La blogger, scrittrice e attivista Verona si racconta. E rivede se stessa nel film «Fino alle montagne». Le emozioni, vita essenziale, il contagio della natura.
La pastora vagante
(Marzia Verona, una vita tra capre e pecore)
di Paola Baldini
(pubblicato su corriere.it il 12 giugno 2025)
Mentre parla arrivano i rumori del pascolo: belati, muggiti, scampanellii, il suono compatto del gregge. Racconta di transumanze, alpeggi e villaggi da attraversare di buon passo, capre dispettose da mettere in riga e lupi in agguato, di temporali «che assomigliano all’apocalisse». Racconta di quella volta che il nubifragio cancellò la strada per tornare alla baita e lei si sentì perduta in mezzo a un inferno d’acqua. «Impari che la natura lì è più forte. Ti senti una piccola cosa in quell’immensità». Racconta del cambiamento climatico e degli effetti sui ritmi e i cicli della montagna.
Poi racconta di lei, Vita, la capretta preferita, «la più dolce», venuta alla luce per miracolo: «La madre ebbe un infarto poco prima di partorire. Il rischio di perdere lei e tutta la prole era molto alto. La veterinaria arrivò in tempo per un cesareo. Straziante. Mamma capra non ce la fece. La piccola sopravvissuta decidemmo di chiamarla Vita. La consideravamo un dono del cielo. Penso che Vita si renda conto di quel che è successo, che abbia emozioni particolari. Lo vedo da come si struscia chiedendo coccole, cercando la mia mano».
Marzia Verona, 48 anni, è una pastora, ma questa non è una fiaba. Pastora, blogger e scrittrice: ha scritto «una quindicina di libri, tutti in tema», saggi e romanzi. L’ultimo è in attesa di pubblicazione. «Pagine e pagine scritte durante il pascolo, dove l’ispirazione è più libera». Racconta di aver visto Fino alle montagne, il film francese di Sophie Deraspe, ora nelle sale, ispirato al romanzo autobiografico di Mathyas Lefebure D’ou viens-tu, berger? e di aver ritrovato le emozioni che l’hanno accompagnata quando, una ventina d’anni fa, è stata contagiata dalla «malattia delle pecore», travolta dal fascino di una vita essenziale, fuori dagli schemi: «La gente quando m’incontra si stupisce, pensa a una scelta tipo: basta stress, meglio la natura, gli animali, le voci del bosco». Niente di tutto questo: diventare pastora è stata per Marzia Verona la continuazione di un percorso iniziato da ragazzina, quando l’attrazione per le montagne era già forte, nonostante un papà ingegnere e una mamma insegnante. «Sono nata in campagna, a Cumiana, 30 chilometri da Torino. I nonni materni loro sì, erano produttori di frutta. Nel cortile di casa c’erano conigli e galline. Bello, ma allora pensavo ad altro: volevo fare l’archeologa».
Studi di scienze forestale. Tesi sui pascoli dell’Ossola, dove si produce il formaggio Bettelmatt. «Ho fatto ricerca per 5-6 anni. La svolta romantica? Incontrai un pastore e gli chiesi: dove stanno i suoi animali? Lui mi sorprese: i miei animali non hanno mai visto una stalla, faccio il pascolo vagante. Vede, il pastore nomade non è un normale allevatore che gestisce una stalla, riempie le mangiatoie di fieno e poi può dedicarsi ad altro. Lui ti dirà che fa quel mestiere per essere libero. Invece, si lega ai suoi animali in maniera indissolubile. Li segue anche con la febbre alta, perché loro vengono prima di tutto. È nato così il mio primo libro, Dove vai pastore?. Sono stata per anni la compagna di un uomo dei pascoli. Ho conosciuto una vita dura, ma bellissima». La definisce «un cammino che non si ferma mai».
Aggiunge: «Poi, come capita, l’amore è finito e a me è venuta l’idea di comprare 4-5 caprette e aprire un allevamento tutto mio». Dal Piemonte alla Valle d’Aosta: oggi Marzia abita a Nus, a mille metri, nel vallone di Saint- Barthélemy. «Pensi il destino: acquistai i miei primi animali da quello che sarebbe diventato il mio nuovo compagno». Passa ore al pascolo: dalle 7-7,30 fino alle 10,30. Poi dalle 14 alle 17. I momenti bui ci sono: «Quando ti muore un animale, quando una tempesta mette a rischio l’attività, quando arrivano i lupi e tu al mattino trovi una capra dilaniata, ferita, uccisa».
Verona ama cucinare, dolci soprattutto. Fa il pane in casa, non compra precotti. È una brava fotografa, la natura è la sua dimensione: assistere alla fioritura degli alberi, incontrare gli insetti e gli animali del bosco, lo scoiattolo, la poiana, la volpe. Spiega, però, che «non è tutto così pittoresco. Due anni recenti di siccità hanno messo gli allevatori a dura prova. I segni sono ancora evidenti». E poi ci sono i problemi congiunturali: «La poca resa di fronte a un impegno elevato. La difficoltà a reperire manodopera. Le leggi spesso lontane dalle esigenze reali del settore». Le parole d’ordine sono equilibrio e sostenibilità. Che cosa le manca di più? «Certe amicizie perdute, poco altro». Si sente una persona felice? «I momenti complicati in montagna ci sono, ma non ho mai nostalgie. Di sicuro mi sento appagata».

