Cerro Torre, il verdetto finale – 2

Note finali della Redazione di Le Altre Storie
Siamo giunti alla fine di questa grande storia suddivisa in ben tredici puntate. Incuranti delle critiche di chi vorrebbe che tutto fosse taciuto in seguito alla morte di Cesare Maestri, abbiamo volutamente continuato il nostro cammino d’informazione.

Con grande fierezza e orgoglio siamo finora i soli ad aver dato al pubblico la massima completezza d’informazione, partendo da TUTTE le varie versioni ufficiali della vicenda (anche le più dimenticate), continuando con i resoconti completi dei diretti interessati (Maestri e Fava) nel corso degli anni, e arrivando fino alle molte critiche, al “processo” e alle moderne conclusioni più spietate. Chi in futuro si occuperà ancora di questo mistero vecchio di ormai 62 anni non potrà non tenere conto del fatto che Maestri e Fava hanno entrambi lasciato questo mondo senza aver mai dato cenno di voler tornare indietro dalla loro verità.

Cerro Torre -13 – Il verdetto finale – 2
di Ermanno Salvaterra
(scritto nel 2009)

Primo giorno oltre il Colle della Conquista
Il 29 gennaio Maestri scrisse che assieme a Egger hanno continuato oltre al Colle della Conquista.
Nel tratto sopra il Colle della Conquista ci sono tre possibilità:

1) Un primo salto di roccia di circa 30 metri per niente difficile, forse IV grado, porta a una spalla, al piede dello spigolo nord. Da questo punto con una breve calata di 15 metri sul versante ovest si arriva ad una zona di facili rocce che permettono di traversare parte della parete nord-ovest. Salendo in obliquo verso destra si raggiunge una zona di rocce verticali che con altre due lunghezze di corda verso sinistra, riportano sullo spigolo nord. Gli ultimi due tiri si svolgono su fessure verticali con arrampicata artificiale (A1) e un grosso pendolo (15 m). Parte di questo itinerario è stato seguito da Tommy Bonapace, Gerold Dünser e Toni Ponholzer nel corso di un tentativo nel 1993, un altra parte da Maurizio Giarolli, Elio Orlandi e Odoardo Ravizza nel corso di un altro tentativo del 1994. Questo itinerario e stato anche seguito da Beltrami, Garibotti e Salvaterra, nel 2005, durante la salita de El Arca de los Vientos. La sosta sullo spigolo nord si fa su un ottimo terrazzino assolutamente orizzontale, posto di bivacco per due persone, uno dei pochi terrazzini orizzontali in tutta la parete nord.

Ermanno Salvaterra

2) Oltre la spalla sopra il colle, la roccia lungo lo spigolo nord e la parete appena a sinistra è leggermente strapiombante per poi inclinarsi e salire fino ai funghi sommitali con pendenze che vanno dagli 80° ai 90°. I primi 300 metri oltre il colle e lungo lo spigolo nord, nessuno li ha mai percorsi in salita, anche se sono stati percorsi in corda doppia da almeno quattro cordate.

3) A sinistra del colle, sulla parete nord, cominciando da un punto 50 metri sotto il colle, sale una lunga fessura che taglia verticalmente la parete. Il primo tratto è assolutamente verticale. Poi si svolge sempre in fessure e diedri svasati. Di mano in mano che si sale si trovano molte incrostazioni di ghiaccio schiumoso ed inconsistente. Questa linea e stata tentata per la prima volta da Maurizio Giarolli e Elio Orlandi (fatti 100 metri) e ripresa successivamente dall’austriaco Toni Ponholzer in un tentativo fino a circa 100 metri dai funghi.

Su …E se la vita continua Maestri descrisse: “Decidemmo che saremmo saliti sfruttando una serie di placche inclinate che l’abbondante nevicata aveva ricoperto di neve livellandole come una pista di discesa libera”. Come descritto prima, placche inclinate non ce ne sono. Maestri sembra avere dei dubbi: “Una seconda soluzione ci sarebbe anche sulla parete ovest. Una lunga attraversata sembra sfociare in un camino, che potrebbe portarci alla base dello strapiombo, sulla cresta sud-ovest” (Arrampicare è il mio mestiere). Bisogna chiarire che sulla parete a destra del colle non esiste nessun camino che porta ai funghi sommitali, solo due enormi ed incredibili diedri verticali. Maestri insiste sulla idea di un camino quando descrisse: “Da qui possiamo vedere tutta la parete nord e nord-ovest. Due sarebbero le soluzioni: attraversare tutta la parete ovest per entrare in un gran camino che sembra porti alla base del grande strapiombo di ghiaccio orientato a sud-ovest per poi riattraversare in alto verso nord-ovest. Ma in alto ci sono grandi funghi di neve e molte cornici da superare” (“Dal diario di Cesare Maestri”, Bollettino SAT, marzo-aprile 1959) e ancora: “Da qui si presentano due soluzioni: tagliare per cenge e canali tutta la parete ovest per entrare in un gran camino che intravediamo e che porterebbe alla base del gran strapiombo di ghiaccio sulla cresta sud-ovest” (Rivista Mensile del CAI, 1961).

Dopo diverse considerazioni Maestri è convinto di non andare a cercare quel camino inesistente:
“La scartiamo per decidere di salire la parete nord sul suo filo nord-ovest. La pendenza sembra forte a tratti, ma ci sono delle fessure che forse ci aiuteranno a salire” (Arrampicare è il mio mestiere). Il filo nord-ovest viene chiamato in questo libro filo nord, o spigolo nord, ma è la stessa cosa che Maestri descrisse come filo nord-ovest. Prima Maestri descrisse “… una serie di placche inclinate che l’abbondante nevicata aveva ricoperto di neve livellandole come una pista di discesa libera” adesso descrive “La pendenza sembra forte a tratti, ma ci sono delle fessure che forse ci aiuteranno a salire”. Salgono su placche inclinate coperte di neve livellate come pista di discesa libera o pendenze forti con fessure? La confusione di Maestri in questa descrizione è totale. Senza dubbio non sa dove è salito. Maestri non sembra neanche sapere che essendo al colle, per salire la parete nord bisogna tornare indietro, facendo una corda doppia.

A questo punto qualcuno ci si chiederà come poteva sapere Maestri che, oltre lo spigolo, si sarebbe potuto traversare abbastanza facilmente verso ovest. Questo è stato uno dei punti per cui Salvaterra difendeva Maestri con la persona più autorevole di questa annosa questione, Ken Wilson: cui, appunto, Salvaterra spiegava che solo una persona che era stata al colle poteva sapere com’era il mondo sull’altro lato. Poi, col passare del tempo, leggendo e studiando, Salvaterra è addivenuto ad una semplice conclusione. L’anno precedente avevano sorvolato il Cerro Torre con l’aereo ed Eccher, fotografo della spedizione, aveva scattato numerose fotografie e, come detto in precedenza, avevano individuato la linea di salita.

Prove di passaggio
Attraverso gli ultimi anni quasi tutta la parete nord è stata percorsa in salita e in discesa, e nulla è stato trovato.
Nel 1998 Maurizio Giarolli ed Elio Orlandi hanno scalato 100 metri sulla parete nord e non hanno trovato tracce di passaggio (vedere Alp 172 p. 108).

Nel 1999 gli austriaci Toni Ponholzer e Franz Steiger scalarono i 100 metri seguiti l’anno precedente da Giarolli ed Orlandi sulla parete nord, appena a sinistra dello spigolo nord, e hanno proseguito fino a circa 200 metri dalla cima. Nei 300 metri inferiori di questa parete, la loro linea coincise quasi del tutto con una delle diverse linee che Maestri sostiene di aver scalato il primo giorno al di sopra del colle, dove dice di aver piazzato 30 chiodi a pressione in un unico giorno. Gli austriaci trovarono la roccia asciutta e pulita, che permise loro una veduta molto chiara. Comunque non hanno visto tracce di passaggio (vedere The American Alpine Journal 1999, p. 333; High Magazine 203, p. 81-82).

