Scaviscià

di Paolo Crosa Lenz
(pubblicato su Lepontica n. 15, gennaio 2022)

Sono andato con alcuni amici a scaviscià sui monti della bassa Val d’Ossola. Giornata limpida e fredda con il sole ormai scomparso sui versanti al lovik; sono quelli all’ombra, dove per tre mesi non arriva la luce e tu guardi il versante opposto della montagna baciato dal sole e senti ancora più freddo! Scaviscià nei dialetti della Val d’Ossola vuol dire scoperchiare la ricciaia (la riscéera di cui vi ho parlato lo scorso ottobre) per raccogliere le castagne. Un rito collettivo e conclusivo che ripagava dei lavori autunnali.

È stato un buon raccolto: i ricci si presentavano molli e anneriti, le castagne ne uscivano facilmente e la leggera macerazione ne assicura la conservazione per una decina di giorni. È stato un lavoro lungo e non semplice: un tempo usavano una mazza di legno e un apposito corto rastrello, noi abbiamo usato i guanti da lavoro e gli scarponi lavorando di caviglia. Un lavoro che richiedeva pazienza e attenzione. Dicevamo: un compito da donne e bambini, mentre gli uomini erano via in emigrazione.

Parlando con i vecchi ho scoperto che a volte, nei cortili delle case contadine, si facevano grandi ricciaie trasportando dal bosco i ricci nei gerli, per poi aprire porzioni di riscèera alla bisogna. Così si potevano mangiare castagne “fresche” fino a marzo. Castagne, castagne e poi ancora castagne. Era questa la gastronomia contadina.

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