A fine novembre 2025 il governo ha approvato il decreto legge che riguarda anche la “produzione di energia da fonti rinnovabili”. Un provvedimento zeppo di crepe, che con riguardo al solare rende più vantaggioso utilizzare aree libere anziché superfici già impermeabili, che non prevede alcun monitoraggio delle caratteristiche dei suoli e allarga le divisioni nel mondo ambientalista. Un’altra transizione è possibile? L’analisi del prof. Paolo Pileri.
Notizie non buone per i suoli agricoli d’Italia
(le porta il nuovo decreto sulle aree idonee al fotovoltaico)
di Paolo Pileri
(pubblicato su altreconomia.it il 5 dicembre 2025)
Amo le rinnovabili e desidero fortemente la transizione energetica che ci porti all’azzeramento dell’uso delle risorse fossili, così da ridurre le emissioni di CO₂. Ma il mio desiderio è legato a una transizione che sia veramente ecologica, a zero consumo di suolo e giusta. Si può fare, eppure in questo Paese la strada che è stata spianata ha favorito e favorirà forme di transizione energetica non regolate, apprezzate da chi vuole speculare ed ecologicamente non all’altezza della sfida.
I fatti, purtroppo, confermano le preoccupazioni di questa premessa. Il 21 novembre di quest’anno, infatti, il governo ha licenziato il decreto legge 175 che stabilisce quali aree del territorio nazionale sono “idonee” per gli impianti da fonti rinnovabili: fotovoltaico (a terra e agrivoltaico), eolico e biometano. Concentriamoci sul solare.
Ad eccezione del divieto di installare pannelli solari di qualsivoglia specie nei parchi e in poche altre aree paesaggisticamente vincolate (incluso i siti Unesco), per il resto il decreto tutela poco o niente i suoli, anche quelli di fatto agricoli. Lo fa usando diversi registri. Iniziamo con una precisazione per rispondere anche ai tifosi della transizione energetica accelerata ed ecologicamente non regolata, che dicono (con basi scientifiche traballanti e senza prove sperimentali alla mano) che l’agrivoltaico migliora la biodiversità nei campi agricoli da decenni tartassati da monocolture intensive ed estensive abusate da pesticidi, erbicidi e tanti altri prodotti chimici.
Ecco, si sappia che il decreto non impone in alcun modo di mettere gli agripannelli al posto di quell’agricoltura industriale o di altre agricolture inquinanti che degradano i suoli. Da nessuna parte è scritto questo e quindi non abbiamo nessuna certezza che ciò accadrà. Anzi, potrebbe tranquillamente succedere l’esatto contrario: gli investitori agrivoltaici che si piazzano su campi agricoli o incolti – meno costosi e più facilmente disponibili- spazzando via le possibili buone prestazioni ecologiche e di biodiversità di quei terreni disintossicati da anni dall’agrochimica, per usare una figura retorica cara ad Alex Langer. Già in molte parti del Paese l’arrembaggio dei suoli pro-fotovoltaico va a colpire gli agricoltori più fragili nelle aree più interne e non certo l’agribusiness industriale. Peraltro il decreto se ne guarda bene dall’imporre trattamenti biologici o ecologici alle colture che saranno fatte a fianco degli agripannelli; quindi, paradossalmente potremo avere pannelli e agricolture chimiche a braccetto (altro punto dolentissimo).
In tutto questo, faccio notare la povertà scientifica di questo decreto, in quanto si va di nuovo a decidere l’idoneità di un’area a essere trasformata in impianto elettrico di fatto (dopo aver passato una fase di cantierizzazione) usando solo criteri geometrici e di uso e destinazione d’uso dei suoli. Siamo davanti a una metodologia ope legis, confermata dal fatto che, ad esempio, non viene chiesto di rilevare alcuna misura di qualità dei suoli prima che diventino campi fotovoltaici. Così mai sapremo veramente se i parametri di biodiversità – ma non solo quelli – saranno effettivamente migliori quando i terreni passeranno a campi agrivoltaici. Aggiungo che anche la valutazione di impatto ambientale (Via) in buona parte sparisce nelle aree idonee (art. 11-quater), cosa che dovrebbe far andare su tutte le furie il mondo ambientalista, almeno quello che si riconosce in uno dei suoi padri fondatori, l’Alex Langer prima citato, che diceva nel 1994: “Tutto quanto viene oggi costruito (opere, tecnologie, etc.) produce impatti e conseguenze di dimensioni sinora sconosciute. La valutazione di impatto ambientale […] dovrà diventare il nocciolo di una nuova sapienza sociale, e va quindi adeguatamente ancorata negli ordinamenti”. Parole sante, ma tradite decine e decine di volte negli ultimi anni. Spero vivamente che ambientalisti, associazioni ambientaliste e culturali, società scientifiche ecologiche e anche i colleghi tifosi della transizione accelerata, che nulla dovrebbero avere da nascondere sulla bontà dei progetti di impianti fotovoltaici, suggeriscano al governo di riportare la Via (nella sua forma migliore e indipendente dalla politica e dai poteri finanziari) in tutti i casi e di integrare il decreto con una metodica pre e post monitoraggio ecologico dei suoli (e non solo dei suoli) nei loro impianti. I loro margini di profitto non credo siano inadeguati a sostenere tali analisi. Vedremo se lo chiederanno.
Tornando alle aree idonee, nel decreto purtroppo non mancano ambiguità che potrebbero di nuovo dare il via libera a molti casi di fotovoltaico a terra i cui impatti a terra, ricordo, sono più negativi dell’agrivoltaico. La combinazione tra comma 1, punto a) dell’art. 11-bis (aree idonee su terraferma), che concede di potenziare e rifare i “vecchi” impianti solari a terra regalando un bonus estensivo del 20% dell’area, e il comma 2 che dice che il divieto si intende solo su quelle aree agricole così definite dal piano urbanistico vigente e non “di fatto” agricole, potrebbe tramutarsi in una estensione del fotovoltaico a terra. Vedremo come interpreteranno questo passaggio. Nel passato questa sottile differenza definitoria e interpretativa tra aree agricole de facto, ma non de iure, ha prodotto notevoli consumi di suolo che sono sfuggiti alle maglie di valutazioni e contabilità. Potrebbe accadere anche qui? Qualche rischio c’è: vedremo. Sta di fatto che i pannelli a terra ancora si possono mettere per gli impianti che usano finanziamenti Piano nazionale di ripresa e resilienza e, beffa delle beffe, per le Comunità energetiche rinnovabili, che sono poi le situazioni socialmente più virtuose e spesso formate da comitati e cittadini disinteressati agli extraprofitti e interessati a salvaguardare massimamente suolo e paesaggi, e invece il decreto gli traccia una strada contraddittoria e dolorosa per le coscienze ecologiche, dando loro la possibilità di non stare interamente dalla parte del suolo.
Proseguiamo. Il decreto torna a dire che sono idonee tutte, e sottolineo tutte, “le aree a destinazione industriale, direzionale, artigianale, commerciale, ovvero destinate alla logistica o all’insediamento di centri di elaborazione dati” (punto l, sottopunto 4). Si tratta di una enormità di superfici sparpagliate in tutta Italia. Eredità di piani che sarebbe stato saggio asciugare e non rimettere in gioco. Aree che non sono certo nel portafoglio di umili famiglie italiane o di cooperative di comunità, ma con tutta probabilità sono nel portafoglio di immobiliari, grandi proprietari, operatori finanziari, banche, etc.. Faccio notare che in urbanistica il termine “destinato” non implica affatto che quelle aree siano già degradate, compromesse o cementificate. Tutt’altro: è probabilissimo che siano de facto agricole o naturali o seminaturali, quindi con un loro portamento ecologico. Se non coltivate da anni, è probabile ospitino vegetazione arborea, arbustiva ed erbacea che da decenni sottrae anidride carbonica mettendola al sicuro nel suolo. Ma non temete, il decreto non dice da nessuna parte che nelle aree idonee bisogna fare una stima preventiva della CO₂ sottratta dalla copertura attuale esistente, così da capire se è efficace trasformare proprio quell’area, quando invece converrebbe spostarsi altrove (magari su un’area già cementificata che non sottrae nessun gas climalterante e quindi dove il bilancio diverrebbe super vantaggioso mettendo i pannelli). Ma queste cose che ho appena detto sarebbero da pianificazione ecologica e qui non c’è traccia di questa intenzione.
A proposito di aree già asfaltate o impermeabili o dei tetti degli edifici, che sarebbero la prima opzione per apporre pannelli solari (a partire dai capannoni che certo non mancano in Italia), il decreto non dice nulla di appetibile. Anzi. Il punto 3 dichiara che sono aree idonee al fotovoltaico “gli edifici e le strutture edificate”. Ma non si ferma qui e aggiunge “e le relative superfici esterne pertinenziali”. L’aggiunta è rischiosa per i suoli perché le pertinenze non sono mica soltanto i box o i capanni per attrezzi o i parcheggi, ma possono essere ettari ed ettari di prati, boschetti, macchie arbustive o, di nuovo, aree de facto agricole che, essendo pertinenze, non risultano urbanisticamente aree agricole. Ecco che un altro potenziale pacchetto di suoli liberi finirà per essere pannellizzato, pur se con agripannelli. Anche in questo caso il decreto non chiede di misurare preventivamente la qualità dei suoli in gioco. Coerentemente con quanto appena detto, il decreto non si sbilancia nemmeno nel caso delle aree a parcheggio e dice che sono idonee solo per la quota parte già coperta. Che occasione sprecata. In Italia siamo pieni di parcheggi (quelle enormi dei centri commerciali, molte aree a parcheggio urbane o di interscambio) ed è un peccato che il governo non abbia forzato la mano per obbligare a coprirle con decine di migliaia di pannelli (che avrebbero pure ombreggiato le auto). Chissà se i tifosi della transizione energetica accelerata lo faranno notare anziché continuare a predicare il sacrificio di aree agricole di fatto o comunque di suoli liberi.
Ancora esagerata l’idoneità ope legis attorno ai centri industriali (sebbene solo quelli di una certa dimensione) dove si potranno pannellizzare aree libere attorno fino a una distanza di 350 metri. Conti alla mano, adottare quel criterio di idoneità al fotovoltaico (vedremo se sarà solo agrivoltaico o se anche qui la definizione urbanistica di aree agricole consentirà ancora i moduli a terra) significa che attorno a un’area produttiva di un ettaro ne diventano idonei 50. Un rapporto 1 a 50 ovvero una sproporzione enorme che minaccerà tantissime aree attorno ai grandi siti industriali, avvantaggiando, inoltre, i grandi gruppi a scapito dei piccoli.
Altra questione che il decreto non argina rispetto alla passata versione è l’idoneizzazione di tutte le aree di qualsivoglia uso e copertura entro una fascia di 500 metri dalle autostrade. Ora: i chilometri di autostrade in Italia sono circa 7.000. Poniamo il caso che 2.000 siano ponti e gallerie e altri 2.000 siano lungo fiumi, parchi o aree urbane. Il resto genera una superficie idonea al fotovoltaico pari a 300.000 ettari. Un’enormità di gran lunga maggiore alle necessità e, soprattutto, fatta ancora una volta di suoli spessissimo di qualità sui quali – lo ripeto – non viene imposta nessuna analisi chimico-fisico-biologica preliminare.
A proposito di aree agricole. Il decreto è davvero ambiguo. In alcune parti pare bandire l’uso delle aree agricole, in altre produce effetti totalmente contrari. Al comma 4, lettera g) impone alle Regioni di non idoneizzare meno dello 0,8% e più del 3% della Superficie agricola utilizzata (Sau). Attenzione attenzione perché queste piccole percentuali corrispondono a un’infinità di ettari. La Sau in Italia è di circa 13 milioni di ettari. Lo 0,8% sarebbe pari a 104.000 ettari coinvolgendo (o eliminando) 12.000 aziende agricole. Il 3% della Sau è pari a 390.000 ettari e interessa più di 45.000 aziende. Ovviamente non tutti gli ettari saranno occupati da impianti, ma capite bene l’effetto “tsunami”?
Non posso, infine, fare a meno di ricordare l’idoneizzazione delle aree delle cave e delle discariche che, a una prima lettura, potrebbe anche essere “ragionevole” senonché, ricordo a tutti, ogni cava e ogni discarica ha un preciso obbligo di rinaturazione a fine ciclo. Della serie: ridiamo alla natura quel che le abbiamo sottratto (tanto). Mi chiedo allora che fine facciano quegli obblighi di ripristino e rinaturazione e i relativi finanziamenti accantonati. Spariscono? Chi se li prende? Non si fa più natura dopo averla violata? Al posto della natura si fanno dei pannelli? Stessa cosa?
Potremmo proseguire con altri esempi (e parlare anche di impianti per biometano, altro disastro), ma ci fermiamo qui, per ora. Questo decreto è pieno di crepe che non sono dalla parte del suolo e apre ferite, divisioni e conflitti nel mondo ambientalista e tra gli studiosi in materie ambientali, i quali non dovrebbero trovarsi in opposizione tra loro. Con gli occhiali della natura, questo non è un decreto che disegna una via giusta ed ecologicamente tutelata per la transizione energetica.
