La Bibi e il Gatto

di Walter Polidori, Anna Maria Maganzi e Maurizio Marsigli
(pubblicato su Lo zaino n. 20)
Foto di Anna Maria Maganzi e Maurizio Marsigli

I social media vanno presi con le pinze, lo sappiamo tutti.
Però, se utilizzati nella maniera giusta, possono regalare la conoscenza di nuove persone. Sono ormai tante le volte in cui mi è capitato che un contatto, una “amicizia” di Facebook, si sia trasformata in una persona in carne ed ossa, incontrata per caso in montagna o in uno dei tanti locali che sono soliti frequentare i climber. È emozionante, devo ammetterlo. Inoltre, le informazioni che si possono dare e ricevere sono utilissime, spesso di prima mano.

Questo che racconto è il caso di una persona mai incontrata, ma che ho cominciato a conoscere grazie ad un social media. Anna Maria è passata da commentare con passione qualche foto da me pubblicata, a scrivermi frammenti della sua bellissima storia, presa dalla voglia di condividere tempi passati che meritano di essere conosciuti, facendo nascere in me una forte curiosità di conoscere meglio la storia della “Bibi”, questo il suo soprannome, e quella di Maurizio Marsigli, il “Gatto”, suo compagno di vita e di scalate per un lungo periodo, che poi ho contattato direttamente. Riguardo l’origine dei due soprannomi, per quanto riguarda Anna Maria, una zia della mamma, che abitava in Romagna, alla sua nascita venne a trovare la neonata; in dialetto romagnolo bibina significa bambina, e lei la chiamò subito Bibi, ossia bambina. Il soprannome Gatto invece ha una origine più contorta: quando era un ragazzino, i compagni di scuola cominciarono a storpiare il nome Maurizio in Miccio, poi Micio e da lì Gatto. Maurizio Marsigli è sicuramente un personaggio che porta un messaggio di incoraggiamento per chi ha dei problemi fisici, perché fa parte di quella schiera di persone che, nonostante i propri handicap, riesce a raggiungere obiettivi ambiziosi, anche molto al di sopra della media.

Maurizio Marsigli in cima al Pisciadù.

Non conosco direttamente queste due persone, ma quando ho sentito la loro storia, semplice ma carica di umanità, ho pensato subito che meritassero di essere conosciute. Bibi, e poi il Gatto, si sono dimostrati entusiasti della mia proposta. Di seguito le informazioni e i racconti che mi hanno passato, e due brevi interviste che ho fatto loro.

Anna Maria Maganzi
(informazioni da Anna Maria Maganzi)
Anna Maria, la Bibi come la chiamano gli amici e le persone nell’ambiente alpinistico, è nata a Bologna il 5 agosto 1950. Il padre era avvocato e la madre, diplomata all’Accademia di Belle Arti di Bologna, aveva studiato architettura a Firenze. Si è diplomata al corso di pittura dell’Accademia di Belle Arti di Bologna. Nel 1973-74 ha conosciuto a Bologna ii restauratore di dipinti Carlo Bellei, di origine modenese, che in seguito sarebbe diventato suo marito e col quale avrebbe avuto due figlie. Dal 1976 fa la restauratrice di beni culturali a Bologna, specializzata nei materiali cartacei. L’attività in montagna ha visto Anna Maria cimentarsi in itinerari vari (sia nell’attività personale che nella funzione di Istruttore) in Dolomiti, al Corno alle Scale su vie di ghiaccio, oltre che su vie in altre zone, come la Cassin e la Bianchi alla Corna di Medale. La sua attività è sempre stata molto legata alla cordata collaudata con Maurizio Marsigli, sin dagli inizi, quando questi non aveva ancora grande esperienza in montagna e il suo handicap ad una gamba dovuto alla poliomielite lo escludeva dall’ambiente alpinistico del momento.

Bibi mentre arrampica alla Pietra di Bismantova.
Maurizio impegnato a superare la Variante del Tetto della Sfinge alla via Donato Zeni alla Pietra di Bismantova.

La Bibi invece aveva creduto in lui, e la sua storia è particolare proprio per questa disponibilità nell’affidarsi ad una persona che inizialmente era stata un po’ esclusa, prendendosi anche l’onere di portare lo zaino per permettere all’amico di poter salire con meno problemi, e da primo.

In particolare, con Maurizio Marsigli ha effettuato molte salite al Passo Sella; sul Piz Ciavazes e sulle Torri del Sella ha ripetuto gran parte delle vie presenti, anche in inverno con bivacco notturno in vetta. Sulla Punta della Disperazione, nelle Pale di San Martino, ha salito la Timillero-Thomas. Varie salite da segnalare anche nel gruppo del Monte Bianco, tra le quali l’Arête des Papillons all’Aiguille du Peigne.

Maurizio impegnato in artificiale durante la ripetizione dello Spigolo delle Aquile (Gole di Frasassi).

Tra le vie aperte con Gatto, ci sono lo Spigolo delle Aquile allo Spallone del Vento, alle Gole di Frasassi, con difficoltà di VII e A4 (Massimo Mosca, Maurizio Marsigli, Luigi Donzelli, Mario Cotichelli, Claudio Sbaffi, G. Zingaretti e Anna Maria Maganzi, terminata il 30 gennaio 1982), che conta ancora oggi pochissime ripetizioni, e vie sui Sassi di Rocca Malatina, prima che l’arrampicata fosse interdetta a causa della presenza del falco pellegrino.

La Bibi
di Anna Maria Maganzi
Ero stata una ragazzina sempre malata, afflitta da inspiegabili febbricole. Quando prendevo il treno per Firenze, per lo sforzo del viaggio non mi reggevo in piedi, tanto da dover prendere un farmaco per sostenere quei viaggi quotidiani. Ogni mal di gola diventava una tonsillite con ascesso e febbre a quaranta gradi, da curare con un pesante antibiotico. Causa la lunga e incurabile malattia di mio padre, la mia famiglia cadde in dissesto economico, cosi ci traferimmo a Miravalle, nelle campagne tra Bologna e Ferrara. Prigioniera di quel luogo fatto solo di barbabietole, di nebbia e solitudine, come ventenne mi sembrava di impazzire. Mi ero da poco diplomata all’accademia, pure i miei corsi di restauro a Firenze erano terminati ed io vivevo i miei giorni senza speranza. Mi distraeva la ricerca del radicchio selvatico nei campi, per la cena, perché di soldi ne avevamo ormai pochi. Lo andavo a cercare con Pit, lo splendido mastino napoletano blu che avevamo portato con noi da Bologna.

