In montagna con mio figlio

di Lucio Cereatti

Tutto iniziò in una “gostiona’” di Bohinj. Andrea mio figlio, il più grande dei tre, per ingannare la consueta lunga attesa del primo piatto, cominciò a giocare con Milan, un biondino forse di un anno maggiore di lui.

Venne naturale prima sorridersi e poi incominciare a conversare con i suoi genitori, un ingegnere di Zagabria lui, mentre la mamma invece insegnava.

Gli argomenti i soliti: il tempo (pioveva quasi sempre), i posti da vedere e poi la comune passione per la montagna furono le cose di cui parlammo. Prima di salutarci ci dissero che qualche giorno prima avevano fatto la “normale” al Tricorno, e che Milan, pur così piccino, era stato molto bravo, aveva camminato sempre ed anche se un po’ stanco non si era lamentato mai.

Come genitore ne restai colpito: se c’era andato Milan sulla cima del Tricorno, ci sarebbe potuto arrivare anche Andrea! Ed io con lui.

Ci rimuginai per qualche giorno, facendo i conti del dislivello, della distanza, delle ore necessarie, dei punti di appoggio, delle difficoltà; insomma calcolando tutto, l’impresa mi sembrò realizzabile, anzi virtualmente era già fatta.

Lucio Cereatti in Karakorum, 1975

Solo a questo punto uscii allo scoperto: lo dissi a Stefania, mia moglie nonché madre di Andrea.

“Ma se non ha nemmeno sei anni!” fu la sua immediata risposta. Come sono prevedibili le madri!

“Sì, ma Milan ne ha solo uno di più!”, ribattei sicuro. “E quanti metri dovrebbe fare?” s’informò diffidente.

“Beh… circa… millequattrocento” risposi barando, ma leggermente però: “Comunque Andrea quest’estate ha sempre camminato. È allenatissimo”.

Insomma, più lei si dimostrava dubbiosa più io m’infervoravo. “E poi se Andrea non ce la fa possiamo sempre tornare indietro”. Questa era la mia conclusione più convincente!

Non ne feci una sostenitrice, ma perlomeno non mi ostacolò. Cominciai a parlarne con Andrea.

“Ti piacerebbe andare tu e papà da soli in cima alla montagna più alta?”
“Quale?”
“Il Tricorno”
“Quella dove è stato pure Milan?”
“Sì”
“Allora ci vengo”.

A questa età pure i figli sono prevedibili. Lentamente cominciai a ritirare la rete che avevo lanciato.

“Ma la strada è lunga, ce la farai a camminare tutto il giorno?”
“Sì, sì!”
“E mi prometti che non ti vorrai far prendere in braccio?”
“Papà te lo prometto”.

Lucio durante un raduno della Scuola Paolo Consiglio al 
rifugio Sebastiani al Terminillo, metà degli anni 70. Da sinistra, Piero Bellotti, Lucio Cereatti, Stefania Boido, Gianni Battimelli, Franco Bellotti.

Ci pensai un attimo. Poi magnanimo accondiscesi.
“Va bene allora appena il tempo diventa bello partiamo”.

Partimmo alcuni giorni dopo. Sul lago di Bohinj c’erano le solite nebbie, ma il sole non si era ancora levato quando io estrassi dalla tendina Andrea ancora addormentato e lo posai delicatamente sul sedile posteriore della vettura. Ci aspettava un’ora circa di viaggio e lui intanto avrebbe continuato a dormire.

Arrivammo a Rudno Polije e parcheggiai la “R4” che Andrea dormiva ancora. Lo svegliai, gli infilai gli scarponcini, ci incamminammo mentre il sole filtrava appena tra gli abeti altissimi del bosco.

Gli odori della foresta, esaltati dalla rugiada di una notte serena, ci accompagnarono per tutto il primo tratto; mio figlio era allegro e sgambettava con energia, incuriosito dai rumori ed eccitato dalla prospettiva di incontrare qualche animale selvatico: scoiattoli, aquile o camosci che fossero. Eravamo tutti e due molto euforici e contenti. In quel momento pensai che per il successo dell’impresa sarebbe stato meglio invertire i ruoli: io mi sarei fatto guidare da lui; avremmo camminato con il suo passo, avrei chiesto il suo aiuto e forse ostentando la mia debolezza avrei stimolato la sua forza.