Durante le riprese della pellicola Grido di Pietra il cineasta di montagna e alpinista ticinese Fulvio Mariani si è calato dai funghi sulla Via dei Ragni sulla Nord e neppure lui ha trovato niente. Sul giornale La Provincia (13 maggio 2006, p. 42) Mariani ha spiegato: “Niente, solo sulla Nord non c’è niente di niente. E’ così strano che ci si chieda perché?”

Anche gli inglesi Burke e Proctor nel 1981 avevano fatto un bel pezzo sulla nord, più di 200 metri della seconda meta della parete, seguendo una delle fessure più evidenti della parete, senza trovare nulla.

Nel 2005, Beltrami, Garibotti e Salvaterra, nel corso del loro primo tentativo a El Arca de los Vientos, sono scesi in corda doppia lungo la parte bassa dello spigolo nord, e guardando attorno non hanno visto niente. Anche nel 2007, in pieno giorno e con una magnifica giornata, con visibilità perfetta Garibotti e Hans Johnstone hanno sceso il primo terzo dello spigolo nord senza trovare nulla.

Nel gennaio 2012 il norvegese Bjørn-Eivind Årtun con l’americano Chad Kellogg si sono calati lungo la parte superiore de El Arca de los Vientos e dopo lungo la parete nord, appena a est dello spigolo nord, raggiungendo il colle. Anche loro non hanno trovato nulla.

Nel dicembre del 2012 l’americano Colin Haley e il canadese Jon Walsh si sono anche calati lungo la parte superiore di El Arca de los Vientos e lo spigolo nord, senza trovare nessuna traccia di passaggio.

Nel marzo 2013 gli argentini Tomas Aguilo e Nicolas Benedetti sono saliti 250 metri nella parte sinistra della parete nord fino a raggiungere la linea di Burke e Proctor. Anche loro senza trovare alcuna traccia di passaggio.

Quindi ora possiamo dire che tutta la parete nord è stata percorsa in salita e in discesa.

La linea di salita, le linee di salita…
Maestri non ha saputo individuare dove avrebbero scalato durante la loro salita. Nelle sue descrizioni si contraddice una volta dopo l’altra, e lo fa anche sulle foto pubblicate dove ha segnato linee di salita contraddittorie.

Prima ha spiegato che hanno salito: “… la parete nord sul suo filo nord-ovest. La pendenza sembra forte a tratti, ma ci sono delle fessure che forse ci aiuteranno a salire” (Arrampicare è il mio mestiere) [ricordatevi che su questo libro il filo nord-ovest e la cresta a nord-ovest di Maestri, vengono chiamati filo nord o spigolo nord, e sono tutti la stessa cosa, descrivono lo spigolo appena a destra della parete nord]; dopo spiega di avere seguito “una serie di placche inclinate che l’abbondante nevicata aveva ricoperto di neve livellandole come una pista di discesa libera”; dopo ancora spiega: “Abbiamo scalato la parete nord e non lo spigolo sopra il colle. Non è così ripido come ci si potrebbe aspettare. La nostra linea di salita era a circa 100 metri a sinistra dello spigolo” (“Intervista conCesare Maestri”, Mountain 23, settembre 1972, p. 30-37). Se Maestri fosse veramente salito cento metri a sinistra dello spigolo, sarebbe stato nel bordo opposto della parete nord, nello spigolo appena a destra del diedro degli inglesi, un spigolo verticale e senza fessure. Per arrivare 100 metri a sinistra dallo spigolo avrebbe dovuto tornare indietro, facendo parecchie doppie dal colle per arrivare all’inizio.

Altrove Maestri descrisse: “Dalla forcella, per via tortuosa e a volte illogica, ci portiamo da canali a fessure cercando di sfruttare al massimo le condizioni di innevamento e sfruttando i tratti meno ripidi. (…) Puntando sempre verso il terrazzino di ghiaccio che si incontra sulla cresta a nord-ovest, ci alziamo così di circa 300 metri. Sotto questi strapiombi di ghiaccio poniamo il secondo bivacco scavando nel ghiaccio stesso, ora abbastanza solido, una nicchia capace di ripararci da eventuale vento (Rivista Mensile del CAI, 1961)”.

Su una foto pubblicata nel settimanale L’Europeo n. 704, aprile 1959 (pagina 34), Maestri ha segnato la linea di salita e discesa proprio lungo lo spigolo nord. Ricordiamoci che le parti bassa e alta sono state salite e scese da parecchie cordate. Su una foto pubblicata nella rivista La Montagne di aprile 1960 (pagina 210) Maestri invece fa vedere la linea di salita lungo la fessura seguita prima da Giarolli e Orlandi, dopo da Ponholzer-Steiger, quasi fino a sotto i funghi. Alla conferenza di Malé, nel 1999, su un bellissimo modello del Cerro Torre costruito da Elio Orlandi, Maestri ha indicato la linea di salita direttamente lungo lo spigolo nord, come segnata anche sulla foto pubblicata da L’Europeo.

Quindi Maestri descrisse tre linee diverse di salita sopra il colle. Una quarta linea di salita viene descritta nel racconto del secondo giorno sopra il colle, quando spiega che “Saliamo ora quasi sempre verso il versante ovest essendo quello a nord troppo ripido e difficilissimo” (Rivista Mensile del CAI, 1961, N° 7-8).

Le difficoltà
Sulla pubblicazione Rendena n.16 Maestri soggiunse: “La parete nord, quella in cui noi ci arrampicammo usufruendo di una particolarissima e forse non più realizzabile condizione, noi la trovammo come un lenzuolo di neve. Fai conto la Nord della Presanella. Era completamente ghiacciata. A me non è sembrata una via difficile ma solo pericolosa, mortale. Ora se questo non avverrà mai più, non è colpa mia”.

Sul suo libro …E se la vita continua ha spiegato: “Decidemmo che saremmo saliti sfruttando una serie di placche inclinate che l’abbondante nevicata aveva ricoperto di neve livellandole come una pista di discesa libera”.

Nella lunga intervista pubblicata sulla rivista MountainMaestri descrisse così il terreno che trovarono sopra il colle: “La pendenza era circa la stessa di quella dei canali tra le torri di ghiaccio sullo spigolo sud-est… (Via del Compressore) circa 45-50 gradi, suppongo (Mountain 23, Settembre 1972, p. 30-37)”.

“… ho sempre considerato la parete nord del Torre una trappola mortale (…), ma nello stesso tempo una delle salite meno impegnative della mia carriera di alpinista. Una salita che qualsiasi normale arrampicatore che se ne fregasse della sua vita avrebbe potuto portare a termine (Arrampicare è il mio mestiere)”.

Nel 1970 Maestri disse: “Per Toni Egger, Cerro Torre fu un niente – una passeggiata domenicale… (Guido Carretto, “Cerro Torre Enigma: Maestri Speaks”, Mountain 9, maggio 1970: p. 32)”.

Le descrizioni fantastiche di Maestri, quando parla della parete come la Nord della Presanella, della pista di discesa libera o dei canali tra le torri di ghiaccio sullo spigolo sud-est, come una delle salite meno impegnative della sua carriera di alpinista, hanno poco a che vedere con il difficilissimo terreno fra gli 80°-90° che realmente ha la parete.

Nel 1981, gli inglesi Phil Burke e Tom Proctor, tra i più bravi scalatori inglesi del tempo (Proctor era conosciuto come “l’uomo idraulico” per la sia leggendaria forza) affrontano l’impressionante diedro est, percorrendolo per dopo effettuare una traversata di 25 metri fino al bordo della parete nord, seguita da un’altra traversata orizzontale di 65 metri per raggiungere il sistema di fessure più grande della parete. Su questa fessura hanno scalato altri 100 metri prima di rinunciare appena sotto i funghi che coronano la parete nord. Burke, uno dei più bravi alpinisti dell’epoca, disse che il penultimo tiro fu il più difficile della sua vita e lo costrinse ad arrampicare su roccia con le piccozze, incastrando la becca nelle fessure. L’ultimo tiro, che non fu completato, finiva a soli 30 metri sotto la cresta (Phil Burke, “Cerro Torre: East Face,” Mountain 79, maggio-giugno 1981), p. 40-43; The American Alpine Journal 1982, p.193-194). In una comunicazione personale Burke scrisse: “Il grado corrisponde più o meno a un ABO di oggi, con tratti di roccia di alta difficoltà e sezioni di ghiaccio particolarmente difficili dai 70° fino a strapiombante, e con tratti di misto. Alla fine sono volato facendo un lancio da uno sky-hook a un appiglio! L’angolo medio della parete è superiore a 70°”. Proctor ha riferito che la parete e lo spigolo nord erano molto simili a El Capitan, ripidissimi e senza molti tratti arrampicabili. Le loro descrizioni stabiliscono chiaramente quanto è difficile questa parete, contraddicendo la descrizione di Maestri di un terreno di 45-50 gradi, e dimostrano quanto sarebbe improbabile che una parete del genere possa coprirsi di ghiaccio solido e scalabile formato dal vento come sostiene Maestri.

