L’arte della solitudine 7 – 8

L’arte della solitudine 7 – 8
di Armin Speranza

Antelao
“Ogni giornata passata in ambiente è un briciolo di esperienza messo nel cassetto”. Questo pensavo scendendo dall’Antelao, non mi ci sono nemmeno lontanamente avvicinato alla cima. Neanche i camosci vogliono stare lassù oggi, infatti mentre imbocco la via normale ne incontro due poco distanti che scendono, hanno il pelo molto scuro e si mimetizzano alla perfezione tra le scarne tonalità di quel paesaggio lunare. Le Dolomiti per gran parte dell’anno sono costantemente preda del maltempo perciò negli anni ho imparato che la loro vera natura si svela quando è cattivo tempo; onesto per un primo incontro con il Re delle Dolomiti. In più, non si sa andare in montagna fino a che non lo si sa fare anche in condizioni non favorevoli. Siamo indubbiamente solo io e l’Antelao oggi.

Non è la prima volta che transito per Forcella Piccola, dove inizia la via normale, ma la scorsa volta che sono passato di qui stavo correndo una maratona e mi mancò il tempo di guardarmi attorno, infatti scesi subito verso San Vito di Cadore e in seguito lungo la pista ciclabile che mi avrebbe riportato al punto di partenza, Calalzo di Cadore, dove per poco non perdevo l’ultimo autobus che tornava verso Belluno. Quel giorno lo ricordo particolarmente bene perché dopo aver percorso i primi 15 chilometri in salita e la ripida discesa da Forcella Piccola, realizzai che l’ultimo mezzo per tornare in Valbelluna non sarebbe stato alle 18.30 ma un’ora prima. Avevo ancora più di venti chilometri da correre e 2 ore di tempo, normalmente è un tempo più che sufficiente per coprire la distanza ma quel giorno mi ero organizzato per avere un certo margine. Fui sfortunato perché partii pure tardi a causa di un imprevisto.

Così dopo aver spinto fino a Forcella Piccola e sceso a cannone da questa sul versante opposto, su ghiaioni e piste da sci, solo una volta arrivato a San Vito realizzo, acquistando il biglietto online, che la domenica gli orari sono diversi. Quando pensavo di poter rallentare il ritmo e godermi la piacevole uniformità di una superficie asfaltata, scopro che c’è poco da rilassarsi e mantengo un buon ritmo fino all’ultimo. Alla fine arrivo in tempo, in anticipo di dieci minuti. Controllo lo smartwatch quando sono in vista della stazione dei treni di Calalzo e indica 41 chilometri, 1520 metri di dislivello positivo. Sono stanco ma realizzo che la spossatezza è dovuta più che altro ad un’errata calibrazione delle energie lungo il percorso, dovuta alla mia disattenzione nel programmare l’uscita. Lezione imparata.

Oggi invece regna un silenzio tombale nella Val d’Oten e non c’è anima viva. Mentre la percorro l’immobilità dell’aria è totale, uno stato di quiete che mi ricorda l’arrivo dell’inverno. Anche il profumo nell’aria mi ricorda la stagione più fredda.



In fondo oggi non ho mai pensato seriamente di arrivare in cima, troppo perturbato in quota. Controllo il puntino sulla mappa nello smartphone e sono circa a 2500 metri quando faccio retromarcia. Fin dal mattino quando parto da Calalzo, una fitta cappa di nuvole staziona in alta quota abbracciando le cime, è temporaneamente sereno ma tutto attorno è un fermento di nubi che sembrano solo attendere di poter caricare in massa. Ora quassù soffia un vento teso con intensità tale da sbilanciarmi, poi tutto d’un tratto la corrente d’aria si ferma anche se la sento sferzare sulle creste più alte. Poi all’improvviso riprende a soffiare saturando il mio udito. Sopra i 2700 metri non c’è verso, la fitta cappa di nubi non si è mai diradata e ai margini del fronte nuvoloso è tutto un vorticare. Non ho i ramponi ma non ho difficoltà a muovermi, anche se la scarsa neve presente è insidiosa, molto bagnata e una volta calpestata forma una patina scivolosa (prima di salire lungo la via normale all’Antelao ho lasciato gran parte delle mie cose al bivacco invernale posto di fianco al rifugio Galassi, con me ho solo due snicker e mezzo litro di acqua diluita con un integratore).


Così mi muovo molto rapido, Forcella Lindermann sarebbe un buon obiettivo ma non ho nessuna intenzione di entrare tra quelle nubi. O meglio, devo ammettere che c’è un profondo, vero richiamo in questi momenti: stavo alla grande divertendomi nella ricerca della traccia, intuendo la linea e scrutando tra le pietre e la neve per scorgere il prossimo ometto. Senza lo zaino si vola e in discesa avrei come minimo dimezzato i tempi, potendo accennare un ritmo di corsa seppure su terreno impegnativo. Ma che senso avrebbe entrare lì dentro? Sarebbe un viaggio oscuro, in solitudine su terreno ignoto. Non oggi, sarà per la prossima volta Antelao.
Scendo di corsa sferzato dal vento e davanti a me le cime Scotter sono uno spettacolo della natura mentre le nubi vorticano loro attorno insinuandosi tra le pareti, lasciando scorgere di attimo in attimo parte del disegno complessivo.

Sono le 16.00 e sembrano già le sette di sera, comunque c’è ancora luminosità e i grossi massi vicini al rifugio Galassi sono la mia prossima destinazione dove resto a fare boulder fino a che si fa buio.

Non c’è molto altro da fare se non rientrare in bivacco, anche se avrei continuato volentieri ad appendermi sui sassi. Di lì a poco arriva la pioggia che riempie il silenzio del bivacco battendo sul tetto. La mia ultima speranza è una schiarita per il mattino seguente, nel pomeriggio di domani il tempo certamente peggiorerà e non ci sarà tregua fino a lunedì.


Al risveglio spero in una schiarita ma non appena metto la testa fuori dal sacco, intravedo dall’unica finestra del bivacco nient’altro che nebbia, la classica nebbia che non se ne andrà mai in tutto il giorno. A chi non è capitata una giornata così in quota?

Faccio lo zaino, riordino e pulisco il bivacco sperando nel frattempo avvenga un miracolo, invece là fuori la visibilità è sempre intorno ai venti metri. Sono comunque contento del tempo trascorso qui e tra le nebbie scendo in Val d’Oten dove mi fermo ad ammirare la bellissima cascata Delle Pile risalendo la spettacolare gola che la precede. Lì posso rispettare il rituale del risveglio sulle montagne: lavarmi il capo nell’acqua delle più buone fonti della montagna.

Maestri e allievi
Non avrei mai scritto di queste due giornate passate sulle montagne se non fosse per un incontro che è avvenuto lassù.
Avevo il weekend libero, il bollettino meteo arpav parlava di un calo deciso delle temperature con medie ben al di sotto della norma, condizioni tipicamente invernali.
È il 22 novembre 2025 e parto un po’ tardi dalla stazione di Calalzo di Cadore, intorno alle 11 del mattino, in direzione Rifugio Galassi. Ero qui anche il weekend scorso ma con condizioni molto diverse. Non avrei mai scritto di queste due giornate, come dicevo, perché dovevano essere un allenamento e una lunga escursione sulla neve, una nottata in quota per riprendere confidenza con questi ambienti in una stagione che negli ultimi anni, per svariati motivi, non avevo avuto modo di sfruttare. La montagna cambia drasticamente nella stagione tardo autunnale-invernale e tutto diventa più difficile.

Ho perso il conto delle volte in cui sono passato in Val d’Oten quest’anno, ma questa è la prima volta in cui lo faccio con la neve. Tutto appare ancora più grandioso, i profili e le profondità, grazie al contrasto con la neve fresca appaiono nitidi e dettagli dapprima invisibili diventano chiari. Percorro interamente il fondovalle fino a che rimangono ben poche tracce a marcare il manto nevoso che ora è intorno ai dieci centimetri. Inizio a salire nel bosco, la traccia è battuta, da principio pensavo fossero due le persone passate precedentemente, ma in breve avrei scoperto essere tre.



Lungo la prima parte della salita verso il rifugio Galassi la traccia sale nel bosco, ed è chiara la direzione da seguire, ma la musica cambia una volta guadagnata quota dove l’ambiente si fa più alpino e seguire la traccia diventa più difficile. La neve ora è alta fino a 30 centimetri. Ed è qui, sbucando dal bosco, che per puro caso vedo tre persone palesemente fuori traccia, impegnate tra i mughi a poche centinaia di metri di distanza da me. Li saluto gridando e dopo essermi accertato che stiano salendo al rifugio Galassi indico loro dove imboccare la giusta via.

Devo aprire una piccola parentesi spiegando che mi trovavo lì in scarpe da corsa, nello zaino un paio di scarponcini a collo basso che non avevo ancora indossato perché mentre guadavo un torrentello, in parte ghiacciato, ero stupidamente scivolato cadendo malamente sulle pietre e uno dei piedi era interamente entrato nell’acqua. Perciò pur di mantenere il più possibile asciutti gli scarponcini, mi ero tenuto le scarpe da corsa. Se il terreno fosse diventato troppo impegnativo avrei indossato i ramponcini. Racconto un dettaglio perché proprio a causa di questo non attesi troppo i tre ragazzi incontrati in precedenza, ma mi assicurai solo che vedessero l’imbocco della via. Poi non avrebbero dovuto fare altro che seguire le mie impronte. Ero vestito leggero in modo da salire veloce senza sudare, però i piedi erano completamente zuppi perciò non potevo fermarmi più di trenta secondi senza che la morsa del gelo si facesse sentire con una velocità sorprendente. Siamo pur sempre a nord dell’Antelao, stretti tra la mole del Re e le montagne di Tiziano.

Riuscii comunque a scambiare qualche frettolosa parola con i tre ragazzi e subito intuii che non erano molto pratici né totalmente consci dell’ambiente nel quale si trovavano, né sarebbero arrivati al bivacco prima del buio se avessero continuato di quel passo. Erano le 15 del pomeriggio passate, lì alle 17 è già buio. La traccia che sale al rifugio Galassi non è per nulla difficile, però con una coltre nevosa di trenta-quaranta centimetri la cosa si complica se non la si conosce. Non è un percorso che si presti a scorciatoie, a meno che non si voglia ingaggiare una battaglia impari con i mughi e impiegare tempi ridicoli per coprire distanze irrisorie.

Proseguo rapidissimo, è talmente freddo che sudo appena, però ogni tanto devo rallentare o fermarmi per capire quale sia la giusta direzione. La neve sempre più copiosa ha fatto cedere i rami dei mughi che precipitati al suolo occludono la giusta via ed è facile cadere in inganno seguendo vicoli ciechi. La neve è molto bella, fresca, leggera, asciutta e non mi crea problemi nella progressione. Molto velocemente arrivo al bivacco adiacente al rifugio Galassi, tempo di cambiarmi, sistemarmi e le scarpe usate per salire, sono diventate due blocchi di ghiaccio. I ragazzi arrivano una mezz’ora dopo, mi ringraziano ripetutamente per averli guidati, salendo si erano resi conto un po’ meglio dell’ambiente in cui si trovavano e realizzano che non era così semplice salire quassù. L’ipotesi di trovarsi al buio lì fuori, incespicando sulla neve tra i mughi, senza una traccia battuta da seguire è sconsigliabile. Inoltre non appena il sole cala, le temperature precipitano.

“Sei stato mandato da Dio”, mi dicono e tutti scoppiamo a ridere. Non potevano trovare persona più atea. Scherzi a parte, durante la salita nel bosco poco prima di incontrare i ragazzi, avevo seriamente pensato di fare dietrofront: le condizioni del terreno e le temperature facevano sembrare questa, una giornata di gennaio piuttosto che una di fine novembre. Poi avevo considerato che ero comunque pronto a quell’ambiente, ero qui per allenarmi, ricordare cosa sia il freddo e il gelo, respirare il profumo della neve e riempire gli occhi delle sfumature invernali che creano giochi di luce unici nel cielo e sulle pareti delle montagne. Mi mancavano i monti in questa veste, anzi sono più belli piuttosto che nudi e piatti nel sole d’estate.


Questo racconto è dedicato a tutte quelle persone che vogliono solo trascorrere una nottata in quota, sfruttando i bivacchi. Sembra essere una moda di questi ultimi anni, una moda molto positiva che fa polemica e c’è chi si scalda e se ne esce con le solite frasi: “state a casa”, ma non capiscono che se i giovani tornano sulle montagne questo è a prescindere un bene. Alcuni non saranno molto educati, altri non saranno pronti, altri si metteranno in pericolo, molti altri si divertiranno e tutti, e dico tutti, impareranno qualcosa dalla montagna.

Io mi reputo una ristretta élite che, avendo avuto la fortuna di essere guidato sulle montagne da alpinisti e gente di montagna, ha imparato ad esserne parte conoscendo le ferree leggi dell’ambiente alpino, che a volte non sono nemmeno sufficienti per garantire la propria incolumità. Non per questo scado nel comportamento spocchioso e provinciale di chi vorrebbe delle montagne platoniche vissute solo da una ristretta élite, non funziona così.

Quando vidi quei tre ragazzi persi tra i mughi alla ricerca della traccia, dentro di me ho sentito un sincero dovere di indirizzarli e assicurarmi che potessero arrivare al bivacco perché là fuori non è uno scherzo. L’indomani, sapendo che avrebbero avuto la traccia battuta per scendere, li ho salutati senza preoccupazioni.
Abbiamo passato una serata bellissima, molto gelida ma le nostre risate hanno riscaldato anche il cuore dell’Antelao quella sera.

Ho chiamato questo breve brano “Maestri e allievi” perché ben si adatta al racconto, ma non pensate che io mi ritenga parte dei primi. Il nome è dovuto ad una scultura in legno posta lungo la strada che porta all’imbocco della Val d’Oten, ricavata dal tronco di un albero abbattuto dal vento. Tutte le volte che passo di qui le dedico almeno uno sguardo, un pensiero, un sincero grazie. Raffigura un montanaro vecchio stile dallo sguardo fiero e serio. È appoggiato al suo alpenstock, corda in spalla. Lui è un simbolo che rappresenta i maestri, loro che hanno aperto la via per le montagne, al mondo.

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