Ricordo il grigiore di un pomeriggio di autunno a Miravalle, solitario borgo di quattro case, con un bar con cabina telefonica, unico contatto col mondo. A casa, sfogliando una rivista, mi imbattei in un articolo sul lavoro dei restauratori di libri e manoscritti della Biblioteca Vaticana. Quella lettura mi fece sognare, era la vita che avrei voluto fare! Non potevo immaginare che di lì a poco la mia vita sarebbe cambiata, che avrei vinto una borsa di studio che mi avrebbe riportata a Firenze, nei laboratori di restauro della Biblioteca Nazionale.

Infine, nel luglio 1973 mio padre mori; al suo funerale indossavo un vestitino logoro ma di boutique, che mi aveva regalato lui in tempi migliori. Ai piedi avevo solo ciabatte, non scarpe.

A farmi fuggire da quella situazione ci pensò l’amico Nino, giovane assistente universitario che saputo dove eravamo, venne a prendermi per portarmi via da quel contesto e darmi la possibilità di trovarmi un lavoro qualunque a Bologna.

Nino, con altri amici, aveva fondato una “comune”, una scelta di vita ideologica, allora in voga tra i giovani comunisti. Mettevano in comune i loro redditi, per poi ripartire le spese tra tutti i membri. Io fui ospite della comune per qualche tempo, trovandomi lavori da babysitter e da commessa a ore in un negozio di abbigliamento del centro. Per risparmiare non prendevo l’autobus, mi spostavo a piedi. Morto mio padre, la mia famiglia lasciò Miravalle per ritornare a Bologna, alloggiando dall’amica Silvia, che affittava le stanze a casa sua, in attesa di trovare un introvabile appartamento in affitto.

Maurizio impegnato in artificiale durante una ripetizione dello Spigolo delie Aquile.
Bibi in arrampicata alla Pietra di Bismantova.

Nel 1974 avevamo finalmente trovato casa a Bologna, ma era umida e insana; infatti, io mi ero ammalata di tonsillite nel solito modo. Mi ero iscritta al corso di speleologia del Gruppo GSB CAI di Bologna, il corso iniziava quella domenica e io non ero ancora guarita. Mi alzai dal letto e partii ugualmente per la gita in una grotta toscana. In grotta, a temperatura costante di 9 gradi, respirare l’aerosol di quelle acque mineralizzate mi fece benissimo, tornai ristabilita. Il mio sistema immunitario aveva finalmente reagito, la pratica della speleologia per quattro anni mi irrobustì tantissimo, tanto che abbandonai i farmaci. Nel 1978 iniziai a fare alpinismo con Maurizio e finalmente l’alta quota realizzò l’effetto anabolizzante di cui avevo tanto bisogno. Per decenni ho goduto di ottima salute, mai un’influenza, raramente un raffreddore.

Lasciata la “comune”, avevo iniziato a lavorare come apprendista da Carlo Bellei. Lui era un uomo e io una ragazzina di 23 anni, ma con lui ci fu subito una certa complicità, senza saperlo ero già innamorata di lui.

Il valore della mia esperienza in montagna è di tipo umano, per il rapporto particolare con Maurizio e col suo handicap. Alpinisticamente io non sono nessuno, sono solo stata una ragazza che si è accontentata di quello che è riuscita a fare e che si è divertita, amando tantissimo la Montagna. Per l’alpinismo ho comunque conseguito con soddisfazione la qualifica di istruttore provinciale Uisp.

Conclusi la carriera alpinistica nel 1990, dopo sei anni di assenza dalla montagna e due gravidanze, con la salita alla vetta del Bianco, attraverso una delle vie dei pionieri (traversata dei Trois Monts, Tacul, Maudit, Monte Bianco).

Mi convinse Giancarlo Zuffa, inducendomi a partire nonostante non fossi allenata. All’arrivo salimmo direttamente all’Aiguille du Midi, all’una di notte attraversammo il ghiacciaio e finalmente attaccammo la prima parete ghiacciata. Io stavo malissimo per il mal di montagna. I due compagni mi dicevano “se vuoi rinunciare dillo adesso”, ma conoscendo gli alpinisti, sapevo che, se avessi rinunciato, me l’avrebbero fatta pesare!

Arrivammo in vetta come ultima cordata, un banco di nuvole in cima impedì di ammirare il panorama, in compenso fummo invitati nella tenda di due spagnoli a prendere un tè. Al ritorno incontrammo una bufera, ma l’amico Giancarlo seppe guidarci in salvo al rifugio.

C’è una donna sulla Corradini
di Anna Maria Maganzi

Era un pomeriggio d’estate di circa quaranta anni fa. Maurizio ed io avevamo deciso di andare a fare la Pincelli-Corradini alla Pietra di Bismantova, via che conoscevo, avendola già fatta. Maurizio mi disse di partire se volevo fare il primo tiro da capocordata. Avevo attaccato la via con sicurezza, continuando poi sul secondo tiro; ad un certo punto era arrivato lui, Emilio Levati, detto “il re della Pietra di Bismantova” per la sua bravura. Questo ragazzo, di quasi vent’anni, era bellissimo, con lineamenti molto regolari, occhi grigi di ghiaccio alla Diabolik e capelli brizzolati che gli conferivano un fascino tutto particolare. Aveva una camicia a quadri, sbottonata sul petto, e le scarpe Clarks ai piedi. Arrivava seguito da un codazzo di ragazzine fans che gli cinguettavano dietro. Lui, con un grosso panino imbottito in mano come merenda, non si curava troppo di loro, e si era incuriosito perché la gente sul piazzale davanti all’eremo indicava la Bibi che saliva da prima, sulla Pincelli-Corradini. È una via di V/V+ aperta nel 1940 da Olinto Nino Pincelli e Armando Corradini, che salirono questo elegante e lineare diedro sopra all’eremo toccando le massime difficoltà arrampicatorie dell’epoca ed utilizzando solamente 5 chiodi. Il passo chiave venne superato dai due per mezzo della “piramide umana”. Chi “tirava” questa via veniva annoverato tra i bravi. La roccia di Bismantova è caratterizzata da appigli piccoli, arrotondati e scivolosi. Emilio, che piaceva anche a me, allora trentenne fidanzata con Maurizio, slegato e con le scarpe Clarks da passeggio aveva iniziato a salire, fino a venirmi vicino. Io me ne ero accorta; ero proprio sotto il passaggio chiave e per l’emozione mi dimenticai di passare la corda nel moschettone di rinvio. Emilio se ne accorse ma scelse di non avvertirmi, per non spaventarmi. Fatto il passo senza essermi assicurata, uscii in vetta. Una donna aveva tirato la Pincelli-Corradini, si trattava di un primato. Al rifugio avevo annotato l’impresa sul diario delle vie, ma non so perché firmando con lo pseudonimo di Alice, come se non fosse stata Bibi a tirare quella via.

