Ne usciremo migliori

di Fabrizio Goria
(pubblicato su Alpinismi in data 17 luglio 2020)

“Ne usciremo migliori”. Con queste parole, rimbalzate di social media in social media, iniziò il periodo di confinamento imposto dal governo italiano per contenere i contagi da nuovo coronavirus SARS-CoV-2, che ha contraddistinto l’anno in corso. Un mantra, quasi. Che partiva dall’assunto che il lockdown avrebbe portato a uno stile di vita più empatico, più lento, più riflessivo, più vicino alla natura. Ma che poi, a conti fatti, si sta dimostrando un mero errore di valutazione. Non solo per via della scarsa responsabilità civica di molti cittadini, tanto italiani quanto stranieri, tanto nelle città quanto in montagna. No, la stessa nuova consapevolezza che manca pare, e il condizionale è d’obbligo, essere una prerogativa anche di diverse amministrazioni locali. Non è un caso quindi che il Club alpino italiano (CAI) si sia oggi espresso con estrema preoccupazione sugli sviluppi delle Olimpiadi invernali 2026, che si svolgeranno fra Cortina d’Ampezzo e Milano. Il timore è che si sia perso di vista un aspetto, quello della sostenibilità ambientale, che tutti gli attori economico-finanziari globali stanno monitorando per garantire uno slancio di lungo periodo alla ripresa che sarà.

Marmolada e Gruppo del Sella.

Una introduzione così ampia era doverosa per definire ciò che accadendo. Da un lato, le logiche di profitto, legittime in ogni sede qualora esse non vadano a ledere la libertà dei più. Dall’altro, la preservazione degli ambienti naturali, già oggi in larga parte antropizzati senza cognizione di causa e violati della loro wilderness. In mezzo, due elementi correlati: la pandemia di CoViD-19 e la recessione economica più profonda dal Secondo dopoguerra a oggi, con perdite del Prodotto interno lordo (Pil) che arriveranno a doppia cifra, come nel caso di Italia, Francia e Spagna. Il problema, a fronte di quasi 14 milioni di contagi e poco meno di 594mila decessi a livello globale per via del SARS-CoV-2, è che sembra mancare quello slancio verso il virtuoso che invece in molti osservatori ipotizzavano. Nonostante due mesi e mezzo di confinamenti, prima a livello comunale e poi regionale, il sentimento di fondo sembra muoversi solo nella direzione dettata dagli interessi particolari. E chissenefrega di ciò che resta per chi ci sarà dopo. E chissenefrega se anche l’Europa si è mossa, nonostante diversi esponenti politici italiani dicano il contrario al fine di alimentare il proprio consenso elettorale. E chissenefrega se secondo la banca statunitense Goldman Sachs, “il Green Deal Ue si è trasformato da un piano climatico di lunga data al più grande stimolo economico che l’Europa ha visto dal Piano Marshall”. Un programma a disposizione di tutti i Paesi membri, senza distinzioni, che servirà per rendere ancora più “verde” l’Ue.

La mattina di questo venerdì di metà luglio si è aperta, per gli oltre 300mila soci del CAI, con una comunicazione significativa, che dà il senso delle cose e fornisce una risposta incontrovertibile, fino a prova contraria, alla frase che ha aperto queste riflessioni.

“Realizzazione di nuovi impianti di risalita e piste da sci, allargamento di quelle esistenti, costruzione di strade e parcheggi per facilitare l’accesso ai comprensori: il Club alpino italiano tutto, d’intesa con il Gruppo regionale Veneto e la Sezione di Cortina, manifesta la propria forte contrarietà per quanto sta avvenendo nel comprensorio ampezzano sotto l’egida dei Mondiali di sci del 2021 e delle Olimpiadi invernali del 2026”, ha scritto il CAI.

Le immagini di cui parla il sodalizio fondato nel 1863 da Quintino Sella le abbiamo viste tutti. Dai gruppi Facebook ai giornali locali, passando per gli schermi dei nostri telefoni cellulari. Ne abbiamo discusso, magari a cena con parenti e amici, magari proprio in forma telematica. E abbiamo commentato indignati ciò che sta succedendo nell’Ampezzano. In effetti, si tratta di uno scenario visto già vent’anni fa, durante la preparazione delle Olimpiadi invernali di Torino 2006. Una città che per un breve periodo si è seduta sugli allori del successo della manifestazione olimpica, illudendosi di aver superato la fase di transizione da città industriale a città metropolitana e culturalmente superiore, ma che si è risvegliata spogliata di ogni singola identità. Né carne né pesce né verdura. Non industriale, non culla delle nuove tendenze culturali, non legata al suo territorio, così vicino alle Alpi, ma così lontano da esse per volontà politiche di amministrazioni locali più miopi che altro.

