Traversata dell’Atlantico a remi

Traversata dell’Atlantico a remi
(Lorenzo Barone: “Avrei potuto continuare per mesi”)
di Caterina Malanetto
(pubblicato su lastampa.it il 26 gennaio 2026)

È appena tornato sulla terraferma, ma solo con i piedi: la testa è già altrove. Lorenzo Barone è sbarcato da poche ore sulle coste della Guyana Francese dopo 37 giorni da solo in mezzo all’Atlantico, remando senza vela né motore per oltre 4.500 chilometri. Intorno a lui, dopo settimane di blu assoluto, ci sono di nuovo i colori: il verde fitto della foresta amazzonica, l’odore della terra umida, gli insetti. Eppure fermarsi non è un’opzione.
Risponde alla chiamata de La Stampa dal porto di Dégrad des Cannes, vicino a Cayenne, Lorenzo sta organizzando la spedizione della barca verso l’Europa. Poi comprerà una bici usata e ripartirà. Destinazione: Brasile, attraversando Suriname e Guyana. Da lì, una canoa per scendere il Rio Branco e il Rio Negro fino al Rio delle Amazzoni, e poi ancora, attraverso la foresta e le Ande, fino a sfiorare i 7000 metri dell’Ojos del Salado.

Lorenzo Barone

Ventotto anni, originario di San Gemini, in Umbria, Barone è uno specialista delle avventure in solitaria: ha attraversato deserti, regioni artiche e catene montuose, percorrendo oltre 100mila chilometri in più di 60 Paesi. La traversata a remi dell’Atlantico è parte del progetto “Dust – La via della Sabbia”, un viaggio che segue il percorso invisibile delle polveri sahariane che ogni anno fertilizzano l’Amazzonia. Un legame naturale tra ecosistemi opposti, che Lorenzo ha deciso di raccontare con il proprio corpo.

Cosa ti ha spinto a partire per questa impresa?
«Mi ha affascinato tantissimo il fenomeno delle polveri sahariane che fertilizzano l’Amazzonia. Sono due ecosistemi opposti, eppure sono uniti dai venti e si sostengono a vicenda. È qualcosa a cui normalmente non si pensa. Ogni anno quasi 30 milioni di tonnellate di polvere raggiungono l’Amazzonia e la rendono fertile. Io volevo realizzare fisicamente questo concetto».

Perché farlo proprio così, attraversando deserti, oceani e foreste?
«Faccio avventure da dieci anni, è diventato il mio lavoro, direttamente o indirettamente. Se fossi stato un pittore avrei dipinto un quadro con la sabbia che vola sull’oceano, se fossi stato un musicista avrei scritto una canzone. Io invece faccio viaggi. Questo progetto racchiude anche tante cose nuove per me: non avevo mai attraversato un oceano a remi, né navigato fiumi nella giungla amazzonica, e non ero mai salito a quasi 7000 metri, che è l’ultimo obiettivo, l’Ojos del Salado».

Cosa ti affascinava di più di questa sequenza di ambienti così diversi?
«La diversità totale. Non ci sono zone monotone: passi dalla sabbia del deserto all’acqua, dall’acqua alla giungla che esce direttamente dal fiume, e poi sali fino a 6893 metri. È una continua trasformazione. La curiosità di mettermi alla prova in condizioni sempre diverse è stata fondamentale».

Questo progetto ha anche una forte componente scientifica.
«Sì. Ho raccolto un campione di polvere nella depressione di Bodélé, in Ciad, una zona remota senza strade. Lì c’era un lago gigantesco che si è seccato: le alghe si sono fossilizzate e trasformate in questa polvere sottilissima. A giugno scorso ero lì con un amico, Davide, ma le condizioni erano durissime: ho rischiato la vita per disidratazione, urinavo sangue da una settimana. Sono riuscito a prelevare il campione, che ora è in Italia».

E qui in Amazzonia cosa farai?
«Preleverò un campione di sedimenti del fiume. Filtrerò l’acqua con un filtro in ceramica: i residui conterranno probabilmente diatomee. Voglio che i due campioni vengano analizzati insieme al microscopio, per confrontare l’origine e il viaggio di queste polveri».

Com’è stato affrontare la solitudine dell’oceano?
«Non è stata una sfida fisica quanto psicologica. A pedalare 250 chilometri al giorno si fa molta più fatica. Sull’oceano puoi fermarti, e i venti comunque ti spingono. Ero curioso di sperimentare la solitudine totale: qui ero su una barchetta in mezzo all’Atlantico, a migliaia di chilometri da qualsiasi terra».

Non ti sei mai sentito solo?
«No, mai in senso negativo. Stavo bene con me stesso, avrei potuto continuare per mesi. Quello che mi ha messo in crisi, per 4-5 giorni a metà traversata, è stata la limitazione totale dei movimenti. Non potevo fare una passeggiata, non potevo stare fermo. Se mi sdraiavo, la barca mi sbatteva da una parte all’altra».

Una sorta di claustrofobia?
«Sì, una sensazione tra claustrofobia e prigionia. Ogni volta che uscivo dovevo legarmi alla barca: se cadi e la barca se ne va, muori. Quegli otto metri per uno e mezzo erano l’unico punto abitabile in migliaia di chilometri».

Hai mai pensato di mollare?
«No, perché sapevo che non si poteva tornare indietro. Dopo Capo Verde, con i venti e le onde contrarie, era fisicamente impossibile. Da lì in poi c’erano solo due opzioni: arrivare in Sud America o chiamare l’Sos, sapendo che avrei perso tutto».

Il momento più pericoloso del viaggio?
«In assoluto la depressione di Bodélé. Era il 21 giugno, il giorno del solstizio d’estate, nel posto peggiore in cui potresti essere in quella stagione. Il corpo cedeva, i dispositivi elettronici si surriscaldavano, dovevamo metterli in calzini umidi per raffreddarli. Durante l’oceano invece mi sono quasi ribaltato di notte: sono entrati sei litri d’acqua nella cabina. E poi, a 15 chilometri dalla costa, le correnti mi stavano spingendo contro degli scogli. Per poco non finiva lì».

Hai incontrato qualcuno durante la traversata?
«Solo una nave cargo. Ha fatto un giro enorme per venirmi a chiedere se avevo bisogno di aiuto. Poi per 34 giorni consecutivi non ho visto nessuno, neanche in lontananza».

E invece nei luoghi più estremi sulla terraferma?
«In Ciad ho visto persone vivere in condizioni durissime, con problemi respiratori causati dalle polveri. Eppure l’essere umano riesce ad adattarsi a tutto: dai meno 50 gradi della Yakutia alla giungla del Borneo. È una lezione enorme».

I tuoi affetti come vivono queste scelte?
«Mia madre è molto preoccupata. Mio padre invece mi ha aiutato concretamente: ha portato la barca fino in Mauritania con due amici. Mi supportano entrambi, ma la paura di una madre è inevitabile».

Come è cambiato il tuo modo di viaggiare nel tempo?
«Sono partito a 18 anni per girare l’Europa. Quel primo viaggio mi ha cambiato. Da allora ho sempre cercato di non ripetermi, di ascoltarmi, di cercare condizioni nuove. A un certo punto mi sono reso conto che pedalare e basta era diventato una routine. Così ho iniziato a esplorare altri modi: slitte, kayak, fiumi, arrampicata. Questo mi ha aperto completamente gli orizzonti e da lì non mi sono più fermato».

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