Il profumo del pane nero e i “babaciu” della nonna

Una nuova, preziosa pagina di memoria, alla scoperta di un diario intimo e potente, quello di Nonna Lucina: una raccolta di testimonianze che non attinge da libri o riviste, ma dalla viva esperienza di una vita spesa tra le valli di montagna. In un tempo lontano, segnato da una povertà dignitosa e dal duro lavoro manuale, la scrittura diventa per l’autrice un atto di rinascita e un dovere affettuoso verso il passato che ci riporta ai ritmi antichi della battitura della segale, ai profumi delle cucine di una volta e a quei piccoli, straordinari gesti d’amore capaci di illuminare la miseria.

Il profumo del pane nero e i “babaciu” della nonna
(diari di Nonna Lucina, prima puntata)
di Carla Tabone
(pubblicato in camoscibianchi.wordpress.com il 2 giugno 2026 in “Prima del Caos-Memorie di Montagna”)

Quello che sto per narrare non sono leggende tratte da libri o riviste, ma bensì cose vissute da me e ascoltate da parecchi scomparsi, ma lucidamente ancora ricordo. Anche se parlo di tempi lontani ormai remoti, l’eco di allora non si è spento nella mia memoria, e ancora mi è caro ripensarvi: qui nella mia solitudine, quel ricordo mi porta ad ascoltare tanti consigli e osservazioni e anche delle sgridate avute nella mia infanzia e adolescenza.

Estate 1980. Nonna Lucina a Pian Fè (Val d’Ala). Osservate il “crutin” a destra.

Conto più di 76 anni [nel 1993, n.d.r.], ma la gioia di scrivere non mi è mai venuta meno. Purtroppo ho avuto problemi di salute e nel frattempo non riuscivo più a concentrarmi e non volevo più pensare. Ma il Signore è buono, ha ridato a me la gioia di scrivere ancora e, allo stesso tempo, mi ha riportato alla memoria un tempo, forse più triste che lieto, ma sempre caro, per quanto nostalgico.

Autunno 2025. Il “crutin” all’epoca del caos.

Ricordo quando la mia cara nonna raccontava, e buona parte di quei racconti voglio portarla a conoscenza di chi leggerà. In quei tempi si mangiava roba povera, ma sana, ad esempio si seminava la segala e tutto veniva lavorato a mano, quando poi questa era ormai matura o meglio ben dissecata, si spandevano le piantine sull’aia, attorniata da pertiche ricoperte con lenzuola (in quei tempi con la tela si faceva uso di tante cose e ogni casa ne era provveduta). Dopo di che con dei bastoni detti trascoùn1 (bastoni snodati per la battitura dei cereali) fissati con una striscia di cuoio l’uno all’altro, le forti braccia brandivano sulle piantine con forza, per sgranare dalla spiga i chicchi. Certo richiedeva un lavorone anche per separarla dalla piantina rimasta paglia, e qui ci vorrebbe un discorso lungo e anche la capacità di chi più esperto di me saprebbe raccontare.

La sgranatura della segala con i “trascoùn“. Rievocazione della faticosa lavorazione manuale descritta nelle memorie, ricostruita tramite intelligenza artificiale.

Si seminavano molte patate che, per il loro raccolto, si utilizzavano ceste grosse e piccole, dette cavagne2. Si separavano le patate più grosse, le meno grosse e poi le più piccoline chiamate trifulin3. Quest’ultimi, ben lavati e cotti, venivano impastati nella farina di segale anche con la buccia e poi, dandogli una forma piacevole, questo pane veniva cotto nel forno. Mia nonna per fare contenti noi bambini, praticava con le sue laboriose mani delle forme, uno per uno, dei pupazzi chiamati babaciu4.

La conservazione del pane sulla “panera”. Scorcio di un solaio d’un tempo con i grandi micconi scuri di segale e patate, ricostruito tramite intelligenza artificiale.

Eravamo tanto contenti e ci limitavamo a romperli per mangiarne un pezzettino alla volta, perché ci parevano più gustosi di quei grossi micconi. Quest’ultimi venivano depositati sopra la panera5 appesa ad una trave nel solaio, consisteva in un robusto e lungo asse con i fori all’estremità, qui si mettevano i micconi e ce n’era per parecchi mesi, secondo la quantità delle persone in famiglia. Il pane risultava molto scuro, quando lo si tagliava si scorgeva benissimo la buccia dei trifulin, sembrava al giorno d’oggi quando si taglia il panettone con l’uva passa.

Con il passare di qualche anno la mia cara nonna passò all’Eternità. Molte cose cambiarono, ma la miseria regnava sempre.

Note
1 Trascoùn: è il correggiato (o flagello), antico strumento agricolo manuale composto da due bastoni snodati fissati l’uno all’altro da una striscia di cuoio. Veniva brandito con forza dalle braccia dei contadini sulle piantine stese sull’aia per sgranare i chicchi dalla spiga.

2 Cavagne: ceste in legno o vimini intrecciato, di diverse dimensioni, utilizzate tradizionalmente per la raccolta, il trasporto e la separazione dei prodotti della terra (come le patate).

3 Trifulin: termine locale per indicare le patatine più piccole del raccolto. Non venivano scartate: una volta lavate e cotte, venivano impastate con la buccia insieme alla farina di segale per dare consistenza al pane.

4 Babaciu: Pupazzi o bambolotti. Nel testo, indica le piccole forme antropomorfe che la nonna modellava sapientemente con l’impasto per regalare un momento di gioia e di gioco ai bambini, che li mangiavano un pezzettino alla volta.

5 Panera: una robusta e lunga asse di legno provvista di fori alle estremità, che veniva appesa direttamente a una trave del solaio. Lì venivano custoditi i grossi filoni di pane (micconi) per proteggerli dall’umidità e dagli animali, permettendo di conservarli anche per parecchi mesi.

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