Panarotta dedicata a scialpinismo e ciaspole

Negli scorsi giorni su Il Dolomiti l’ex sindaco di Palù del Fersina e Ferrari, l’imprenditore organizzatore dell’evento di scialpinismo e prossimamente di una ciaspolata hanno lanciato alcuni spunti per rilanciare la montagna. L’esperto di brand destination Roberto Locatelli: “La soluzione e la chiave del pensiero strategico sono la capacità di identificare i valori fortemente caratterizzanti per un salto in avanti forse decisivo”

Panarotta dedicata a scialpinismo e ciaspole
di Luca Andreazza
(pubblicato su ildolomiti.it il 9 febbraio 2023)

La Panarotta Skialp-Natur? Una montagna che rinuncia a qualcosa e vira su un’infrastrutturazione più leggera per chiarire la propria vocazione e rafforzare alcuni segmenti di mercato? Queste le proposte lanciate su Il Dolomiti da Stefano Moltrer (Qui articolo), ex sindaco di Palù del Fersina e profondo conoscitore (e frequentatore) della località valsuganotta, e da Giuseppe Ferrarititolare dell’omonimo negozio sportivo di Pergine Valsugana, organizzatore dell’evento di scialpinismo in notturna con centinaia di persone che si sono portate in quota (Qui articolo).

Sono idee interessati, che meritano un’analisi analisi e un ragionamento approfondito“, commenta Roberto LocatelliCeo di Plusagenzia di Trento specializzata nella comunicazione, esperto del settore e un guru per quanto riguarda la creazione e la gestione di Brand Destination. “Permetterebbe alla Panarotta di chiamarsi fuori dagli schemi ma compiere probabilmente un passo in avanti, un passaggio concreto verso un rilancio pianificato e che segue trend precisi“.

Forse c’è spazio ma soprattutto è arrivata l’ora di una scelta coraggiosa per una montagna alla costante ricerca di rilancio, forse anche di una identità. Complice la decisione di non aprire gli impianti (Qui articolo), i riscontri sono stati interessanti tra le attività extra-sci e la Lupa del Lagorai, l’opera realizzata dall’artista veneto Marco Martalar

Abbiamo alternative spendibili a breve termine? Non sembrano esserci cordate di imprenditori desiderosi di investire in un’attività in perdita e tutta da ripensare“, le parole di Moltrer. Non significa rinunciare completamente agli impianti tout court e alla stagione più fredda quanto ricalibrare l’offerta tra scialpinismo e ciaspole e orientare gli sforzi in altre direzioni.

Spunti che partono anche dall’ultimo evento organizzato in quota da Ferrari Sport, il titolare dell’esercizio ha tratteggiato alcune direzioni possibili per rilanciare la zona: l’estate in primis ma senza rinunciare all’inverno. Inaugurata l’anno scorso c’è poi la pista da slittino che può rispondere a un’altra fetta di mercato. Investire ma in modo più strutturato.

A prescindere da scialpinismo e ciaspole, sono proposte interessanti – dice Locatelli a Il Dolomiti – perché cercano di valorizzare quelle caratteristiche che possono rendere unico un territoriouna proposizione valoriale di un’area con il coraggio di avere un posizionamento chiaro e riconoscibilefrutto della sottrazione più che della sommatoria di offerte che poi diventano standard e omologate. Questo non significa dover rinunciare totalmente agli impianti già presenti ma permette di rafforzare altri asset che in questo momento acquistano sempre più peso nelle scelte di un turista“.

Questa è una strada percorribile che consentirebbe alla Panarotta di distinguersi, di tracciare una via e di diventare un possibile esempio da seguire anche per altre località con la consapevolezza di essere stati tra i primi a ridisegnare il proprio futuro, anche a fronte della crisi climatica. 

