Quattro in silenzio sopra un Seimila
di Bianca Di Beaco (settembre 1975)
(pubblicato su Vertice n. 40, 2025
Dopo la nostra avventura nel gruppo montuoso dell’Hindu-Kush afghano di quattro anni fa il pensiero di ritornare sulle montagne dell’Asia diventava ogni anno più assillante. Non l’idea di un’impresa alpinistica, semplicemente il desiderio di andare, per lasciarsi vivere in quelle valli lontane, il bisogno, addirittura, di ritrovare il giusto rapporto con se stessi e gli altri scalando qualche cima silenziosa di un monte sconosciuto.
Un’iniziativa quindi nata da un’esigenza personale, e perciò tutta da combinare tra noi, nell’intimità di un piccolo gruppo, senza pretese di scagliare assalti e attaccare le montagne, ma piuttosto disposti a lasciarsi assalire e vincere ed incantare da esse.
Altri mondi
Costruzione in casa degli imballaggi, acquisto dei materiali, raccolta di ogni cosa nel giardino di uno dei partecipanti: dal pacco di spaghetti alle corde, ai chiodi, ai pezzi di ricambio per le macchine. Infatti niente aereo. Costa troppo. Partiremo con due macchine che abbiamo fatto alzare. Ci vorrà molto più tempo, sarà anche stancante, perderemo l’allenamento. Ma va bene così. Anzi meglio. Un po’ alla volta ci staccheremo dal nostro sistema di vita per penetrare lentamente nell’anima delle cose di altri mondi. Giungeremo per gradi nel lontano Hindukush pakistano, lasceremo per via la nostra mente complicata di occidentali, ci dimenticheremo le ansie e gli sgarbi, impareremo a sorridere e a salutare nelle diverse lingue e a dire “Inshallah” (se dio vuole), rimettendoci filosoficamente al destino.
Questo atteggiamento ci sarà subito utile.
Nel cuore dell’Anatolia fonderemo un motore che, solo dopo un attimo di smarrimento, ci decideremo a smontare completamente, fino all’ultima vite. Un’officina improvvisata al lato della strada, all’ombra di alcuni pioppi, col vento che porta il romantico rumore delle spighe ancora verdi del campo di grano vicino, un tremolar di foglie insieme a polvere e sabbia sul motore.
Disporre serenamente dei mille pezzi per terra scrivendo su un foglio la sequenza, andare alla caccia dei ricambi con l’altra macchina fino ad Ankara, rimontare il motore col dubbio continuo di invertire l’ordine, e risistemarlo al suo posto a forza di braccia e schiena. E, tutto intorno, un panorama di occhi neri spalancati e fissi su di noi, di bambini immobili e quieti, e di uomini invece urlanti che, nell’intento di aiutare, intrecciano danze complicate tra pistoni e bielle.
Quattro giorni di lavoro, notti trascorse buttati in terra a ripassare diligentemente a memoria le lezioni di fisica sul motore a scoppio. Alla fine, momento magico: un giro di chiavetta, il motore parte. Dio ha voluto. Tra gli applausi degli astanti, abbracci inconsulti, progetto pazzo di andare a mettere su un’officina nel lontano oriente, riprendiamo il viaggio con l’animo sempre più convertito alla saggia pazienza orientale.
Così che quando si arriva si è già maturi per accettare le lungaggini delle pratiche burocratiche, e sempre pronti a sorseggiare tè senza l’incubo del tempo, beatamente incoscienti del valore ossessivo che si dà ad esso dalle nostre parti. Partiti da Trieste verso la fine di maggio, dopo aver attraversato la Jugoslavia, la Bulgaria, la Turchia, l’Iran e l’Afghanistan arriviamo allo storico passo del Khiber, da cui si scende vertiginosamente sprofondando nei caldi vapori esalanti dalla piana di Peshawar. Da qui, verso nord, verso il Chitral, nell’Hindukush.
Ci dicono: dovrete abbandonare presto le vostre macchine, le strade sono percorribili solo da jeep. Ma noi, testardi squattrinati, avanti sempre, ad arrancare su un fondo da campo di battaglia, su per i ripidi fianchi del Lowari Pass e giù, dall’altra parte, con la preoccupazione di non saltare neanche uno delle decine di tornanti che sembrano portarti nel cuore della terra, tanto si susseguono senza fine perdendosi in basso nelle nebbie.
Ce la faremo a tornare su? È un problema che ci porremo dopo. Intanto avanti, su strade appena abbozzate, ora scavate nei pendii scoscesi della valle, al di sopra di un bel fiume che si gonfia di acqua e di luce.
Non viaggiate di notte, fanno saltare i ponti! Non fermatevi a dormire fuori dei centri abitati! Ma saltano soltanto due ponti, più a sud, ed i briganti non li incontriamo. Le notti lungo il fiume hanno il dolce sapore di una serenità infantile.



Dopo duecento chilometri di percorso e due giorni di viaggio, ecco Chitral, centro di quella regione isolata e splendida. Guardano le nostre macchine con meraviglia e ammirazione. Non ne avevano mai viste. Le vogliono comprare. Quale miglior collaudo di quello d’esser arrivati là! L’orgoglio in noi è grande, pensiamo di non lavarle mai più della gloriosa polvere del Chitral. Il motore rifatto da noi è ormai fuori rodaggio e non consuma una goccia d’olio. È un pezzo d’artigianato! Però adesso noleggiamo una jeep.
Ci hanno detto che per andare fino a Mastuj, ancora più a nord, da dove poi bisognerà proseguire a piedi, si percorre una stradina, larga appena per una jeep, intagliata nel monte a picco sul turbolento fiume, ingrossato dalle acque di fusione dei ghiacciai, nel quale precipitano, in media, quattro jeep all’anno. Ora, se si calcola che l’anno si riduce a circa quattro mesi (il periodo in cui la strada è aperta), significa che cade nel fiume una jeep al mese. La probabilità che tocchi a noi è molto alta.
Lanciamo uno guardo commosso alle nostre macchine e pensiamo che, dopo ottomila chilometri di viaggio, hanno anche il diritto di riposarsi e sopravvivere. Una jeep ci basta. Siamo in quattro: Walter Mejak, Fabio Benedetti, Flaviana Tarlao ed io (tutti soci della XXX Ottobre di Trieste). Abbiamo soltanto qualche cassa ed i nostri zaini.
C’è posto persino per qualche passeggero clandestino, il maestro di una scuola impiantata sotto i noci di chissà quale vallata, che si siede serenamente sui miei piedi con un’ingombrante gabbia per canarini e sorride a oltranza: il ragazzo che torna dal mercato che sventola, con i suoi drappi appesi al corpo magro penzolando fuori dalla jeep, le scarne, bellissime mani brune serrate sull’intelaiatura.
Ottanta chilometri di percorso fino a Mastuj. Una giornata da brivido, il fiume direttamente sotto le ruote che spesso annaspano oltre l’orlo della stradina, quattrocento metri di salto e la jeep che sobbalza allegramente al ritmo ossessionante di una musica proveniente dalle cassette, vanto supremo dell’autista. Dopo essersi giostrato tra lo strapiombo delle rocce a monte e l’abisso a valle, questi ci guarda con un sorriso luminoso: molto pericoloso, ci dice, davvero molto pericoloso.
E via come un invasato. Arriveremo a Mastuj? Inshallah! Ormai nel nostro cuore c’è la pace di questa saggia fede.
Poco prima di Mastuj, la jeep ci scarica e ritorna indietro al suono di cetre e tamburi. Prendiamo quattro uomini con tre cavalli e un asino, creatura dolcissima e d’una sensibilità raffinata. In sei giorni percorriamo circa cento chilometri lungo la valle dello Yarkhun, passando e ripassando il fiume scuro di terra per ponticelli elastici di legno su cui le bestie recalcitrano impaurite. La notte non occorre piantar la tenda, si dorme nel sacco piuma per terra o sul “ciarpai”
(il letto locale) direttamente sotto le stelle. Il tempo è buono e l’aria, quasi rovente di giorno, diventa col calar del sole come una carezza.
Non abbiamo molti dati. Andiamo così, un po’ per istinto. Finché, abbandonata la valle dello Yarkhun, inoltratici nella gola laterale di Gazin, e quindi saliti sull’alto alpeggio dello Jetich, ci appare maestoso il ghiacciaio del Mat-Kash e, al di sopra, una catena di superbe montagne senza nome.
Vediamo quella che vorremmo salire. È un imponente Seimila ricoperto da ghiacci sul versante nord, mentre precipita a sud con verticali pareti rocciose. Lasciamo le bestie ai piedi del ghiacciaio che si rompe con poderose seraccate nella piana dello Jetich.