L’austriaco Toni Ponholzer, che ha salito nel centro della parete nord fino a 100 metri sotto i funghi conferma le grossissime difficoltà de la parete spiegando di aver trovato terreno “verticale, con difficoltà fino all’ottavo grado su roccia” (Grido di Pietra, pagina 282).

Durante l’ascensione de El Arca de los Vientos Beltrami, Garibotti e Salvaterra hanno percorso quattro tiri sulla parte alta della parete nord trovando placche con fessure discontinue con difficolta fino al VII+.

Chiodi a pressione
Maestri era molto esperto di chiodi a pressione, visto il suo passato di apritore di vie nelle Dolomiti, dove ha usato tantissimi chiodi a pressione facendo il foro a mano con il perforatore. Nel suo libro Arrampicare è il mio mestiere Maestri dice che sul Torre per piantare un chiodo a pressione ci vogliono “35 o 40 minuti”.

Gli inglesi Wilson, Dickinson e altri, fecero i calcoli di quanto avrebbe impiegato Maestri ad infiggere i 30 chiodi durante il primo giorno oltre il Colle. Calcolando 30 e non “35 o 40 minuti”, ci sarebbero volute 15 ore solo per forare la roccia. Anche calcolando solamente 15 minuti per chiodo, le ore necessarie, sarebbero state quasi 8. Se quella è stata una giornata in cui sono stati impegnati 12 ore, “Sono quasi dodici ore che arrampichiamo…”, ci chiediamo come hanno fatto, in sole 5 ore, a percorrere circa 300 metri, vista soprattutto la velocità con cui salivano nel primo diedro.

La velocità per piantare chiodi a pressione non sembra preoccupare Maestri quando dice: “Abbiamo deciso di non perdere tempo nel cercare fessure da chiodare, così scaviamo la crosta che ricopre le placche e piantiamo uno o due chiodi a espansione” (Arrampicare è il mio mestiere). Si può capire che un alpinista con un trapano moderno in mano potrebbe dire una cosa del genere ma, senza dubbio, non si lo può dire quando si fora a mano, e meno ancora quando le punte per forare di quel epoca erano lontane di essere veloci o buone. Nel 1992 durante un tentativo alla via, in compagnia di Cavallaro e Bonvicini, Salvaterra recuperò il martello e il perforatore di Maestri, che erano nel deposito alla fine del diedro iniziale.

Alla fine del primo giorno oltre il Colle Maestri disse: “Quota data dall’altimetro m. 2720 – chiodi usati: 30 ad espansione, 15 da ghiaccio” (Rivista Mensile del CAI, luglio-agosto 1961, n. 7-8). E spiega: “Faccio un buco nel duro granito con il piccolo perforatore. Per forare due centimetri e mezzo di profondità ci vogliono circa 35 o 40 minuti, su per giù cinque o seicento colpi di martello sulla piccola punta. In questo forellino profondo due dita e del diametro di sette millimetri, bisogna picchiare a forza un chiodino quadrato dal lato di sei millimetri (Arrampicare è il mio mestiere)”.

Maestri spiega: “L’assicurazione, data la precarietà e l’insufficiente consistenza dello strato di neve dura e gelata che ricopre la parete, è stata fatta scavando la crosta ghiacciata fino a trovare la roccia, usufruendo per assicurazione, di chiodi ad espansione (Rivista Mensile del CAI, 1961)”.

Quello che Maestri non spiega è come faceva a tenersi in equilibrio senza le mani. Ricordiamoci che all’epoca le piccozze non avevano dragonne e nemmeno cordini ombelicali, che i cliff non esistevano e che, su una pendenza di 80 a 90 gradi, non si riesce a stare in piedi senza le mani.

Nel dicembre del 2005, dopo la salita de El Arca de los Vientos, non essendo state trovate tracce di passaggio, in un’intervista con il giornalista francese Charlie Buffet, per la rivista National Geographic Adventure e il giornale Le Monde, Maestri spiegò di non avere messo chiodi a pressione alle soste: “Per fare le assicurazioni, facevamo un buco nel ghiaccio, mettevamo giù la piccozza piatta, facevamo un cordino che veniva fuori, tappavamo il buco con altra neve in modo che veniva come se fosse in fondo a un bicchiere”. Buffet incredulo chiese: “Questo per la salita ?”, e Maestri rispose: “sì, per la salita”. Incredulo ancora Buffet chiese: “Poi per la discesa?” e Maestri rispose: “Avrò messo, in discesa, avremo fatto… messo, non so, 8 chiodi a espansione, i quali… perché facciamo corde di 200… corde doppie di 120 metri. Cosa vuoi che sia, su una parete di un chilometro, trovare due chiodi?”. Bisogna ricordare che in tutti gli altri racconti Maestri descrisse aver piantato circa 60 chiodi a pressione nella parete nord.

Riguardo l’idea di fare soste facendo buchi nel ghiaccio infilando la piccozza piatta, Buffet disse a Maestri che non aveva mai sentito nessuno usare una tecnica simile su pendenze quasi verticali come la Nord del Torre. Buffet aveva ben ragione, proviamo ad immaginare come sarebbe effettuare una manovra simile anche se si trattasse di pendenze di 60° gradi.

Una parete di neve e ghiaccio
Sopra il Colle della Conquista Maestri sostiene di essere stato in grado di salire grazie a una miracolosa incrostazione di neve e ghiaccio che ricopriva tutto lo spigolo e la parete nord. Maestri spiega: “… attacchiamo una crosta di neve e ghiaccio dello spessore variabile da venti centimetri a un metro, portata dal vento e appiccicata sulle placche lisce dello spigolo nord. Per trecento metri saliamo arrampicandoci nell’aria. I movimenti devono essere leggeri e delicati, ma con sacchi di venticinque chili sulla schiena la cosa diventa difficile. A ogni passo tutta la crosta dà soffi pesanti d’assestamento, scricchiola e si rompe in grandi zone circolari abbassandosi un poco. I chiodi da ghiaccio entrano come nel formaggio, togliendoci anche solo l’illusione della sicurezza. Ogni filata di corda facciamo velocemente una piazzola nella neve fino ad arrivare alla roccia, che è come un muro di granito senza fessure; foriamo allora la parete con un piccolo punteruolo d’acciaio sul quale, per fare un buco di due centimetri e mezzo di profondità, bisogna picchiare con martello più di cinquecento colpi (L’Europeo n. 704, 12 aprile 1959)”. Arrampicare “nell’aria” quando si sale una parete di 80 a 90 gradi è una bella fantasia. Impossibile anche capire come si possano fare “piazzole” su neve e ghiaccio appiccicato su placche lisce e quasi verticali.

Continua: “Sulle ripide placche della parete nord che scende qui alla forcella si è accumulata molta neve portata dal vento e gelata dal freddo, formando così una ripidissima parete di ghiaccio… (“Dal Diario di Cesare Maestri”, Bollettino SAT, marzo-aprile 1959)”. Bisogna chiarire che la parete nord non “scende alla forcella” come dichiara Maestri, invece è lo spigolo nord a sovrastare il colle. L’unica linea evidente sulla parete nord, una fessura e diedri svasati, comincia da un punto 50 metri più basso e a est dal colle e, per arrivarci, bisogna tornare indietro facendo una corda doppia. Peraltro, se questa linea è ghiacciata ne risulterebbe una scalata mista estremamente difficile anche ai giorni nostri con le moderne attrezzature, con un grado intorno al M8, difficoltà che si fanno su palestre solo dagli inizi degli anni ‘90. I primi salitori di questo primo tratto, Giarolli e Orlandi hanno incontrato difficoltà di VI°/A2. Toni Ponholzer non crede che “la parete nord possa essere completamente ghiacciata” e spiega che con ghiaccio sarebbe ancora più difficile (Grido di Pietra, pagina 286). Oggi si considerano buone condizione per la parete nord quando è pulita. Il ghiaccio non è considerato senz’altro di aiuto.