La finzione era così paradossale che poteva anche rivelarsi sostenibile.

Camminavamo ormai da alcune ore, ma il Tricorno ancora non si vedeva neppure; la mia paura era che fosse tanto, troppo lontano: ma allora non vederlo era tutto sommato un vantaggio.

Verso il Castore per la via normale dal rifugio Guide del Cervino: in primo piano Lucio, a seguire Roberto Cereatti e Renzo Bragantini, 22 luglio 2018.

Improvvisamente Andrea inciampò, cadde a terra e appoggiando la mano sul sentiero si ferì. Un grido lacerante seguito da un pianto disperato trafisse il silenzio della valle. II primo pensiero che ebbi, senza ancora aver visto la mano che Andrea teneva stretta al petto, fu “Caro Lucio questa te la sei cercata, adesso cosa dici a Stefania?”.

Poi riuscii a guardargli la mano: non c’era nulla di grave, gliela medicai con un cerotto e ripresi il cammino senza nemmeno chiedergli che cosa volesse fare. Meglio non rischiare.

Intanto il bosco era finito, c’erano solo i pini mughi, il pascolo magro e le rocce bianche ricoperte di rododendri. Il sentiero, a destra, aggirava il fianco della montagna, in basso a sinistra si vedeva un grande prato con dei puntini colorati. Erano le mucche al pascolo. Suoni di campanacci, richiami di pastori, rumori di opere salivano·dagli ·alpeggi, ma noi lasciavamo alle ·spalle questo mondo tranquillo e rilassante: andavamo in direzione opposta.

Un bel tratto di sentiero pianeggiante ci portò alla nostra prima tappa: il Vodnikov Dom. Il rifugio mi diede il pretesto per rigiocare il ruolo che mi ero assegnato. Chiesi ad Andrea di potermi riposare e di fare un po’ di colazione. Mangiò anche lui. Ormai aveva dimenticato la sua mano sbucciata. Lo vedevo ancora fresco, però dovevamo affrontare altri mille metri di dislivello.

Poco dopo il rifugio il sentiero diventava esposto: fittoni e mancorrenti sulla parete ne rendevano più sicuro il passaggio, ma Andrea ebbe qualche incertezza; avanzava indeciso guardando preoccupato verso il basso. Io lo seguivo con una mano dietro le spalle pronto ad intervenire ma intanto pensavo: “Qui che è abbastanza semplice sta già in crisi, se più vanti diventa più difficile e mi si blocca, anche tornare indietro sarà un bel problema. Che faccio? Continuo ancora o torno indietro subito?”

Ignaro delle mie preoccupazioni Andrea, sia pur lentamente, proseguiva, e prima che prendessi una decisione in un senso o nell’altro, il sentiero ritornò facile e piacevole. Poco piacevoli però restavano i pensieri che silenziosamente strisciavano nella mia mente: se questo passaggio era stato in fondo facilmente superato, i prossimi li avremmo vinti oppure no? Restava poi l’incertezza dell’ultimo tratto, quello attrezzato. Sarebbe bastato legare Andrea con un cordino per incoraggiarlo a proseguire? E se questo non fosse bastato, sarebbe stato giusto forzarlo?

Lucio (a sinistra) con Franco Bellotti durante la maratona di Roma, 21 marzo 1999.

Ma tutto questo aveva poi qualche senso? Ora che la vedevo da vicino la montagna mi pareva meno pacifica ed accogliente.

Andrea comunque tranquillamente camminava.

Raggiungemmo prima una sella con un’erbetta corta e rada che si preannunciava come l’ultima che avremmo incontrata, poi vari bivî ci crearono qualche problema di scelta che io amplificai ad arte, per fargli poi scegliere con più soddisfazione la soluzione giusta. Infine attaccammo la ripida costa che ci avrebbe condotto all’ultimo rifugio: il Dom Planika.

Cominciava a fare veramente caldo, il sentiero inanellava tornanti dopo tornanti, il calcare bianco delle Giulie, rimasto ormai l’unico scenario, ci abbacinava; però il Tricorno, ancora nascosto dal ripido pendio, si capiva che era ormai vicino.

