Un bistrot nel borgo da 19 abitanti

Da Asti a Pontebernardo in val Stura, una scelta di vita le ha portate alle soglie dei quarant’anni a mettersi alla prova nella frazione di Pietraporzio, a oltre 1300 metri sulle Alpi cuneesi. Dietro c’è la storia di una famiglia.

Un bistrot nel borgo da 19 abitanti
(la sfida di Irene e Elisa)
di Giulia Poetto
(pubblicato su lastampa.it/cuneo il 23 luglio 2025)

Una questione di famiglia. Se due sorelle astigiane, Irene e Elisa Gnudi, 38 e 37 anni, hanno deciso di aprire un bistrot di montagna a Pontebernardo, frazione di Pietraporzio a oltre 1300 metri in valle Stura, è per rispondere all’urgenza di una svolta dopo aver perso il papà, di soli 61 anni. «Se volete cambiare vita, non aspettate: lui ci ha insegnato questo», racconta Irene. È così che quando Chiara Seravesi, project manager, compagna di un loro zio, ha detto loro che vicino al salumificio del consorzio Escaroun che avrebbe preso in gestione a Pontebernardo c’era la possibilità di dare nuova linfa al punto di degustazione dell’Ecomuseo della Pastorizia, non ci hanno pensato su due volte.

Entrambe avevano abbandonato il mondo della ristorazione una volta diventate mamme, quello era il momento giusto per tornarci. Dopo essersi aggiudicate il bando per la gestione triennale degli spazi attraverso l’associazione culturale Trame alte, Irene ha lasciato il suo posto di lavoro da dipendente in un centro medico, Elisa ha messo in pausa la sua attività di indossatrice alla Miroglio: è così che è nato Ortiche, un bistrot di montagna «selvatico ma accogliente».

L’accoglienza nel piccolo borgo della valle Stura
A Pontebernardo, 19 anime appena, ci sono andate con i figli di 10, 7 e 4 anni, tutti entusiasti della novità. I mariti le raggiungono per occuparsi dei bambini nel weekend, il momento di maggior afflusso, anche se, a dire il vero, dall’inaugurazione di domenica 6 luglio 2025 anche in settimana gli avventori non sono mai mancati, anzi.

«Non ci aspettavamo un’accoglienza così, soprattutto da parte dei residenti, che non avevamo calcolato come potenziali clienti: alcuni di loro non mettevano piede nel locale da anni. Siamo felicemente colpite dall’affetto ricevuto», ammette Irene mentre a metà pomeriggio di un sabato in cui lei ed Elisa stanno rifacendo le torte, la fonduta e la salsa per il vitello tonnato, polverizzate a pranzo. In sala c’è Irene, supportata all’occorrenza da Elisa, in arrivo dalla cucina, e per la parte dei taglieri di salumi da Chiara, che sempre domenica 6 ha avviato la salumeria artigianale La Caparbia, dove produce salumi che valorizzano la pecora sambucana, presidio Slow Food.

Uno spazio alle eccellenze locali
Da Ortiche i vini sono naturali – l’esperta e appassionata è Irene – e tutto è fatto in casa ad eccezione dei plin e dei crouset, che sono del pastificio Mëscià di Moiola: le sorelle Gnudi vengono da fuori, ma hanno subito dato spazio alle eccellenze locali. «Condividiamo la visione di Mëscià: vorremmo che il nostro fosse un bistrot integrante, che unisce e offre un servizio sia a chi abita in valle, sia a chi è di passaggio».

Fino a metà settembre Ortiche sarà aperto sette su sette a pranzo e cena, poi si vedrà: l’idea è proporre weekend a tema e aperture nelle vacanze di Natale e di Pasqua, ma Irene e Elisa sono pronte a rivedere i loro piani se il bilancio dei primi mesi farà propendere per un’evoluzione diversa.

La paura di cambiare è solo un ricordo: «Meglio pentirsi di aver fatto una cosa che non averla fatta», conclude Irene.

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