Comunque torniamo alla miracolosa crosta di neve: “La fredda alba del 29, e un cielo terso, ci danno il coraggio di attaccarci a una crosta di neve e ghiaccio dello spessore variabile da venti centimetri a un metro, portata dal vento e appiccicata sulle placche lisce dello spigolo nord (Cesare Maestri da L’Europeo n. 704, 12 aprile 1959)”, e ancora: “Toni sembra volare sulla crosta e ogni passo rimbomba con un sordo rumore di vuoto. A volte, la neve dura si lascia appena scalfire dai ramponi, a volte vi si affonda con tutta la scarpa”. Toni continua a salire: “… i chiodi posti per assicurazione entrano con le mani”. (…) “Toni starà sempre in testa finché non arriverà il ghiaccio solido (Arrampicare è il mio mestiere)”.Su … E se la vita continua ha spiegato: “Decidemmo che saremmo saliti sfruttando una serie di placche inclinate che l’abbondante nevicata aveva ricoperto di neve livellandole come una pista di discesa libera”.

La condizione trovata è descritta da Maestri “… eccezionale e forse irripetibile… (… E se la vita continua)”.

Spesso durante tempeste il Cerro Torre si ricopre da una sottile crosta di brina, che all’occhio inesperto può sembrare ghiaccio, ma che non è altro che umidità debolmente congelata contro la parete e che manca la consistenza e solidità per essere arrampicabile e, che con i primi raggi di sole, comincia a sciogliersi, cadere e sparire. Ci sono diverse vie della zona che fanno tiri su funghi di brina, ma in quei casi si arrampica su funghi permanenti e profondi, o su strisce di ghiaccio in zone concave appena a fianco di funghi permanenti, il tutto di dimensioni e carattere ben diversi che la sottilissima crosta di brina che capita dopo tempeste e, senza dubbio, mai in tratti esposti come la parete o spigolo nord.

Quando Salvaterra scalò il Cerro Torre nell’inverno nel 1985 per la Via del Compressore assieme ad Andrea Sarchi, Maurizio Giarolli e Paolo Caruso trovò la roccia incrostata da brina, schiuma bianca. Il primo tratto in cui la trovarono così fu all’inizio del grande traverso. Hanno dovuto ripulirla per trovare i chiodi a pressione, ma non era una cosa faticosa in quanto l’incrostazione si poteva togliere addirittura con le mani o usando la piccozza di piatto. La parete era bianca ma lo strato era minimo. Hanno trovato la stessa brina sulla parete terminale dove lo spessore dell’incrostazione andava dai 10 ai 30 centimetri. E’ stato un lavoro lungo ma in nessun tratto hanno incontrato condizioni e consistenza che avrebbero permesso di scalarla.

Toni Ponholzer lo conferma spiegando che sulla parete nord “però di ghiaccio ce n’è ben poco, si tratta di brina dura sulla quale non c’è possibilità di presa”, e continua spiegando che nella brina portata dal vento e che aderisce alla roccia “infili il braccio fino alla spalla e non tiene lo stesso (Grido di Pietra, pagina 287)”.

Anche se ci fosse stato il ghiaccio Gottfried Mayr, assiduo compagno di cordata di Toni Egger, spiega: “Quello che facevamo a quei tempi non ha nulla a che vedere con l’arrampicata moderna su ghiaccio. Il ghiaccio verticale era impossibile”. Secondo Mayr, Egger era bravo su ghiaccio ma non era 10 o 20 anni avanti del suo tempo come esageratamente sostiene Fava (Cerro Torre, Mito della Patagonia, Tom Dauer, 2008, pag. 210).

Maestri non spreca nemmeno una parola riguardo alla tecnica di progressione. Avevano un secondo attrezzo? All’epoca, nel 1959 non c’è dubbio che non si usava ancora un secondo attrezzo. Come si può immaginare che Maestri e Egger salissero su pendenze di 80 a 90 gradi con un solo attrezzo? Ricordiamoci che, come ricorda l’amico di Egger, Mayr, a quell’epoca le pendenze che si superavano non erano oltre i 60° se non per qualche breve tratto e con incredibili numeri. A quel tempo si saliva su ghiaccio gradinando lo stesso. Era comune, avendo un solo attrezzo, fare anche un buco per tenersi in equilibrio con una mano.

Nel 1970 Maestri fece dei commenti molto contraddittori riguardo alla sua miracolosa crosta di ghiaccio. Quando Carlo Mauri tornò da un tentativo alla parete ovest Maestri disse: “Ho guardato il loro film sulla televisione – una parete solida di ghiaccio. Da dove siamo saliti noi non abbiamo trovato una parete di ghiaccio (Guido Carretto, “Cerro Torre Enigma: Maestri Speaks,” Mountain 9, maggio 1970: p. 32)”.

Alla fine di quella giornata Maestri scrisse che andarono a dormire su un piccolo terrazzino 300 metri sopra il colle, sullo spigolo nord. Questo dovrebbe corrispondere al terrazzo dove El Arca de los Vientos fa sosta. Nessuna traccia di passaggio trovata in quel punto, neanche sotto o sopra. Non si capisce neanche come avrebbero traversato placche lisce quasi verticali per passare dal centro della parete nord fino allo spigolo nord, anche se con tante contraddizioni non è chiaro dove sarebbero saliti. La parete non offre nessuna cengia o fessura orizzontale. La pendenza della parete in questo tratto è di circa 80°. Maestri scrisse: “Puntando sempre verso il terrazzino di ghiaccio che si incontra sulla cresta a nord-ovest, ci alziamo così di circa 300 metri. Sotto questi strapiombi di ghiaccio poniamo il secondo bivacco scavando nel ghiaccio stesso, ora abbastanza solido, una nicchia capace di ripararci da eventuale vento (Rivista Mensile del CAI, 1961)”. Maestri descrisse una nicchia profonda, che non corrisponde alla profondità dei funghi di ghiaccio che si formano sullo spigolo e in quella zona della parete.

Ermanno Salvaterra

Verso la cima
Prima di tutto bisogna chiarire che non si sa dove Maestri abbia bivaccato prima di andare in cima. Sulla foto pubblicata su L’Europeo n. 704, 12 aprile 1959, Maestri ha segnato il bivacco appena 60 metri sotto la cima ma, nella descrizione su Arrampicare è il mio mestiere, racconta di avere fatto parecchi tiri dal bivacco fino alla cima, almeno quattro.

Su Arrampicare è il mio mestiere, Maestri descrisse quell’ultimo giorno per arrivare in cima con queste parole:“Toni parte e supera una parete molto ripida, quasi verticale. Sale piantando un chiodo dopo l’altro. Poi salgo io e lascio i chiodi in parete”. Da questa descrizione si intuirebbe un tiro su roccia, piantando un chiodo dopo l’altro, ma roccia sulla cresta ovest non ce n’è.

Poi prosegue: “Continuo e supero un testone abbastanza ripido. Qui Toni passa uno strapiombetto di ghiaccio e urla: ‘Cesare, la cima!’ (…) Assicurato da Toni attendo che il vento si calmi, poi salgo veloce il ripido pendio… (…) Arrivo così fra i grandi strapiombi di ghiaccio, che si affacciano sulle pareti est e ovest con cornici paurose”.

