L’estate sospesa delle guide alpine

Stop alle ascese su Cervino e Bianco, gli accompagnatori si fermano: «Troppi rischi».

L’estate sospesa delle guide alpine
(le Alpi si sbriciolano, basta scalate)
di Enrico Martinet
(pubblicato su lastampa.it il 15 luglio 2026)

Quel poco di gelo che è rimasto ai 4478 metri del Cervino si scioglie appena lo guardi. Lo zero termico domenica era lì, lunedì e ieri era 50 e 70 metri più in basso. Quell’icona dei monti ha la febbre, così tanta che è penetrata nel suo cuore di roccia. E le guide di Zermatt, sul versante svizzero della montagna, hanno detto stop ai loro clienti: «Di qui non si sale più, non con noi». Il 12 luglio 2026 due alpinisti sono precipitati da 4030 metri, vittime di rocce che si sgretolano e diventano instabili. Due settimane fa il Cervino pareva un gelato che si scioglieva, con cascate d’acqua formate dalla neve che spariva oltre i 4000 metri. Immagine inedita. Ora i temporali non hanno più infilato torrenti nei bruni canali della parete nord, ma il sole cuoce la roccia e fa scivolare sfasciumi. Le guide di Zermatt hanno così deciso che la cresta dell’Hörnli, la via normale, la prima ad essere salita nel 1865 da sir Edward Whymper, «non s’ha più da fare». Troppi pericoli.

Ma ci sono anche altri Quattromila che soffrono in questo lembo di terra del Nord-ovest d’Italia: il Monte Bianco, sul confine francese e la Dent d’Hérens, su quello con la Svizzera. Ezio Marlier, presidente delle guide alpine della Valle d’Aosta: «Non c’è alcun divieto, sia chiaro, ma noi guide abbiamo deciso che, sia la via normale italiana del Monte Bianco, dal ghiacciaio del Miage, sia la cresta di Tiefenmatten sulla Dent d’Hérens, sono itinerari da non offrire più alla clientela. Non ci sono le condizioni. Tutti gli altri itinerari del massiccio del Bianco sono invece percorribili».

A Cervinia, il presidente delle guide Laurent Nicoletta spiega che cosa accade in cima alla Gran Becca, al monolite che sul versante elvetico è battezzato come Matterhorn. «Sulla cresta dell’Hörnli ci sono molto meno corde fisse rispetto alla nostra via normale e per il caldo sono in situazione precaria. Dopo la spalla, in alto, ci sono corde che passano su sfasciumi e si deve passare anche sul versante più freddo, quello della parete nord. E qui la situazione d’instabilità è maggiore perché finora quelle rocce erano tenute insieme dal permafrost e in parte coperte da neve e ghiaccio anche d’estate. Queste temperature anomale da tanti giorni fanno muovere sassi, tutto diventa incoerente. Anche noi, come i colleghi di Zermatt, evitiamo il versante svizzero».

L’allarme delle guide
La parete sud che sovrasta Cervinia è sempre al sole, soffre ormai da tempo il cambiamento climatico. Appare come un paradosso, ma resta finora più sicura. Ancora Nicoletta: «Per ora le nostre guide vanno e vengono dalla cima del Cervino con i clienti, ma ogni giorno ci confrontiamo perché la situazione è da monitorare. L’attenzione che occorre avere è di affrontare il Cervino con estrema consapevolezza. Sapere che bisogna salire all’ombra. Mentre la svizzera cresta dell’Hörnli è a est, la nostra Cresta del Leone rimane senza sole a lungo al mattino, ma occorre salire partendo dai 3800 metri del rifugio Carrel e rientrare dalla vetta il più presto possibile». Sul Cervino macchie di neve non ci sono più e il mitico “lenzuolo”, quel rettangolo di neve perenne nella parte alta della parete è quasi scomparso.

E su di un altro “lenzuolo” glaciale, che copre l’itinerario più frequentato della Dent d’Hérens 4171 m, nell’alta Valpelline, a poco meno di un chilometro dal Cervino, non si va più. Quel ghiacciaio che faceva da tappeto solido verso la vetta ha perso la sua ultima parte e ha provocato una frana. Ghiaccio e neve ritirati hanno causato un disequilibrio e la roccia che in parte era frenata si è lasciata andare alla gravità. E così per un alpinista diventa complicato infilarsi nell’incavo roccioso della cresta di Tiefenmatten per poi risalire fino a una catena che serve per rendere più agevole quel “mauvais pas”, passo maligno. Ma ora il passo è proibito e per di più è rimasto in bilico a qualche metro un torrione che minaccia di crollare. Le guide della Valpelline hanno dato l’allarme.

Ai piedi del Monte Bianco, nella Val Veny, il ghiacciaio del Miage è in gran parte coperto da grigie morene. Di lì si passa per raggiungere il rifugio Gonella, a 3071 metri. Forma insolita, avveniristica, pareti lucenti, ma da qualche anno la fusione dei ghiacciai ha reso problematico per i gestori l’approvvigionamento dell’acqua. «Al rifugio abbiamo gente – dicono – e l’acqua c’è ancora nei serbatoi, ma fra poco finirà». Di lì, approdo sicuro per raggiungere il tetto d’Europa, le guide non partono più con i clienti: crepacci aperti, rischi troppo elevati e comunque una condizione del ghiacciaio del Miage che costringe a fare chilometri in più per evitare il pericolo di essere ingoiati. Davide Gonella, che ha per anni gestito l’omonimo rifugio e ora apre le porte alla sua clientela in fondo alla Val Veny, dice: «Siamo saturati dalle emergenze». Il termometro pare impazzito: ieri ai tremila metri di quota è oscillato tra la minima di 8 gradi e la massima di 12. Lo zero termico si è di nuovo arrampicato fino ai 4400 metri. Da Cervinia Laurent Nicoletta avverte gli alpinisti: «Prima di decidere una salita chiedete quali siano le condizioni della parete. Non avventuratevi».

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2 Comments

  1. says: bruno telleschi

    Però non è la fine della professione né tantomeno la fine del mondo: si tratta solo di cambiare strada!

  2. Da che mondo è mondo il muoversi in contesti naturali ha richiesto doti continue di adattamento ai suoi utenti.
    La cosa più difficile è cambiare la mentalità di chi resta ancorato a certi canoni classici e vuole salire il Bianco, il Cervino o la Marmolada, provenendo da lontano e affidandosi alle guide cime fossero una funivia per la cima e la sicurezza. Cambiare certe consuetudini, derivanti da esistenze da galera anche di soggetti ricchi sfondati, è più duro e faticoso che scalare le montagne.

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