Cerro Campana

(l’ultimo grande progetto vagheggiato da Casimiro Ferrari)
di Lorenzo Colombo
(pubblicato su Passo dopo passo, CAI Sottosezione di Ballabio)

«Che bèll che l’è. Vedarì ch’el Campana el farèm quând sarèm püsee vécc! (1)» disse nel 1988 Casimiro Ferrari guardandolo per l’ultima volta al termine della traversata dello Hielo Continental.
Una frase e un obiettivo che rimasero impressi nelle menti e nei cuori dei compagni di avventure.

L’imponenza del Cerro Campana 2459 m

Infatti nel 1994 Casimiro, Luciano Spadaccini, Egidio Spreafico, Gastone Aldè, Natale Dell’Oro, Adelino Delo Invernizzi, Rita Zappelli, Luigi Corti, Carlo Buzzi, il dottor Sodano, Emanuele Panzeri e Corrado Valsecchi partono alla volta della Patagonia e raggiungono il Lago Viedma. Da lì cercano la via di salita del Campana 2459 m, montagna che svetta fra i ghiacciai Viedma e Upsala, a nord del ghiacciaio laterale Moyano. Si inoltrano in un fiordo, attraccano e cominciano l’avvicinamento. Ma dopo qualche giorno capiscono di essere fuori zona, più vicini al Cerro Cristal 2105 m piuttosto che al Campana. A guastare il tutto ci si mette il brutto tempo. Nevica e la visibilità è ridotta al minimo. Non resta che abbandonare l’impresa e tornare indietro.

All’interno del rifugio Forze Aeree: da sinistra, Carlo Buzzi, Giuliano Maresi, Giuseppe Det Alippi, Egidio Spreafico.

Qualche anno prima e successivamente al 1994 per altre due volte è Det Alippi a cercare invano la via di salita. Quattro tentativi, tutti e quattro falliti. Chissà, forse non erano abbastanza «vecchi», come voleva Casimiro. Proprio lui, che vecchio non riuscì nemmeno a diventarlo, perché la malattia lo spense all’età di 61 anni (2). Da quel giorno per i compagni del Miro il Cerro Campana divenne una promessa da mantenere nel nome di un grande amico scomparso.

È il 2005 quando Carlo Buzzi, Giuliano Maresi, Giuseppe Det Alippi, Benigno Balatti, Egidio Spreafico tornano in Patagonia. Dall’estancia Cristina raggiungono il lago Argentino e con una barca turistica approdano sulla terra ferma per proseguire l’avvicinamento a piedi verso il rifugio Pascal. Proprio da quelle parti era passato anche il Det anni prima, tant’è che avrebbero dovuto superare un fiume impetuoso per mezzo di alcune funi posizionate proprio dal Det. «Chissà se dopo tutti questi anni ci sono ancora…» si domandarono. Le funi c’erano, era il fiume che era scomparso a causa del ritiro dei ghiacci! Da quel punto in circa mezz’ora raggiungono il Pascal. Il giorno successivo fanno tappa al rifugio Forze Aeree, che diventa una sorta di campo base e da lì, in una giornata di cammino la spedizione si trova sotto la parete dell’imponente Cerro Campana.

Uno scorcio del rifugio Forze Aeree
Paesaggio patagonico

«Da quel punto la tattica di salita che avevamo deciso di adottare a fronte dei tentativi falliti – ricorda Spreafico – era quella di puntare dritti alla montagna per poi piegare a sinistra e aggirarla fino a incontrare un lungo e ripido canale che taglia obliquamente a destra che ci avrebbe fatto sbucare sulla cresta nord-ovest da dove avremmo raggiunto la cima. Inizialmente la difficoltà era data dal ghiaccio crepacciato all’inverosimile, poi invece abbiamo affrontato dei lunghi pianori fino a raggiungere il costone della montagna dove è iniziata la scalata vera e propria. Nella prima parte le difficoltà non erano molte e si procedeva con un’alpinistica tradizionale. L’ultimo giorno di salita invece è stato davvero impegnativo. Non per niente la nostra è stata la terza salita assoluta». Infatti la prima ascensione risale al 18 febbraio 1968, compiuta dagli argentini Jorge Skvarca e Mario Serrano», dopodiché si ha notizia solo di una seconda ascensione a opera di una spedizione svizzera.

Giuseppe Det Alippi ed Egidio Spreafico immortalati davanti al mitico «Sasso Bruno».

I lecchesi procedono senza difficoltà e arrivano a posizionare le tende a circa una giornata di salita dalla vetta. Ma il primo tentativo sfuma. A farla da padrone è il brutto tempo. «Abbiamo dovuto tornare indietro perché c’era troppa nebbia. Così tanta da doverci legare l’uno all’altro e procedere in fila indiana, per essere sicuri di camminare dritti evitando di finire in qualche situazione poco simpatica. Quando stavamo rientrando era ormai sera e non riuscivamo nemmeno a trovare le tende. Non capivamo se le dovevamo ancora raggiungere oppure se le avevamo già superate. Ogni dubbio è stato cancellato quando abbiamo acceso il GPS scoprendo di averle già superate da tempo. Così per infilarci nei sacchi abbiamo dovuto risalire di circa 300 metri».

L’indomani il tempo è ancora brutto. Viene così presa la decisione di tornare al rifugio Forze Aeree. Dopo un paio d’ore di cammino improvvisamente si apre una finestra di bel tempo. I lecchesi, dopo una rapida riunione, decidono di girare i tacchi, o meglio i ramponi, e riprovare. Raggiunto il punto in cui avevano bivaccato, sistemano alla bene e meglio il materiale e poi si dirigono verso la vetta.

In vetta al Cerro Campana

Quando Buzzi, Maresi, Det, Balatti e Spreafico raggiungono la cima sono le ore 18 del 25 dicembre 2005. Un regalo di Natale davvero speciale per tutti loro e per il CAI Ballabio. Sorrisi, strette di mano, pacche sulle spalle, poi il silenzio. Gli sguardi dei cinque alpinisti si alzano verso il cielo, così vicino da lassù, e i loro pensieri volano ancora più in alto verso il compianto Casimiro, anche lui in vetta al Campana portato nei cuori degli amici di sempre.

Note
(1) «Che bello che è. Vedrete che il Campana lo faremo quando saremo più vecchi!».
(2) Casimiro Ferrari morì alle prime luci dell’alba di lunedì 3 settembre 2001 all’ospedale Alessandro Manzoni di Lecco dov’era ricoverato da circa un mese.

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