Bianca, Tiziana e Riccarda

Bianca, Tiziana, Riccarda
di Laura Leonelli
(pubblicato su Alpinismo triestino, n. 188, ottobre-novembre-dicembre 2023 e in precedenza su Venerdì di Repubblica)

Sono tre, Bianca, Tiziana, Riccarda. Tre donne che hanno amato e amano le montagne. Alpi, e più lontano. Sono donne solitarie e in cordata, figlie uniche del proprio sogno e sorelle perché il potere femminile è anche scalare insieme. Bianca Di Beaco, Tiziana Weiss, Riccarda de Eccher sono tre scalatrici, due generazioni e una città, Trieste. Forse perché sul mare e porto di un impero, Trieste è una città dove le donne sono state più libere che altrove. E questa libertà nasceva anche da un modo diverso di vedere il corpo. Era una bellezza moderna, in movimento, agile, sana, all’aria aperta. L’etica della ginnastica.

Bianca Di Beaco

A Trieste le donne iniziano presto a scalare, o arrampicare come si diceva un tempo, perché nessuno lo trova strano. Negli anni ‘50 la protagonista dell’alpinismo triestino è Bianca Di Beaco. Le prime arrampicate sono sugli alberi, da bambina, a quattro, cinque anni. La famiglia è povera e Bianca trascorre le vacanze nella campagna istriana. I suoi genitori sono nati lì. Ma a indicarle la via verso l’alto non è l’istinto della conquista, ma una fuga dalla brutalità degli uomini che maltrattano gli animali, li tormentano, li sfruttano, li sfiancano. In anticipo di trent’anni sul film di Robert Bresson, Au Hasard Balthazar, Bianca ha compassione delle creature indifese, “gli indifesi” li chiama in senso ampio, e per non assistere alla violenza sale su un vecchio olmo di fronte a casa. Quella distanza da terra è una tregua al dolore. Bianca è brava a scuola e a undici anni, ai genitori che vogliono farle un regalo, chiede di vedere le montagne.

In pullman raggiunge Auronzo di Cadore e inizia le prime escursioni nelle Dolomiti. A sedici anni, in scarpe da ginnastica, durante un’estate di neve e temporali, sale sull’Antelao a oltre tremila metri, e a quel punto comincia l’attività più importante. È la prima donna in Italia a salire un sesto grado da capocordata, la prima a essere accolta nel Club Alpino Accademico, fino ad allora regno maschile. E dopo le Dolomiti ci sono le spedizioni in Pakistan, Iran, Afghanistan, Argentina.

Nella bellissima autobiografia Io non sono un’alpinista, Bianca racconta di come sua madre, contadina, l’avesse spinta «non tanto verso conquiste materiali, ma verso una conquista di me stessa». In cima alla montagna Bianca scopre «la dimensione in cui i sogni si realizzano». E il sogno non è essere alpinista, invenzione linguistica che fa di una montagna il traguardo, ma qualcosa di meno, quindi più grande, una bellezza intima che unisce l’interno e l’esterno. Una pienezza invisibile agli altri.

Due decenni dopo, negli anni ‘70, a ricordo di una delle sue tante imprese, Tiziana Weiss avrebbe scritto: «Questa vetta oggi è tutta me stessa».

Tiziana Weiss

La montagna è un abbraccio. Tiziana nasce nel 1952, anche lei triestina, e di Bianca è in qualche modo l’erede. L’incontro con la montagna avviene a dodici anni quando Tiziana, ai Cadini di Misurina, vede un gruppo di scalatori tornare da un’arrampicata. Fatica, stanchezza, gioia. Tiziana li segue, fa domande precise: la montagna la sta chiamando. I genitori, alpinisti, assecondano e lasciano che la figlia cominci ad allenarsi in Val Rosandra. La figlia cresce e a vent’anni, nuovo astro dell’alpinismo, scala la Punta Fiames, poi la via delle Guide al Crozzon di Brenta, d’inverno la Tridentina alla Tofana, e la Castiglioni al Sass Maor. Nelle parole di Bianca di Beaco Tiziana ha «una ferocia di sentimento che nasce da un’epoca più sicura e ricca, ma forse per questo è più che mai donna perché libera da soggezioni e avvilimenti, e io le sono grata per quel suo sapere imporsi, per quel suo vivere in uno spazio suo».

Nei primi anni ’70 arriva a Trieste un’altra ragazza, Riccarda de Eccher, che ha iniziato a scalare a Udine, dove diciassettenne apre una via con un passaggio di quinto grado. Tra gli alberi del parco che circonda la casa di famiglia, Riccarda fin da piccola ha costruito il suo rifugio. Ma Udine è stretta per donne che guardano in alto, meglio la cosmopolita Trieste e qui Riccarda incontra Tiziana. L’amicizia, l’intesa è fortissima. Arrampicano insieme e nel 1975 fanno una prima femminile, la via Tissi alla Torre Trieste, quinto superiore con un passaggio di sesto, «ma a nessuna delle due era venuto in mente di correre a registrare questo record e solo dieci anni fa mi sono resa conto che storicamente la nostra impresa aveva una certa importanza», spiega Riccarda. Nel 1977 Tiziana e Riccarda partecipano alla spedizione all’Annapurna III, in Nepal. Salgono ma non raggiungono la cima. Una mattina d’estate del 1978 Tiziana si prepara ad affrontare la Frisch-Corradini sulle Pale di San Martino. Non è la prima volta, conosce già quella via.

Anche Riccarda ha in programma una scalata, ma stranamente non ne ha voglia e nel pomeriggio si ferma in un bar, ritrovo di alpinisti. L’aria è tesa, parole che sfuggono, qualcuno dice che Tiziana è caduta, un nodo si è sciolto. Bisogna chiamare i genitori e Riccarda compone il numero a memoria. Tiziana ha novantadue fratture. Morirà il 26 luglio. «Il giorno dopo il funerale sono andata ad arrampicare, perché “o ci vado adesso o non ci vado più”, mi sono detta. La salita era la Vinatzer al Sass dla Luesa e il pensiero andava all’amore per quello che stavo facendo ma sentivo qualcosa di sbagliato, e non capivo se stavo scalando per egoismo o per onorare la vita di Tiziana». Oggi Riccarda vive a Oyster Bay, di fronte all’Oceano Atlantico. Le Dolomiti sono rimaste dentro e Riccarda le dipinge su grandi carte. Acquarelli, la materia più leggera per ricreare la durezza delle montagne. Le pennellate salgono, scendono. Il gesto è roccia, neve, ciclo.

Riccarda de Eccher (al centro)

Laura Leonelli, giornalista, collabora al supplemento culturale de Il Sole 24 Ore, Arte e AD. È curatrice della Collezione Ettore Molinario. Ha pubblicato i volumi Siberia per due. Madre e figlia lungo lo Enisej (Feltrinelli); Lem, viaggio iniziatico di un piccolo Buddha (Contrasto); Paolo Ventura, autobiografia di un impostore (Johan & Levi); Rosalia Rabinovich, Stella Rossa (Biffi Arte); Bruno Corali, il volo della gazzella (Lubrina); È Nestle, un viaggio all’origine di tanti sapori italiani (Peliti Associati); Un anno Pedrini (Peliti Associati). Da anni studia e colleziona fotografia anonima.

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1 Comment

  1. says: Alessandro Gogna

    E’ bello sapere di queste donne e ringrazio l’autrice per aver portato alla luce la loro storia.
    Peccato per le frasi spezzettate che rendono il testo poco fluido fermando l’immaginazione.

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