Patrick Gabarrou ha aperto oltre trecento vie su Alpi e Ande: dalla laurea alla Sorbona alle vette, la sua vita è una continua esplorazione.
Patrick Gabarrou dice addio alle scalate
(“La mia storia si è conclusa sul Monte Bianco”)
di Enrico Martinet
(pubblicato su lastampa.it l’8 settembre 2024)
«La mia storia? Conclusa». Ha 73 anni Patrick Gabarrou, l’alpinista-filosofo, uno dei grandi scalatori dell’ultimo mezzo secolo. I suoi occhi profondi sono immobili, così come l’espressione del viso. Pare un addio, poi scoppia in una risata e spiega: «Perché ci sono libri che prima o poi finiscono, niente di male, anzi. Provo serenità e gratitudine». Arrivato a 300 prime vie tra Alpi e Ande e alcune spedizioni anche in Himalaya, ha smesso di contarle, lo lascia fare ad altri. È nato il 21 luglio del 1951 a Évreux, città della Normandia, ma già a 3 anni la sua famiglia si è spostata a Parigi. È diventato guida alpina nello stesso anno in cui si è laureato in Filosofia alla Sorbona. Nel ricordarlo si fa un’altra risata: «Non ero mica un genio, mi piaceva esplorare e la filosofia è la materia giusta per farlo».
Che significa che la sua storia è conclusa?
«Conclusa sul Monte Bianco, che è unico al mondo, una cattedrale su cui ho aperto tante vie nuove. L’ultima è stata quest’estate sul Pic Amedeo, cresta del Brouillard, il versante ovest del Bianco, misterioso, segreto. Qualche anno fa ho concluso le mie vie sul Cervino».
Racconti quest’ultima impresa.
«Era uno dei miei sogni. Ne avevo parlato anche con Christophe Profit, gli avevo fatto vedere la parete, il tracciato che avevo studiato. Ne era entusiasta, poi non siamo riusciti a trovare il tempo giusto. E un incidente a un amico ha impedito anche la seconda possibilità di affrontare la parete. Quest’anno a Chamonix, grazie all’amica Juliette, incontro due giovani alpinisti, entrambi con lo stesso nome, Clément. È successo che in poco tempo mi hanno parlato al cuore, due belle anime. Uno, Dumont, vive vicino al Bianco, l’altro, Parisse, è un campione di sci di fondo. Tre giorni di bel tempo e voilà, eravamo in cima al Bianco, dopo aver aperto il mio sogno sul Pic Amedeo. Due compagni di cordata straordinari. Le confido un segreto che Clément Parisse non le direbbe mai. Arrivati in vetta mi ha chiesto se per la discesa poteva prendere il mio zaino. Non c’è altro da aggiungere».
Via che ha battezzato Marie porte du ciel.
«Sì, fin da bambino. Maria la porta del cielo è proprio perché non salirò più sul Bianco, quindi quella è la mia porta. La Madonna è sempre nelle mie preghiere. La stupirò, credo, ma la mia montagna del cuore è il Gran Paradiso, perché è una grande montagna che si può scalare insieme e perché in cima ha la statua della Madonna».
Visione mistica della montagna?
«No. La montagna è il rilievo e il mistero, soddisfa il mio desiderio, direi vocazione, a cercare il nuovo. Da ragazzo nei boschi lasciavo i sentieri per esplorare altri itinerari. Volontà che mi è stata guida anche nell’alpinismo. La mia ultima via sul Cervino è Echelle vers le ciel».
Lei è stato un pioniere nelle salite sulle goulotte di ghiaccio, canali con anche esili strati di ghiaccio. Un talento.
«Se potessi dire in che cosa sono bravo, sceglierei lo sguardo. So vedere dove salire, scegliere nuove vie per arrivare sulla cima. Questo è per me un dono, l’ho scoperto da ragazzo e ho continuato a coltivarlo. Credo sia un vero peccato non seguire ciò che ci è stato dato. Io vedo la via, questo sono io».
Torniamo a quando era ragazzo, a quando cominciò a scalare.
«Non da ragazzo. L’alpinismo non era la mia scelta. Ero in collegio con i religiosi di Saint-Vincent de Paul, cristiani sociali. Giravo per i boschi, giocavo a pallone, ho imparato a pregare e a studiare, poi ho avuto accesso alla biblioteca dei grandi e lì ho trovato due libri che nessuno leggeva. Un’altra via nuova, vede? Erano di Gaston Rébuffat, straordinario alpinista e anche grande scrittore. Ho deciso che la mia vita sarebbe stata in montagna, ma non da alpinista. Volevo vivere in quella bellezza e avrei fatto il pastore, il boscaiolo, insomma qualcosa che mi permettesse di stare vicino a quelle meraviglie verso il cielo».
E poi?
«Sono andato con mio fratello a Chamonix. Tasche vuote e tanto entusiasmo. E così abbiamo cominciato a salire sui sassi, poi sulle montagne. Pensai di diventare guida alpina soprattutto per poter usare la funivia che portava sui ghiacciai senza spendere. Poi lo studio e nelle vacanze ad arrampicare. Insomma sono diventato guida per hazard».
E alpinista. Nel 1974 ha firmato la sua prima via sul Monte Bianco con Jean-Pierre Albinoni, il couloir di ghiaccio sul Tacul che porta il vostro nome.
«Già, proprio 50 anni fa. Due anni prima avevo ripetuto la via Bonatti al Dru. Soltanto sul Bianco ho aperto venti vie, sei sulla Nord delle Grandes Jorasses».
La sua più famosa è Divine Providence sulla Est del Pilier d’Angle con François Marsigny. Era il 1984. Lei ha sempre arrampicato con uno o due compagni di cordata, mai solo. Perché?
«Perché l’essenziale della vita e dell’alpinismo non è la solitudine, ma la condivisione. Significa stringere amicizie, che restano per sempre. Non si arrampica soltanto per sé, almeno io non lo faccio. Le mie salite solitarie sono brevi, diciamo di allenamento. Quelle importanti devo condividerle con altri».
Basta montagna?
«Certo che no. Continuo a fare la guida. Sono appena stato sul Gran Paradiso con amici, andrò sulle Alpi Marittime a scalare in luoghi che amo. Finché mi è dato stare in salute. La montagna è il mio ambiente da quando l’ho conosciuta nei libri di Rébuffat».
Ha usato la parola essenziale.
«Sì, l’essenziale sono gli altri. Significa amicizia e fedeltà, vale per la vita. La storia di ciò che faccio non è soltanto mia. Sa che cosa mi gratifica da qualche tempo? Chi viene ad ascoltare i miei racconti, chi guarda i miei film, le mie fotografie, non mi guarda come un eroe, ma mi dice “ci fai sognare”. Capisce? Ho fatto nascere sogni. Meraviglioso».



