Le conquiste e i limiti della legge 394/1991

Le conquiste e i limiti della legge 394 sulle Aree protette
di Giorgio Salvatori (presidente dell’AIW, Associazione Italiana Wilderness)

Quando fu varata la Legge 394, nel dicembre del 1991, io lavoravo al TG2. Le mie competenze specifiche spaziavano dall’informazione ambientale alla tutela del Paesaggio e dei Beni Culturali. Proposi alla Direzione del Telegiornale di salutare l’evento con un servizio speciale. Ne scaturì un Dossier di quasi un’ora. Nel reportage mostravo e commentavo immagini girate negli angoli più suggestivi di molti parchi nazionali, da quelli storici, come il Parco Nazionale d’Abruzzo, e quello del Gran Paradiso, a quelli nati successivamente, come il Parco Nazionale del Gargano. Tutti coloro i quali avevano a cuore la conservazione del meraviglioso caleidoscopio di Natura e di Paesaggi italiani salutarono quelle nuove nascite, e il rafforzamento delle tutele accordate alle aree protette in precedenza, come un traguardo eccezionale per la difesa di ampie porzioni di natura intatta del Bel Paese.

Oggi, però, è tempo di bilanci. Io ho una formazione scolastica e universitaria prevalentemente umanistica. Osservo la natura quindi non utilizzando criteri e strumenti tecnico-scientifici, ma ricorrendo istintivamente a un approccio prevalentemente estetico e, se mi consentite il termine ‘’olistico’’. Ciò significa, in altri termini, che non mi soffermo a studiare o a descrivere le dinamiche della biocenosi di un particolare ambiente naturale né la prevalenza del genotipo o del fenotipo in una certa specie animale. Queste considerazioni le lascio agli specialisti. Lo sguardo non specialistico, tuttavia, consente una visione d’insieme che a volte sfugge al biologo, allo zoologo e allo scienziato dell’ambiente. Ecco perché, dal mio punto di osservazione ‘’dilatato’’, io sono costretto a vedere non soltanto i traguardi importanti raggiunti grazie alla 394, ma anche i limiti e i difetti di una legge che mostra la corda a trent’anni dalla sua nascita.

Giorgio Salvatori

I traguardi sono sotto gli occhi di tutti. Una rete di Parchi nazionali, regionali, di aree protette di grandi o di piccole o medie dimensioni, che altri Paesi occidentali non possono vantare, né per quantità e, soprattutto, per qualità del Paesaggio e della biodiversità in essa compresa e tutelata. Grazie ad essa noi oggi godiamo di una varietà di flora e di fauna di cui nessun altro Paese europeo può fare sfoggio né beneficiare. Sulla reale tutela, tuttavia, io oggi ravviso alcuni problemi e molte contraddizioni. Dal punto di vista non convenzionale con il quale il direttivo dell’associazione che io presiedo, l’AIW, l’Associazione Italiana Wilderness (spesso non in sintonia con altre associazioni ambientaliste) analizza successi e insuccessi della legge, nella sua attuazione pratica, cioè nella concreta gestione delle aree protette, le nuvole sparse si presentano a volte piuttosto scure. Dall’analisi accurata condotta dal nostro centro studi, diretto da Franco Zunino, le ipoteche che gravano sul libero perseguimento degli obiettivi primari della 394 ci sembrano soprattutto tre. Provo a rappresentarle in rapida sintesi.

Cominciamo dalla prima, la più annosa e vistosa. La proprietà dei suoli. Tutti i Parchi Nazionali dovrebbero essere proprietari dei suoli di maggior valore ambientale e paesaggistico. Sappiamo che così non è. E da questo vulnus discendono mille grandi o piccoli problemi irrisolti che si rivelano motivo di intralcio per una corretta e sana gestione del patrimonio naturale in essi compreso e tutelato.

La seconda è, per noi, la difficoltà di intervenire direttamente, anche attraverso abbattimenti mirati e selettivi, per regolare i numeri delle popolazioni faunistiche in eccessiva espansione demografica quando questi dovessero incidere negativamente sulla conservazione di specie altamente vulnerabili o protette o alterare il delicato equilibrio che regola la vita e l’interconnessione tra le varie componenti del mondo naturale, cioè geologia, flora e fauna. Una possibilità contemplata dalle legge sulle aree protette, ma raramente applicata per non urtare la sensibilità esasperata degli animalisti. Ultimo esempio eclatante è il mancato abbattimento dei mufloni nell’Isola del Giglio, in un primo tempo deliberato dalla direzione del Parco dell’Arcipelago Toscano, poi bloccato per le irate proteste delle varie sigle animaliste.

