse prima di tutto un’avventura comunitaria e una conquista quotidiana. Buona lettura.

La scuola alpina in Val d’Ala
(dalla mulattiera dei Cesaletti alla lavagna)
(diari di Nonna Lucina, seconda puntata)
di Carla Tabone
(pubblicato su camoscibianchi.wordpress.com il 10 giugno 2026)

Introduzione
Con i miei cugini e altri vicini di casa si andava a scuola dai Cesaletti a Martassina, giù per la mulattiera, si affrontavano tempi brutti specie quando c’era la neve, si camminava in fila indiana, come lo snodarsi di una processione. La scuola era a classe mista, la maestra insegnava alle classi 1ª, 4ª, 5ª e 6ª, mentre per le classi 2ª e 3ª vi era un cappellano. Ogni mattina di buon’ora celebrava la messa nella cappella di San Michele, tutt’ora ancora ben tenuta [nel 1993, n.d.r.] e nell’estate si rinnovano parecchie messe da sacerdoti villeggianti.

1900 circa. Martassina 1150 m con la cappella di San Michele Arcangelo ed una processione lungo la strada, l’attuale Strada Provinciale 1 delle Valli di Lanzo che termina al Pian della Mussa. Foto: Wikimedia.

Sono trascorsi da allora molti anni; morto quel cappellano nessuno lo sostituì, solo qualche maestra a supplenza, mentre proprio quella che è stata la mia cara Maestra continuò il suo grave compito per 42 anni. Quanti ricordi si affollano ancora nella mia mente riguardo gli insegnamenti avuti tramite il grande sapere della mia cara Maestra. Visse fino all’età di 96 anni, ed ora con le lagrime agli occhi devo dire che è mancata cinque anni fa nella casa di riposo di Castellamonte.

Anno 2012. Aula dell’ex Istituto Bricco di Martassina.

Dal canto mio, sento il vanto di aver avuto l’onore di andarla a trovare parecchie volte; mi portava mio genero e per due volte mia figlia, con suo marito e la bimba di pochi mesi. Ricordo che la cara Maestra ha stretto la bimba fra le braccia e ci ha detto di non lasciarla baciare da nessuno. Povera e cara la mia Maestra, finché avrò vita non la dimenticherò mai, come non potrò mai scordare i Suoi utili insegnamenti! E qui, se dovessi continuare, completerei un grosso libro, magari di errori, ma mai di ciò che non è stato detto. Mi valgo solo più di dire questa frase che ci aveva fatto scrivere sul quaderno di “Bella Copia” (allora si curava la bella calligrafia), dunque:
“Fa il bene, gettalo in mare, se i pesci lo ignorano Dio non lo dimenticherà!”.

E questo detto lo ripeto ancora io, ben sovente in certe circostanze del giorno d’oggi. Adesso basta con la penna; dal mio cuore sgorgano silenziose parole: possa ora godere di quei frutti che quaggiù ha saputo donare e il Signore le doni la Pace Eterna! Devo ben dire il Suo nome: Michelina Martinetto di San Francesco al Campo. Ora mi asciugo le lagrime e ritorno al sodo, parlando di tutto un poco.

Appendice: analisi e note di lettura
1. La “processione” nella neve: l’accesso all’istruzione come conquista
La descrizione del tragitto quotidiano compiuto dai bambini per raggiungere la scuola di Martassina (1150 m), scendendo dalla frazione Cesaletti 1270 m lungo la mulattiera (mappa qui), offre una suggestiva testimonianza delle difficoltà logistiche dell’inverno alpino. L’immagine dei piccoli alunni che camminano in fila indiana, evocando lo “snodarsi di una processione”, evidenzia come l’andare a scuola non fosse un gesto scontato, ma un rito collettivo che richiedeva determinazione e spirito di adattamento di fronte ai “tempi brutti” e al rigore del clima.

2. L’organizzazione della pluriclasse e il ruolo della Chiesa
Il testo documenta con precisione la struttura tipica delle scuole di montagna dell’epoca, caratterizzate dalle classi miste. Emerge qui una peculiare divisione dei compiti educativi: mentre la maestra titolare gestiva un ampio ventaglio di età (le classi prima, quarta, quinta e sesta), le classi intermedie (seconda e terza) erano affidate a un cappellano. Questa figura univa la funzione pedagogica a quella spirituale, celebrando la messa di buon mattino nella settecentesca cappella di San Michele. La scomparsa del cappellano, non più sostituito se non da maestre supplenti, segna storicamente l’inizio del progressivo mutamento e della centralizzazione dei servizi scolastici nelle vallate.

3. Il tributo alla Maestra Michelina: un presidio di civiltà
Il cuore emotivo di questa puntata è il commosso omaggio alla figura di Michelina Martinetto, originaria di San Francesco al Campo, che per ben 42 anni ha portato avanti il suo insegnamento tra le montagne. Attraverso il ricordo delle visite fatte da Lucina alla maestra ormai anziana nella casa di riposo di Castellamonte, si coglie la profondità di un legame che supera i decenni. Il gesto della vecchia insegnante che stringe tra le braccia la nipote neonata dell’autrice simboleggia l’abbraccio transgenerazionale e la continuità della memoria. Nello scrivere il nome completo e il paese d’origine della sua maestra, Lucina compie un atto di giustizia storica, sottraendo all’oblio il lavoro silenzioso delle donne che hanno alfabetizzato le valli.

Un’aula pluriclasse di montagna nei primi anni del Novecento. Sulla lavagna d’ardesia spicca la massima della maestra Michelina, custodita per tutta la vita nei quaderni e nei ricordi di Nonna Lucina. Immagine generata da intelligenza artificiale a scopo illustrativo.

4. La massima della “Bella Copia” come bussola esistenziale
Nelle ultime righe, il testo si sofferma sull’importanza che un tempo veniva data alla calligrafia e all’esercizio del quaderno di “Bella Copia”. La frase dettata dalla maestra — “Fa il bene, gettalo in mare, se i pesci lo ignorano Dio non lo dimenticherà!” — trascende il semplice esercizio scolastico per tramutarsi in una massima di vita che l’autrice dichiara di ripetere ancora, a distanza di tantissimi anni. È la dimostrazione di come la scuola alpina non trasmettesse soltanto nozioni, ma un solido codice etico fondato sulla gratuità delle azioni e sulla rettitudine morale.

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