(Si tratta di una via ora gradata fino al VI+, ma Anna Maria, legata alle valutazioni di allora, racconta che di VI o VI+ non c’è ombra, così la classifica come una via di III, IV con un passo in uscita di V+, meravigliandosi delle attuali valutazioni, NdA).

Arête des Papillons sull’Aiguille du Peigne, Monte Bianco, versante francese
di Anna Maria Maganzi
Ad un certo punto della scalata, fummo costretti a fermarci per il voletto di un tedesco di una cordata ben più avanti di noi. Niente di grave, ma la sosta fu molto lunga, come in certe file in autostrada. Riprendemmo a salire ma il tempo perso in sosta era stato davvero tanto, cosi arrivammo all’ultima sosta, prima del tiro finale, al calar del sole. Eravamo soli, l’ultima cordata era la nostra. Era giunto il momento di affrontare il passaggio chiave. Per superarlo occorreva afferrare di slancio, con una specie di salto, un appiglio fondamentale per guadagnare l’uscita in vetta. Una cordata di ragazze francesi, sopra di noi, dalla vetta ci chiese “Voulez-vous de l’aide?”, mostrando una corda. Il sole era sempre più basso e io di impulso feci cenno alle francesi di calare la corda. Maurizio, da duro e puro qual è, disdegnò la corda, affrontando il passaggio con le proprie forze. Altrettanto feci io e fu cosi che uscimmo in vetta. Ormai il sole stava sparendo sotto l’orizzonte e il crepuscolo avanzava. Con gli ultimi barlumi di luce facemmo in tempo a gettare una doppia. Non ricordo bene, ma credo che sorpresi dal buio non imboccammo la via canonica di ritorno. Sui caschi avevamo montate le luci frontali, cosi proseguimmo la discesa su roccette di terzo e quarto grado, alternate ad una serie di doppie. Le pareti rocciose erano un colatoio di acqua e le corde erano inzuppate. Maurizio gettò la corda per l’ennesima doppia, ma col buio non si accorse che la corda non era sufficiente. Me ne accorsi io, per fortuna, mentre stavo scendendo; lui era costernato per l’errore. Di Maurizio vedevo solo il lumino in fronte; iniziai pazientemente una interminabile risalita lungo la corda, con i nodi prusik. La risalita costò molto tempo. Arrivata in sosta, continuammo a scendere quando, sfiga, mi si ruppe uno spallaccio dello zaino! Riuscii a rimediare con qualche espediente e proseguimmo. Era ancora buio ed eravamo esausti, dovevamo fermarci. Trovammo sulla parete una fenditura, formata nel nevaio dal granito riscaldato dal sole, che aveva creato una specie di grotta. Ci rifugiammo lì dentro, sdraiandoci su un letto di corde bagnate. Attendemmo le prime luci, stando ben attenti a non addormentarci, per non morire di morte bianca. All’alba uscimmo da quel rifugio e iniziammo a scendere lungo il nevaio ghiacciato. Col martello-piccozza scavavamo tacche nel ghiaccio, creandoci così appigli e appoggi. Ad un certo punto sentimmo il rombo del motore di un elicottero; era la pattuglia del Soccorso Alpino in ricognizione! “Via, via!”, non dovevano vederci, altrimenti sarebbero venuti a soccorrerci! Precipitosamente ci affrettammo a scendere da quel nevaio, e il Soccorso non ci vide. Io ero un po’ malconcia, perché essendo rimasta senza acqua, avevo ceduto alla tentazione di dissetarmi con la neve che, essendo come acqua distillata, mi aveva procurato il gonfiore della lingua e delle mucose. Finalmente arrivammo alla funivia. Guardando l’orologio ci rendemmo conto che eravamo rimasti su quelle pareti per circa ventisei ore. Discesi con la funivia, dopo un breve ristoro raggiungemmo il vialetto dove era parcheggiata la macchina. Saliti in auto, cademmo in un sonno profondo e ci risvegliammo soltanto ventiquattro ore dopo. Partimmo così per la via del ritorno, senza alcuna voglia di parlare di rocce, di vie, di alpinismo. Eravamo solo felici di tornare a casa, ho ancora negli occhi la dolcezza del paesaggio dei colli piemontesi.