Quando raggiungemmo il rifugio era ancora abbastanza presto. Oramai il “Triglav” era tutto dispiegato davanti a noi: l’avvicinamento era terminato, le pareti che dovevamo scalare ormai ci presentavano il conto.

Ancora una volta presi tempo e rimandai la decisione. Era passato da poco mezzogiorno, allora avremmo fatto uno spuntino. Mangiammo in silenzio: poca fame e molta sete; Andrea era un po’ stanco, io abbastanza preoccupato. Tutto a sinistra la cresta sud si stagliava contro un pendio nevoso. Vedevo 1a traccia sulla neve, vedevo dei puntini neri che salivano (o scendevano?) lenti ed incerti. La neve non mi è0mai • piaciuta, e poi l’assicurazione sarebbe stata meno efficace. Optai dopo una fittizia discussione con la mia “guida” per la cresta est, la via ferrata: intimamente poco convinto traversai l’acrocoro tormentato che ci separava dal primo salto di roccia.

Il bosco fresco e riposante delle prime ore della mattina era un lontano ricordo; lontani erano pure l’entusiasmo e la decisione della partenza. I pensieri cupi non mi abbandonavano e forse Andrea li presagiva dal mio mutismo. Quando fummo alla prima scaletta lo imbracai con una fettuccia e lo assicurai a me con un cordino.

Andrea si attaccò con le mani alla corda di ferro; mise un piede sulla roccia liscia, poi lo tolse; cambiò l’impugnatura sulla corda, puntò l’altro piede, tentò d’innalzarsi ma lo scarpone scivolò e lui lasciò di nuovo l’impugnatura della corda. Il primo passo non era riuscito!

Tutto questo non durò più di trenta secondi, ma io moltiplicai i trenta secondi per tutti i passi che avremmo fatto sulla ferrata ed il conto mi spaventò. A quel punto decisi che saremmo tornati indietro.

“Andrea torniamo a casa”.

Lui mi guardò incerto; forse pensava che scherzassi, o forse pensava di dovermi incoraggiare come già aveva fatto in precedenza. Ma quando capì che l’avventura stava finendo sul serio mi guardò incredulo e con aria delusa mi disse:
“Ma papà, proprio adesso che siamo quasi arrivati!”

Allora, in quel momento, compresi. Compresi che io non ero lì in quel momento. Pensavo di stare in mezzo alle montagne; ma in realtà mi muovevo in uno spazio egocentrico in cui si scontravano la mia ambizione di padre ed i miei sensi di colpa, la mia passione per l’alpinismo ed il giudizio negativo dei “benpensanti” che, a cominciare dai miei genitori, avevano sempre giudicato una pazzia quest’attività. Uno spazio invaso dal ricordo del passato, dalla paura del futuro, ma impenetrabile ai messaggi del presente.

Da sinistra, Lucio, Claudia Franceschini, Anne Robin, Renzo Bragantini: all’uscita di Canne d’Organo, Monte Argentario, 14 dicembre 2019.

Compresi anche che il gioco del padre che fa il figlio era bruscamente terminato. Quella che era cominciata come una finzione era diventata realtà. Andrea, con la semplicità dell’infanzia, mi richiamava a vivere “qui e adesso”, ad apprezzare “questa” gita e a non inseguire i miei fantasmi.

Riprendemmo a salire; per nulla mortificato dalla mia precipitosa bocciatura, Andrea superò con crescente disinvoltura scalette, corde fisse e lunghi esposti tratti di cresta.

In meno di un’ora raggiungemmo la vetta superando lunghe carovane di alpinisti senza pretese che salutavano con stupore e compiacimento quella singolare cordata.

Ma ormai qualunque orgoglio era fuori posto: anche la soddisfazione di “conquistare la vetta” cedeva il posto alla più modesta ma solida gioia di aver raggiunto l’obiettivo prefissato.

