Il bisogno di rileggere Piero Gobetti

Intervista a Paolo Di Paolo che torna a occuparsi del giovane pensatore martire del fascismo nel suo ultimo libro Un mondo nuovo tutti i giorni. “Intensità e pensiero. Partecipazione e cooperazione. Responsabilità individuale e poi collettiva”. “Restare politici nel tramonto della politica”, scrive. È una sfida valida anche e soprattutto oggi.

Il bisogno di rileggere Piero Gobetti
(un anticorpo contro cinismo, inerzia e resa preventiva)
di Stefano Magi
(pubblicato su ilfattoquotidiano.it del 17 gennaio 2026)

Cent’anni fa moriva Piero Gobetti (Parigi, 15 febbraio 1926). Aveva ventiquattro anni. La sua vita finisce troppo presto, a causa delle ripetute aggressioni fasciste subite a Torino e il logoramento di mesi diventati persecuzione. Ma lascia un’eredità sproporzionata all’età: riviste, una casa editrice che porta il suo nome e che pubblica Montale, un’idea di cultura che non fa da cornice alla politica ma la attraversa. E una lettura lucida del fascismo delle origini: demagogia e violenza come strumenti di governo.

Paolo Di Paolo incrocia Gobetti da tempo. Nel 2013 lo aveva raccontato nel romanzo Mandami tanta vita (Feltrinelli). Oggi ci torna con Un mondo nuovo tutti i giorni. Piero Gobetti, una vita al presente (Solferino, 2025), un saggio che insiste su relazioni, scelte, lati meno frequentati. E prova a capire perché la voce di quel giovane intellettuale torinese, un secolo dopo, continui a chiedere conto del nostro presente.

Chi era Piero Gobetti?
Un ragazzo. Oggi dovremmo definirlo così. Non fece in tempo a compiere venticinque anni. Morì un secolo fa esatto, dopo avere dato forma a un prodigioso cantiere intellettuale nell’Italia del primo fascismo.

Tre riviste e una casa editrice in pochi anni. Qual è il suo talento?
Il talento, da autodidatta, di pensare all’intellettuale come a un agitatore di idee. In grado di agire sulla società perché genera non solo dibattito, ma condivisione. Mette insieme persone diverse allo stesso tavolo, propone domande, spinge le persone a pensare con la propria testa.

Perché è importante la pubblicazione di Ossi di seppia di Eugenio Montale?
Di solito a scoprire i nuovi talenti sono i più vecchi. In questo caso, Montale è più grande d’età di Piero Gobetti. Che legge quelle poesie e capisce che sono nuove, straordinarie. Gliele pubblica e dà la prima grande occasione a uno dei maggiori poeti italiani ed europei.

Che cos’è la politica per Gobetti?
Intensità e pensiero. Partecipazione e cooperazione. Responsabilità individuale e poi collettiva. “Restare politici nel tramonto della politica”, scrive. È una sfida valida anche e soprattutto oggi.

Gobetti era liberale o socialista?
Liberale di formazione, affascinato dalle spinte operaiste degli anni Venti tanto quanto dalla lezione del socialista Matteotti. Studia con slancio anche la rivoluzione bolscevica, per cercare di capire come funziona il meccanismo rivoluzionario, ma la sua utopia è scritta nella testata della sua rivista più nota: La Rivoluzione Liberale.

Che cosa la colpisce di più dell’ordine di Mussolini di “rendere la vita impossibile” a questo ragazzo?
Il fatto che Mussolini — siamo nel 1923! — si preoccupi di un giovanissimo oppositore torinese. Evidentemente ne coglie l’incisività e la grandezza.

Nel suo libro c’è largo spazio dedicato all’amore. Chi è Ada Prospero per Gobetti e che ruolo ha realmente nella sua vita?
Ada Prospero diventa un punto di riferimento essenziale per Piero. È una storia d’amore. È una storia di sodalizio intellettuale, di crescita condivisa. Dopo la morte del giovane marito, Ada vive molte altre vite, ma tutte improntate a una grandezza d’animo, a una generosità umana, intellettuale e politica impressionanti.

Gobetti è irriducibile davanti al fascismo. Oggi davanti a che cosa dovremmo essere irriducibili con la stessa durezza?
Alla tentazione del cinismo. Alla “logica” del riarmo e del bellicismo come uniche possibilità. Alla irresponsabilità dell’essere apolitici.