Su Arrampicare è il mio mestiere dal momento nel quale sono arrivati sulla cresta ovest il giorno prima fino alla cima Maestri descrisse dieci cambi di capocordata in tutto. Si può capire che abbiano fatto dei tiri corti, ma comunque bisogna chiarire che in realtà oggi si fanno solo tre tiri in quella sezione, o al massimo quattro. C’è da scavalcare tre grossi funghi, di 55, 45 e 60 metri, e difficilmente si trovano posti dove fermarsi se non sopra ognuno di questi funghi. Come leggerete appena sotto Maestri non parla di tiri corti, ma anche di tiri di 50 e 60 metri. E’ quindi difficile capire come abbiano fatto tanti tiri in questo tratto.

Sul suo diario pubblicato nel Bollettino della SAT nel 1959 Maestri scrisse: “Ed arriva la mattinadel 31. Il primo salto che superiamo, di circa 60 metri, è ripidissimo, quasi verticale. Saliamo senza fermarci, lo superiamo e per un canalino tortuoso ma ripido e ancora qualche piccolo strapiombo di ghiaccio, sbuchiamo sotto il tratto terminale. Fa molto caldo, dall’ovest è cominciato a soffiare un fortissimo vento. Acceleriamo l’andatura. Toni al termine della sua filata di corda mi urla: “La Cima”. Salgo di corsa con un sapore di fatica nella gola: a circa 50 metri da noi sta la cima. Saliamo ancora mentre il vento continua a soffiare con violenza”. Ancora una volta, è incredibile la mancanza di dettagli di questi tiri che all’epoca sarebbero stati i tiri più duri mai fatti da nessuno, su un terreno incredibilmente ostile e in condizioni climatiche che lui stesso ammette non erano ideali.

Sulla Rivista Mensile del CAI, 1961, Maestri scrisse: “In discesa usufruiamo di funghi di ghiaccio ai quali assicuriamo dei cordini di perlon. In tre corde doppie ritorniamo al punto del terzo bivacco dove passiamo la quarta notte”. In questa descrizione non si capisce come riusciva a fare ancoraggi con cordini di perlon attorno a funghi. Tutte le cordate dopo lui hanno dovuto e devono usare fittoni o ancoraggi stile “corpo morto” per fare doppie nella brina inconsistente di cui sono formati questi funghi.

Le contraddizioni sono tante che ci viene mal di testa a cercar di capire quello che Maestri intende dire in ognuno dei suoi fantastici racconti.

Da Arrampicare è il mio mestiere
(…) “Cominciamo a scendere. Sopra il piccolo strapiombo fabbrichiamo un grande fungo di neve, cui passiamo attorno un cordino. (…) Toni ha già preparato il posto di partenza su due chiodi da ghiaccio. Durante la terza corda doppia, Toni ricupera i chiodi lasciati da me in parete e scendo anch’io.
Siamo sul terrazzino del terzo bivacco, questa notte ci fermeremo qui. Il vento ha chiuso in parte il foro di accesso alla nostra grotta”.
(…) “E riprendiamo a scendere. Funghi di ghiaccio o chiodi, ogni volta ci afferra una grande paura: scenderà la corda?
Verso sera siamo al termine del ghiaccio (…) “Comincia la fatica della preparazione dei posti di partenza. Due chiodi a espansione per volta.
Ogni volta mille colpi. (…) Poniamo il quinto bivacco, più basso del secondo,” (…);
(…) “Oggi si tratta di scendere e attraversare lungo la parete nord, spazzata da valanghe di tutte le dimensioni. Caliamo il più delle volte su chiodi a espansione sotto la continua caduta delle valanghe.
(…) A circa cento o centocinquanta metri dalla forcella, cominciamo a tagliare la parete verso est, lungo una costola che arriva a circa metà parete nord. E’ nostra intenzione arrivare al termine inferiore della traversata per non doverla rifare, ora che Cesarino l’ha disattrezzata per scendere a corda doppia.
(…) Due brevi corde doppie ci portano sul terrazzino alla base del gran diedro strapiombante.
(…) E fra poco saremo alle corde fisse.

Da Rivista Mensile del CAI vol LXXX luglio-agosto 1961 n. 7
(…) “In tre corde doppie ritorniamo al punto del terzo bivacco dove passiamo la quarta notte”.
(…) “Riprendiamo a scendere all’incirca lungo la via di salita usufruendo ancora dei funghi e chiodi da ghiaccio. Le ultime due corde doppie della giornata sono state fatte su chiodi ad espansione avendo superato il limite del ghiaccio e avendo trovato ora, dato il forte scirocco che viene dall’ovest, tutta la parete nord priva della neve che ci aveva permesso di salire. Bivacchiamo la quinta notte a quota 2550 circa (nove corde doppie). Di qui tagliamo la parete nord lungo la superiore di due fessure sovrapposte, per non toccare la forcella e dover così rifare la traversata resa difficile dal fatto che Fava aveva recuperato la corda lasciata fissa.
Obliquando verso est, ci troviamo quasi sopra all’inizio della traversata da dove parte il diedro strapiombante che va verso sinistra. Arriviamo a quota 2250 dove poniamo il sesto bivacco (11 corde doppie)”.

Da L’Europeo
Durante la discesa dice: (…)”Piantare due chiodi a espansione vuol dire rimanere per più di un’ora fermi sotto la caduta delle valanghe, con il vento che scuote furiosamente”.

Da … e se la vita continua
(…) “Dopo qualche corda doppia rinvenimmo la truna dell’ultimo bivacco e decidemmo di passarci la notte. Il vento aveva in parte otturato l’entrata, ma rinvenimmo ugualmente i pochi viveri che avevamo lasciato”.
(…) “Le nostre condizioni fisiche ci obbligarono ad allestire il quinto bivacco su un ripiano esposto alla caduta di valanghe.
(…) “Venne la mattina del 2 febbraio. Il tempo era ulteriormente peggiorato, ma noi non avevamo deciso di non morire. Calandoci in diagonale arrivammo in prossimità della forcella e scapolammo sulla parete est. Su quella parete trovammo un po’ di calma”.
(…) ”Iniziammo la discesa per poter arrivare alle corde fisse che erano qualche centinaio di metri sotto di noi”.
(…) “Verso le sette di sera arrivammo all’inizio del ghiacciaio pensile. Un centinaio di metri sotto di noi avremmo trovato le corde fisse che ci avrebbero aiutato a scendere”.

Da Bollettino della SAT. Diario di Cesare Maestri
(…) “Il primo febbraio scendiamo continuamente, il vento caldo rende la neve come una poltiglia che si stacca e precipita rumorosa. La sera ci sorprende poco sopra la «Forcella»: siamo riusciti a discendere circa 400 metri. Calarci è stato qualche cosa di tragico; il calore, sciolta la neve che ci aveva permesso di salire, lascia pulita la roccia. Nessuna possibilità di piantare chiodi normali. Ogni corda doppia dobbiamo piantare due chiodi ad espansione sotto il continuo cadere di grosse slavine”.
(…) “Il 2 continuiamo a discendere lungo le placche che sono coperte da un leggero strato di neve che viene continuamente spazzato dal vento e dalle valanghe che cadono dall’alto. Abbiamo deciso di non scendere alla «Forcella», ma di tagliare diagonalmente tutta la parete nord per poi poterci calare al termine inferiore della attraversata, che dopo il ricupero, da parte di Fava della corda fissa sarebbe divenuto per noi un ostacolo maggiore”.
(…) “Continuiamo a scendere sempre in questo modo, ed arriviamo così verso le diciannove del 2 febbraio a circa 100 metri dalle corde fisse”.

Da Arrampicare è il mio mestiere
(…) “A circa cento o centocinquanta metri dalla forcella, cominciamo a tagliare la parete verso est, lungo una costola che arriva a circa metà parete nord. E’ nostra intenzione arrivare al termine inferiore della traversata per non doverla rifare, ora che Cesarino l’ha disattrezzata per scendere a corda doppia. Verso il centro della parete le scariche si susseguono con ritmo quasi continuo”.
(…)“Caliamo il più delle volte su chiodi a espansione sotto la continua caduta delle valanghe”.

Non è facile fare delle considerazioni sulla loro discesa in corda doppia. Per prima cosa dobbiamo ricordare che avevano con loro una corda di 200 m che anche in salita usavano doppiata. In nessun racconto di arrampicata ho mai sentito parlare di una cordata che arrampica con una corda così lunga. Ricordiamoci anche che quella corda, di quella lunghezza, pesava circa 16 chili. Ad un certo punto della discesa, a circa 150 metri dal colle, Maestri, dice di aver cominciato a scendere in corda doppia in diagonale per evitare il traverso dal quale Cesarino Fava aveva tolto la corda. Già ho detto che il traverso non esiste ma, se anche fosse, che si voleva evitare l’obliquo, sarebbe praticamente impossibile arrivare all’estremo inferiore destro della parte nord. La prima parte della parete nord, quella che si trova sopra il canale obliquo di neve, è oltre la verticale. Arrivati comunque all’inizio della nord, per passare sul versante est dove inizia il Diedro degli Inglesi, bisogna salire una parete di roccia di circa 10-15 metri con difficoltà di V. Qualunque alpinista, tornando a corda doppia sulla stessa via di salita, la seguirebbe esattamente anche in discesa. Il motivo principale è quello di poter usare le soste attrezzate durante la salita. Tante soste dove si è perso molto tempo per mettere i chiodi a pressione. Durante la loro discesa parla di nuovi chiodi a pressione per attrezzare le soste. Quando si scende da una parete si ha fretta di mettere i piedi a terra. Se si scende dal Cerro Torre, ancor di più. Se si scende nella bufera e le scariche di neve e ghiaccio sono continue, chi mai starebbe proprio nel bel mezzo della parete? Sicuramente lo spigolo sarebbe il posto più sicuro.

Da … E se la vita continua
(…) “Sempre guardando verso l’alto lo calai diminuendo l’azione frenante delle corde che passando contro la mia schiena e dentro i moschettoni agganciati ai chiodi arrivavano al mio compagno”.

Da Arrampicare è il mio mestiere
(…) Passo la corda a spalle e poi nei moschettoni a freno, come sempre. Toni parte. Si mette a fianco con la parte sinistra del corpo a valle e tenendosi con la mano destra alla corda per l’equilibrio, comincia a scendere”.

Ho aggiunto in questo punto questi due scritti per capire meglio come si svolgeva la calata del primo. Come si faceva l’assicurazione al primo di cordata anche nella calata in discesa: era a spalla con la corda rinviata in uno o due moschettoni. Non siamo ai giorni nostri ma, comunque, calare una persona con quel sistema non è certo cosa facile su terreno verticale; soprattutto pensando che il primo che scende si deve fermare appeso anche a mettere almeno un chiodo a pressione. I soliti mille colpi di martello con i conseguenti 10-20 o 30 minuti. Il tutto col brutto tempo, con il vento, la neve che cade, le scariche, la stanchezza.

Dopo la caduta di Egger
Da … e se la vita continua
(…) “L’alba del 3 febbraio mi alzai dalla mia cuccia, raccolsi il materiale e incominciai a scendere da solo. (…) Dopo mezzogiorno arrivai a circa una ventina di metri dalla crepacciata terminale. Preparai l’ultima corda doppia”.

Da Bollettino della SAT, Diario di Cesare Maestri
(…) “All’alba del 3 febbraio esco dal mio buco come un condannato a morte. Comincio a scendere a corda doppia con lo spezzone che mi rimane”.

Da Rivista Mensile del CAI, vol LXXX, luglio-agosto 1961 n. 7-8
(…) “Il giorno dopo continuo a scendere da solo con uno spezzone di circa 120 metri di corda così da usufruire di soli 60 metri di corda doppia. Con tre corde doppie assicurate a funghi di ghiaccio, taglio il nevaio e scendo sempre a corde doppie fino alla base della parete”.
(…) ”Le ultime due corde doppie della giornata sono state fatte su chiodi ad espansione avendo superato il limite del ghiaccio e avendo trovato ora, dato il forte scirocco che viene dall’ovest, tutta la parete nord priva della neve che ci aveva permesso di salire. Bivacchiamo la quinta notte a quota 2550 circa (nove corde doppie)”.

Da Arrampicare è il mio mestiere
4 febbraio
(…) “Sono sfinito, le ginocchia si piegano, le mani non riescono a stringere la corda. Respiro profondamente, come se volessi aspirare il mondo; preparo la corda doppia, me ne sono rimasti circa centoventi metri, e mi calo diagonalmente verso l’inizio delle corde fisse. Grosse valanghe insozzano il piccolo nevaio, ma niente riesce più a farmi alzare la testa. Continuo a discendere e così arrivo alle corde fisse. Trovo il piccolo deposito, mi libero del materiale che ho ancora addosso e che non mi può servire. Ora posso stringere fra le mani questa corda di ghiaccio, e solo qualche metro più in giù le valanghe non potranno più investirmi”.

Nota
Per scendere dal Torre lungo il versante nord e ovest necessitano 4 corde doppie per il funghi terminali. Con altre circa 11 corde doppie si raggiunge la base del Diedro degli Inglesi. Con altre 5 doppie si arriva al punto alto del ghiacciaio pensile. Una doppia di circa 70 metri per le rocce all’inizio del nevaio. Una doppia breve per il deposito. Dal deposito con 8 doppie si raggiunge il ghiacciaio.

Considerazioni finali
Sui fornelli
Da Arrampicare è il mio mestiere
(…) “Il nostro piccolo fornello ad alcool solido non sta più acceso”.Da L’Europeo n. 704 – 12 aprile 1959
(…) “Prepariamo del tè sciogliendo la neve con un fornello a meta”.

E perché in nessun scritto viene parlato di come cucinavano o scioglievano la neve? Sempre problemi ai bivacchi miei…

Dall’articolo di Charlie Buffet
I’ve never heard of anyone using that technique on such a severe incline. What about the descent?
For one, we put in pitons. We took advantage of cracks full of ice. We also put in about eight expansion bolts, because we did 120-meter [394-foot] rappels on doubled ropes. It’s almost impossible, on a one-kilometer-high [.6-mile-high] face, to find a single pair of bolts. If they don’t want to believe me, then we must question the whole of mountaineering. This is my stand, but not for me alone: If we don’t believe one climber, we don’t believe anyone. Do you understand my point?
In your book, do you write about this line of pitons?
I don’t have to explain anything; I don’t owe anything to anyone. They can invent what they want (pitons, no pitons), I couldn’t care less. What I did was the most important endeavor in the world. I did it single-handedly. But this doesn’t mean that I… that I reached the top, do you understand? Do I make myself clear?

Sulle difficoltà della via
In diverse occasioni, Maestri ha minimizzato le difficoltà della sua supposta scalata.(…) “Vorrei dire che, dal punto di vista tecnico, è stata una delle scalate più facili della mia vita. Fu sicuramente la più pericolosa e l’unica mortale, ma tecnicamente fu una corsa, una corsa sopra incrostazioni di ghiaccio (incontro di Malé, 1999)”.

Oppure, un altro esempio: (…) “Per Toni Egger, Cerro Torre fu un niente – una passeggiata domenicale… Vedi, le vere difficoltà –i sesti gradi- sono nella parte inferiore, che Fava ci ha aiutato a munire di corde fisse (Guido Carretto, “Cerro Torre Enigma: Maestri Speaks,” Mountain 9, maggio 1970, p. 32)”.

Tali commenti, compreso il suggerimento che il diedro inferiore fosse stata la parte più difficile della sua ipotetica via, contraddicono la realtà.

Ritrovamento del corpo di Egger
Dal dossier di Garibotti
Il corpo di Egger non fu scoperto fino al 1975, quando Bragg, Donini e Mick Coffey vi si imbatterono a un paio di chilometri dalla base di Cerro Torre.
All’inizio del 2003 altri resti di Egger furono trovati non lontano dalla postazione del 1975. La sua macchina fotografica non è mai stata ritrovata.
Nel 1976 John Bragg trovò nel canale uno spuntone di roccia che fuoriusciva dal ghiaccio, con una corda annodata intorno. La corda lo colpì perché era come quella che avevano trovato con i resti di Egger l’anno prima. Un brivido freddo gli corse lungo la schiena quando notò che il capo della corda era rotto e sfilacciato, esattamente come quella trovata vicino ai resti di Egger. Per un breve istante ebbe una visione, che questo doveva essere stato il punto in cui Egger era morto, cadendo verso il ghiacciaio. Una settimana o due più tardi, mentre scendeva, Bragg staccò una valanga mostruosa dal nevaio triangolare che spazzò proprio il canale dove aveva trovato la corda spezzata. Descrive quel canale come “un ottimo punto per essere travolti da una valanga, con la corda che si incastra attorno allo spuntone e poi si rompe… Chi lo sa? (13)”. Sia Donini che Burke avevano le stesse sensazioni riguardo la morte di Egger. Burke scrive: “Attorno al deposito la via è molto soggetta a valanghe che provengono dal nevaio, dove si incanalano tutte le scariche della parete. All’inizio pensavamo che Egger fosse in questo punto quando fu colpito, da qui il fatto che tutto il materiale fu abbandonato e il tiro lasciato completamente attrezzato con la corda fissata ad ogni chiodo. Io sono quasi stato preso dentro in questo punto e ho fatto appena in tempo a ripararmi sotto una roccia sporgente (11)”. Come ne deduce Burke, un incidente in questo punto sarebbe la spiegazione migliore del fatto che la cordata di Maestri abbia lasciato il tiro che porta al deposito tutto attrezzato.

Sempre dal dossier di Garibotti – 1
Sebbene qualcuno possa obiettare che Fava non voleva scendere il ghiacciaio da solo, a causa della natura rischiosa delle traversate solitarie dei ghiacciai, nascono fatti curiosi dai racconti originali. La squadra di supporto dei giovani argentini riferisce che sono stati alla truna il giorno dopo il ritorno di Fava, il 29 gennaio, e di non aver trovato nessuno (21.1). Quello stesso giorno Fava, nel suo racconto personale, descrive di aver sceso il ghiacciaio fino alle placche del Mocho, poco sopra il Campo 2: “Il 29 uscii all’aria con il sole già alto. (…) Quando l’ombra del Torre invade le placche del Mocho dove ero sceso a trastullarmi al sole, torno su al campo(1.5)”. Evidentemente i pericoli della traversata solitaria del ghiacciaio non spaventavano Fava, e in qualche modo sembra che i due gruppi si siano incrociati senza incontrarsi sul tragitto. Dal momento che il ghiacciaio presenta una sola via ovvia e sicura, tutto ciò sarebbe stato impossibile. Inoltre, considerando che le placche del Mocho che Fava descrive nella discesa del 29 gennaio sono solo a mezz’ora di distanza dal Campo 2, ci si chiede come mai Fava abbia deciso di non continuare a scendere, specialmente quando, secondo il racconto di Maestri in Arrampicare è il mio mestiere, Fava era chiaramente ansioso di avere un po’ di compagnia (3.12). Nel suo libro del 1999, Patagonia, terra di sogni infranti, Fava racconta una storia completamente diversa: descrive che era alla base della parete est quando arrivarono su Dalbagni, Spickermann e Vincitorio (6.4).

Tuttavia, visto che la truna era situata in orizzontale a soli 400 metri dalla parete, sembra improbabile che non si fossero visti o non avessero stabilito un contatto.

Nel 1998 a circa 500 metri dalla base, vicino al box degli inglesi, Giarolli e Orlandi trovarono un chiodo da ghiaccio che sostenevano fosse appartenuto alla cordata di Maestri. In un articolo di Mark Synnot, sul numero di maggio del 1999, della rivista Climbing, questa tesi fu usata come una nuova prova per supportare il caso Maestri (20). Appena uscì l’articolo, il chiodo venne identificato da Phil Burke come uno dei suoi. Vicino allo stesso posto, Giarolli e Orlandi, sostengono di aver trovato un pezzo di corda di canapa che credono essere di Maestri. Ma ancora una volta queste sono più probabilmente attribuibili alla cordata inglese. Proctor evidenzia che in un’occasione nel tentativo di recuperare una corda di 200 metri questa s’impigliò dritto sotto il loro box e lo costrinse a scendere per andare a recuperarla. Proctor non scese lungo la sua via di salita, ma lungo la goulotte sopra il nevaio, dove pensa che possa essere salito Maestri invece che lungo lo sperone a destra. Anche qui non vide nessun segno di passaggio.

Sempre dal dossier di Garibotti – 2
Altri fatti curiosi provengono dal diario di Gianni Dalbagni. Dalbagni, come accennato prima, era uno dei quattro studenti che aiutavano a trasportare l’attrezzatura durante la spedizione di Maestri. Il suo diario fu pubblicato in una serie di 16 articoli, cominciando dal marzo 1959, in un giornale in lingua italiana che circolava a Buenos Aires (21). Riguardo alle condizioni meteorologiche Dalbagni fornisce le seguenti informazioni. Descrive la notte del 27 gennaio come una notte di pioggia torrenziale e riferisce i primi miglioramenti solo nelle prime ore del 29 gennaio. Ricordate che Egger, Fava e Maestri si suppone che abbiano iniziato la loro veloce scalata verso il colle della Conquista nelle prime ore del giorno 28. Della loro salita alla truna (Campo 3) del 29 gennaio, Dalbagni dice che, nonostante il cielo terso, il vento era estremamente forte: “Il vento che, pur coi piedi piantati nei buchi e la piccozza fino al manico, ci fa retrocedere… Sulla ripida cresta la marcia contro vento è resa abbastanza emozionante dalle raffiche… (21.2)”. Quello stesso giorno, secondo Maestri, lui e Egger hanno scalato sopra il colle, sull’esposto spigolo nord. Ci si può soltanto immaginare quanto forte doveva essere il vento su in alto, considerando le condizioni alla base del versante est.

Il 30 gennaio, Dalbagni descrive un tempo perfetto, ma il giorno seguente porta con sé un po’ di nuvole, e verso mezzogiorno la pioggia lo inonda assieme ai suoi compagni mentre stanno girando per il ghiacciaio, costringendoli a un ritorno veloce al campo. In questo giorno Maestri sostiene di aver raggiunto la vetta. Dei primi due giorni di febbraio Dalbagni scrive: “Nuvole, vento, neve e pioggia, con una costanza imperturbabile (21.3)”, il 3 febbraio: “Tutta la notte a nevicare; col vento fortissimo la neve è anche portata dentro. Fuori, un caos biancheggiante (21.4)”. Le condizioni meteorologiche del massiccio del Chalten sono sempre peggiori in alto, con vento molto più forte e precipitazioni più intense. Per quelli che hanno avuto la possibilità di scalare in questa zona, diventa chiaro che le informazioni sul tempo riportate da Dalbagni si accordano difficilmente con il tipo di clima a lungo sereno che una brillante, velocissima ed estremamente difficoltosa scalata alpina, come quella descritta da Maestri, richiederebbe per essere compiuta.

Ermanno Salvaterra

Sempre dal dossier di Garibotti – 3
John Bragg commentò che rimasero particolarmente stupiti di non trovare nessun chiodo lungo la diagonale che porta al colle, dove Egger, Fava e Maestri sostengono di aver fissato una corda: “Sembrava ci fosse solo una linea naturale che portava al colle, e dato che la scalata fu per lo più facile in questo tratto, sembra improbabile che avessero scelto una linea diversa. E ancora una volta non trovammo niente (lettera a Ken Wilson, 2 ottobre 1978)”.

Maurizio Giarolli ed Elio Orlandi, hanno scalato 150 metri su per questa linea nel 1998 e anche loro non hanno trovato tracce di passaggio (17). Ponholzer, che a quanto dicono tutti è un alpinista e scalatore estremamente abile, ha provato sei volte a scalare oltre il colle. Soltanto durante uno dei suoi ultimi tentativi, totalmente familiare con il terreno, fu in grado di raggiungere la presunta velocità di Egger, Maestri e Fava, arrivando al colle in un giorno.

Il 3 febbraio Fava sostiene che, avendo perso ogni speranza, decide di scendere al Campo 2. Mentre si stava allontanando dalla truna, guardò verso la parete un’ultima volta e notò un curioso oggetto nero che si rivelò essere un Maestri molto stanco. Quello stesso giorno sostengono di essere scesi al Campo 2. Il giorno seguente Fava, insieme a Dalbagni e Spickermann tornò alla truna (Campo 3), nel tentativo di trovare Egger, ma le pessime condizioni del tempo li costrinsero ben presto ad abbandonare le ricerche (6.5).