Il terzo grande problema è la preservazione reale del territorio. Bisognerebbe intervenire con maggior rigore quando si progettano o si realizzano forme di sviluppo urbanistico che non siano quelle dirette a soddisfare le esigenze primarie della popolazione locale. In particolare si dovrebbe impedire la creazione di nuove strade superflue, anche quelle eventualmente progettate per una migliore fruizione turistica del Parco.

La tutela accordata in Italia alle aree protette non è certamente approssimativa come in altri Paesi e l’esempio che sto per farvi può apparire eccessivo, ma dobbiamo tutti prendere coscienza del fatto che la deforestazione in Amazzonia non avverrebbe con la devastante progressione cui stiamo assistendo in questi ultimi anni se non venissero continuamente realizzati nuovi percorsi stradali per penetrare nel suo cuore più profondo. Fermare l’urbanizzazione non strettamente necessaria ci sembra quindi un imperativo non contrattabile né differibile nel tempo. Bisognerebbe stabilire quali siano, in ogni parco, le aree assolutamente intangibili urbanisticamente. La legge 394 prevede sulla carta una pianificazione che contempla diversi tipi di vincoli, la cosiddetta zonazione o zonizzazione, fascia A, B e C con tutele declinanti, ma questo non ha impedito e non impedisce che si continuino a progettare e realizzare opere dell’uomo come strade, rifugi, aree per picnic, dighe e perfino gigantesche centrali eoliche appellandosi a ogni criterio, plausibile o no, di ‘’sviluppo sostenibile’’. Strade non indispensabili, rifugi per frotte crescenti di escursionisti, aree per picnic destinate ad accogliere, puntualmente, nelle feste comandate, eserciti di appassionati di merende nel verde e di amanti degli svaghi chiassosi all’aperto. Con una sensibilità disarmante alcuni, perfino appartenenti a storiche associazioni ambientaliste, vorrebbero cancellare preziosi angoli di paesaggio naturale o storico con i cosiddetti ‘’parchi eolici’, un vero e proprio ossimoro ambientale.

Chi volesse documentarsi in modo meno sintetico sullo studio in materia condotto dalla nostra associazione può richiedere il testo completo del documento al nostro centro studi indirizzando la richiesta a Franco Zunino (segreteriagenerale@wilderness. it).

C’è ancora un problema da mettere a fuoco : le nomine dei direttori e dei presidenti dei parchi sembrano obbedire spesso più alla logica spartitoria dei partiti e delle alleanze politiche trasversali piuttosto che a un criterio di titoli e di meriti acquisiti sul campo. Vecchio vizio della politica italiana, osserverà qualcuno, ma nelle aree protette si sperava, 30 anni fa, di respirare un’aria nuova. Così non è stato. Il risultato è non soltanto una gestione differenziata delle aree protette che, se obbedisse alle diverse vocazioni degli ambienti naturali tutelati potrebbe essere un pregio e non un difetto, ma così non è. Il perché è riassumibile nel vizio d’origine di molte nomine ai vertici dei parchi. Se il nominato deve continuare a rispondere alle sollecitazioni di molti committenti, i politici nazionali e quelli regionali che ne hanno caldeggiato la nomina e le amministrazioni comunali locali, noi continueremo a trovare in troppi casi relegata all’ultimo posto la soddisfazione degli obiettivi fondamentali per cui la legge è nata. Non dimentichiamo che all’articolo 1 la legge ‘’detta i principi fondamentali per l’istituzione e la gestione delle aree naturali protette, al fine di garantire la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale del Paese’’. Questi sono gli obiettivi primari. Io voglio ricordare anche l’articolo 3, in cui –semplifico un po’- si fa riferimento specifico alla conservazione di specie animali o vegetali, di biotopi, di valori scenici e panoramici, di equilibri ecologici e a metodi di gestione idonei a realizzare un’integrazione tra uomo e ambiente, salvaguardando valori antropologici, comprese le attività agro-silvopastorali e tradizionali. Io vedo qui, lo ripeto, il maggior malinteso e la più vistosa contraddizione nella gestione delle aree naturali protette.