Se è vero che dobbiamo uscire dalla dipendenza del fossile e le rinnovabili sono lo strumento principale per ridurre le emissioni climalteranti, non possiamo nascondere che ci sono enormi interessi finanziari e speculativi che premono per garantirsi il massimo dei profitti possibili. Questo decreto non li argina. E qui sta il problema dei problemi, quello che toglie lucidità al dibattito. Per mio conto continuo a dire che decreti così non cambiano la musica del nostro atteggiamento culturale-predatorio verso la natura e l’ambiente; che i suoli sotto i pannelli (di gran lunga quelli a terra) non se la passano sempre bene e sempre meglio di un’agricoltura biologica o rigenerativa o conservativa o di un prato permanente (con questo dovemmo confrontarci); che fintanto che abbiamo un metro quadrato impermeabilizzato, è quello che dobbiamo pannellizzare prima di ogni suolo, anche se figlio di una pessima agricoltura.
Ricordo che l’articolo 9 della nostra Costituzione invoca una Repubblica che tutela la biodiversità. Ecco, questo decreto, con le sue rinunce a fare diversamente, con tutte le sue innumerevoli ambiguità e possibilità relativamente all’uso dei suoli liberi, con il lasciare che sia di gran lunga più vantaggioso utilizzare aree libere anziché superfici già impermeabili, con l’omettere il monitoraggio delle caratteristiche ecologiche e chimico-fisiche dei suoli, finisce per togliere alla Repubblica il ruolo di tutela di biodiversità e degli ecosistemi. Non dimentichiamo mai che il suolo è un ecosistema, come anche ribadito in modo chiaro dal regolamento europeo per il ripristino della natura.
Nel suo celebre discorso del 1994 a Dobbiaco sulla conversione ecologica così amata da tanti ambientalisti, Alex Langer disse che “ogni discorso sulla necessità della svolta resta assurdo sino a quando la crescita economica resterà l’obiettivo economico di fondo e fino a quando i bilanci pubblici e privati punteranno ad aumentare di anno in anno”. Capisco che chi investe nella transizione non vuole e non deve perderci. Non capisco perché lo Stato debba indietreggiare e farsi da parte lasciando alla mano privata di vincere facile e di fare extra profitti, per giunta senza alcuna garanzia che quanto si sta realizzando porti davvero beneficio ai suoli e alle altre variabili ecologiche. Il principio di precauzione in tutto ciò è stato messo a tacere.
Siccome a questo punto il meglio che ci si può aspettare è evitare il peggio, tra i pochi appigli che vedo per raddrizzare il decreto (oltre alle voci delle opposizioni ancora silenti) c’è il ruolo delle Regioni che hanno 120 giorni per personalizzare questo decreto aggiungendo principi, criteri, pesi, filtri, priorità così da imporre, ad esempio, di decidere se e come “qualificare prioritariamente come aree idonee le superfici e le strutture edificate o caratterizzate dall’impermeabilizzazione del suolo” (comma 4, punto e).
Ecco, mi rivolgo allora alle Regioni chiedendo di adoperarsi per ottenere innanzitutto una sensibile riduzione della percentuale minima e massima di Sau da dover idoneizzare. Dopodiché possono e devono far sì che prima di ogni centimetro quadrato di suolo libero (di qualsiasi copertura, uso e destinazione d’uso) si usino tetti e tutte le superfici impermeabili (nel rispetto dei vincoli paesaggistici e architettonici, nonché statici), riuscendo a contenere i danni e arginando la (s)regolazione di una non-pianificazione energetica che esce da questo decreto. Diversamente rimarrà forte l’apertura a speculazioni e a compravendite di suoli che passeranno di mano in mano (sempre più ignote e impersonali) senza garanzie di rimanere suoli sani che, ricordo, sono un grande regolatore climatico e il più maggior stoccatore di CO₂ sulle terre emerse. Andare a compromettere suoli anche per fini più virtuosi, quando abbiamo la possibilità di fare meglio usando superfici impermeabili, è un controsenso oltre a una minaccia a tantissimi valori ecologici. E si può fare anche in questo caso. Anzi, abbiamo il dovere di farlo.


Siamo alle tappe finali del disegno del NWO. Sacrificare i suoli agricoli che ci danno da mangiare , in cambio di produzione di energia per alimentare i super computer dell’AI, facendo passare tutto questo come necessario per contenere la CO2. Forse qualcuno ha dimenticato che i più grandi sottrattori di questo gas, sono le piante e i suoli coperti da erba.😡