Con cinque portatori tentiamo di aggirarlo sulla destra orografica attraverso una gola incassata che si rivela una trappola infernale. Ne ridiscendiamo a stento, inseguiti da frane immani, tra un rotolar di macigni che si schiantano e si spaccano con fracasso spaventoso facendoci saltare dal terrore. Dobbiamo proprio affrontare il ghiacciaio, prima di petto e poi sul lato destro, in una zona di paretine rocciose dai tratti piuttosto impegnativi. Ma i portatori sono in grado di superarli nonostante il pesante carico sulle spalle. Seraccate possenti pencolano sopra la nostra testa, ma riusciamo a raggiungere la parte piana del ghiacciaio senza che avvenga alcun crollo. Abbiamo fatto un dislivello di circa mille metri e poniamo il campo base a 4500 metri in un pomeriggio gelido di pioggia e nevischio e in un ambiente desolato di pietrisco, neve e ghiaccio, così lontano dall’ultimo verde lasciato nella valle dello Jetich, e dalle tenere betulle dai colori smaglianti.
Senza soste
I portatori buttano giù tutto il materiale e ridiscendono ai loro villaggi. Nevica. Riposiamo un giorno. Andiamo a studiare la possibilità di risalire l’altro ripidissimo ghiacciaio che cola prepotente dal versante nord del Mat-Kash, riversandosi poi nel ramo principale. Non c’è altra via di salita. Lo affrontiamo con zaini di trenta chili che ci schiacciano col naso contro il pendio dall’inclinazione già notevole di 45° e tentiamo penosamente di affrettarci su quegli ottocento metri di salto rotto da crepacci e tormentato dalle frequenti cadute di valanghe. E, senza soste, raggiungiamo il plateau posto al termine del ghiacciaio. Rizzare le due tendine d’alta quota nella piccola conca a 6300 metri d’altezza, dopo quella fatica mostruosa, è un tormento.
lo parto per cercare di organizzare i nostri movimenti, ma mi pare di sentire la voce di un altro. C’è come uno sdoppiamento della personalità. Finalmente le tendine blu e arancio si ergono un po’ sbilenche e balorde, l’una addossata all’altra, quasi a proteggersi a vicenda.
Un frastuono come un boato che fa urlare dallo sgomento scuote l’aria e tutto trema intorno. Si è staccato un gigantesco cornicione di ghiaccio ed ora sta precipitando verso la nostra conca. Un nugolo di bianca polvere luminosa.
È passato. Le tendine brillano di neve fresca appena spruzzata. Rotoliamo il minuscolo campo un po’ più in là, su un piccolo rialzo del plateau, sperabilmente fuori dal percorso delle slavine. Il tempo è bello. Bisogna approfittarne anche se l’acclimatamento non è ancora perfetto.
La cresta nord-ovest della montagna è complicata. Bianca di ghiaccio e di neve ripidissima, interrotta qua e là da salti di roccia scuri e minacciosi. Sale, scende, sparisce dietro uno sperone, si drizza di colpo puntando verso la cima stupenda di neve e di ghiaccio. La guardiamo dal campo e non ci rendiamo conto di quanto la prospettiva inganni.
Balzo brusco
Verso nord-est raggiungiamo una forcella sulla cresta est della montagna. Facciamo un brusco balzo indietro. Al di là, il salto netto sulle valli sottostanti, fonde e buie. L’attrazione del vuoto è fortissima mentre lo spettacolo del Thui, del Nanga Parbat, della fuga candida di colossi della catena del Karakorum, affascina con prepotenza. Dall’altra parte si slancia potente il Tirich Mir, come una splendida cattedrale, e verso l’Afghanistan, la catena del Lunkho, e il Qala Panja, personaggio familiare della nostra avventura afghana di anni fa. Ci invade un sentimento di esaltazione che subito si placa e si spegne al ritmo lento dei nostri piedi pesanti.
Attraversiamo lungo tutto il versante nord, tenendo d’occhio la grande meringa di ghiaccio che ci sovrasta altissima verso la vetta. Andiamo ai piedi della cresta nord-ovest. Su per un tratto verticale di neve dura, giù ad un abbassamento di cresta. Su ancora e giù di nuovo.