Maurizio il Gatto Marsigli
di Anna Maria Maganzi
Nato a Zola Predosa in provincia di Bologna il 28 agosto 1954, Maurizio è laureato in Scienze Geologiche. I suoi genitori sono due commercianti di alimentari. Colpito da una delle ultime epidemie di Poliomielite in Italia, a meno di due anni di età è rimasto paralizzato ad una gamba, con danni collaterali in altre parti del corpo. Superata la fase acuta, la madre Agostina si è impegnata a far praticare al figlio terapie riabilitative in piscina. Per consiglio dei medici esortava Maurizio a praticare ogni sorta di attività che potesse irrobustirne il fisico, come la bicicletta (Maurizio è stato anche agonista in gare di regolarità). Fin da bambino si è sottoposto a pratiche salutistiche quali docce fredde, e dormire a termosifoni spenti e finestre aperte anche d’inverno, tra due panni di lana anziché nelle lenzuola. Tutto questo gli ha permesso di avere un fisico di acciaio, malgrado la menomazione da poliomielite. La passione per le avventure gli venne a dieci anni, alle scuole medie, quando un professore gli trasmise l’interesse per i minerali, le grotte e di conseguenza la speleologia. Cresciuto e ormai ventenne, è stato iniziato alla roccia dal maestro riconosciuto da tutti gli alpinisti bolognesi: Giancarlo Zuffa. Partì la sua attività con la ferrata alla Pietra di Bismantova, una facile salita di roccette al Pisciadù in Dolomiti, e in solitaria la ferrata alla cresta ovest in Marmolada dal rifugio Contrin. A quell’epoca, iscritto al CAI di Bologna, desiderava proseguire nell’attività di rocciatore, ma si scontrò con l’ostruzionismo del consiglio direttivo, a causa della sua disabilità. Il veto messo dal Consiglio Direttivo fu feroce, lo avrebbero accettato come socio, ma a patto che non avesse mai preteso di arrampicare, accontentandosi di “arrostire salsicce per i compagni, al ritorno dalle loro scalate”. La polemica tra Maurizio e il Consiglio divenne presto rovente, degenerando una sera in un alterco che portò all’espulsione del socio Marsigli per lesa maestà. Quella sera diversi soci del CAI lasciarono l’assemblea, per solidarietà con Maurizio, restituendo la tessera di socio, tra questi anche Bibi Maganzi, che di lì a poco sarebbe diventata il suo fedele secondo, oltreché compagna di vita. Iniziò cosi l’avventura di Maurizio Marsigli detto iI Gatto. Come alpinista le capacità iniziali su roccia erano limitate al III+, mentre era già forte in artificiale. Bibi, che proveniva da alcuni anni di speleologia, lo seguiva con fiducia in facili falesie bolognesi di arenaria, e lui le faceva da maestro. Intanto, assieme agli amici usciti dal CAI in seguito alla vicenda dell’espulsione, fondò nel 1978 il gruppo roccia “Corvacci ” presso il locale Arci Uisp. Nell’estate di quell’anno, I Corvacci organizzarono nell’ultima settimana di agosto, “la settimana alpina”, occasione per i soci Corvacci, una manica di temerari autodidatti, di sperimentare vie di III+ in ambiente al Passo Sella in Dolomiti. Passarono gli anni, con i costanti allenamenti nelle falesie di arenaria emiliane e i fine settimana in Dolomiti o sul Bianco. Le capacità del Gatto, della Bibi e del resto del gruppo aumentarono molto, e con esse la difficoltà delle vie affrontate, finché il direttivo del Gruppo Corvacci organizzò il primo corso per istruttori nazionali e provinciali Uisp. Non fu una cosa avventata, per partecipare occorreva dimostrare alcuni requisiti tecnici, come saper superare certe difficoltà slegati. Il corso ebbe successo, si iscrissero anche alcuni forti scalatori di Iesi e di Bolzano, e Ginetto Montipò di Castelnovo ne’ Monti, che in seguito divenne un punto di riferimento per gli alpinisti della zona. Si tennero lezioni a Bismantova, e in Marmolada per quanto riguarda la progressione, il soccorso e la sopravvivenza su ghiacciaio. Le lezioni furono molto belle, condotte con lucida competenza. Maurizio, intanto, si era laureato in geologia ma, per guadagnarsi da vivere, accettava alcune rappresentanze di articoli sportivi e da montagna e scriveva articoli su riviste specializzate, piuttosto che praticare la professione.

Nella primavera del 1985 il sodalizio sentimentale con Bibi si ruppe. Maurizio continuò a legarsi in cordata con un’altra compagna e seguirono anni fecondi di importanti ripetizioni, come la Sud della Marmolada o la Nord della Grande di Lavaredo in solitaria.

Attività sportiva e alpinistica
Pur gravemente penalizzato, è sempre stato attratto dal mondo sportivo. Ha praticato ciclismo, alpinismo, arrampicata, speleologia e canoa da discesa.
Malgrado l’arto poliomielitico, la difficoltà massima in arrampicata raggiunta da Maurizio alla falesia di Badolo (Bologna) è stata un 8a.

In alpinismo ha ripetuto oltre un migliaio di itinerari diversi tra Alpi Occidentali, Alpi Orientali e Appennino, su tutti i terreni (ghiaccio, misto, roccia), dedicandosi anche all’arrampicata sportiva e all’arrampicata artificiale, la maggior parte di alta difficoltà e da capocordata. Molte vie le ha percorse in solitaria, quelle molto difficili in autoassicurazione con la corda. Tra queste spicca la parete nord della Cima Grande di Lavaredo, nel 1994 per la via Camillotto Pellissier.

Nella fase iniziale della sua attività, verso la fine degli anni ’70, aprì con Domenico Beltrame una via di artificiale al Pisciadù (gruppo di Sella): il Pilastro del Corvo Giallo, con difficoltà prevalentemente artificiale (A1-A4); fu la sua prima via aperta in ambiente. Ad Arco lui e Tiziano Nannuzzi aprirono al Colodri una via chiamata Decima Sinfonia, di alta difficoltà (VI+, A4).

Istruttore federale di arrampicata sportiva, ha scritto numerose pubblicazioni sull’arrampicata e sull’alpinismo ed è stato docente e relatore in vari convegni. Inoltre, nel Paraclimbing ha vinto due coppe del mondo, tre titoli italiani e diverse gare nazionali. Nel ciclismo, fra gli altri successi, è stato campione provinciale Uisp di regolarità tra i normodotati nel 1973, argento ai campionati italiani Uisp di regolarità a squadre tra i normodotati nel 1975, primo alla Dieci Colli categoria Disabili nel 1997, vincitore del Giro delle Regioni categoria Disabili nel 1999. Inoltre, ha vinto sei titoli italiani Gran Fondo, sei titoli mondiali Gran Fondo, due titoli italiani strada, due titoli italiani crono, un titolo italiano pista 500 metri, un titolo italiano pista inseguimento.

Più recentemente ha allenato, per circa un paio di anni, la nazionale disabili di arrampicata.
Nel 2015, in occasione della Giornata Internazionale dei Diritti delle Persone con Disabilità, è stata inaugurata a Solarolo la mostra “Oltre le barriere”, incentrata sull’esperienza di vita di Maurizio Marsigli. Attualmente fa il maestro in una palestra di arrampicata a Faenza.

