Il Pilone invincibile
(una storia di amicizia)
di Giuseppe Gervasio
Nella vastissima produzione letteraria di Gian Piero Motti, certamente un posto di prim’ordine occupa, a mio parere, la monografia sui Piloni del Frêney nel gruppo del Monte Bianco.
Prendendo spunto da un’esperienza personale che prevedeva la salita del Pilone Centrale per la via “classica”, l’autore scrive una monografia storico-alpinistica sui Piloni del Frêney che rasenta la perfezione per l’accuratezza e la completezza dei fatti raccontati e che passa in rassegna tutte le salite ai vari Piloni, che ricordiamo sono quattro: Pilone Sud, Dérobé (nascosto), Centrale e Pilone Nord (o di Destra o Pilone Gervasutti, in onore del primo salitore). Unitamente alla storia alpinistica, Motti tratteggia, con la solita precisione, i ritratti dei personaggi protagonisti delle varie salite, appartenenti ad epoche e fasi storiche alpinistiche diverse.
La monografia apparve sul numero di Scandere (Annuario della sezione CAI di Torino) del 1979 che è di difficile reperimento e che fu la prima esperienza di un’edizione auto-gestita da un gruppo ristretto di alpinisti torinesi, tra cui lo stesso Motti e Ugo Manera. Obiettivo di questa ridotta redazione era quello di produrre una pubblicazione di respiro internazionale, in termini di contenuti e di tendenze del movimento alpinistico di punta, che travalicasse i confini della sezione editrice.
L’esperienza non proseguì per varie motivazioni, ma certamente rappresentò un momento molto interessante e di qualità dell’editoria alpinistica di quel periodo: inutile dire che l’articolo più significativo e interessante fosse proprio quello sui Piloni di Motti (reperibile al seguente link: https://gognablog.sherpa-gate.com/piloni-del-Frêney/).
Per quella che è la mia conoscenza della letteratura di montagna, il Pilone Centrale è quello che ha fatto certamente la parte del leone rispetto alle vicende collegate agli altri Piloni, anche se è sempre stato caratterizzato dalla tragedia del luglio 1961, che coinvolse Walter Bonatti, Andrea Oggioni e Roberto Gallieni insieme ad altri quattro alpinisti francesi: Pierre Mazeaud, Antoine Vieille, Pierre Kohlmann e Robert Guillaume.
La vicenda è notissima ma, in estrema sintesi, è possibile ricostruirla così: nell’estate del 1961, due cordate autonome, ma con lo stesso obiettivo è cioè la prima salita del Pilone Centrale, si ritrovano un pomeriggio al bivacco della Fourche. Inizialmente la sorpresa reciproca fu notevole ma, alla fine, gli alpinisti superarono tutte le diffidenze e decisero di affrontare insieme la scalata. La salita proseguì senza intoppi fino alla base della cuspide del Pilone (la cosiddetta Chandelle), quando furono sorpresi da una tempesta di una violenza inaudita che li bloccò, tra fulmini e nevicate di un’intensità mai vista in quella stagione e temperature polari, per diversi giorni. Resistettero per un po’ ma, considerato che il tempo non accennava a migliorare, Bonatti prese l’iniziativa e decise la ritirata. La discesa dal Pilone si rivelò assai difficoltosa sia per le condizioni meteo che per la spossatezza di alcuni componenti della spedizione. La ritirata si risolse con la morte di tre scalatori francesi e di Andrea Oggioni, che si era prodigato senza misura nell’assistenza degli altri compagni in difficoltà.
Come spesso accade nel nostro Paese, anche questa tragedia generò un sacco di polemiche: la persona più colpita da queste fu Bonatti, al quale si attribuirono molte responsabilità, senza riconoscere il fatto che, senza di lui al comando della cordata, le vittime sarebbero state certamente più numerose. In questa circostanza, emerse anche la scarsa efficienza e tempestività della spedizione di soccorso organizzata dalle Guide di Courmayeur con le quali Bonatti non aveva mai familiarizzato: significativo ed emblematico è il fatto che Bonatti arrivò alla capanna Gamba (che ora non esiste più ma nelle cui vicinanze venne costruito successivamente il rifugio Monzino) nel pieno della notte a bussare alla porta, indicando ai soccorritori dove si trovavano i superstiti, mentre tutti stavano riposando.
In Francia, invece, fu riconosciuto l’atto di eroismo di Bonatti, cui Mazeaud ammise di dovere la vita, e in virtù di questa testimonianza diretta gli fu assegnato la Legion d’Onore, la più alta onorificenza civile della Repubblica Francese.