Ci sono vari profili vantaggiosi in un’operazione di questo tipo“, evidenzia Locatelli. “Da una situazione magari difficilesi fa di necessità virtù con un rilancio sostenibile. La montagna si potrebbe distinguere rispetto alle altre località. Un piano che perfettamente coerente rispetto al Trentino che ha nell’outdoor un punto di forza, poi si seguono i nuovi trend in ascesa. Un mix che unito alle potenzialità legate alla natura e all’ambiente dell’area renderebbero la Panarotta esclusiva: qui non si fa tutto ma si trova il meglio. Un po’ quello che Paolo Manfrini aveva fatto con la Trento-Malè, una ferrovia identificata come il trenino dei castelli con un forte impulso sulla visita dei manieri trentini. Insomma, un altro modo di fruire della montagna e dell’inverno è più che possibile. “Gli impianti da sci passano a recitare un ruolo diverso, da protagonista a gregario, ma paradossalmente viene potenziato anche l’attrattività di questo asset. La soluzione e la chiave del pensiero strategico sono la capacità di identificare i valori fortemente caratterizzanti per un salto in avanti forse decisivo“, conclude Locatelli.


Analoghe considerazioni avvengono in altre parti delle Alpi. L’invito del presidente Uncem Marco Bussone su come impiegare i 200 milioni destinati alla montagna dalla legge di bilancio: «La montagna non è solo piste da discesa. In tempi di riscaldamento climatico bisogna ampliare l’offerta turistica, differenziare le attività sportive e creare incentivi per giovani e famiglie». Ecco un articolo che prende in considerazione quella che è ormai una problematica generale.

Non solo sci, impianti e innevamento
(servono iniziative ambiziose per destagionalizzare il turismo)
di Max Cassani
(pubblicato su lastampa.it il 10 febbraio 2023)

«I 200 milioni di euro previsti in legge di bilancio per modernizzazione e messa in sicurezza degli impianti di risalita e per incentivare l’offerta turistica delle località montane italiane non vengano utilizzati solo per la manutenzione degli impianti a fune e per l’innevamento artificiale, ma anche per altri obiettivi ambiziosi». È l’invito del presidente dell’Unione comuni ed enti montani, Marco Bussone, rivolto alla ministra del Turismo Daniela Santanché. Una dichiarazione che riflette il pensiero di un po’ tutti gli appassionati di Montagna (con la M maiuscola), specie in un’epoca di riscaldamento globale che rende sempre più anacronistica la monocultura dello sci alpino, specie alle quote più basse.

Il tavolo comune con il ministero del Turismo
Da tempo Bussone invita amministratori, gestori di impianti, associazioni e rappresentanti di altre categorie a mettersi attorno a un tavolo «oltre le tifoserie» per discutere con il governo «in maniera seria e laica» di una possibile riconversione turistica alla luce dei cambiamenti climatici, anche sull’esempio di quel che accade in Paesi come Austria e Croazia. L’occasione è arrivata qualche settimana fa quando gli operatori di settore – impiantisti, tecnici funiviari, comuni montani e pure Legambiente – si sono ritrovati a Roma con il ministro Santanché per discutere su come fronteggiare l’emergenza neve in Appennino. Incontro da cui sono usciti confortati e con promesse di ristori per un’industria, quella sciistica, che «non si può fermare» visto che tuttora rappresenta «un volano fondamentale per l’intera economia di montagna e per limitare lo spopolamento delle terre alte», come non si stanca di ripetere la presidente degli impiantisti Anef, Valeria Ghezzi.

Insomma, se è vero che «senza lo sci la montagna è morta» e che gli impianti di risalita rappresentano un presidio cruciale per tutta la filiera montana – dagli hotel ai negozi ai ristoranti –, è altrettanto evidente che i ristori non possono essere una soluzione a lungo termine. Prima i sacrosanti sussidi reclamati per la pandemia, ora per l’emergenza climatica invocata a mo’ di «calamità naturale», con richiesta di moratoria sui mutui e ammortizzatori sociali per i dipendenti delle funivie. Senza contare la pioggia di contributi pubblici concessi – dalle regioni alpine a quelle appenniniche – per la realizzazione di nuovi impianti di innevamento e di risalita, anche a quote diventate ormai anacronistiche in tempi di global warming.

Non solo sussidi: bisogna ampliare la proposta turistica
Ecco allora che, a fianco alla manutenzione delle funivie e dell’efficientamento dei cannoni sparaneve, l’Uncem invoca «iniziative coordinate per la destagionalizzazione, per l’ammodernamento e l’ampliamento dell’offerta turistica nelle località, con differenziazione delle pratiche outdoor e benefici per giovani e famiglie». Su La Stampa lo scriviamo da anni che la montagna non è solo sci alpino, e che la ricetta per il futuro è differenziare l’offerta turistica. Il futuro della montagna è a un bivio: serve realismo, non demagogia. Ancora Bussone: «Non servono grandi infrastrutture, servono nuovi occhi, conversione ecologica, progetti a basso impatto, generatività. Guardiamo lontano, nel turismo e per le montagne fruite non come parco giochi o appendice ludica della città, ma con piena dignità e identità. Costruiamo futuro, con lungimiranza: un’offerta vera 365 giorni l’anno, sostenibile. Non basteranno 200 milioni. Servirà aggiungere uno zero, per veri investimenti duraturi e per costruire un’offerta valida verso il 2050».