La discesa fu come uscire dalla chiesa dopo il proprio matrimonio. Tutto si congratulava con noi: il sole che oramai ci riscaldava senza scottare, la roccia che regalava sostegni sicuri ai piedi ed’ alle mani, il sentiero che divallava rapidamente. Anche gli animali fecero la loro comparsa: prima uno stambecco isolato fece acrobazie in parete a pochi metri dalle nostre teste, e poi  un branco di camosci si infilò in una grotta dove probabilmente avrebbe passato la notte. Ormai senza preoccupazioni riuscii ad ascoltare mio figlio. E lui si liberò di tutte le domande che fin dalla mattina si erano accumulate senza trovare la maniera per uscire.

“Dove vanno a dormire gli animali?”
“Mamma in montagna è brava come me?”
“Tu li trovavi i fossili quand’eri piccolo?”
“Lo sai che la mano non mi fa più male e i piedi invece sì?”

Scendemmo giù verso il bosco che stava diventando sempre più buio, mano nella mano chiacchierando come vecchi amici.

“Andrea sei stanco?”, gli chiesi dopo un po’, sentendo che la sua mano restava sempre più indietro. Non mi rispose, ma quando lo presi a cavalcioni sulla schiena, rinnegando il padre esigente della vigilia, non mi oppose nessuna resistenza. Anzi sentii che il suo corpo si accoccolava sul mio, ed io istintivamente mi piegai in avanti per non farlo scivolare. Sentivo i suoi gomiti sulle mie spalle e le sue braccia che mi cingevano senza violenza i1 collo; dopo un attimo anche la sua testa reclinò e prese a sobbalzare dolcemente: Andrea si era addormentato. Il calore del suo corpo trapassò  la mia schiena e dilagò dentro di me facendomi rivivere sensazioni che avevo provato quando lui era molto più piccolo.

In un sussulto iconografico tardo manieristico, mi vidi come se fossi S. Cristoforo che traghettava Gesù bambino.

Lucio sulla funivia di ritorno dopo la salita alla Punta Gnifetti, 14 luglio 2016.

Era ormai buio quando arrivammo alla macchina, lo sdraiai addormentato sul sedile posteriore e tornammo al campeggio dove ognuno riprese i suoi panni: io quelli di padre e lui di figlio. Però ebbi l’impressione che la salita al Tricorno sarebbe stata indimenticabile.

Circa dieci anni dopo, qualche giorno prima che io partecipassi ad un week-end di psicodramma moreniano, Andrea fece un sogno, anzi ebbe un vero e proprio incubo. Me lo raccontò, ne parlammo cercando di trovare un’interpretazione, ma non approdammo a nulla di soddisfacente. Salutandomi mi disse: “Parlane con François e poi fammi sapere cosa ti dice”.

Così feci e François, il conduttore del corso, psicanalista eterodosso, non mi rifiutò la risposta. Dapprima accennò alla sessualità adolescenziale di Andrea, poi virando di 180 gradi mi chiese: “Ma tu come lo ami?”. Un po’ perplesso gli fornii qualche vago esempio di come un padre può far capire ad un figlio che gli vuole bene.

“Ma lo abbracci? lo baci?” insistette leggermente spazientito (o forse era solamente più incalzante) François. Per farla breve finimmo a discutere della mia sessualità.

Non ne fui sorpreso ma un po’ mi scosse. In fondo il sogno era di Andrea; per quale cavolo di motivo ’sto psicanalista mi metteva in mezzo!?

Fatto sta che quella notte stessa, rielaborando un episodio accaduto nella seduta serale, sognai un François benevolo che, restituendomi un compito scritto mi diceva: “Bravo!’ Ti sei meritato una buona votazione”. Tutto orgoglioso presi il foglio tra le mani per leggere il voto, ma guardando la calligrafia mi accorsi che non era la mia; era quella di Andrea.

L’indomani appena vidi François gli raccontai questa nuova intrigante puntata. Questa volta fu più canonico: mi fissò abbastanza a lungo negli occhi senza parlare, poi quando ritenne che fossi sufficientemente confuso mi disse: “Tu che cosa ne pensi?”

“Io… credo… che… Andrea mi abbia dato una spinta… positiva… per discutere con te di… certi… problemi”.

“Et oui, c’est le mythe d’Enea”, mi disse senza aggiungere altro. Ma non ce ne fu bisogno.