La tragica storia fu narrata e raccontata per immagini innumerevoli volte e, probabilmente, è stata la salita alpinistica svoltasi nelle Alpi che ha avuto il maggior risalto in assoluto.
Gli alpinisti sopravvissuti alla tragica salita, Bonatti e Gallieni, sono scomparsi anni fa mentre Mazeaud è l’unico ancora vivente, attualmente ultranovantenne: Mazeaud ha avuto una carriera politica veramente di rilievo in Francia, che lo ha portato ad occupare posizioni di assoluto prestigio.
Ebbene, a distanza di più di 50 anni, questo episodio risulta ancora interessante e attira l’attenzione di molte persone e della critica: ne è prova l’assegnazione del Premio “Jules Rimet” 2021 al libro Il Pilone invincibile di Virginie Troussier, pubblicato in Italia nel settembre 2022.
Il premio in questione, dedicato al dirigente sportivo francese che ebbe l’idea di organizzare il campionato mondiale di calcio per squadre nazionali, è considerato in Francia il riconoscimento letterario, a tema sportivo, più famoso e autorevole, paragonabile per importanza al nostro “Bancarella Sport”.
Devo sinceramente confessare che ritenevo, da una superficiale lettura di qualche recensione, che il libro raccontasse la vicenda avendo in primo piano e con la prospettiva di Mazeaud mentre, a lettura avvenuta, la figura di gran lunga che più viene messa, ancora una volta, in risalto è quella di Walter Bonatti.
Mazeaud ha collaborato alla stesura del libro concedendo un’intervista alla scrittrice (giornalista e alpinista), che le ha consentito così di descrivere l’evolversi dei fatti con dettaglio e ricchezza di particolari. Il libro si articola come un diario, giorno per giorno, della scalata fino al tragico epilogo: si legge tutto d’un fiato, presi dal succedere vorticoso dei fatti.
Quello che viene evidenziato è il valore dell’amicizia, legame indissolubile, al di là anche della tragedia, che ha coinvolto tutti gli alpinisti. Questa amicizia è proseguita, anzi si è rinsaldata ancora di più tra Bonatti e Mazeaud negli anni successivi e ha avuto un suo plastico coronamento nella via dell’Amicizia, aperta nel 1962 sulle Petites Jorasess dalla cordata Bonatti-Mazeaud, a coronamento perpetuo del rapporto che li legava: “… avevamo chiamato quell’itinerario “via dell’amicizia”. Non vi era nome più bello, l’avevamo dedicato ai nostri amici, morti un anno prima. Mentre scalavamo, ci era parso di vederli talvolta al nostro fianco… (1)”.
Ecco, questo è il sentimento che emerge dalla vicenda narrata nel libro e che viene posto in primo piano, a considerevole distanza da tutto e da tutti: gli alpinisti si erano incontrati per una casualità ma i fatti della vita, purtroppo tragici, li avevano uniti in una cordata indissolubile. L’alone di tragedia, purtroppo reale, che ha sempre contraddistinto la narrazione di questo episodio drammatico della storia dell’alpinismo, è stato sostituito, in questa circostanza, da una bella storia di uomini e di sentimenti. Ed è questo l’aspetto, al di là del libro della Troussier, peraltro interessante e ben scritto, su cui porre nuovamente l’attenzione, malgrado tutto il tempo passato che comunque non ha fatto diminuire la grandezza di ciò che è accaduto.





Il libro del Corbaccio merita sicuramente un’attenta lettura, che sarà anche fonte di gran piacere per gli appassionati di alpinismo. Sono però curioso di scoprire se contiene “novità” rispetto a quanto già acclarato, ripetutamente, nella storia della letteratura alpinistica (Bonatti ne I giorni Grandi, poi Motti, M.A.Ferrari…).
Infatti ho notato che, non solo sul caso di specie ma in generale nella letteratura alpinistica, a distanza di 10-15 anni (o poco più) si torna sugli stessi episodi/personaggi: o ci sono delle oggettive novità (e allora il “nuovo” libro trova giustificazione oggettiva nel divulgare gli aggiornamenti sui casi esaminati), oppure le scelte editoriali puntano sul fatto che i lettori di oggi non erano appassionati di alpinismo 10-15 o 20 anni fa… per cui le stesse cose oggettive (note fin dall’origine per i lettori “storici”) sono delle novità per i lettori di oggi.
Ho letto diverse volte “Freney 1961” di M.A. Ferrari e ogni volta con la stessa passione.
Sono curiosa anch’io di scoprire il nuovo volume.