Chi ha paura dei giovani nel CAI?

Chi ha paura dei giovani nel CAI?
di Roberto Cattaneo

L’articolo scritto da Arianna Proserpio sul numero 50 di “Salire”, ha suscitato in me alcune riflessioni (e per questo la ringrazio) in merito ai giovani nel CAI. O se vogliamo, i giovani e il CAI. O, forse, meglio ancora il CAI ed i giovani. Ciascuno poi scelga la dicitura in cui più si ritrova.

Credo che mai come negli ultimi anni, all’interno del nostro sodalizio ci sia una “fame” di giovani che riguarda tutte le commissioni, o meglio è trasversale a tutte le commissioni, quindi all’ intero sistema CAI. Personalmente ritengo che ogni riflessione in merito ai giovani sia sempre uno stimolo ed un’occasione di confronto, a patto che ci sia la disponibilità all’ascolto reciproco.


Il convegno regionale dell’AG lombardo del 22 febbraio 2025, tenutosi a Gravedona, dal tema “SO-STARE con i giovani oggi”, voleva essere proprio l’occasione di riflettere sui giovani di oggi e sulla nostra capacità, come Accompagnatori di A.G di saper stare in relazione con loro. Cosa che non deve essere mai data per scontata.
Credo che all’interno del CAI ci sia certamente spazio per tutti quelli che vogliono lavorare con i giovani.
Naturalmente con le dovute precisazioni.

L’A.G. pur essendo spesso sul tavolo degli imputati (senza peraltro saperne il motivo) si occupa principalmente dei ragazzi/e dagli 8 ai 17 anni. Una fascia di età particolare ove le ragazze ed i ragazzi passano da una fase di crescita particolare in cui iniziano ad affacciarsi sul mondo, con un bisogno di identità, di scoprire il proprio posto nel mondo, il desiderio di una sempre maggior autonomia e di incontrare adulti autorevoli e credibili.

L’A.G. ha un progetto educativo il cui fine è quello di “… contribuire alla crescita umana del giovane attraverso la montagna…” Ma l’A.G., all’interno del CAI, è davvero riconosciuto e valorizzato per ciò che è e fa, e per questa sua mission o talvolta è visto come un intruso, come qualcosa che intralcia? Qual è la differenza tra portare i ragazzi in montagna e accompagnarli in una relazione educativa?

C’è la volontà di collaborare con l’A.G, per costruire percorsi per gli over 18 che escono dall’A.G e vorrebbero continuare ad andare in montagna con sempre maggior autonomia e competenza?
Già questi quesiti meriterebbero degli approfondimenti da poter fare, ascoltando anche i protagonisti stessi.
A mio avviso non ha senso nessuna contrapposizione tra l’AG ed il CAI giovani ( anche se mi piacerebbe comprendere meglio di cosa si tratta e a quale progetto educativo fa riferimento).

Può invece essere utile promuovere percorsi affinché i soci giovani già iscritti al CAI prendano “possesso” delle sedi. Ma bisogna anche essere onesti e chiederci se davvero siamo disponibili a lasciare alle giovani ed ai giovani le chiavi delle sezioni e dei posti di comando.
Un altro aspetto a mio avviso di notevole importanza sarebbe capire quali dovrebbero essere le competenze che chi si occupa dei giovani dovrebbe avere, o è sufficiente la buona volontà?


Siamo disponibili ad ascoltare le istanze di cui i giovani sono portatori oppure vorremmo i giovani a nostra immagine e somiglianza?
Il verbo sostare, si può scomporre e diventa So-stare, titolo del convegno lombardo di cui sopra, assume un duplice significato del saper fermarsi ( sostare) con i giovani, e dell’ interrogarsi (so- stare?). Poiché se non si è capaci di stare con i giovani, facendosi prossimi (come direbbe il Cardinale Martini) si rischia di fare danni.
Spesso si sente dire che “… non ci sono più i giovani di una volta…” verissimo!

I giovani di una volta sono diventati gli adulti attuali, (di cui anch’io faccio parte). I boomer di cui sono piene anche le nostre sezioni.
E i giovani che si avvicinano alla montagna, hanno davvero bisogno del CAI o è il CAI ad avere bisogno dei giovani?
Come vedete di cose su cui riflettere c’è ne sarebbero un’infinità.
Ed io non ho paura di mettere in discussione le modalità operative anche dell’Alpinismo Giovanile. Mi fanno paura quelli che vogliono utilizzare i giovani in modo strumentale. Fuori e dentro il CAI.

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2 Comments

  1. says: Carlo Crovella

    Grandi complimenti a chi si impegna nell’instradare ragazzi/e verso la montagna. Il CAI trae beneficio dai suoi Gruppi di A.G., perché sono il vivaio del CAI. Da essi usciranno futuri soci, tendenzialmente allineati al modo di approcciare la montagna tipico del CAI.

    Per lo stesso motivo, ma con valenza diametralmente opposta, i Gruppi di A.G. sono detestati dai detrattori del CAI, perché questi ultimi vedono nel vivaio del CAI il meccanismo che genera altri futuri soci CAI di stampo “caiano”. I detrattori del CAI considerano questo meccanismo negativo, io lo considero estremamente positivo.

    Chi si occupa dei Gruppi di A.G. del CAI va ELOGIATO per l’impegno che offre a tale fine. I risultati sono positivi sia per il CAI (che presumibilmente conterà su futuri soci ordinari, affezionati probabilmente per tutta la vita), sia per ragazzi/e che imparano il corretto approccio alla montagna: difficilmente, infatti, dai Gruppi di A.G. escono individui che, successivamente, si comportano da “cannibali”.

  2. says: Pierlorenzo Bagnasco

    A manovrare i giovani sono sempre e comunque dei vecchi spesso per loro tornaconto sociale.
    Non se ne esce.

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