Una lunga notte di San Lorenzo

La traversata del Nord America in bicicletta

foto e testo di Alessandro de Bertolini

nord america in bicicletta

“You have a lot of stuff, where did you have it?”. Sono giunto nella Death Valley alla terza settimana di viaggio. Ero partito da San Francisco il 28 maggio 2017. A quanti mi domandavano dove stessi andando con tutta quella “roba” su due ruote avevo imparato a rispondere con poche parole, indicando la mia bicicletta: “It’s my home for three months”. Non sapevo ancora che quella frase sarebbe diventata il titolo del mio libro (Montura Editing). Partenza da San Francisco, destinazione Oceano Artico e una durata prevista di tre mesi. In mezzo c’erano i miei sogni, le mie paure, deserti e montagne, solitudine e orsi. Sulla mappa: 10.500 km attraverso California, Nevada, Arizona, Utah, Colorado, Wyoming, Montana, Alberta, British Columbia, Yukon e Alaska. La toponomastica dell’orografia riecheggiava nella mia testa: Sierra Nevada, Rocky Mountains, Alaska Range, Brooks Range. Pagine d’America in attesa del mio sguardo. A San Francisco, muovendo le prime pedalate sulla Broadway verso il porto, dove al civico 50 si trova il Museo della Beat Generation, pensavo alla forza evocativa del mito delle “pietre rotolanti”. Le rolling stone – immagine fondativa della cultura della strada, dalla prosa di Jack London e Kerouac, ai brani di Dylan e Springsteen – sono pietre che non smettono mai di rotolare, per non dare tempo al muschio di attecchire. È l’idea del movimento, un nomadismo ancestrale, per dire che quando ti fermi sei spacciato. Il muschio è la metafora delle radici, visione onirica e affascinante. Ci pensi, e senti l’energia che si incanala come un nodo di vento verso l’avventura. La mente vola ai viaggi passati e a quelli ancora da fare. Provi a frenare, ma sai già come finirà: la partenza è la vera destinazione.

Così ti ritrovi sulla strada, con una tenda e un sacco a pelo, a inseguire una chimera chiamata Alaska. Lungo il viaggio, una storia di emozioni: Yosemite, Sequoia, Red Rock Canyon, Las Vegas, la Route 66, il Grand Canyon, la Monument Valley, la Riserva dei Navajo, Arches National Park, il Colorado River, Castle Valley, le ghost town di Cisco e Ballarat, le Rockies, il Mount Evans a 4.300 m, Yellowstone, i bisonti, la Riserva dei Piedi Neri, Banff e Jasper, la Cassiar, l’Alaska Highway e la Dalton Highway oltre il 70° parallelo. Alla fine raggiunsi anche il Denali National Park, forse il posto più bello che abbia mai visto. Nel dialogo ininterrotto tra natura e cultura ho ritrovato il significato del paesaggio come luogo delle appartenenze, spazio che conserva i segni delle comunità che lo hanno abitato. Ho conosciuto americani e nativi, dopo lunghe ore di silenzi e solitudini che in Alaska e nello Yukon si allungavano per giorni. Gli incontri erano le occasioni più avide di apprendimento. Lentamente, ho rimosso molti pregiudizi sull’America e sugli americani. Quanto meno sai di un luogo, più credi di conoscerlo. Che fatica superare le nostre presunzioni. Poi ti confronti con le differenze e capisci che i tuoi punti di vista non sono più veri di quelli degli altri. Ho avuto fortuna: sulla strada ho trovato tanta fratellanza da seminare chilometri di gratitudine lungo un continente.

L’America è grande. Ho scelto di fermarmi alla piccola parte che ho conosciuto. Ho portato a casa così tanta meraviglia da non saperla misurare. Una lunga notte di San Lorenzo, come fuochi d’artificio infiniti. Così ho vissuto quei mesi, inseguendo un sogno di libertà e anarchia che era solo nella mia testa. Se ho trovato quello che cercavo? Non l’altra faccia della luna. Ma la caccia al tesoro è stata la parte più emozionante. Quando mi chiedono se i viaggi mi hanno cambiato, rispondo che sono diventato i viaggi che ho fatto. Il mito delle pietre rotolanti e la paura di mettere radici. La ricerca della solitudine perfetta in eterna libertà. Esistono forme più alte di felicità? A volte sembra di sì. Ma poi arrivi in cima all’America, oltre il Circolo Polare Artico, e capisci che non puoi rinunciare all’unica persona che conta. Tra le poche che ancora sanno chi sei. Davanti al bivio – continuare quella vita in una tenda o rinunciarvi e tornare a casa – il brivido più grande è stato la consapevolezza della posta in gioco. Non avrei scommesso su me stesso, finché non divenni protagonista di un atto autentico di responsabilità: mettere la parola fine a un viaggio straordinario e irrinunciabile. Non perché lei mi chiedeva di tornare. Ma perché mi mancava. Sarebbero nati poco dopo i nostri figli. E questa è la parte più bella della storia.

L’autore
Alessandro de Bertolini, nato a Trento nel 1979, vive con Silvia Baldessarelli e i figli Lorenzo e Bianca a Ruffré, nei pressi del Passo Mendola. Laureato in Giurisprudenza nel 2003, è giornalista pubblicista e collabora con Il T Quotidiano, Trentino Industriale e varie riviste di cultura alpina. Dal 2007 lavora come ricercatore presso la Fondazione Museo storico del Trentino, dove è responsabile degli studi sulla storia del territorio. Si occupa in particolare dell’evoluzione del paesaggio alpino, della storia dell’industria idroelettrica, dei paesaggi agricoli e minerari, dei sistemi viari e delle opere di difesa del territorio. Su questi temi ha pubblicato libri, curato mostre, documentari e format televisivi. Viaggiatore instancabile, ha attraversato in bicicletta numerosi Paesi tra cui Islanda, Scozia, Irlanda, Normandia, Norvegia, Svezia, Finlandia, Grecia, Corsica, Slovenia, Alaska, Canada, Nuova Zelanda, Cile e Argentina. Ha pedalato lungo le Alpi e i Pirenei, ed è salito a piedi sul Kilimanjaro in Tanzania. Collabora con la Fondazione Franco Demarchi, dove tiene un corso di geografia culturale. Dal 2017 è autore del progetto “BikeTheHistory”, realizzato con Montura e Montura Editing, dedicato alla narrazione del viaggio attraverso libri, documentari, articoli e incontri pubblici. Da questo progetto sono nati il libro e il film It’s my home for three months, dedicati alla traversata del Nord America in solitaria dalla California all’Alaska, il racconto dell’attraversamento del Pamir nelle repubbliche ex sovietiche di Tagikistan e Kirghizistan, il documentario Il Brenta raccontato a mio figlio, selezionato al Trento Film Festival 2021, e Lo Stelvio raccontato ai miei figli. Tutte queste attività sono finalizzate anche alla raccolta fondi per progetti solidali, come il Ger Camp in Mongolia con Need You Onlus e la Rarahil Memorial School in Nepal con Fondazione Senza Frontiere Onlus.

Montura People
Montura People è la rubrica del brand per Outdoor Magazine. Uno spazio per le persone, la gente di Montura. Chiunque si senta in qualche e qualsiasi modo affine ai valori dell’azienda, parte della sua community. Qui vengono raccolte le loro storie affinché possano ispirarne altre.

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