Immediatamente ricordai l’ascensione al Tricorno di dieci anni prima, quando un’altra volta Andrea aveva preso sulle sue spalle il vecchio padre, e l’aveva sollevato con tutte la sue ambizioni, con i suoi sensi di colpa, e l’aveva portato su per la ferrata lungo la cresta fino in vetta perché capisse a cosa poteva servire scalare una montagna in compagnia di un figlio.

Allora credetti di capirlo, ma non fu una conquista duratura. Infatti subito dopo, lasciata la vetta alle spalle, confusi il malfermo Anchise con l’aitante S Cristoforo.

Lucio (a sinistra) e Renzo Bragantini in vetta all’Aguglia di Goloritzé, 25 marzo 2008, dopo la salita di Easy Gymnopédie. Foto: Gianni Battimelli.

Lucio Cereatti
di Renzo Bragantini

Lucio Cereatti si è spento a Roma il 18 aprile del 2024. Nella stessa città era nato il 19 marzo 1946 da genitori friulani, Giovanni Cereatti, trasferitosi giovane lì, Cavaliere della Repubblica per il suo servizio come operaio capo tecnico responsabile del restauro delle statue del centro di Roma, ed Elena Bellina, meglio nota come Nelly per i suoi natali canadesi: da lei Lucio aveva preso i suoi penetranti occhi blu. Dopo aver frequentato il corso di roccia della SUCAI Roma, dove mi era capitato di essere suo istruttore, mi pare nel 1967, era diventato a sua volta istruttore, e lo sarebbe restato fino al 1988, dopo che la scuola si era nel frattempo intitolata “Paolo Consiglio”. Già all’epoca del corso era in compagnia di Stefania Boido, di origini piemontesi, ma anch’ella nata a Roma. La sposò il 12 maggio del 1975: dalla loro saldissima unione sono nati Andrea, Federica, Fabrizio, tutti, come i genitori, appassionati per la vita avventurosa all’aria aperta. Andrea è un forte arrampicatore con cui mi è capitato di fare qualche via assieme, presente naturalmente anche Lucio; anche Fabrizio arrampica benissimo, pur se negli ultimi tempi ha dovuto rallentare l’attività per guai ai tendini delle mani.

Subito dopo il matrimonio Lucio partì per una spedizione nel Karakorum, e si ricongiunse con Stefania in Pakistan al ritorno da quell’esperienza. Un’altra spedizione la effettuò alla Cordillera Blanca nel 1986.

Lucio è stato insegnate di eEducazione fisica, psicologo dello sport alla Scuola del CONI, docente di Psicologia dell’età evolutiva della Facoltà di Scienze Mmotorie di Gemona.

Lucio con il figlio Andrea a Nebida alla fine della via Italia Liberata, maggio 2015.

Questi sono i nudi dati. Ma per me Lucio è stato un amico per molte ragioni unico, e si affianca, nella memoria, ai miei compagni di cordata più assidui, mio fratello Salvatore, Paolo Cutolo, Antonio Bernard. Negli ultimi vent’anni è la persona colla quale ho arrampicato di più, in Dolomiti, nelle Giulie e nelle Carniche, ma anche in salite su qualche facile ma remunerativo 4000 (Punta Gnifetti al Rosa, Castore, Breithorn occidentale), oltre alle settimanali uscite in falesia. Le sue qualità fondamentali erano la calma assoluta in qualsiasi situazione, l’attenzione continua ai compagni di cordata, la prudenza costante; quando, nelle tante vie che abbiamo fatto assieme sempre a comando alternato, salivo da primo, sapevo di essere in mani sicure. Abbiamo avuto naturalmente le nostre discussioni, ma senza mai alcuna incrinatura, perché Lucio sapeva, come anch’io so, che un amico non deve mai derogare dal suo primo compito, consistente nel dire all’altro quando è in errore. Come tutte le persone veramente colte, non ha mai esibito la sua cultura; a lui devo la conoscenza di uno dei capolavori assoluti della letteratura del ’900, Grande Sertão, di João Guimarães Rosa.

