di Sara Segantin
(pubblicato su Le Alpi Venete, autunno-inverno 2023-2024)
Immaginate. Buio. C’è solo lo scintillio del ghiaccio alla luce delle torce, talmente trasparente che pare vetro. È fossile, duro come il diamante. Il freddo mi entra negli scarponi assieme all’acqua. Par di congelare. Brezno Pod Velbom: la risalita della cascata di ghiaccio di quasi 300 metri, che ricopre le pareti scure di un abisso a più di 2000 metri di quota, sul versante sloveno del Monte Canin.
Avevo 19 anni appena compiuti. Arrivata a Trieste per studiare, mi lasciai entusiasmare dai miei nuovi amici, che già stavano progettando questa incredibile avventura. Pur di partecipare, diedi a intendere d’essere molto più esperta di quanto non fossi. Allenata lo ero, sì, ma a livello tecnico ero stata qualche volta in falesia, un paio di scialpinistiche… e fu tosta. L’avvicinamento fino al bivacco, centinaia di metri – di dislivello – beninteso, nella neve. Poi la notte ci svegliammo nel bianco, perché la neve era entrata dalle fessure nel tetto e aveva ricoperto i sacchipiuma – troppo freddo perché si sciogliesse.
All’alba già soffiava vento forte. Raggiungemmo la grotta in più di un’ora di marcia. Giù giù. Veloce, per non fare aspettare gli altri, nelle profondità. Le luci, il rimbombo delle piccozze sul ghiaccio. Ore di attesa nel buio e il gocciolio gelido e costante, battendo i piedi contro la roccia per cercare di scaldarli, appesi come salami alle pareti. Dopo più di 12 ore in grotta, verso le sette di sera uscimmo. La bufera adesso era terribile. Bianco dappertutto. E il GPS ultra-moderno non funzionava, s’era congelato pure lui. Rientrare fu dura, in certi momenti pensai a un miracolo. Arrivammo in salvo dopo mille disavventure, era notte fonda, forse già quasi l’alba. Oltre il limite dello sfinimento. Persi quattro chili in tre giorni – e non che me ne avanzassero, all’epoca.
Era appena l’uscita di sopralluogo. Tornammo un paio di settimane dopo e la cascata di ghiaccio fu scalata per intero, la prima ascesa mondiale, ma c’era il sole e fu tutto più facile. Neanche me lo ricordo così tanto, mi costò molto meno. Non fu quella, per me, la vera impresa. Il valore delle cose dipende dal valore che tu dai a ogni cosa. E quell’esperienza, forse azzardata, mi ha insegnato quanto può la volontà dell’essere umano. Ho imparato quanto è importante, più di ogni cosa, avere una buona squadra e crederci insieme.
Sono passati sette anni e sono tornati, qualche settimana fa, per la prima ripetizione. Di ghiaccio dentro la grotta, però, ce n’era molto meno. Anche fuori, come potete immaginare, il ghiacciaio del Canin si sta ritirando a vista d’occhio assieme ai nevai e lo vedi subito dalle rocce: sono bianche, sembrano nude, abbandonate dalla neve perenne. In sette anni il mondo è cambiato.
Anche io sono cambiata. Per un po’ seguii gli amici nelle loro imprese, qua e là sulle Alpi, e divenni una buona compagna di cordata. Mi piacevano le avventure, i silenzi e ancora oggi è quella la parte della scalata che amo di più: le grandi pareti, i luoghi impervi, i lunghi avvicinamenti.
Mi resi conto ben presto che non avevo lo slancio dell’impresa eroica. Mi piaceva stare a lungo nei posti, capirli. Trovare la strada nella roccia, inventarla là dove non c’era. La cima era importante, sì, ma non essenziale. Mi innamorai delle Dolomiti friulane e poi la Sardegna, la Corsica, le vette più nascoste delle mie Dolomiti… Se le mie pareti del cuore restano la Marmolada e la Nord-ovest della Civetta, il mio entusiasmo è per i luoghi meravigliosi e dimenticati, che per me sono ancora la montagna.
Ma sono passati sette anni ed è sempre più difficile trovarne. Sul Piz Ciavazes c’è un via che si chiama Via le moto dal Sella. Mai nome fu più azzeccato. Insopportabile il rombare che viene dalla strada per il Passo Sella, quando scali lassù. È nelle orecchie di continuo, tanto che quando arrivi a casa la sera pare di ritrovare un’oasi di silenzio. Non dovrebbe essere il contrario?
Le invernali sono sempre più pericolose. Lo scialpinismo quasi un azzardo, un giocare con il destino: perché chi lo sa quali assurde bizzarrie può compiere il manto nevoso con questo clima impazzito? Ho sentito da vicino il rombo delle valanghe e credo sia una delle cose che mi terrorizza di più al mondo. Per questo, forse, arrampico sempre di più. Ma non c’è modo di sfuggire al mondo che cambia.
Quando è crollato il seracco (per l’esattezza, non si può definire “seracco” la porzione di ghiacciaio crollata, NdR) sulla Marmolada, nel luglio 2022, ho avuto un tuffo al cuore. Quel ghiacciaio l’avevo percorso anche io per scendere dalle grandi vie della parete sud. Una volta addirittura in piena notte, camminando nei rivoli d’acqua gelata fino alle caviglie per non scivolare sul ghiaccio. E le pareti che iniziano a crollare. La Torre Venezia della Civetta è rotolata giù come in uno scenario apocalittico – e quelle vie erano sulla mia lista. Ci resteranno per sempre. E, peggio, avrei potuto esserci sopra quando sono crollate. Poi pensi, ma tutta ‘sta mania per l’arrampicata… cammina, no? E allora dici «camminerò», e arriva la tempesta e i sentieri sono impercorribili, le valli cancellate.
Ricordo una gita sul Latemàr, salendo per la Val Sorda, diventata un’avventura di ore fra i tronchi massacrati da Vaia: non c’era più niente. Solo stuzzicadenti colossali, accasciati uno sull’altro. Una gigantesca partita a Shanghai. Non importa se scii, arrampichi, cammini o vivi in città. Non c’è scampo. I ghiacciai fondono per tutti e puoi restarci sotto direttamente o restare senz’acqua poco dopo. Montagna e pianura, ghiacciai, mari, fiumi, laghi. Che ci piaccia o no, sono tutti collegati.
Eppure, ancora ho la fortuna di aver visto – almeno in parte – gli ultimi scintillii di ciò che era. Ma adesso? Cosa sarà?
Amo sempre più i tempi lenti del viaggio e della scoperta perché l’adrenalina, la sfida, la lotta, le tengo per quando c’è da chiedere a gran voce: «Fermiamo tutto questo, finché siamo in tempo». Sono rimasta senza voce, a volte, per la stanchezza, la frustrazione, la delusione. Ma poi è tornata – nei sorrisi degli amici, nella meraviglia della natura – e ho sempre ripreso a gridare ancora più forte. Mi chiesi a lungo se fossi davvero un’alpinista. Non ho mai scalato un Ottomila e neanche fatto la Nord dell’Eiger, come tanti amici. Forse non la farò mai. A volte ho scelto di essere in piazza per difendere le montagne invece che sulle vette a viverle. Giusto, sbagliato? Chissà.
Nel 2019 l’alpinismo divenne patrimonio Unesco e se ne parlò tanto. Non erano più i toni della conquista. Della vergogna di aver “lasciato” la prima ascesa del Cervino a un inglese, della mascolinità tossica di chi sfida la montagna e non rispetta nessuno, nemmeno se stesso, dello sprezzo per la vita e dell’eliski: perché adesso per salire le montagne più alte basta avere molti soldi.
No, l’alpinismo, scrissero, è «l’arte della scalata alle vette di alta montagna, l’alpinismo è fatto di abilità fisiche, tecniche e intellettuali, frutto di un sapere sviluppato nel tempo. […] è una cultura condivisa basata sulla conoscenza dell’ambiente, della sua storia e dei suoi valori. L’alpinista è alla costante ricerca di un’eleganza nell’arrampicata, della contemplazione del paesaggio e dell’armonia con l’ambiente naturale». Se è così, mi sento un’alpinista – tranne che per l’eleganza nell’arrampicare, forse, ma su questo sorvoliamo…
Quello che mi ha dato la montagna, a partire dal Brezno Pod Velbom, e me lo ricorda ogni giorno, è la consapevolezza di quanto sia determinante la mia volontà. Di quanto, quando si è appesi in tre a un chiodo su roccia marcia a centinaia di metri da terra, non stai a litigare su di chi è la colpa, ma fai in modo di uscirne insieme. Mi ha insegnato cosa significa avere fra le mani la vita di un’altra persona e affidarle la mia. Responsabilità, condivisione, errori, a volte, il coraggio di affrontare le proprie paure, non la montagna. Quella non si affronta, quella si ascolta e si rispetta soltanto.
L’alpinismo per me è Vittorio, che a 20 anni nel suo rifugio sotto le Torri del Vajolet è riuscito a fare un orto e compra farine locali per un menù sempre più vegetale e sostenibile. Sono Marika e Ivan, che al rifugio Pordenone in Val Cimoliana sono il simbolo del turismo lento, o Lorenz, che conosce il nome di ogni roccia, d’ogni prato e ogni torrente delle Alpi Giulie.
L’alpinismo è nell’odore intenso del selvatico che abbiamo dimenticato. Nel ricordare cosa vuol dire convivenza, che noi non siamo i padroni. Siamo ospiti.
E l’ululato del lupo, il canto dello sciacallo, il ringhiare dell’orso sono note di uno spartito ben più grande, in cui noi siamo gli ultimi arrivati.
Così l’alpinismo è la strada della possibilità: al profitto a ogni costo, a un mondo sempre più ingiusto e diviso, c’è un’altra strada, c’è un’alternativa, che parla di passione e relazione.
Perché siamo in tanti ad amare la montagna. Siamo una squadra numerosa e potente. È nelle comunità montane, nei turisti e negli albergatori, nelle guide, nei fotografi, nei contemplatori. Alpinismo è tempo ed è sempre poco per tutti: allora, forse, oggi fare alpinismo vuol dire accettare ogni tanto di partire da più in basso – magari da casa, se si può – e arrivare meno in alto. È questa la nuova frontiera da esplorare e da abbattere. Non tutto deve essere accessibile. Ci sono luoghi in cui io non posso andare e li osserverò nel loro mistero. Ma altri che con impegno posso già raggiungere. Altri per cui mi devo allenare. La montagna non è di nessuno, l’esperienza della montagna, invece, è di chi se la sa guadagnare ed è diversa per ciascuno di noi.
Scalare vie nuove è l’unica via per uscire dall’inferno che ci stiamo costruendo. No, non cerco l’inferno, cerco l’inverno. Ed è solo l’inizio di una nuova storia.





Tutto condivisibile, per carità, ma mi viene da dire: su con la vita!
Bellissimo.
Grazie.
Bellissimo testo…visione d mondo un po’ catastrofica…
Condivido diverse sensazioni, ma mi sento ancora in paradiso.
Se si vede solo inferno, non è facile che cambi il paesaggio esteriore (e neppure quello interiore).
Grazie Sarà, il tuo scritto mi ricorda il lentius, profundius, suavius di Alexander Langer. Parole sante.