Un’impresa epica
di Andy Hampsten
Era il 5 giugno 1988, quart’ultimo giorno del Giro d’Italia. Le previsioni del tempo erano spaventose ma la direzione gara aveva deciso di disputare in ogni caso la corsa perché lo spettacolo doveva continuare. “Il ciclismo è sofferenza e nel ciclismo la sofferenza è spettacolo”, aveva detto Vincenzo Torriani. Noi corridori non è che fossimo esattamente della stessa opinione, comunque allora non esisteva un sindacato atleti come quello di adesso, o la possibilità di fare sciopero: se decidevi di non correre, dalla volta dopo ti lasciavano a casa.
La sera prima della tappa del Gavia andammo a letto con la certezza che in ogni caso il giorno dopo ci avrebbero fatto salire in quota. Passare con il brutto tempo un colle alpino a 2600 metri non è mai uno scherzo. Al mattino arrivammo a fare colazione e Mike Neel, il nostro direttore sportivo, invece della solita pasta ci aveva fatto preparare una bistecca. “Andy, se vuoi provare a vincere il Giro, oggi è il tuo giorno” – mi aveva detto.
Io non è che fossi proprio convinto, ma la squadra aveva preparato tutto nei minimi dettagli, ci credevano davvero e dovevo crederci anche io. Per prima cosa avevano mandato un meccanico in avanscoperta sul percorso per rendersi conto delle condizioni meteo. Era arrivato al passo a fatica e aveva chiamato al telefono da un rifugio: “Qui nevica di bestia” aveva fatto sapere.
La nostra squadra, la 7-Eleven, si era organizzata con dei vestiti da sci per noi corridori. Il direttore sportivo e i meccanici la sera del giorno precedente, di nascosto dalle altre squadre, erano andati in un negozio di roba da montagna e avevano comprato guanti, berretti e maglie intime in lana cotta. Eravamo l’unica squadra con dei vestiti sufficientemente caldi per affrontare delle condizioni del genere. Prima di partire per la tappa fummo massaggiati e incremati con della lanolina, un unguento idrorepellente con cui si spalmavano i nuotatori che attraversavano la Manica. In salita ce la cavammo, a parte i capelli ghiacciati, si poteva ancora resistere. In gruppo chiedevano di non attaccare ma se volevo provare a vincere il Giro, io dovevo farlo. Prima di me a rompere gli indugi ci pensò Johan Van der Velde, meglio così. Arrivai in cima per secondo, un minuto dopo di lui che puntava alla vittoria di tappa. Mi dissero i meccanici mentre mi preparavano per la discesa che era arrivato in maglietta a maniche corte e che si era buttato giù senza vestirsi e senza guanti, soltanto con un cappellino in cotone e dei manicotti. Io non capivo più niente per il freddo.
Non sapevo se la corsa alle mie spalle era stata fermata oppure no, e non lo sapevano nemmeno le persone lì al passo, era tutto surreale. I meccanici mi fecero infilare dei guanti in neoprene da sub, un berretto di lana e una giacchina da sci piuttosto pesante. Appena dopo avermi coperto, mi fecero proseguire. Frastornato e infreddolito mi avviai in discesa, “Van der Velde è cotto” mi urlarono per incoraggiarmi mentre cominciavo a scendere visibilmente poco convinto.
Era come essere in una allucinazione, era tutto bianco e i suoni risultavano ovattati. Nevicava così forte e c’era così tanta neve sull’asfalto che quando frenavo il problema era che i tubolari non facevano presa sulla neve, ad ogni curva rischiavo di non riuscire a fermarmi e di volare al tornante di sotto. Quasi subito raggiunsi Van der Velde, andava pianissimo. Bestemmiava per il freddo e tremava così vistosamente che non riusciva neanche ad andare dritto. Non aveva una bella faccia. Andammo avanti un po’ insieme come due zombie nella nebbia e sotto la neve che continuava a scendere, poi dopo un po’ mi voltai e alle mie spalle lui era sparito, non sapevo se s’era ritirato o se era finito in qualche burrone. Non sapevo bene cosa fare e per non morire assiderato continuai a scendere, era l’unica cosa che potevo fare. Anche a bordo strada non c’era nessuno, neanche uno spettatore, nessuna ammiraglia in vista, mi venne il dubbio che nel frattempo avessero fermato la corsa al passo ma continuai a scendere, allora non avevamo le radio e non c’era altro che potessi fare.
A Santa Caterina faceva leggermente meno freddo e ritornai dalla modalità sopravvivenza alla modalità gara: vidi arrivare l’auto della direzione corsa alle mie spalle e mi rassicurai, la corsa non era stata sospesa. Pochi secondi dopo Erik Breukink mi superò a velocità doppia e io non ebbi la forza di andarlo a riprendere, vinse la tappa a Bormio con sette secondi di vantaggio su di me. Il terzo alle nostre spalle superò il traguardo dopo quasi cinque minuti. Van der Velde arrivò in stato confusionale con 47′ minuti di ritardo. Indossai la maglia rosa che conservai fino alla fine del Giro e alla vestizione sul podio me la infilai sopra una giacca a vento da sci che mi avevano fatto mettere. Morivo di freddo. Mi concentravo per non fare figuracce davanti alle telecamere ma non riuscivo a smettere di tremare e di balbettare quando mi facevano qualche domanda.
Tornai in albergo sfinito e mi seppellirono sotto una montagna di coperte, stetti lì un tempo lunghissimo, immobile a scaldarmi, fono all’ora di cena. Non ho mai sofferto un freddo così in tutta la mia vita, mai.
Comunque alla fine aveva ragione Mike Neel: il Giro d’Italia, l’ho vinto lì, con dei vestiti da sci. Con dei normali vestiti da ciclismo come indossavano tutti gli altri, non avrei mai potuto vincere.