Il grande Carosello delle Dolomiti

Non si possono paragonare Cortina, e il suo territorio, a Torino. Troppo diverse, per dimensioni, storia, capacità di sviluppo. Tuttavia, il dossier aperto dal CAI può imporre a una considerazione comune. La contrarietà di cui parla il CAI riguarda, in particolare, “i collegamenti Passo Falzarego – Arabba e Cortina – Alleghe, progetti già previsti nel Piano Neve Regionale del 2013 e stralciati poiché la Commissione di Valutazione Ambientale Strategica dell’epoca aveva ritenuto che «la loro realizzazione avrebbe costituito una pressione ambientale tale da raggiungere livelli di insostenibilità»”. Ed è proprio qui che si gioca la partita più importante. La sostenibilità. Come afferma il Presidente generale del CAI, Vincenzo Torti, “siamo costernati nel vedere le immagini che stanno circolando in questi giorni che ci mostrano quanto sta accadendo su quelle Dolomiti che dovrebbero essere patrimonio universale e non solo italiano”. E qui si divide l’opinione pubblica. Chi pensa che le Olimpiadi siano un catalizzatore senza se e senza ma di entrate. E chi pensa che non ci sia bisogno di ulteriori strutture oltre a quelle esistenti. Simile fu la discussione nel caso di Torino 2006, con la differenza che molte infrastrutture dovevano essere create ex novo. Poi, la presa di posizione di Torti: “Il nostro impegno sarà quello di cogliere ogni occasione, grazie all’aiuto dei nostri soci presenti sul territorio, per presidiare quanto sta avvenendo e il rispetto di norme e autorizzazioni; ma ancor più per rimarcare come il futuro della montanità non passi attraverso la distruzione del bello e l’ultra-carico insostenibile di impianti di risalita e moltiplicazione di agevolazioni agli accessi”. Parole pesanti, che fanno il paio con le scene osservate, e immortalate, durante i primi weekend post lockdown. Valichi alpini presi d’assalto da autovetture, motociclette e un numero assai superiore al recente passato di turisti mordi-e-fuggi. Laghi, come Braies o Resia o Malciaussia, divenuti mete con affluenze comparabili, per superficie fruibile, a destinazioni marittime.

Tutto prevedibile? Certo. Perché l’estate 2020 sarà caratterizzata dal turismo di prossimità. Ma il punto è un altro. Laddove ogni singolo attore sociale sta tentando di promuovere la sostenibilità ambientale, perché così non avviene su tutti i fronti? Dispiace fare ancora una volta il paragone con le Olimpiadi di Torino 2006, ma può calzare a pennello. Se è vero che ancora oggi negli Stati Uniti sono ricordate come una delle edizioni più riuscite degli ultimi trent’anni, è altrettanto vero che nel 2006 il mercato Esg (Environment, social, governance), ovvero degli investimenti sostenibili, era tutt’altro che sviluppato. Al netto del cosiddetto “brand awareness” e del “greenwashing”, ovvero lo sfruttamento delle tendenze “verdi” per migliorare la percezione della propria immagine aziendale e cavalcare un trend, appare chiaro che anche i colossi della finanza, da State Street a Vanguard, passando per BlackRock, Blackstone e Ubs, stiano andando nella direzione della preservazione dell’ambiente. Anche grazie all’onda lunga scaturita dalle azioni della giovane attivista svedese Greta Thunberg, che guadagnava le prime pagine dei giornali ogni mese fino a quando la pandemia di Sars-Cov-2, e le sue conseguenze sociali ed economiche, non ha preso il sopravvento nella gerarchia delle notizie.

Che fare, dunque? L’impressione generale è che gli aspetti di sostenibilità siano stati messi in secondo piano, come rimarca il CAI.

Passo Giau e il traffico estivo

Lo stesso che “auspica che gli enti preposti, e la parte più sensibile della popolazione più direttamente interessata, si attivino per una verifica puntuale di quanto sta accadendo e invita tutti i soggetti coinvolti al coraggio anche di ripensamenti, laddove i devastanti scenari che si offrono oggi allo sguardo di tutti risultino cosa ben diversa da quella ipotizzabile dalle mere pratiche amministrative”. Vale a dire, mettere l’ambiente prima degli interessi politici di breve termine. Sì, perché è possibile parlare di economia montana, quindi anche turistica, in modo coscienzioso di quale sia l’emergenza climatica in corso, la cui urgenza è stata frenata dal coronavirus di Wuhan. Lo si sta facendo in ambito comunitario, tramite il Green Deal. Lo si sta facendo nelle sale trading, come dimostrano i dati sui flussi di capitale verso i fondi d’investimento Esg basati in Europa, che secondo Lyxor in giugno hanno registrato un nuovo record, raggiungendo quota 3,7 miliardi di euro, prevalentemente nel segmento azionario. Numeri che non significano soltanto possibili ritorni per investitori istituzionali e individuali, ma che rappresentano un cambiamento di mentalità secolare. O dentro, o fuori. Escludere per includere. Ovvero, chi non si adegua alla sostenibilità ambientale di lungo periodo, è estromesso dalle raccomandazioni dei colossi di Wall Street, o di Piazza Affari, Francoforte e Parigi.

Delle due l’una. Se tutti si stanno preoccupando del benessere degli habitat naturali, e se ci sono risorse finanziarie senza precedenti per garantirne la preservazione, perché bisogna fare non uno, ma due passi indietro, su questo versante? Una domanda che a oggi non ha una risposta logica. Non da un punto di vista sociale, né da quello economico, finanziario e ambientale. L’unica risposta possibile è legata agli interessi politici. L’unica speranza, sempre al netto del rumore di fondo che troppo spesso si leva sui social media, è che da qui al 2026 siano proprio le amministrazioni locali a comprendere l’importanza di un settore che di rilevanza ne ha sempre di più. Il tempo c’è. La volontà pure?

More from Alessandro Gogna
La cresta Signal
La cresta Signal di Lionello Leonessa (pubblicato su Scandere 1957-1958) La Signal...
Read More
Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *