«Avere 30 anni a Milano è un problema serio»

Laureato in Giurisprudenza, racconta la vita dei Millennial a 300mila follower: «Vivere a Milano? Hai il micro bagno con water dentro la doccia, l’unica speranza della mia generazione è vendere la casa della nonna».

«Avere 30 anni a Milano è un problema serio»
(parola di Edo Righini, bocconiano-influencer)
di Anna Gandolfi
(pubblicato su milano.corriere.it il 21 settembre 2025)

Millennial al 100 per cento, ferrarese di nascita e milanese d’adozione («Dall’età di 19 anni, anno 2010»), bocconiano, avvocato mancato (praticantato ed esame di abilitazione a metà, «fatto lo scritto ma non l’orale»), Edo Righini alla sua generazione ha dedicato un podcast che dice tutto già dal nome: Trentennamenti. «Sono nato nel 1991: uomo del secolo scorso non abbastanza da affezionarmi al secolo scorso, catapultato nel nuovo millennio però non nativo del nuovo millennio». Portabandiera digitale di una generazione – il suo profilo Instagram, dove in meno di due anni ha ramazzato quasi 300mila follower, si apre con un’epigrafe più che una bio: «Uso i social per non piangere da solo» – adesso per Mondadori ha appena firmato un libro a tema, Penso di avere un problema serio. Un ritratto di chi «sta invecchiando anche se continua a mettersi la felpa, vorrebbe emanciparsi ma non sa bene né come fare né se può davvero farcela, incastrato in uffici e vite fantozziane dissimulate sotto imperscrutabili nomi inglesi che fanno figo (così sembrerebbe)».

«Sentiamoci dopo le 18».
E così è. Alle 18.02 Edo Righini, di parola, risponde al secondo squillo.

È in fuga dall’ufficio?
«Lo speravo, invece andrà ancora lunga: stare imbullonato alla scrivania è un destino a cui sento ineluttabilmente di dovermi consegnare».

In che senso?
«Noi Millennial siamo quelli cresciuti con il mito del posto fisso e i genitori che dicevano: fai gli straordinari, lavora nel weekend e guadagnerai molto molto molto bene e sarai tanto tanto felice e appagato. Solo che noi lavoriamo pure il weekend, però con la paga – se arriva – campiamo a fatica, altro che bella vita. E non abbiamo neanche lo slancio di quelli della Gen Z che dicono: lavorare il weekend? Siete pazzi…».

Edo Righini nel quartiere del Giambellino. Foto: La Presse.

Talmente dettagliato da apparire autobiografico.
«Non sono successe tutte a me le cose che accadono al protagonista Lorenzo, e non tutte insieme. Però…».

E lei quale problema molto serio ha?
«Penso sia quello di non avere un solo problema (ride). Noi Millennial siamo quelli che si sentono perennemente con la coperta corta: economica, del tempo che manca, degli affetti. Siamo quelli che si sentono sempre non risolti».

Proprio tutti magari no.
«Tanti sì».

Secondo lei il disagio da…?
«Forse dal fatto che siamo cresciuti introiettando le aspettative dei genitori: il posto fisso ti fa campare bene, il tuo lavoro ti farà stare meglio di come stavano i nonni. Solo che le promesse spesso non si sono realizzate: siamo precari, a Milano siamo arrivati perché era l’Eldorado, ma adesso l’apericena in cui mangiavi e bevevi con 10 euro si è trasformato in una birretta e tarallo di plastica allo stesso prezzo e resti con la fame».

Lei è creator digitale e scrittore.
«Anche».

L’altra occupazione?
«Qual è il mio lavoro vero, sta chiedendo? Lavoro in pubblicità, sono un copywriter».

È dipendente?
«Sono cresciuto con il mito del posto fisso, gliel’ho detto. Sì, dipendente».

Quindi fa due lavori.
«Battuta che non è una battuta: faccio il copy per mantenere il lavoro da creator, nel senso che per pagare tutte le tasse che devo pagare come partita iva mi serve un altro stipendio».

Quindi guadagna bene.
«Fare due lavori mi permette di campare (a fatica, eh…) a Milano. Con uno solo oggi non ce la farei, dal 2010 è cambiato il mondo».

Dove vive?
«Al Giambellino in un monolocale in affitto».

La giornata tipo del copy-creator?
«Dalle 9 alle 18 sto in ufficio, al netto delle giornate che vanno lunghe. Quando esco faccio video (spesso nelle strade per il ritorno a casa, ndr), scrivo i contenuti: a volte basta un’ora, a volte molte di più. Alle 22 però stacco».

Racconta Milano anche sferzandola: i quartieri con le case modernissime e bruttissime, i prezzi brutti anche loro.
«Ho amato Milano e forse, sotto sotto, la amo ancora. Però è un amore un po’ tossico».

Usiamo il libro per parlare di lei. Il suo protagonista riflette: la soluzione per salvarsi da una trappola fatta di promesse deluse forse è la ritirata strategica verso la provincia lasciata anni fa. Condivide?
«Pure io ho pensato seriamente di lasciare Milano e tornare a Ferrara durante il Covid. Trentennamenti è nato in quel periodo. Resto a Milano perché per il mio lavoro è il luogo migliore, nonostante tutto. Avevo anche ipotizzato di andare a Bologna, ma Bologna ha iniziato a costare come Milano… Quindi eccomi. E poi: un Millennial non butta per aria tutto, non è da lui».

Quando è arrivato in città?
«Quindici anni fa. Avevo tentato il test d’ingresso in Bocconi e sono passato».

Laureato in?
«Giurisprudenza. In famiglia sono tutti medici – mamma, papà, fratello, zia , nonno – e io ho cambiato strada. L’unica figura che temono i medici, si dice, è l’avvocato: sarà per questo? Boh. Arrivato in Bocconi ero anomalo pure lì: un avvocato tra economisti e manager. Ho fatto due anni di praticantato in diritto del lavoro».

Poi?
«Ho deciso che fare l’avvocato non era cosa per me. Ero bravo con le parole, volevo fare qualcosa in cui mi pagassero per scrivere. Sono approdato nel 2017 in pubblicità».

Abbiamo visto qualcosa di suo?
«Probabilmente sì, non posso dire cosa. Ambito food e ambito prodotti per la bellezza».

Gioco celo/manca. Il suo protagonista ha «un discreto lavoro a Milano, “con grandi margini di crescita”».
«Celo. Anche se bisogna capire cosa intendano per crescita. Magari crescita di responsabilità per gli stessi soldi (ride)».

Anche lei ha «una serie di camicie da colloquio»?
«Celo. Più che altro, però, cravatte da lavoro. Quando facevo l’avvocato lo studio era in centro, passavo ogni giorno davanti alle boutique: comprare cravatte era il mio modo di sfogarmi, unico dettaglio creativo in completi seriosi. Quella di cui sono più orgoglioso è rosa con le balene che si baciano».

Assist per il prossimo quesito. Del suo trentenne tipo dice che «ha una discreta fidanzata, alla quale potrebbe fare l’abitudine».
«Ho una fidanzata che mi sopporta e mi supporta, sì».

Monolocali «seminterrati vista parcheggio» ne abbiamo?
«Celo. Oggi vivo al Giambellino, nel 2010 sono approdato alla Barona (che era la Barona del 2010, un’esperienza bella tosta) in uno studentato. Nel mezzo la mia ricerca di casa mi ha portato a vedere cose folli. Un agente mi ha mostrato un sottotetto con un bagno minuscolo, in cui qualcosa non mi quadrava, poi ho capito: mancava il water. Sorpresa: era nella doccia. E l’agente: “Guardi che all’estero questa soluzione si usa molto”. In un altro alloggio per passare dall’ingresso al soggiorno bisognava attraversare il bagno. “Siete in due, se uno è in bagno, l’altro sta in soggiorno, che problema c’è?”».

Che non è legale?
«Ho pensato la stessa cosa…».

Ha detto: una roba che trovo insopportabile di noi millennial è che ci incazziamo proprio poco.
«Forse perché siamo un po’ rassegnati, al telegiornale da sempre sentiamo parlare di crisi, congiuntura, conflitti. Quindi o va male o va malissimo. Allo stesso tempo, però, non stiamo così male: magari i genitori un po’ ci aiutano, magari c’è la casa del nonno da vendere. Quindi ci incazziamo poco».

La volta in cui è capitato anche a lei.
«Quando durante i colloqui di lavoro mi hanno trattato male, lasciando intendere che se ce l’avessi fatta sarei stato un miracolato, oppure che se avessi fallito ero un cretino».

Ha detto loro arrivederci a mai più?
«Sono millennial. Mi incazzo, non abbastanza»

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5 Comments

  1. says: Khaled muratore

    Vieni fare piastrelista, prendi bene 25 euro alora, io in 4 ani ho comprato casa a quarto ogiaro.

  2. says: Grazia Pitruzzella

    Mi felicito che vengano alla luce le dimensioni multicolore della città che per molti meridionali rappresenta ancora un mito.
    Auguro a Edo di incazzarsi quel tanto che basta per uscire dalle mura cittadine.

  3. says: Grazia Pitruzzella

    Naturalmente il titolo è umoristico: problemi seri ce li hanno i forestieri che vivono accalcati in un piccolo ambiente, i barboni che d’inverno muoiono per strada, chi ha donato la propria vita a droga e prostituzione, chi non ha risorse per trovare un lavoro, chi non ha denaro per sostenere spese mediche…

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