Abbiamo assistito, nell’indifferenza di chi sarebbe dovuto intervenire, rave party nel cuore del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano (agosto del 2019); rally automobilistici internazionali in ‘’scenari mozzafiato e incontaminati’’ così recitava la pubblicità della gara, nel Parco Nazionale del Gargano (ottobre 2021); motoraduni, sfacciatamente reclamizzati come itinerari ecologici, nelle faggete vetuste del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise; gare di motor bike nella riserva integrale dell’Isola d’Elba (ottobre 2021) e ovunque, l’invasione di schiere di appassionati di mountain bike, ultimo cavallo di troia di uno sport spacciato anch’esso, sempre e comunque, come ecologico anche quando si svolge su sentieri, prati e cotichi erbosi delicati, in zone remote e protette, e che sta diventando ormai fenomeno di massa e come tale andrebbe gestito e regolamentato.

Vero che gli strumenti di dissuasione e di repressione, per questi e altri fenomeni dirompenti, sono spesso inadeguati. Ma, a nostro avviso, conta anche, e molto, la volontà o meno di contrastare con fermezza le schiere crescenti di nuovi barbari, da parte di chi governa le aree naturali protette. Tutto questo si può ottenere solo se si ha la consapevole percezione del grave danno inferto da queste attività ludiche di massa al fragile equilibrio ambientale di quei luoghi preziosi che la legge 394 ci impone di tutelare e preservare per il godimento sostenibile nostro e delle generazioni future.

La legge parla, comprensibilmente, anche di fruizione e di valorizzazione. Bene. Non barattiamo però l’opportunità di offrire a giovani e meno giovani la possibilità di un periodico, sano tuffo rigeneratore nella natura con la pretesa di andare in massa in un area protetta scambiata per un grande Luna Park nel verde e invaderne la natura con mezzi motorizzati, rifiuti, raduni devastanti, concerti rock e ‘’sballi’’ di massa.

Negletto, invece, mi pare il richiamo della 394 alla salvaguardia delle attività agrosilvo-pastorali. In particolare i piccoli allevatori, oggi, sono trascurati proprio nel momento in cui la diffusione del lupo su tutto il territorio nazionale, dopo lo scampato pericolo di estinzione del nostro ‘’Canis lupus italicus’’, sta mettendo a dura prova, per molti di loro, la possibilità di restare sul mercato e continuare ad assicurare prodotti caseari genuini e artigianali a consumatori nazionali ed estimatori internazionali.

Vi pongo un quesito che a qualcuno potrà sembrare eretico. Se la graduale trasformazione delle aree protette nazionali e regionali in luoghi di raduni e di svago di massa, motorizzati o meno, si dovesse ancora tollerare, allo scopo di far scorrere nuova linfa nelle asfittiche casse di enti di gestione e di amministrazioni locali, allora sarebbe meglio abbandonare ipocrisia e confusione e ipotizzare una riclassificazione generale dei parchi e delle aree naturali protette. Il criterio potrebbe essere quello di suddividere i territori in base alla loro vocazione particolare. Alcune aree potrebbero essere declassificate a zone di tutela naturale parziale e diventare, passatemi il termine, i grandi spazi di aggregazione e di divertimento agognati dalle masse cittadine e da alcuni amministratori locali, altre dovrebbero finalmente essere blindate nella loro vocazione alla piena tutela del prezioso patrimonio naturale che racchiudono nei loro confini. Le prime si trasformerebbero quindi in aree verdi tutelate, ma a prevalente uso turistico, le seconde in aree protette a prevalente vocazione naturalistica. In questo secondo caso penso, ad esempio, alla Val Grande, Alle Foreste Casentinesi, a questo vostro e nostro, meraviglioso Parco Nazionale d’Abruzzo con il suo tesoro più prezioso, l’orso bruno marsicano, da difendere con le unghie e con i denti da ogni genere di insidia: traffico automobilistico selvaggio o distratto, veleni, turismo di massa, incuria. Per ciò che riguarda gli episodi attribuiti al bracconaggio i dati più recenti indicano che questo odioso fenomeno è in vistoso declino negli ultimi decenni. Non così gli altri pericoli. Dei 127 orsi morti dal 1970 ad oggi l’80 per cento è deceduto, comunque, per cause direttamente o indirettamente legate all’uomo.

Infine un auspicio. Noi di Wilderness Italia, abbiamo realizzato decine di contratti, di accordi di tutela spontanea con comuni, enti e privati, su tutto il territorio nazionale e sempre con il consenso delle comunità locali. In pochi decenni abbiamo creato aree di wilderness, di ambienti selvaggi, pari a complessivi 54mila ettari. Considereremmo un ulteriore passo avanti verso la reale e completa difesa della natura se nella rete delle aeree protette che ricade sotto la normativa della Legge 394/ 91, oggi in fase di riforma, si procedesse anche all’individuazione e al riconoscimento di aree wilderness al proprio interno.