Le contraddizioni di Fava e la mancanza di chiarezza gettano un dubbio sostanziale sull’affidabilità dei suoi racconti. In passato, gli scalatori accettavano il suo resoconto della parte di scalata in cui fu direttamente coinvolto. Qualcuno potrebbe facilmente obiettare che, compiendo la prima salita di una montagna così importante, Maestri aveva un incentivo notevole a voler inventarsi questa impresa; ma Fava sembra avesse ben poco da guadagnarci. Tuttavia, quando si tiene conto della profonda rivalità e competizione all’interno della comunità italiana di Buenos Aires in quegli anni, tra il veterano della Patagonia Folco Doro Altàn e un gruppo di emigrati dalla provincia di Trento, compresi Tito Lucchini e lo stesso Fava, diventa chiaro che il peso di un fallimento o di un successo era gravoso per Fava quanto lo era per Maestri. Questa rivalità ha portato due spedizioni diverse a competere per la conquista della stessa vetta nel 1958, con la squadra di Altan, che comprendeva Walter Bonatti e Carlo Mauri, che attaccarono la montagna da ovest, e la squadra di Fava e Lucchini, che comprendeva Maestri e altri bravi scalatori di Trento, dal lato est.

Dal diario di Dalbagni
29 gennaio“(…) Il cielo è di un magnifico blu scuro e tutto coperto di stelle; ce ne sono moltissime; la luna, ormai in continua crescita, illumina tutto e in fondo, pallido e cinereo, il Cerro riflette colla sommità ghiacciata la sua luce.
In quel momento si dimenticano tutte le delusioni e le tempeste.
Di giorno ormai, ci decidiamo a salire al terzo campo trasportando un bidone di petrolio e medicinali.
Dopo la morena, passando sul ghiacciaio, affondiamo fino alle cosce nella neve fresca; questa brutta conseguenza del cattivo tempo è però compensata dal fatto che la salita successiva la facciamo comodamente per il letto di un torrentello, ora secco, dato che l’acqua si è gelata sopra.
Arriviamo al ghiacciaio finale quando il Cerro e i dintorni sono completamente scoperti, non mancando però un vento fortissimo.
Il fragile ghiacciaio è ora liscio e immacolato, tutti i crepacci sono coperti e i grandi seracchi arrotondati e la marcia, ostacolata dal vento, si fa difficile. Il vento dalla cresta dell’ “autostrada” viene giù con gran forza, sollevando neve farinosa che trita il naso e le mani, tagliandole come minuscole lamette.
Sulla cresta ormai, una raffica più forte delle altre stacca qualcosa dallo zaino che porta Angelo e dopo un bel volo, rotolando sulla neve, va a infilarsi in un crepaccio.
Cos’era? Il magnifico maglione celeste colle trecce, invidia dei suoi simili della spedizione.
Il vento che, pur coi piedi piantati nei buchi e la piccozza fino al manico, ci fa retrocedere, consiglia di rimandare a più tardi l’ipotetico recupero.
Sulla ripida cresta la marcia contro-vento, o meglio fianco-vento, è resa abbastanza emozionante dalle improvvise raffiche e dalla vicinanza del burrone del Mocho; per fortuna, ho davanti a me Angelo, che col suo peso mi prepara certi buchi per le gambe nei quali sono perfettamente ancorato.
Alla grotta, grandi cambiamenti: la porta è stata spostata e ora c’è un corridoio ad angolo per smorzare il vento, che da lì non si sente”.

Dal diario di Fava – Bollettino SAT
(…) “Giunsi sul ghiacciaio che era notte; tuttavia l’estrema punta del Fitz Roy era ancora dorata dagli ultimi raggi riflessi del sol cadente.”

(…) “Il29 uscii all’aria con il sole già alto. Giornata splendida, non si scopre una sola nube. Lassù in alto due uomini lottano con tutti i loro mezzi, con tutte le loro forze, con tutta la loro intelligenza nella speranza di trovare sulla sommità della vergine guglia il compenso a tanti sacrifici: un senso alla vita. Guardo su alla forcella con l’illusione di vederli pur sapendo che è impossibile. Sono più che mai soddisfatto e contento. Quando l’ombra del Torre invade le placche del “Mocho” dove ero sceso a trastullarmi al sole, torno su al campo. Scendo a prendere acqua nella serraccata e preparo uno spuntino. L’immagine della “via” percorsa mi appare in tutta la sua potente struttura: placche, strapiombi, diedri dal fondo gelato, lavine e cascate d’acqua. Dove saranno? Avranno trovato un posto per il bivacco?

Da Arrampicare è il mio mestiere
(…) “La mattina del giorno 30 risale verso la base del Torre, sale per un pezzo la parete. Non riesce a star fermo. Ritorna al campo, i ragazzi nel frattempo sono saliti e ridiscesi e hanno lasciato un biglietto”.

Da Patagonia, Terra di sogni infranti
Pagina 142 (dopo la discesa dal Colle arrivando alla truna)
“(…) Sull’entrata della truna mi fermai, slegai la corda e la lasciai lì. Superato l’angolo retto dello stretto cunicolo d’entrata rimasi un secondo in ascolto. No, non c’era nessuno. Fino all’ultimo momento avevo sperato di trovare due dei ragazzi. Angelo Vincitorio e Spikermann o Spikermann e Augusto Dalbagni. Ma tutto era sommerso dal gelo e dal silenzio. M’invase un senso di triste solitudine”.

Pagina 143-144 (dalla quint’ultima riga)
“(…) Alla luce incerta della candela notai per puro caso, nel groviglio della corda ammucchiata, un biglietto. Lo avevano lasciato i ragazzi: Spikermann e Dalbagni. Avevano portato su anche dei viveri. Che giovani in gamba! Erano alla loro prima esperienza in montagna ed io temevo che crollassero al primo scontro con le tempeste di neve e la raffiche di vento che ti si scaraventavano addosso con la violenza di un’ondata di mare e come un’ondata ti mozzano il fiato. E invece avevano assolto i loro compiti con un coraggio, una passione e volontà davvero sorprendenti.
… (dopo altre 6 righe)
(…) La sera, prima che faccia notte, torno alla truna con la speranza di trovare qui due dei nostri giovani compagni, pur sapendo che questo non è possibile perché non hanno una corda e sarebbe una pazzia avventurarsi slegati su per il ghiacciaio”.

Da Juan Roghi, La Tragica Noche sobre los Andes, El Hogar 2570 [Buenos Aires] (6 March, 1970), pp. 77-81
I dubbi sul racconto di Maestri sorsero immediatamente. Appena tornò a Buenos Aires uscì un articolo su un giornale locale che insinuava implicitamente che Maestri poteva essere responsabile della morte di Egger (22). Ciò portò alla richiesta da parte del consolato italiano a Buenos Aires, di un resoconto degli eventi da parte dei membri della spedizione, ma la questione venne presto dimenticata. (Ho cercato di individuare queste deposizioni a Buenos Aires, ma sono venuto a sapere che sono state mandate all’archivio nazionale italiano di Roma molti anni fa).

Note finali della Redazione di Le Altre Storie
Siamo giunti alla fine di questa grande storia suddivisa in ben tredici puntate. Incuranti delle critiche di chi vorrebbe che tutto fosse taciuto in seguito alla morte di Cesare Maestri, abbiamo volutamente continuato il nostro cammino d’informazione.

Con grande fierezza e orgoglio siamo finora i soli ad aver dato al pubblico la massima completezza d’informazione, partendo da TUTTE le varie versioni ufficiali della vicenda, continuando con i resoconti completi dei diretti interessati (Maestri e Fava) nel corso degli anni, e arrivando fino alle molte critiche, al “processo” e alle moderne conclusioni più spietate. Chi in futuro si occuperà ancora di questo mistero di ormai 62 anni fa non potrà non tenere conto del fatto che Maestri e Fava hanno entrambi lasciato questo mondo senza aver mai dato cenno di voler tornare indietro dalla loro verità.

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