E il dislivello dal campo alto alla cima sarà di 700 metri, però con questo andamento così articolato ne faremo molti di più. Un tratto di roccia alquanto erto e difficile interrompe il candido saliscendi nevoso. Con ramponate alle caviglie, la piccozza che sbatte sulla roccia e dondola sul naso, ogni tanto qualche piccola innocente imprecazione, le solite, inutili ripromesse: “ma la prossima volta, accidenti, mi prendo un portatore d’alta quota ed il fiato me lo tengo in serbo per la salita!”. Con occhiate ansiose dall’altra parte: “ma insomma! Questa cresta mi porta cli nuovo giù all’inferno!”. Con un fondo di astio verso quell’altro: “ma guardalo! Lui avanza, inesorabile! E fermati, ti faccio una foto!”. E intanto tu tiri il fiato. Con la voglia di arrivare una buona volta sulla cima, e con la voglia infine di non arrivare mai, da nessuna parte, e di star lì ad arrancare, tanto assorbita dalla fatica da non ricordare che forse hai perso il tuo lavoro e ti aspettano “grane” a non finire, tanto da seppellire definitivamente l’ultimo brandello di coscienza civile, scavando il respiro fin dai più reconditi ripostigli dei polmoni che bruciano, ecco che ti ritrovi in cima. Piccola, da starci in quattro. Silenziosa, da sentire il cuore che è impazzito. Bagnata da una luce speciale. Forse per il sole che non ha molto percorso ancora da fare. L’ombra delle altre montagne sale.

Eccoti là, in cima, come una piazzetta di sole scavata in un paese azzurro di cielo, bianco di neve e di ghiaccio, tenebroso di oscurità recondite, nero di rocce severe, granitiche. Una piazzetta di sole. Ci incontriamo lassù, tutti insieme, le labbra gonfie di sete e di fatica. Troviamo il fiato per dirci “grazie”. La nostra cima. Chiamiamola Mat-Kash! Sì, come il suo splendente ghiacciaio. Non imponiamole nomi che porterebbero un’aria straniera violando l’intimità di un mondo che non ci appartiene. Scendiamo veloci, quasi a testa in giù, lungo la ripida cresta est.
Qualche doppia. Presto, perché è già l’ora del tramonto e non abbiamo niente per bivaccare. Abbiamo voluto andare leggeri per cercare di compiere la salita in giornata. Ma c’è la luna, e scorgiamo in tempo i profondi crepacci che s’aprono neri, quasi senza fondo, ai piedi della cresta est. È notte quando vediamo in basso le due tendine abbracciate l’una all’altra.
Ridiscendendo il ghiacciaio del Mat-Kash, dal campo alto al campo base vedremo solo un mare burrascoso di freschi blocchi di ghiaccio. Salendo avevamo detto, guardando verso l’alto: “mai più viene giù quella roba, è troppo possente”. Era venuto giù invece, ed aveva travolto e cancellato il nostro itinerario con le sue bandierine rosse. Mai ho percorso 700 metri di ghiacciaio insidioso e difficile in tempo più veloce. Con la testa ancora confusa del rumore assordante delle valanghe di ghiaccio e dei seracchi che si aprivano poderosi, guardiamo dal fondo della valle glaciale al Mat-Kash, superbo, dimentico già di noi, difeso dai suoi ghiacci severi. Le nostre orme sono sparite.
Se non fosse per questa sensazione di pienezza e di gioia nel cuore e per la mancanza di fiato, ci sembrerebbe quasi d’aver sognato d’aver salito una cresta candida che portava ad una cima avvolta di cielo.





“Quando salendo creavi il mondo…”
Decisamente bello e ben scritto. Ci riporta alle radici del viaggiare vagabondo, delle spedizioni da veri wanderer, che non sanno dove passeranno la notte e non hanno in tasca biglietti di ritorno. Sembra di sognare un ‘epoca che si credeva non esistesse piú. Se si paragona questo viaggio con quello di una moderna spedizione leggera all’insegna della velocità, dei materiali supertecnici e del tutto organizzato ci si rende conto di come siamo ridotti male.
Non avevo fatto casa all’anno di questo viaggio: 1975! Per questo avevo sognato che viaggi del genere avvenissero ancora! È stato comunque un bel sogno.
Questo è un racconto di alpinismo; siamo lontani anni luce dagli scritti moderni, pieni di banalità e che sembrano scritti da un bambino.