L’anno scorso avevamo programmato con mio fratello Salvatore, Gianni Battimelli, Paolo Cutolo, Bombepo Martellotti, e altri, di incontrarci a casa di Lucio e Stefania a Chiusaforte. Ci si doveva trovare là il primo di agosto. Con la mia compagna Anne, colla quale avevo arrampicato quasi ogni giorno nell’Ailefroide, la partenza era prevista il 31 luglio presto. Il 30 sera, mentre con Anne prendevo una pizza, arrivò una chiamata di Lucio, che con voce calma ma grave mi disse che aveva appena saputo di essere gravemente malato. Restai senza fiato. L’incontro collettivo in quel luogo da me molto amato si dissolse in una frazione di secondo.

Nella malattia Lucio è stato, come era facile immaginarsi, forte, e solo una volta mi è capitato di vederlo vicino alla vera commozione per quello che sapeva essere l’inevitabile decorso del suo male. A me rimane il ricordo di essere stato, insieme alla comune amica Claudia Franceschini, la persona colla quale ha compiuto la sua ultima uscita in falesia, quando la malattia era già in stato avanzato. Quel giorno Claudia e io abbiamo visto sul suo volto emozione e, forse, una scintilla di speranza.

Il giorno del suo funerale, il 20 aprile di quest’anno 2024, la chiesa della parrocchia San Leonardo Murialdo del quartiere Ostiense, nel quale Lucio abitava, era colma di persone.

Lucio su Italia Liberata (Nebida) in cordata con Renzo Bragantini, maggio 2015.

Caro papà
di Andrea Cereatti

Caro papà, questa lettera avrei voluto fartela leggere fra una 15 di anni, magari dopo aver scalato qualche altra cima insieme, magari con Iacopo campione regionale di canottaggio e con Blanche deliziosamente e tragicamente in piena adolescenza.

Non è andata così e bisogna purtroppo accettarlo facendo buon viso a cattivo gioco, pensando che in fondo poteva andare molto peggio e che la vita fino a qui è stata bella anche se la fine fa sempre male.

Quindi ricominciamo, questo è quello che ti vorrei dire e che forse ripeterò per ricordarti.

Caro papà, mi sento molto fortunato ad averti avuto come padre e già so che mi mancherà poterti raccontare della mia vita, dei miei successi e delle mie debolezze. Mi mancherà conoscere il tuo parere e il tuo punto di vista sulle cose, mi mancheranno le nostre discussioni anche quando finivano su posizioni diverse.

Caro papà, ti volevo ringraziare perchè alcuni dei più bei ricordi della mia vita sono e saranno sempre associati a te.

Tu la storia la conosci bene ma è anche vero che il potere delle storie e anche quello di poter essere ripetute perché spesso è nella ripetizione che la storia acquista significato.

La storia che mi porterò sempre dentro di me è la storia di un bambino di 5 anni e mezzo che ha scalato il Tricorno, il Triglav, con il suo papà che a quella età coincide spesso con il proprio eroe.

Ricordo ancora, o penso di ricordare, quando la mattina presto con il campeggio ancora immerso nel buio, mi sei venuto a svegliare nella tenda. Ricordo il freddo del mattino e il vestirsi veloce mentre tutti dormivano per salire in macchina per poi riaddormentarsi sul sedile posteriore mentre tu continuavi a guidare.

Ricordo l’odore fresco e profumato dei pini mentre ti seguivo con passi rapidi all’inizio del sentiero erboso e ancora dolce. Poi piano piano, l’ambiente cambia e il prato e il verde lasciano spazio alle roccie e alle pietraie che rendono tutto vicino alla vista grigio e bianco.

A questo punto ricordo, e forse stavamo camminando già da qualche ora, che il terreno diventa più difficile e verticale, con qualche passaggio di arrampicata, e qui forse per distrazione, forse un po’ per stanchezza o semplicemente per caso, un piede inciampa e rischio di cadere.

In realtà, questo forse è un ricordo rielaborato perchè quell’inciampo per me bambino non rappresentava nulla e non costituiva alcun pericolo. Ma quello che ricordo invece chiaramente è tu che ti fermi e mi dici con un tono un po’ serio e un po’ rassicurante se per caso non voglia tornare indietro, in fondo siamo arrivati già in alto e camminiamo da tanto tempo.

