Il Paradiso del Monte Baldo

Il Paradiso del Monte Baldo
di Alessandra Panvini Rosati
(11 maggio 2026)

Sul Monte Baldo ormai ci si aspetta di tutto: parcheggi pieni all’alba, escursionisti in coda ai rifugi, e-bike lanciate sulle sterrate, selfie panoramici e il brusio continuo di una montagna che, soprattutto in certe giornate, sembra quasi perdere il proprio carattere selvatico.

Eppure il Baldo conserva ancora angoli nascosti dove il silenzio torna padrone – se si escludono i rombi delle motociclette che arrivano dal fondovalle – e l’avventura vera inizia a poche centinaia di metri dal caos.

È quello che abbiamo scoperto noi — Alessandra, Massimiliano, Carlo, Vittorio, Federico e Pierpaolo — infilando casco e imbrago e andando a cercare il selvaggio dentro uno dei suoi angoli più dimenticati: il Vajo Paradiso.

Un nome quasi ironico, perché il “paradiso” ce lo siamo dovuti guadagnare metro dopo metro.

L’idea era salire un itinerario poco conosciuto ma estremamente logico e affascinante: un percorso che risale il cuore del vajo fino alla Cima Fontanelle, conosciuta anche come Pra della Baziva o come “Cima senza Nome”, che – detto tra noi – ci incuriosiva quasi più dell’itinerario stesso.

Finalmente una cima che non si chiama. Una cima poco frequentata, che si lascia raggiungere solo da chi ha ancora voglia di sporcarsi le mani con roccia, mughi e un po’ di sana incertezza.

Il Vajo Paradiso viene spesso paragonato al vicino Vajo Valdritta: l’ambiente è effettivamente simile – ripido, severo, isolato – ma qui c’è qualcosa in più. O forse in meno, se parliamo di tranquillità mentale.

I salti rocciosi sono più continui, più ravvicinati e anche tecnicamente più impegnativi. Non è mai estremo, ma richiede attenzione costante, un minimo di capacità arrampicatoria e tanta, tanta, tanta prudenza.

Casco tassativo. Imbrago, corda e qualche moschettone non sono accessori estetici: qui possono servire davvero.

Troviamo un solo ometto in tutto il vajo. Dopo aver superato la balaustra che lo divide dalla strada, il Vajo Paradiso ci accoglie con il suo classico biglietto da visita: detriti instabili, arbusti, gradoni rocciosi da superare senza troppo stile ma con una certa determinazione, e ancora parecchie lingue di neve molle.

Il primo momento serio arriva presto, ma non è roccioso e viene definito dal diretto interessato “il momento del mona…”.

Vittorio fa volare in aria i bastoncini telescopici e decide di franare rovinosamente tra le pietre calcaree, che riducono il suo avambraccio sinistro e le dita a un grumo di sangue ed ematomi. Anche la coscia non è messa bene, ma almeno è nascosta dal tessuto dei pantaloni.

Dopo averlo fasciato, ripulito e accudito, decidiamo comunque di proseguire. Però, così all’inizio… non è proprio un bell’inizio. Un po’ di dolore, qualche battuta per sdrammatizzare e si riparte.

Davanti a noi compare una placca di terzo grado scarso, probabilmente il passaggio più impegnativo dell’intera salita. La osserviamo in silenzio per qualche secondo, ciascuno intento a fare i propri conti mentali tra esposizione, appigli e dignità personale.

Come sempre, si trova una soluzione democratica: qualcuno passa di qua, qualcuno di là e, alla fine, ci ritroviamo tutti sopra a prenderci in giro reciprocamente.

Si continua tra detriti e facili gradoni fino a una placca ripida che divide il canale in due. Si va a destra. Poi un muretto verticale, ben appigliato. Poi ancora dentro il cuore del Paradiso, che si stringe sempre di più fino a diventare una fenditura di roccia e una lingua di neve. Ci siamo solo noi.

E viene quasi da chiedersi perché. Qui il posto cambia faccia. Le pareti si chiudono. Rimane solo il rumore dei sassi che si smuovono fin troppo facilmente sotto gli scarponi. Le pietre continuano a regalarci momenti intensi: ci restano tra le mani, spariscono da sotto i piedi, giocano a bowling e noi siamo i birilli. Per fortuna nessuno viene colpito, ma la salita non è mai davvero rilassata.

Eppure il gruppo è dentro quella strana magia che solo certe giornate sanno creare: quando tutto sembra complicarsi, ma nessuno vorrebbe essere altrove.

Superiamo il tratto dei mughi, ritroviamo il fondo del vajo, imbocchiamo la deviazione giusta – rigorosamente dopo aver discusso su quale fosse quella sbagliata – e continuiamo su roccia sempre più friabile fino a raggiungere la mulattiera militare, il sentiero ben battuto e segnato.

Il contrasto è quasi comico. Pochi minuti prima eravamo immersi in un canale dimenticato, sporchi di terra e concentrati su ogni appiglio. Ora siamo di nuovo su un sentiero evidente del Baldo. Il mondo “normale” è tornato. Ma per poco, perché manca ancora la cima.

Raggiungiamo una bocchetta erbosa, intercettiamo una traccia vaga e seguiamo la cresta, un po’ esposta, che divide il versante verde e più morbido da quello grigio, bianco di neve e scosceso. Tradotto: se scivoli, non ti fermi tanto presto.

Saliamo gli ultimi cento metri di dislivello: prima prati, poi roccette, poi uno spigolo che Vittorio, nonostante le ferite, risale direttamente con entusiasmo. Ancora un traverso. Ancora salita. Sempre meno mughi. Sempre più panorama. Infine, la vetta della Cima senza Nome.

Dove, naturalmente, non c’è anima viva. Una cima quasi sconosciuta, appena quotata sulle mappe, silenziosa, fuori dai radar della maggior parte delle persone che quel giorno affollavano il Baldo senza immaginare cosa si nascondesse poco più in là.

Seduti in cima, stanchi e decisamente soddisfatti, ci siamo guardati con quella faccia che compare solo dopo le giornate riuscite davvero bene: quelle con un pizzico di paura, qualche imprevisto, un po’ di roccia che cade e un infortunio, per fortuna lieve. Da una parte il fondovalle morbido con la strada Graziani, dall’altra il lago di Garda.

Qualche fotografia, un panino condito con la nube fantozziana e via: bisogna trovare la via di discesa. Traduzione: ravanamento saltellando tra un sasso e l’altro. E la certezza che l’avventura non è sempre dall’altra parte del mondo. A volte è nascosta dietro l’angolo. O meglio: dietro un vajo dimenticato del Baldo, a pochi metri dall’overtourism.

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