Se la politica di oggi dovesse prendere una sola cosa da Gobetti, quale dovrebbe scegliere?
Partirei da queste due frasi. La prima: “I partiti si sono limitati a formule vaste e imprecise, da cui nulla si può logicamente e chiaramente dedurre. Rappresentano, si dice, l’interesse dei singoli, ma badiamo che a procedere nettamente questo rappresentare interessi di singoli porta non solo all’egoismo, ma addirittura fuori dalla politica. Si riduce, e va annullandosi, la possibilità di azione comune, la quale può nascere solo dal coesistere, accanto agli interessi, delle ragioni ideali. Nella vita attuale dei partiti, invece, di concreto c’è solo un circolo pernicioso per cui gli uomini rovinano i partiti, e i partiti non aiutano il progresso degli uomini”. La seconda: “Non c’è lotta politica. C’è della gente che teme, altra gente che spera. Di due stati d’animo soltanto non può vivere una nazione”.

Come si immagina Gobetti adulto, sganciato dalla sua giovinezza? Che cosa avrebbe perso e a che cosa non avrebbe mai ceduto?
Come diceva Montale, è difficile o forse impossibile immaginare Gobetti anziano. O l’onorevole Gobetti in parlamento. Penso però che avrebbe tenuto fede a quel suo precetto di non diventare come quei padri che sorridono e alzano le spalle di fronte agli entusiasmi dei figli.

Il commento
di Carlo Crovella
E come non essere orgoglioso, da torinese, che si parli bene di Piero Gobetti?
È uno dei personaggi, nati a Torino o transitati nella nostra città fino a considerarli “nostri”, cui facciamo spesso riferimento anche durante la spicciola quotidianità, come Primo Levi o Antonio Gramsci. Capita che, in conversazioni spicciole, per indicare un luogo in città, si dica: “Sai la casa di Gobetti (o di Primo levi o di Gramsci)? Ecco l’isolato dopo…”

A titolo personale, poi, la passione per la montagna dei suoi discendenti mi fa sentire Piero Gobetti ancora più vicino, anche se io, per tradizione sabauda, mi limito a definire “discreta conoscenza” e non “profonda amicizia” quella di cui mi onora suo nipote.

La riflessione che mi pongo, però, nel leggere gli scritti di questi intellettuali (torinesi e non) di cento anni fa è se le loro idee abbiano una valenza assoluta, cioè prescindano del tutto dal contesto socio-politico in cui sono state esposte.

Spesso infatti gli scritti del Novecento, fra i quali rientrano anche quelli di Piero Gobetti, se d’acchito mi “prendono”, quando poi ci rifletto sopra a mente fredda mi appaiono in fase di “allontanamento”, se non già allontanati, dall’evoluzione socio-culturale nel frattempo intercorsa.

Mi si dirà che tale conclusione dovrebbe riguardare anche i testi di secoli o addirittura di millenni fa. Però io ho la sensazione che questi ultimi si siano già definitivamente storicizzati proprio per la loro estrema lontananza cronologica, mentre gli scritti relativamente recenti siano in fase di storicizzazione, il che li lascia a metà dell’opera agli occhi dei lettori attuali.

Per esempio: trovo bellissimo il principio gobettiano dell’essere “irriducibili”, ma esso, oggi, non va indirizzato verso gli stessi obiettivi cui pensava lui, cento anni fa. Il mondo del Terzo Millennio è completamente cambiato e i nostri avversari attuali non sono più quelli cui si riferivano Gobetti e i suoi coetanei. Non è un limite di quei pensatori, perché loro hanno agito e scritto nel loro periodo storico: piuttosto è un limite di chi li cita come principi di indiscutibile applicazione anche ai giorni nostri.


Andrea Gobetti alle celebrazioni per il centenario dalla morte del filosofo: “Era un baluardo contro il fascismo, la moglie ha raccolto la sua eredità”.

Il nipote di Gobetti: “Mio nonno resti sepolto a Parigi, la Francia lo ha accolto davvero”
di Alessandro Colombo
(pubblicato su lastampa.it/torino il 17 febbraio 2026)

«È sepolto al cimitero di Père-Lachaise a Parigi e lì deve rimanere».

Andrea Gobetti, 73 anni, nipote di Piero, parla davanti al Teatro Carignano poco prima della cerimonia di apertura del Centenario della morte di suo nonno, svoltasi ieri alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Andrea Gobetti, nipote del filosofo

«Mio nonno è stato un baluardo di antifascismo. Un antifascista vero. Uno che lottava per la cultura e aveva le sue idee. Quelle con le quali coinvolse tutto un mondo antifascista. Non dimentichiamo però che l’Italia lo ha cacciato via. I fascisti che lo hanno pestato erano torinesi», sottolinea il nipote. «Il Presidente Sandro Pertini si era offerto di riportarlo in Italia, ma mio padre si arrabbiò e gli disse di lasciar perdere. Noi poi eravamo contrari alle retoriche. Se le cose erano andate in quel modo bisognava accettarle. Poi l’Italia, se voleva, se lo teneva. I francesi lo hanno accolto».

Suo padre Paolo nacque il 28 dicembre 1925, un mese e mezzo prima che Gobetti morisse a Parigi a seguito delle aggressioni fasciste. «Mio padre ovviamente non lo ha mai conosciuto. Con lui, però, si ragionava spesso su quanto fosse buffo che il nonno fosse diventato un eroe a quella età e lui ne aveva già cinquanta e io oggi più di settanta. Uno ha sempre questa idea del Padre della Patria, ma non bisogna dimenticare che alla fine mio nonno morì che non aveva ancora compiuto 25 anni».

Una figura e una personalità certamente gigantesche con le quali non è facile convivere, tanto da portare il nipote a occuparsi non di politica, cultura o letteratura, ma di speleologia. «Ho scelto di fare altro. Mi sono sempre occupato di speleologia perché non volevo vivere all’ombra di mio nonno».

Figura fondamentale è stata invece la nonna Ada, moglie di Piero Gobetti. «Una nonna fantastica e meravigliosa. È stata partigiana, maggiore dell’esercito e vicesindaco di Torino», racconta. «È stata proprio lei a dirmi di occuparmi di altro. Sosteneva che ero intelligente e mi consigliava di fare le cose come tutti, non perché ero nipote di Gobetti».

È stata proprio Ada Gobetti, morta nel 1968, a mantenere viva la figura del marito. «È la nonna che mi ha educato e che ha proseguito il discorso di mio nonno con Il giornale dei genitori e l’educazione democratica. Ha attraversato il secolo. Ha portato avanti l’idea e l’esempio e l’intransigenza morale che oggi non vanno più tanto di moda».

Del marito non amava parlarne. «Non è che la rallegrasse. Ha dovuto seppellire il dolore della morte del marito per amore di suo figlio, mio padre, che non poteva crescere infelice. Con molto coraggio tenne insieme la famiglia e tutti gli amici del nonno, come Benedetto Croce ed altri grandi personaggi».

Ieri Andrea Gobetti era seduto in prima fila accanto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Prima dell’inizio della cerimonia si sono incontrati. «È stato gentilissimo. Ci siamo salutati e scambiati delle cortesie», ha raccontato al termine della cerimonia.

C’è ancora un’ultima cosa da domandare, ossia che cosa potrebbe dire oggi ai giovani Piero Gobetti, ma il nipote Andrea, fedele alla sua scelta, allarga le braccia e solennemente dichiara: «Non mi permetterei mai di interpretare il pensiero di mio nonno».

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4 Comments

  1. says: Grazia Pitruzzella

    Non trovo nulla di strano, da parte di Mussolini (sarebbe più consono, forse, dire “il movimento fascista”) opporsi a un giovane intellettuale: accade in ogni governo totalitario e sta accadendo anche oggi in Italia, purtroppo.

  2. says: Grazia Pitruzzella

    Non capisco come si possa lasciar presiedere alla celebrazione di un noto antifascista il presidente Mattarella.

  3. says: Grazia Pitruzzella

    E ancora: a me dà sempre gioia e conforto sapere che sono vissute personalità di così alto spicco, ma ritengo importante e opportuno guardare al presente e dare valore a chi c’è ora, senza aspettare che una stella muoia per poterla celebrare.

  4. says: Matteo

    “I partiti si sono limitati a formule vaste e imprecise, da cui nulla si può logicamente e chiaramente dedurre. Rappresentano, si dice, l’interesse dei singoli, ma badiamo che a procedere nettamente questo rappresentare interessi di singoli porta non solo all’egoismo, ma addirittura fuori dalla politica.”
    “Nella vita attuale dei partiti, invece, di concreto c’è solo un circolo pernicioso per cui gli uomini rovinano i partiti, e i partiti non aiutano il progresso degli uomini”
    “C’è della gente che teme, altra gente che spera. Di due stati d’animo soltanto non può vivere una nazione”

    A me invece sembra attuale.
    Molto attuale.
    Troppo attuale per essere tranquilli…

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