Come alcuni sanno, a differenza delle zone di riserva integrale, dove l’accesso è riservato, teoricamente, solo a chi è autorizzato a condurvi studi e ricerche pertinenti, le aree wilderness consentono la prosecuzione di locali attività tradizionali, come la raccolta di funghi, di erbe spontanee, di tartufi, di singoli legni e rami spezzati, purché non si svolgano in numeri complessivi che mettano a rischio l’integrità dei luoghi e dell’equilibrio ambientale esistente. Per noi è essenziale e irrinunciabile, invece, evitare al loro interno ogni forma di manipolazione umana che alteri lo status di conservazione del luogo, cioè qualsiasi intervento umano che preveda la costruzione di nuove strade, di fabbricati di qualsiasi genere, di strutture cementizie, perfino quelle destinate ad attività didattiche. Le aree wilderness, sull’esempio degli insegnamenti di Aldo Leopold, nostra figura di riferimento insieme a quella di Henry David Thoreau, devono restare identiche alle forme in cui noi le abbiamo ricevute in eredità dai nostri genitori e questi ultimi dai loro antenati. Una continuità con il passato che ci consenta di assaporare le atmosfere che essi vivevano negli stessi luoghi e assistendo alle attività agro-silvo pastorali che in essi erano presenti, negli stessi ambienti selvaggi e/o rurali di cento o di mille anni fa.

Le aree wilderness si potrebbero affiancare alle zone di riserva integrale rafforzandone la validità e rinvigorendo l’intensità della tutela degli ultimi lembi di natura integra nel nostro ex Bel Paese.

’’Il miglior modo di valorizzare un lembo di natura intatta’’, recitava un vecchio slogan del WWF, ’’ è quello di lasciarlo così com’è ’’. Una raccomandazione che sembra essere stata dimenticata anche da alcuni rappresentanti dell’ambientalismo contemporaneo.

Associazione Italiana per la Wilderness (AIW)
Riconosciuta dal Ministero dell’Ambiente con Decreto 28 dicembre 2004 e confermata con Decreto 18 gennaio 2018.

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  1. says: Carlo Crovella

    Ho leto con gusto questo scritto, mi ha impressionato moltto favorevolmente.
    Alcune osservazioni:

    1) “Queste considerazioni le lascio agli specialisti. Lo sguardo non specialistico, tuttavia, consente una visione d’insieme che a volte sfugge al biologo, allo zoologo e allo scienziato dell’ambiente.” mi ci riconosco, io sono un umanista e discuto animatamente con mia moglie, “scienziata”, pur essendo entrambi per la difesa dell’ambiente e per il contenimento dell’antropizzazione. Le discussioni (in realtà sono dei dialoghi un po’ più animati…) derivano proprio dal diverso punto di vista. qui mi piace molto il termine “olistico” riferito al paesaggio…

    2) Ho sentito nei giorni scorsi una frase che mi ha colpito e di cui i “verdi” dovrebbero tener conto (spesso invece sento solo posizione puramente ideologiche…). La frase è “l’ambientalismo senza politiche sociali è solo giardinaggio”. OK quindi a “riservare” il territorio, ma occorre alimentare un grande piano per il lavoro, sostenibile in termini ambien tali, al fine di dare da mangiare ai cittadini. Se ci dimentichiamo di questo contraltare, il cittadino “affamato” se ne sbatte del territorio protetto e ci vede come suoi nemici…

    3) Sono uno strenuo sostenitore dei Parchi, che siano nazionali regionali o semplkici aree protette dietro casa. Sono anche disposto a sostenere che dovrebbero esserci moltissime riserve integrali, coma Val Grande, Montecristo o, nel suo piccolino, la riserva marina integrale di Bregeggi (Spoterno). Nessun esser umano. Ma per portare avanti questo occorre una leglislazione e soprattutto una burocrazia snella ed efficace. Non voglio far nomi, ma so che abbastanza di recente un Presidente (molto convinto in termini ambientalisti( di un importante Parco Nazionale ha “mollato” perché non ne poteva più. Le sue giornate NON erano dedicate a proteggere questa o quella specie, a rimettere in ordine o vietare quel sentiero, a ristrutturare o meno quel rudere a mo’ di bivacco… Non, si dibatteva fra contratti con i dipendenti, cause legali e di lavoro, avvisi di garanzia, rinvii a giudizio ecc ecc ecc… Se stritoliamo così quelli che hanno entusiasmo, alla fine saremo soli…

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