Detentrice del record di velocità sui 14 Ottomila (vedi nota della Redazione al fondo), Kristin Harila è pronta a chiudere con le spedizioni. Davanti a lei un nuovo sport, l’ultra trail, e l’impegno con la Lama Sherpa Foundation.
Ricominciare
di Benedetta Bruni
Nel 2023 è stata la persona più veloce al mondo, insieme all’amico Tenjen “Lama” Sherpa, a completare tutti i 14 Ottomila, in soli 92 giorni e per dimostrare che le donne possono ottenere quello che vogliono. È una delle alpiniste – usando il femminile sovraesteso – con più Ottomila in curriculum: 31 in totale, come averli scalati tutti almeno due volte. Eppure Kristin Harila, atleta norvegese ambassador SCARPA, dopo che a maggio ha completato la Triple Crown, cioè dopo aver scalato in una sola stagione Everest, Lhotse e Nuptse, ora si sente pronta a mettere fine alla sua avventura con l’alpinismo d’alta quota. Tra il 2023 e questa decisione ci sono stati l’incidente sul K2, la morte di Lama e i tentativi di ricerca e la creazione di una fondazione che vuole rendere più sicure le condizioni di Sherpa e portatori che lavorano sulla catena dell’Himalaya. E le lunghissime spedizioni, sempre in bilico tra la vita e la morte. Ora si apre un nuovo capitolo della sua vita, ancora in montagna, ma più vicina a casa. E forse all’UTMB.

Kristin, di recente hai completato la Triple Crown ed è uscito un nuovo film che parla del record sui 14 Ottomila. Cosa c’è nel tuo futuro?
È stato un periodo molto intenso e sento che il mio capitolo con l’alta quota si è concluso. Ho 31 vette sui 14 Ottomila, sono stata quattro volte sull’Everest e ho passato moltissimo tempo in spedizione. Con questa decisione non voglio dire che non mi sia piaciuto quanto ho fatto finora, anzi. Ma mi manca casa e voglio fare anche dell’altro. E poi, tutti conosciamo i rischi. Ci sono pochissimi Sherpa al mondo con più Ottomila di quanti ne abbia io. Nirmal Purja ne aveva 56 e aveva una profonda conoscenza di quei luoghi, eppure è stato travolto lo stesso da una valanga. Sentivo che era arrivato il momento di dire basta. Adesso mi piacerebbe dedicarmi al trail. Ho già partecipato a qualche gara ultra e di skyrunning e mi è piaciuto tantissimo. Magari in futuro parteciperò a qualche ultra importante come UTMB, ma si vedrà.
C’è stato un momento in cui hai deciso di fermarti o è stata una scelta che hai maturato nel tempo?
Credo che sia qualcosa che ho capito nel tempo, tanto che sapevo che questa spedizione sarebbe stata l’ultima. Il mio piano iniziale era di finire già nel 2023, dopo aver stabilito il record, a quota 29 vette. Ma poi Lama, il mio compagno di cordata, è stato travolto da una valanga sullo Shishapangma e da allora ho cercato di ottenere i permessi per tornarci e cercare il suo corpo. Dovevo essere acclimatata e pronta a partire in ogni momento in caso ce li avessero accordati. Ci sono anche riuscita una volta, ma purtroppo non lo abbiamo trovato. Quando poi l’anno scorso non ho raggiunto la cima dell’Everest, mi sono detta che volevo chiudere questo capitolo della mia vita in un modo migliore, senza sensazioni negative. Ho affrontato l’ultimo Everest e la chiusura della Triple Crown con serenità: prima, al termine delle spedizioni, ero sempre triste perché non sapevo quando sarei tornata, questa volta volevo solo godermela. Sono arrivata alla fine molto stanca: quando parti per due spedizioni all’anno di due mesi ciascuna, fai giusto in tempo a tornare a casa per recuperare e prepararti per la prossima. Non hai tempo per altro. Adesso vivo questo cambiamento positivamente: resto sempre in montagna, solo in modo diverso.

Dopo così tante stagioni in Himalaya, com’è cambiata la tua percezione del rischio?
Credo che una delle ragioni per cui sono ancora viva sia che ho un enorme rispetto per la montagna e i suoi rischi. C’è bisogno di una grande motivazione per stare lassù, e per quanto amassi quello che facevo, di recente sentivo troppo la mancanza di casa. Una condizione fondamentale per essere certi di tornare indietro è essere totalmente concentrati su quanto si sta facendo. E ciò richiede moltissimo sforzo. Anche perché, alla quarta volta sulla stessa montagna, è facile abbassare la guardia: smetti di ascoltare, di guardarti intorno. È importante, dunque, essere presenti e consapevoli dei dintorni. Ma è altrettanto importante sapere che la mente e il corpo si stancano, soprattutto se devono restare sempre così concentrati, in equilibrio tra la vita e la morte.
Come descriveresti il tuo approccio alla montagna?
Per me è fondamentale essere preparata a dovere e saper gestire qualsiasi situazione. Chiaramente dipende da dove mi trovo, dallo sport che praticoe dall’altitudine, ma se sono in una zona che non conosco e con persone nuove,voglio essere certa di avere il necessario per sopravvivere a lungo. Molta gentesi avvicina agli Ottomila convinta che, una volta arrivati, gli Sherpa risolverannotutto al posto loro. Ed è vero, spesso possono farlo, ma saper badare a sé stessiè anche l’unico modo di potersi prendere cura degli altri.
Il tuo ultimo film parla del tuo record di velocità sui 14 Ottomila. Non posso fare a meno di notare però che quando una donna ha successo in un ambiente molto maschile, ne paghi sempre un certo prezzo. Cosa ne pensi?
Sì, assolutamente. Ed è per questo che ho deciso di stabilire il record. Il punto non è mai stato battere i tempi di Nims. Volevo cambiare le cose per dimostrare che le donne possono farcela e aprire all’idea di un futuro più equo. Siamo tutti su questo pianeta per poco tempo e trovo ingiusto che ci siano trattamenti diseguali, in Nepal come in Norvegia e nello sport. Volevo anche che fosse più facile trovare abbigliamento e attrezzatura realmente adatti al corpo femminile. La prima volta che sono salita sull’Everest non sono riuscita a trovare un piumino adatto a me: l’unica opzione era una XS da uomo, ma era comunque troppo grande. L’attrezzatura è fondamentale nelle spedizioni, non potevo farmelo andare bene. Allora me lo sono fatta fare su misura da un marchio nepalese a Kathmandu. Ed è un problema che riscontravo anche con i grandi marchi. A livello di abbigliamento però oggi le cose vanno meglio e sta aumentando anche il numero di alpiniste in Himalaya. È vero che rappresentano solo il 20% di chi cerca di scalare l’Everest, ma sono soprattutto le donne che vogliono completare tutti i 14 Ottomila. In media, però, gli alpinisti amatoriali sono ancora per lo più uomini.

Nel 2024 hai fondato la Lama Sherpa Foundation. Di cosa si occupa?
L’abbiamo fondata ufficialmente nel 2024, dopo l’incidente sul K2, che ha avuto un’enorme eco mediatica e già allora pensavamo che non sarebbe mai dovuto succedere. La Lama Sherpa Foundation, così chiamata in onore del mio amico scomparso, ha come obiettivo quello di rendere più sicure le condizioni di chi lavora in montagna. Si fonda su tre direttrici principali: la prima è preparare a dovere gli alpinisti prima di arrivare, in modo da mettere meno a rischio anche chi li accompagna; la seconda è garantire che chi lavora abbia uno stipendio adeguato, la giusta formazione e attrezzatura e che le agenzie siano consapevoli delle loro responsabilità. Infine, vogliamo supportare le indagini successive agli incidenti. Quando accadono è difficile andare a fondo della questione, perché spesso chi può dare risposte sono le vittime stesse. Ma è necessario chiedersi cosa sia successo e perché, se c’erano delle alternative. Credo che anche analizzare gli incidenti del passato possa aiutare a leggere diversamente gli Ottomila. A tal proposito, a gennaio andremo in Nepal per tenere corsi sulle valanghe per gli Sherpa. Speriamo di farlo anche in Pakistan, più in là nel 2027.
In base alla tua esperienza, considerando la popolarità che ha ottenuto l’Everest e l’aumento dei turisti sull’Himalaya, credi che le condizioni degli Sherpa siano migliorate o peggiorate in questi anni?
Se guardiamo il quadro più ampio in Nepal, le condizioni degli Sherpa sono molto migliori rispetto al passato. Oggi le spedizioni sono gestite soprattutto da aziende nepalesi e sull’Everest non capita spesso di vedere Sherpa che arrivano in pessimo stato o con abbigliamento inadeguato; purtroppo non si può dire lo stesso in Pakistan. Penso tuttavia che il problema del turismo abbia un lato nascosto: il Nepal è un Paese molto povero e ha un enorme bisogno degli alpinisti esteri. Quindi va bene andarci, ma con consapevolezza. Bisogna accertarsi che l’agenzia a cui ci si affida sia onesta nei confronti degli Sherpa, che dia loro uno stipendio e la giusta attrezzatura, che impieghi persone con esperienza e non improvvisate solo perché fanno “Sherpa” di cognome, come spesso capita. Dall’altra parte, ora come ora penso anche che l’Everest sia al limite. Quest’anno sono stati rilasciati 492 permessi di salita e per me dovrebbe essere messo un tetto a 500. Anche perché non è raro che gli alpinisti, in particolare se benestanti e con meno esperienza, si affidino a due o più Sherpa e quindi ai 500 permessi si aggiungono altri 700 Sherpa. Per le condizioni economiche in cui versano, questi ultimi non possono dire di no. C’è anche un’idea un po’ fuorviante di chi siano gli Sherpa: molti li credono guide alpine, ma non è quasi mai così. Sono persone che lavorano in montagna da tutta la vita, ma non sono necessariamente certificate. Per questo è importante arrivare preparati e accertarsi delle condizioni di lavoro e dell’esperienza del portatore, per garantire sicurezza da entrambe le parti.

Nota dela Redazione
Il “record” di velocità sugli Ottomila è una vera e propria sciocchezza ad uso e consumo di chi non ha la minima idea di cosa sia l’alpinismo e di come vengano saliti oggi gli Ottomila dalle spedizioni commeriali. Ne impedisce anche solo il concetto l’uso dei mezzi, per nulla regolamentato. Ossigeno, numero di portatori, elicotteri e corde fisse sono usati in quantità tale da impedire un paragone serio tra le varie imprese. E’ come paragonare le imprese ciclistiche a quelle motociclistiche oppure, nell’ambito di queste ultime, non tener conto della cilindrata.

“Femminile sovraesteso”?
Bah…