La scoperta delle Gole della Rossa
di Maurizio Marsigli

Quando conobbi Massimo Mosca, nel 1979, durante il primo corso per istruttori di arrampicata organizzato dalla Uisp alla Pietra di Bismantova, ero appena stato cacciato dal CAI per aver provocato discordie e “risse” o forse per quella ingenua curiosità che ci spinge talvolta a buttare lo sguardo al di là di un vetro appannato. Subito mi è parso impulsivo e ribelle quel tanto da poterlo inserire di diritto fra i miei migliori amici. Tra una manovra di corda e l’altra si insinuavano progetti bellicosi contro un modo di andare in montagna ormai stantio, che stava agonizzando e altrove aveva già ceduto il passo a nuove tendenze. Tuttavia Massimo, ogni tanto, come per riprendere fiato, mi parlava di un posto, dalle sue parti, dove si poteva andare in grotta, scendere fiumi in canoa… e arrampicare su pareti tutte da scoprire. A stuzzicare la mia voglia di scovare ciò che di verticale o strapiombante non è ancora stato chiodato, basta poco; inoltre, quella buffa cadenza della parlata marchigiana, stranamente a metà tra il romanesco e l’abruzzese, avrà smosso in me chissà quali molle psicologiche. Tant’è che, a nove anni di distanza, in casa Mosca sono ormai diventato Zii Gatto, per un paio di bambinette in tutto simili al padre (o se preferite, a un esercito di Lanzichenecchi) e per una moglie ormai perennemente rassegnata. Mi sono anche introdotto nell’ambiente locale, con tutte le piccole rivalità e complicità che legano la vita delle cittadine di provincia come Jesi. Qui l’alpinismo è un gioco, ristretto per i più allo spazio di due Gole, dove le mode non hanno ancora stravolto la spontaneità dei gesti e le vecchie abitudini. A volte è ancora possibile vedere un arrampicatore tirarsi tranquillamente ai chiodi o mettere le staffe sul IV+, con sconcertante naturalezza, per salire a tutti i costi la via riuscita qualche giorno prima all’amico.

Maurizio in arrampicata alla Roda di Vael.

Frammenti di alpinismo – Gola di Frasassi
di Massimo Mosca
(tratto da Passi di V, di Cristiano Iurisci, edizioni Il Lupo)

Osservo quel velo bianco dell’ultima nevicata che indugia ancora sulle cime più alte della Gola di Frasassi, poi entro nella penombra della gola e dopo poco lascio la mia auto non lontano dal cimitero. Sono qui solo che mi inerpico su ripidi pendii a raggiungere pigramente il grande antro giallo, più o meno all’altezza di metà della via dove il giorno prima, calandomi, ho lasciato corde fisse. Un pallido sole intanto filtra attraverso un cielo bianco lattiginoso. Da lì a poco ritroverò Maurizio e la Bibi sulla comoda cengia che avevamo scelto per il bivacco. La notte è stata serena e la temperatura si è abbassata vertiginosamente. Tutto intorno è ricoperto di brina. Forse hanno sentito freddo i miei amici stanotte, ma per noi è stata la soluzione migliore: il bivacco ci avrebbe fatto guadagnare tempo per terminare gli ultimi tiri del progetto, ovvero lo stupendo e vertiginoso spigolo visibile e riconoscibile da molti punti della Gola di Frasassi. Con le corde fisse lasciate ora potrò risalire la via fin lì già fatta e avere la concreta possibilità di chiudere i conti con quello spigolo che per anni abbiamo solo guardato dal basso e con timore. Quasi incredulo mi ritrovo a salire il pendio che porta alle corde fisse e ai miei amici che mi aspettano nel bivacco a metà parete proprio per portare a termine la salita di quello spigolo che per molto tempo ci era sempre sembrato oltre i nostri limiti. La salita fin lì era andata tutto sommato bene e mi sento fiducioso. Mentre mi inerpico nel pendio affiorano i ricordi e il momento di quando solo ieri cominciai a chiodare il tiro sotto il becco con il perforatore a mano, con Maurizio e la Bibi dandoci di tanto in tanto il cambio, più per combattere i rigori del freddo che per dividere la fatica.

“Soccemel, occhio qui con la sicura!” Ecco la lapidaria frase di Maurizio mentre era intento a salire uno dei tratti più difficili affrontati ieri. Ricordo come la cosa mi fece preoccupare non poco. Che stava succedendo in alto? Poi un suono cristallino, quello di quando un chiodo ‘canta’ bene, ci aveva tranquillizzato. Ulteriori grida, ma stavolta di gioia, irrompevano poi nella valle: “Tranquilli ragazzi” urlava Maurizio, “si fa, si fa!” Ma, come spesso capita, non era finita lì. L’entusiasmo di Maurizio ci aveva fatto fare un salto di gioia e brillare gli occhi di felicità. Gioia che presto si era tramutata in fatica e timore per quel tiro lungo e difficile, quasi tutto sulle staffe. Sotto il becco, proprio su quello che sembrava il passo più difficile della via, aveva messo un nut incastrato, invece di un più sicuro spit. E ora? Stavo quasi per urlare a Maurizio se per salire ci dovevamo fidare di quel cosetto ma, se aveva retto Maurizio, avrebbe retto anche noi. Fiducioso agganciai la staffa. Intanto il ripido pendio da salire è finito, sono all’antro giallo e alla base delle corde fisse da risalire.

Maurizio in arrampicata alla Falesia di Badolo.

Mentre comincio a piazzare cordini e tutto l’occorrente per salire le corde, altri ricordi affiorano su quel temibile tiro salito ieri. Dopo il dado mica era finita! Maurizio stava ancora almeno una decina di metri sopra di noi in sosta che urlava, cercando di darci delle indicazioni su come salire. “Allungati molto in alto sulla staffa, a destra c’è uno spuntoncino dove devi metterci un cliff, ma attenzione a come ti ci issi su! Se dovesse saltare rischi di romperti le caviglie sulla cengia di sotto!” E ancora: “Più sopra trovi subito un buon chiodo in fessura e da lì esci dalle difficoltà”. Ricordo che a quelle parole io e la Bibi ci guardammo sconfortati. La Bibi fa cordata con Maurizio da molto tempo ma non è mica abituata a certe situazioni! Lasciando dietro ogni esitazione agganciai la staffa sul nut, poi bloccandomi con un cordino alla vita, salii quel poco per metter il cliff dove Maurizio mi aveva suggerito, e nel quale appesi una seconda staffa. Dolcemente cominciai a caricare il mio peso sulla nuova staffa, cercando di sollecitare il cliff il meno possibile, sempre caricandolo verso il basso. “Belle emozioni abbiamo vissuto ieri, non c’è che dire!” penso tra me e me. Dopo il cliff trovai un generoso chiodo che non avevo esitato ad afferrare con tutto il rinvio, per uscire da quella situazione alquanto precaria. Anche se, a mente fredda, credo fosse tale solo mentalmente: il dado era ottimo e il cliff non aveva fatto una piega. Poi per una più facile fessurina raggiunsi Maurizio in sosta. Gettai la corda di servizio alla Bibi, alla quale lei agganciò il saccone con il materiale da bivacco. Lo sguardo fiero di Maurizio che recuperava la Bibi mentre io stavo recuperando il saccone era una scena di grande emozione. Il bivacco non era programmato a tavolino, ma messo solo in programma se avessimo avuto meno di due ore di luce a diposizione. L’orologio in quel momento segnava le 15, l’ora massima era stata raggiunta, non restava che montare il bivacco, ma non per tutti e tre: io sarei sceso lungo le corde che avrei fissato e che ora sto utilizzando per tornare dai mei amici. La fredda notte trascorsa ha trasformato in brina l’umidità invernale delle rocce, che spesso trovo coperte di un velo di ghiaccio; più volte mi fanno sentire come se avessi i pattini. Con bloccante ventrale e maniglia continuo la mia risalita e in un’ora sono di nuovo dai miei due amici, che ritrovo intenti a sgranchirsi le gambe. Maurizio mi dice che nonostante le basse temperature non hanno avuto freddo. Lo vedo trotterellare sulla gamba buona per poi infilarsi la protesi sull’altra sorridendomi, poi si volta preoccupato verso la parete. La placca che ci sovrasta non è per niente facile. Lo prendo in sicura, quindi sale tre o quattro metri unicamente su cliff, poi mette uno skyhook in una fessurina che sfrutta con un cordino in vita per provare a piantare un chiodo. Tiro un sospiro di sollievo quando nuovamente sento il chiodo cantare: se Maurizio fosse caduto da lì, si sarebbe spiaccicato sulla cengia di sosta. Come se nulla fosse Maurizio prosegue per un po’ fino a martellare un altro chiodo, per poi uscire a destra per uno spigoletto e uscire dalla nostra visuale. La corda però scorre più fluida fin quando udiamo battere di nuovo il martello; ipotizziamo stia facendo sosta. Per sdrammatizzare io e la Bibi ci diciamo più che un paio di cavolate. Giunto in sosta, scambio qualche parola con Maurizio mentre mi offre il materiale per scalare e gli ultimi due chiodi rimasti: ora tocca a me salire. Salgo su una placca leggermente appoggiata che si trasforma poi in diedro, dove metto un chiodo, poi traverso a destra verso lo spigolo e la cresta che credo essere l’uscita della via. Vedo un alberello che utilizzo per far sosta, mi guardo intorno e capisco di essere fuori dalle difficoltà. Lo Spigolo delle Aquile è stato vinto! Rimangono da salire ad occhio solo alcuni facili salti di cresta per un centinaio di metri, fino al sentiero a gradoni dal quale scenderemo per ritornare a San Vittore.

Lavaredo, parete nord
di Maurizio Marsigli

Ci sono imprese pianificate nei minimi particolari, altre che nascono per caso. E altre ancora che servono a far capire a chi si atteggia a grande esperto di qualcosa, che è soltanto un pirla. Avrei preferito usare un’altra parola più incisiva, ma sono sicuro che ci siamo capiti lo stesso.

Era da tempo che, nella fauna variegata degli arrampicatori alla Pietra di Bismantova, circolava la strana idea fra gli “alpinoidi”, che un arrampicatore sportivo non potesse essere un bravo alpinista. Mariacher, Messner, Bini, Campanile, Giordani, la Destivelle, la Iovane sono soltanto alcune delle prove che chi sa fare un grado alto per venti metri, non è detto, ma è molto probabile, che, se le condizioni sono buone, lo riesca a fare anche in mezzo a una montagna. E comunque, tenendosi appena sotto al proprio limite, lo salga anche più in sicurezza di tanti “lottatori con l’alpe”. Di sicuro chi cade su un 6b in falesia non sarà in grado di salirlo in mezzo a quei “falesioni” un po’ più alti che sono Marmolada, Civetta o Lavaredo. E non è che, se aspetta la pioggia per attaccare un quarto grado, sia un eroe. Nel mio piccolo avevo già liberato un 8a, che nel ’93 era un bel grado. Da tempo quella prudenza che cresce con l’età mi aveva consigliato di evitare ulteriori rischi in montagna, mi ero reso conto che avendo vissuto certe avventure potevo definirmi un miracolato. Però, all’ennesimo sproloquio di un alpinoide, mi era scattata la molla come a Marty in Ritorno al Futuro quando gli danno del fifone.

Qualche mese dopo ero in bici come i vecchi alpinisti, salutato alla partenza dalla Bibi in Piazza Maggiore a Bologna e scortato da mio fratello in auto (eroico va bene, ma con un minimo di modernità). Prima tappa era stata Vittorio Veneto, poi Erto, un po’ fuori percorso per attendere il bel tempo e nel frattempo non perdere la confidenza con la roccia, quindi il rifugio Auronzo.

Entrato nel rifugio, subito qualcuno, forse il gestore, mi chiese:
– Da dove vieni?
– Da Bologna.
– E con la bici?
– Da Bologna!
Sempre più stralunato: – E dove vai?
– Sulla Camillotto Pellissier alla Nord della Grande.

A quel punto si avvicinò un finanziere della squadra alpinisti/arrampicatori, non ricordo chi tra i tanti che conoscevo a quei tempi nei Corpi dello Stato, a confermare (mentendo) che ero un matto e ribadendo (dicendo il vero) che l’avrei fatto davvero. Si offrì anche di darmi una radio per comunicare, visto che i cellulari non si sapeva nemmeno cosa fossero, ma rifiutai l’offerta, spiegandogli che se mi fossi schiantato a terra i suoi superiori non avrebbero gradito la perdita della radio. Il giorno dopo lo passai a portare una corda sui primi settanta metri di parete, per essere più veloce quando avrei salito la via. Finalmente la mattina della scalata, dopo una veloce risalita sulla corda in posto, metro dopo metro mi portai sempre più in alto. Il mio passato da speleologo mi era stato alquanto d’aiuto. Ricordo poco, soltanto una grande concentrazione e la tecnica di salita in auto sicura. In pratica mi ero fatto la via tre volte, due in salita ed una in discesa. Sia benedetto Franco Perlotto, che aveva percorso la stessa via l’inverno prima, rinforzando le soste. Tra l’altro si sa che i chiodi piantati col freddo, aumentando la temperatura si espandono e diventano più sicuri. Qualche problema lo incontrai sul “Tetto a Zeta”, oltretutto in traverso, poi finalmente sulla libera finale il mio livello in arrampicata sportiva mi aiutò parecchio. Sarà pure stato VI+ per Minuzzo, che aveva aperto la via in undici giorni, ma per ogni tiro non ho mai passato più di un paio di chiodi. A sera raggiunsi la cengia d’uscita sulla parte superiore dello Spigolo Dibona, circondato da qualche nuvola poco promettente. Di scendere non se ne parlava, sia per il buio che per la possibilità di finire nella nebbia. Dormire lì nemmeno, pensando che avrebbe potuto piovere. Una trentina di metri sotto, sulla parete avevo incontrato una stupenda nicchia riparata. Ci sarei stato giusto seduto; acqua ne avevo ancora, cibo pure, anche attrezzatura per un bivacco leggero… Non ci pensai due volte e mi calai. Come materasso misi la parte di corda rimasta. Dopo essermi imbragato bene mi infilai in un sacco a pelo leggerissimo, ideato da me per la ditta Lumaca anni prima. Indosso avevo già un gilet di piumino sempre di mia progettazione, piedi dentro lo zaino svuotato, quindi preparai una minestrina, di quelle comprate in Francia che bastava scaldare, usando una pastiglia di meta, un supporto di fortuna e un barattolino metallico. Finii la cena con una scatoletta di tonno, gallette e qualche biscotto. Riposto il tutto, il cielo in quel momento mi ripagò offrendomi la più bella distesa di stelle che avessi mai visto da quando ero bambino. Dopo essermi rimboccato il telo termico nel mio improvvisato rifugio, mi addormentai e mi svegliai la mattina dopo ben dopo l’alba. Sul ghiaione mi aspettava l’amico Alberto Campanile, unico testimone della mia bravata senile, dopo tanti anni distante dalle vette alpine. Niente Facebook, Instagram, TikTok. Soltanto io e miei ultimi sogni di un’epoca di libertà che non c’è più, della quale oggi molti si sono dimenticati e che i giovani non hanno mai conosciuto. Restano i ricordi nell’anima e la consapevolezza di cosa può darti la vita, anche se ti funziona una gamba sola e i medici a due anni ti avevano predetto un’esistenza rovinata.
Ecco, io non mi sono accontentato delle difficoltà che c’erano, me ne sono sempre andate a cercare altre.

Intervista ad Anna Maria Maganzi
Quali sono le tue origini?
Sono nata a Bologna da genitori non emiliani.

Quando e come è nata la tua passione per l’arrampicata?
Da subito non appena ho provato ad arrampicare, mi ha conquistato il brivido del vuoto.

Cosa ti ha dato questa attività, a livello di soddisfazioni e di esperienze umane?
Mi ha dato tantissimo, ha temprato il mio fisico e il mio carattere.

Racconta dei tuoi compagni di cordata.
Ne ho avuti pochi, poiché facevo cordata fissa col Gatto, ma sono tuttora grandi amici.

Come è iniziato il rapporto di amicizia e di condivisione delle salite in montagna di Bibi e il Gatto?
Il Gatto era uscito burrascosamente dal CAI Bologna, dove non volevano che arrampicasse per il suo handicap. Facemmo i primi passi come autodidatti sulle arenarie di Monte Adone, eravamo fidanzati complici.

Qual è la via che hai trovato più impegnativa e quale quella che ti ha dato maggiore soddisfazione?
Una via allora (1983) inesistente sul Pollice, praticamente la super direttissima; ci finimmo per una relazione sbagliata, oltre il tratto in comune con altre vie non c’erano chiodi, 500 metri senza protezioni a parte alcune clessidre, la soddisfazione fu quella di esserne usciti vivi.

Ti è capitato di arrampicare con persone con cui non ti trovavi bene?
No, non mi è mai capitato.

Quali sono stati i tuoi modelli nell’alpinismo?
Non mi sono posta il problema di un modello nello specifico. Il Gatto ed io seguivamo la scuola del momento, anni 1978-1984.

Secondo te, quale è stato il più grande alpinista della storia, e perché?
Messner, è stato completo, è uscito vivo dalle sue imprese, ha dimostrato di essere un superuomo, come un astronauta.

Bibi durante una ripetizione del Diedro Nino Marchi alla Pietra di Bismantova.
Maurizio in allenamento alla falesia di Badolo.

Quale futuro vedi per l’alpinismo classico praticato dai giovani?
Non saprei, sono fuori dal mondo dell’alpinismo da circa quaranta anni.

Che consiglio vorresti dare ai giovani che vogliono iniziare a fare alpinismo?
Darei questo consiglio: andateci piano, è pericoloso come la Formula 1.

Hai dei rimpianti?
Non ho rimpianti, semmai ho nostalgia.

Intervista a Maurizio Marsigli
Quali sono le tue origini?
Bolognese DOC, però ho vissuto in varie località dell’Emilia-Romagna. Adesso abito a Solarolo (RA) e insegno Arrampicata Sportiva in palestra.

Quando e come è nata la tua passione per l’arrampicata?
Ho sempre avuto un istinto innato. Da piccolo (fine anni ’50) arrampicavo sui ruderi rimasti dall’ultima guerra. Già a dieci anni scendevo nelle grotte vicino a casa. La prima esperienza di scalata è stata la via Ferrata di Bismantova. La prima vera salita alpinistica, la (facile) parete nord del Pisciadù.

Cosa ti ha dato questa attività, a livello di soddisfazioni e di esperienze umane?
Di soddisfazioni tante, direi tutte quelle che ho voluto le ho ottenute (chi si accontenta gode). Parlando di esperienze umane, la montagna ti fa conoscere bene le persone.

Come hai vissuto il tuo handicap in relazione all’attività sportiva e di gruppo?
Il problema per un disabile è che, se le cose te le fanno fare gli altri sei un eroe… e soprattutto lo sono loro con la loro “bontà”. Se le fai da solo diventi un irresponsabile che mette a repentaglio ufficialmente la propria vita. In realtà vogliono controllare la tua collocazione nella società. A livello di gruppo mi ha dato tanto la Uisp, ma il periodo si è concluso per scelte politiche dall’alto e onestamente anche per mancanza di una base solida.

Racconta dei tuoi compagni di cordata…
Qui dare una risposta breve è dura. Te ne indico alcuni. Giancarlo Zuffa è stato il mio maestro, soprattutto in “artificiale”, disciplina che poi si è perduta. La Bibi è stata quella che ha permesso la mia nascita come personaggio.
Andrea Rossi, che per poco non ho ammazzato sul Monte Bianco d’inverno, trascinandolo in un cedimento di neve crostosa nella discesa dal Colouir du Diable. Monica Gnudi, che ha supportato la mia maturità alpinistica e il passaggio all’arrampicata sportiva. Stefano Rensi, toscanaccio compagno delle mie scalate più impegnative. Non compagni di cordata, ma di arrampicata sportiva, Andrea Gallo e Heinz Mariacher, è anche grazie a loro se ho salito un 8a nel ’93, quando ancora era un grado serio. Non me ne vogliano gli altri, questo è solo un sunto.

Come è iniziato il rapporto di amicizia e di condivisione delle salite in montagna di Bibi e Il Gatto?
L’unica cosa buona che ho trovato dentro il CAI è stata lei. Le ho fatto una corte spietata, che si è concretizzata al rifugio Pisciadù in occasione dell’apertura del Pilastro del Corvo Giallo. Poi capita che nella vita le cose prendano pieghe diverse. Memorabili le nostre litigate quando stavamo insieme. Adesso che ci penso, dopo siamo sempre rimasti in contatto e non abbiamo più litigato.

Qual è la via che hai trovato più impegnativa e quale quella che ti ha dato maggiore soddisfazione?
La più impegnativa, in quelle di bassa quota forse lo Spigolo delle Aquile a Frasassi. In montagna penso la Variante Arlecchino alla Gogna sulla Sud della Marmolada. Un chiodo, soste comprese, in 150m di 5+/6a. Mi è rimasto il dubbio che abbiamo percorso una variante alla variante. Quella che mi ha dato maggiore soddisfazione, la Cammillotto Pellissier alla Nord della Grande di Lavaredo in solitaria, autoassicurato; Alberto Campanile è venuto ad aspettarmi al rientro.

Ti è capitato di arrampicare con persone con cui non ti trovavi bene?
Di solito i compagni, se uno ci tiene alla pelle, li sceglie prima.

Quali sono stati i tuoi modelli nell’alpinismo?
A parte quelli diretti, che ho menzionato prima, sono un sostenitore della conoscenza della storia dell’alpinismo, se si vuole crescere, quindi tutti.

Secondo te, qual è stato il più grande alpinista della storia, e perché?
Io ovviamente… no, dai, scherzo. Però, davvero, non può esserci un alpinista migliore di tutti gli altri. Al massimo uno migliore per la sua epoca. Diciamo che Messner ha fatto tanto, ma come puoi paragonarlo a Bonatti, Vinatzer, Preuss… Ciascuno ha segnato un’epoca e uno stile.

Quale futuro vedi per l’alpinismo classico praticato dai giovani?
Sono loro che devono crearlo. Nessun film di fantascienza ci ha mai preso nel prevedere il futuro, proprio perché il futuro non capita, ma lo si crea. Di sicuro i vecchi dipingono sempre un futuro distopico. Ormai sei fuori dalla scena e non ti resta che sgombrare il campo. Vuoi mai che il futuro sia migliore del passato proprio quando tocca ad altri viverlo?

Che consiglio vorresti dare ai giovani che vogliono iniziare a fare alpinismo?
Di stare vigili sempre; la montagna è pericolosa a prescindere, conoscere i propri limiti stabilendo quanto si è disposti a rischiare anche per ciò che non dipende da noi, è fondamentale. Poi di valutare bene l’importanza da attribuire alla propria attività e comportarsi di conseguenza. La lotta con l’alpe è roba vecchia e praticarla non rende superiori. Infine, sapersi evolvere nel tempo, per avere la fortuna di diventare vecchi continuando ad avere mete da perseguire. E questo vale per qualsiasi attività.

In particolare, che consigli vorresti dare a chi presenta handicap fisici e vuole praticare un’attività sportiva?
Un handicap ti obbliga a ragionare su qualsiasi cosa nella vita, perché la tua situazione è diversa dalla normalità. Continua a farlo, non fermarti agli elogi sdolcinati (anche se fanno piacere, soprattutto quelli in buona fede). Ma sappi che, quando vorrai uscire dagli schemi del “Mongolino sempre sorridente”, ti saranno tutti addosso.

Hai dei rimpianti?
La cima del Cervino. Da giovanissimo l’ho tentata, ma dalla parte italiana che non avrei mai potuto fare neanche dopo l’8a e le altre imprese alpinistiche, perché serve saper camminare oltre che scalare. Adesso ho chiesto a un amico più giovane di portare, dopo che sarò morto, le mie ceneri in cima alla montagna per spargerle al vento. Lui crede che scherzi. Spero di avere ancora un po’ di tempo per convincerlo che dico davvero.

Bibi durante una ripetizione del Diedro Nino Marchi alla Pietra di Bismantova.
More from Alessandro Gogna
Il caso delle nutrie metropolitane
C’è chi le apprezza per la pelliccia, chi le trova gustose, chi...
Read More
Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *