La natura si riprende i suoi spazi

di Fabio Balocco

Non è questione di essere comunisti se si dà una lettura della realtà in termini marxisti, e quindi si comprendono le dinamiche sociali come legate a quelle economiche e quindi anche i rapporti di forza. Ovvio che dando questa lettura, la tutela dell’ambiente fine a se stessa – anche se fine a se stessa non è perché mira anche alla salvaguardia dell’uomo – non ha alcuno spazio.

Prima, appunto, viene la salvaguardia dell’economia e del posto di lavoro purchessia. Finché vi sarà una forza economica forte ed egemone nel campo dell’edilizia, del movimento terra e altri settori collegati, la nostra terra continuerà ad essere massacrata al ritmo di due metri quadrati al secondo, più o meno.

E noi che la terra la amiamo continueremo a stracciarci le vesti per una nuova recinzione di cantiere, per una nuova tangenziale, per una nuova tratta di alta velocità. O magari per una pista di bob. E quando non vi sarà consumo di suolo, lo Stato troverà comunque il modo di foraggiare l’edilizia, magari anche solo con il 110% e i pannelli infiammabili in poliuretano.

Del resto, domandiamoci perché sempre lo Stato fa pagare un tozzo di pane l’escavazione di inerti, che sono pur sempre un bene comune. Tutta questa “lezione” come premessa solo per evidenziare che le “lotte” del movimento ambientalista per la battaglia principe, che è la tutela del suolo, non hanno grandi speranze (ad essere benevoli) di riuscita.

A tacere del fatto che ormai il movimento non ha più la forza che aveva negli anni Settanta/Ottanta, e che spesso viaggia in ordine sparso o addirittura con fratture al proprio interno (come si assiste nel campo delle energie rinnovabili, cosiddette…).

Il padiglione femminile dell’ex-manicomio di Mombello (MB)

In questo panorama a dir poco fosco, però, a ben guardare (anche letteralmente parlando), ci può essere una consolazione: la natura che si riprende ii suoi spazi. Anni, fa come Commissione per la Protezione delle Alpi, fummo i primi a fare un censimento delle stazioni sciistiche abbandonate, dopo essere state inaugurate in tempi, come gli anni Sessanta/Settanta, in cui la neve non si faceva desiderare. Il censimento ebbe una certa eco e fu poi ripreso su più vasta scala da Legambiente.

Ebbene, le immagini mostravano come di tutte quelle infrastrutture e strutture (diversi erano edifici) la natura si stesse riappropriando. Certo, un paese civile avrebbe previsto strumenti anche legali per il ripristino nel caso di avventure sciagurate, ma anche senza la mano dell’uomo, con i suoi tempi, la natura avanzava e copriva.

Qualche anno dopo alcuni di noi, appassionati di quel fenomeno che oggi va sotto il nome di “resilienza”, dettero alle stampe un saggio di testi e fotografie avente a oggetto quello che, con locuzione evocativa, chiamammo “Verde Clandestino”, ossia la natura urbica, il verde cittadino spontaneo, che colonizza muri, selciati, e tombini, che fa sollevare l’asfalto, che riesce a creare veri e propri boschi in città sulle rovine delle fabbriche abbandonate.

Ma torniamo in alto, guardiamo all’arco delle Alpi o all’Appennino e ci accorgeremo di quante baite, e talvolta anche vere e proprie borgate, sono state inghiottite dal verde. Ma questo vale, a tendere, anche per le nuove opere. Certo, fa sanguinare il cuore vedere una ferita inferta alla montagna con una nuova pista agrosilvopastorale, quando si sarebbe ben potuto operare, ad esempio, con un impianto a fune.

Ma guardiamo più in là e immaginiamoci cosa sarà quella infrastruttura inutile tra qualche decina di anni. Esercitiamo la fantasia per non soffrire o soffrire di meno. Può essere utile, a tal proposito, quando percorriamo una valle alpina, anche antropizzata, volgere lo sguardo lateralmente e pensare a quanti di quegli anfratti, di quelle vallette, di quei valloni secondari non hanno mai visto la presenza dell’uomo. Ci sarà di aiuto.

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3 Comments

  1. says: Carlo Crovella

    Se non fosse che appartengo anche io in prima persona alla specie umana, mi verrebbe da auspicare l’estinzione di tale specie. Un pianeta Terra completamente privo di esseri umani tornerebbe davvero a “respirare”. La Natura non ha assolutamente bisogno della specie umana e, quando riesce, lo dimostra perfettamente.

  2. says: ratman

    Non comrpendere che al di fuori della coscienza che se he ha – qualsiasi cosa sia la coscienza: l’anima, un flusso biochimico affine alla digestione, o altro (tipo l’effetto dei fagioli nei post di crovella) – la natura, il mondo non esiste è qualcosa che ha a che fare non con l’ignoranza, ma con una forma diffusa di rapporto con le cose chiamato idiozia.

  3. says: Matteo

    Le foto sono bellissime ma non so se il verde che si riprende spazi mi conforti della precedente devastazione o inutile occupazione sfruttamento chiamato “valorizzazione”!

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