In quel momento, ti guardo un po’ incredulo come se mi stessi proponendo la cosa più assurda del mondo, dopo tutte queste ore di salita, ora che la montagna cominciava a farsi toccare, tu mi dicevi di tornare indietro, ma che senso aveva.

Ti rispondo: “Ma come tornare indietro, proprio ora che siamo quasi arrivati?”.

Allora tu tu fermi, rifletti un attimo e poi mi leghi una corda intorno al corpo per farmi una piccola imbracatura e ripartiamo.

Poi ricordo la cima, il rifugio un po’ fra la nebbia, dei tedeschi che si complimentano che un bambino così piccolo fosse arrivato in cima ad una montagna di 2800 metri, e una bella sensazione di vittoria e di emozione per la piccola impresa compiuta.

La discesa invece non la ricordo. Ricordo solo la fine, quando sulla strada sterrata prima di arrivare alla macchina, dopo circa dodici ore dalla partenza dalla tenda, ti chiedo: “papa ma siamo arrivati?” Tu mi rispondi sì e allora ti chiedo: “Ma allora se è finita mi prendi sulle spalle?”, e così è andata fino alla macchina dove forse mi sono addormentato.

Il ricordo di questa avventura insieme è fra i più belli che ho, e forse qui è nato l’amore per la montagna che ancora mi accompagna e spero di trasmettere ai miei figli.

Finisco, ricordando che molti anni dopo, quando oramai io ero un uomo, ci siamo uniti ancora una volta in cordata per scalare il Gran Paradiso, il mio primo Quattromila. Era l’inizio della stagione e io non ero molto allenato e faticai parecchio. Una volta arrivati in cima, una guida, che avevamo conosciuto la sera prima, mi guarda, mi sorride e mi dice prendendomi in giro: “Oh, il vecchio va meglio di te!”

Io gli sorrisi con il cuore pieno di orgoglio.

Grazie per tutto papà, un abbraccio forte e per sempre
Andrea

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2 Comments

  1. says: Elena

    Alla fine dell’articolo, sono scoppiata in un pianto.
    Ho sgorgato lacrime nel leggere le bellissime parole di un padre e di un figlio: mi hanno fatto ricordare gli stessi trucchetti e le stesse “incoscienze” che usava il mio babbo per portarmi a sciare con lui. I suoi “mi raccomando non dirlo a mamma che abbiamo fatto la …. (nera cattivissima)con il ghiaccio verde, che siamo scesi da…in fuori pista”..il tutto con me che avevo imparato pochi mesi prima a sciare.
    Lui che si alzava prima per preparami la colazione e farmi dormire qualche minuto in più, che quando faceva freddo freddo usciva in cortile a scaldare l’auto per farmela trovare calda e concedermi di dormire fino agli impianti mentre lui ascoltava radio 3 o qualche cassetta.
    Il mio adorato babbo che rischiò la pelle e una commozione cerebrale per salvarmi da un incosciente in pista che stava per centrarmi in pieno, avvolgendomi dentro di lui e rimettendoci una spalla che gli farà male fino alla fine dei suoi giorni.

    Ricordo l’ultima sciata fatta insieme nel 2019, dove lui, sciatore provetto su tutti i fronti, fece una serie di firme su quella neve primaverile che non dimenticherò mai: nemmeno io riuscii a stargli indietro, sia nella grazia dei movimenti che nei gesti, e ne fui immensamente felice e orgogliosa.

    Tutti questi ricordi li ho messi insieme e detti nei suoi ultimi giorni nel maggio 2021.

    Andrea, non ti conosco, ma ho perso anch’io il mio babbo: quando si hanno ricordi così belli e profondi , concediamoci di ricordarci che bambini come noi, hanno avuto e avranno per tutta la vita una fortuna immensa: quella di aver condiviso le passioni e i momenti più intimi di libertà con i nostri genitori e di portarle avanti con noi, che è un po’ come continuare a farli vivere in un altro modo, sempre vicino a noi.

    Elena

  2. says: Lidia Morani

    Che persona speciale e bellissima è stato Lucio, mi spiace di non averlo conosciuto. Stefania, i figli e tutti quelli che l’hanno amato terranno vivo nel cuore il suo ricordo ed i suoi insegnamenti.

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