Sempre meno neve e meno sciatori
Non solo: il presidente Uncem auspica anche «attività di promozione, marketing, comunicazione e pure iniziative per la dismissione di impianti obsoleti, anche a causa del cambiamento climatico». E sì, perché nonostante lo stonato negazionismo climatico da parte di qualche operatore – dai Piani di Bobbio a Cortina –, la realtà è che entro il 2050 non si scierà più sotto i 1500 metri di altitudine, e anche più in alto non sarà così scontato. Lo dicono le indagini di vari istituti internazionali di ricerca, dall’Eurac Research di Bolzano all’Intergovernmental Panel on Climate Change dell’Onu, fino al dossier Nevediversa di Legambiente. Già ora le stazioni a più bassa quota sono in grave difficoltà per le elevate temperature e la penuria di fiocchi: alcune hanno già gettato la spugna spegnendo skilift e seggiovie. Anche nelle località più grandi e blasonate ormai si scia solo grazie all’innevamento artificiale, con grande dispendio di risorse energetiche e costi – economici e ambientali – sempre meno sostenibili. Costi che poi si ripercuotono sui prezzi degli skipass, sempre più cari, con conseguente selezione economica degli sciatori sulle piste: sempre meno e sempre più ricchi come evidenzia anche l’International Report on Snow & Mountain Tourism.

«Considerato che i cambiamenti climatici stanno drasticamente riducendo le precipitazioni nevose innalzando la quota neve e riducendo i giorni di freddo intenso, occorre analizzare la possibilità di efficientamento degli impianti di innevamento programmato – spiega a La Stampa Franco Torretta, direttore tecnico di esercizio del comprensorio Monterosa Ski e presidente dell’Anitif, l’Associazione italiana tecnici impianti funiviari –. L’efficientamento può essere rivolto alla sostituzione degli innevatori installati con macchine più moderne in grado di ridurre i costi energetici, aumentare la produzione e sfruttare temperature più “alte”».

Urge un nuovo modello di sviluppo più sostenibile e inclusivo
Il fatto è la natura non si può forzare all’infinito. C’è un limite. Sopra certe temperature la neve artificiale non si può fisicamente produrre. Per far funzionare i cannoni ci vuole il freddo. Ecco allora la necessità – invocata tra gli altri anche dal Club Alpino Italiano – di intraprendere un nuovo modello di sviluppo più sostenibile e inclusivo. Meno di massa e valido tutto l’anno. Dove siano previsti investimenti per lo sci da discesa ma anche per le altre attività sportive in crescita di praticanti: bike, ciaspole, trail-running, skialp, sci di fondo. E soprattutto su musica, cultura, enogastronomia, benessere: perché in prospettiva non è detto che ci sia sempre la neve, specie nelle località a più bassa quota.

La pandemia dovrebbe insegnarcelo: è bastato fermare per un inverno gli impianti di risalita per mandare in crisi un intero comparto, che vale 10-12 miliardi e compreso l’indotto impiega qualcosa come 300 mila addetti. Allora forse quel modello monotematico di offerta turistica va ripensato, anche in considerazione delle fosche previsioni di sciabilità dei prossimi decenni. Chi l’ha già fatto – da Cogne alla Val Maira, fino a Finale Ligure – è ora guardato come un esempio virtuoso di transizione dolce.

In quest’ottica i 200 milioni destinati alla montagna dalla nuova legge di bilancio, oltre ai fondi del Pnrr, costituiscono un’opportunità irripetibile per operare questa mutazione culturale: anche con l’appoggio della politica, delle istituzioni, delle comunità montane. Perseverare nell’errore, a questo punto, sarebbe diabolico.

More from Alessandro Gogna
Walter Bonatti
di Alessandro Gogna INTRODUZIONEWalter Bonatti domina la scena alpinistica per una quindicina...
Read More
Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *