Tempo

Quando la sfida è persa in partenza

a cura di Marrano

Per gli appassionati outdoor il tempo è una costante. Sia esso inteso come unità di misura che come condizione atmosferica. “Quanto tempo ci hai messo per ripetere quella via?”. “Come sarà il tempo nel weekend?”. Da una parte o dall’altra, questo fattore entra sempre in gioco, al punto che per molti diventa una vera e propria ossessione. Recentemente, in occasione dell’assegnazione dei prestigiosi riconoscimenti Piolets D’Or 2025, mi è capitato di notare come Christian Trommsdorff, patron della manifestazione, introducesse ogni singola impresa alpinistica premiata specificandone la velocità di esecuzione, come a sottolineare l’importanza di tale fattore, da parte della giuria, nella determinazione del giudizio.

Misurare la prestazione cronometrica, da parte degli sportivi dell’outdoor, sembra essere quindi un fatto naturale, necessario verrebbe quasi da dire, congenito al significato stesso dell’esperienza, intesa come un impegno costante nel dimostrare, a sé stessi e agli altri, la propria capacità di prevedere o superare i limiti imposti dalla natura per stabilire un qualche tipo di primato. Un sentimento che fa buon gioco all’industria dell’outdoor, o almeno di gran parte di essa, stimolata nel progettare prodotti e strumenti sempre più orientati a sostenere lo spirito di sfida e di competizione con il tempo, fino a trasformare anche le più classiche attività, come il tradizionale escursionismo, in una pratica fast (veloce, per chi non ha confidenza con la lingua inglese), da consumare cioè in un tempo breve e intenso.

E allora? Che cosa c’è di strano? Che senso hanno queste riflessioni su una cosa che è del tutto normale? Da sempre l’uomo ingaggia una sfida con la natura, per garantire la propria sopravvivenza e per collocarsi al vertice della piramide dei viventi. Niente di strano quindi che un alpinista cerchi di raggiungere una cima seguendo una via sfidante e che lo faccia misurandone il tempo di salita. Niente di strano, al contrario, più che mai logico, che ci si preoccupi di come siano le condizioni meteorologiche, per evitare di finire vittime del mal-tempo. Quindi, fine dell’articolo? No, a dire il vero è proprio da qui che dovremmo cominciare, ma per brevità faremo in modo di arrivare presto a una conclusione che abbia un senso su un tema così ampio, complesso e pernicioso.

La natura se ne frega del tempo, perché è essa stessa il tempo. Come unità di misura o come neve, pioggia, sole, vento, caldo, freddo e tutto il campionario delle varianti nelle quali si combinano gli elementi. Avvicinarsi alla natura, starne a contatto, vivere l’esperienza di cui si parla sulle pagine di questo giornale ci dovrebbe insegnare proprio questo. Cioè che il tempo è la natura e non quello che noi, con i nostri sofisticati strumenti, ci impegniamo costantemente a prevedere, a misurare e a voler battere. Lottare contro il tempo significa lottare contro la natura, ingaggiare una sfida che, per un appassionato della vita all’aperto, è un paradosso in quanto preclude il vero senso dell’esperienza di confronto con l’ambiente naturale, cioè la conoscenza attraverso la contemplazione. E questo è particolarmente vero in un’epoca come la nostra, in cui tutto è reso istantaneo, distratto e superficiale.

La civiltà contadina, sia essa di montagna che di pianura, viveva l’incedere delle ore osservando la natura, imparando da essa, accettandone i ritmi, con sacrificio ma in completa armonia, consapevole dei propri limiti. Noi oggi viviamo in costante assenza di tempo, vittime dell’inganno digitale che ci induce a vivere una costante immediatezza. Con frustrazione e in perenne contrasto, con il tempo e quindi con la natura, per una sfida ossessiva che è persa in partenza.

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8 Comments

  1. says: Ratman

    La dichiarazione del tempo impiegato a compiere una impresa di tipo alpinistico o escursionistico è sempre in attesa di un elogio; questo può essere più o meno sentito o sincero: dipende dal tempo impiegato dell’interlocutore a compiere la stessa impresa.
    Accade così che i vecchi incontrati sui sentieri hanno lo stesso rapporto con la performance, ma per sentirsi dire bravo non guardino più l’orologio ma il calendario: vantano gli anni che hanno.

  2. says: Luciano Regattin

    La sfida con la natura sarà anche persa, ma per 1 centesimo puoi essere medaglia d’oro alle olimpiadi (con tutti i guadagni e gli onori che ne conseguono) o puoi essere 4°. Farei attenzione a posizionarmi dalla parte della volpe.

  3. Luciano, quella a cui ti riferisci è una sfida tra umani e con la natura umana, non certo con la natura in senso lato.

    Penso che anche l’autore confonda le dimensioni.

  4. says: Alberto Benassi

    Non abbiamo mai abbastanza tempo, non ci basta mai, siamo sempre di corsa. Questo avviene anche quando siamo immersi nella natura, quando siamo a scalare. Ho come la sensazione che non ci godiamo quello che stiamo facendo, se non lo facciamo di corsa. La prima in giornata. Non puoi essere lento, altrimenti non sei adeguato. Armando Aste affermava orgogliosamente di essere lento per godersi appieno il rapporto con la montagna che tanto aveva cercato. Quindi perchè andarsene via il più velocemente possibile? No, calma, ora ci fermiamo a bivaccare e ci godiamo la notte in montagna così da entrarci dentro.

  5. says: Matteo

    “Non abbiamo mai abbastanza tempo, non ci basta mai”

    Beh, certo Alberto, il problema è che dopo un certo tempo si muore ed è naturale volerne di più…

  6. says: Luciano Regattin

    Ma insomma Grazia, c’è sempre qualcuno che deve insegnare agli altri (che evidentemente ritiene ignoranti) cosa è giusto e cosa sbagliato. Ma anche basta.

  7. says: Giovanni

    Bonatti sulla nord del Cervino non sfruttò la velocità ma la lentezza, più stava in parete più la salita era epica, più lui diventava famoso. Dette tutto il tempo agli aerei di ricognizione di andarlo a scovare in parete, verificare se stava procedendo.
    Psicologia allo stato puro.

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