Il mondo dell’alpinismo

Il mondo dell’alpinismo
(nell’era del cambiamento climatico, libere riflessioni)
di Claudio Inselvini
(suo intervento al Convegno Nazionale CAAI 2023 a Feltre)

Premessa
Si è svolto a Feltre il 21 ottobre 2023, il convegno nazionale del Club Alpino Accademico Italiano, che aveva come argomento di discussione i cambiamenti climatici ed il loro effetto sulla montagna e sull’alpinismo. Lascio a persone più competenti il commento sugli argomenti scientifici trattati (clima, energia, acqua, foreste), ponendomi tuttavia l’obiettivo di organizzare a Brescia un incontro con alcuni dei relatori presenti a Feltre. Di seguito, senza pretesa, racconto e riassumo la parte relativa all’alpinismo, che avrei dovuto trattare con Nives Meroi, la quale non ha purtroppo potuto esserci, lupus in fabula, in seguito ad un danno grave subito al tetto di casa in virtù di un violento temporale.

I corsi d’acqua sotto i ghiacciai si ingrossano. Foto: Claudio Inselvini.

La situazione
La situazione delle montagne, delicato avamposto del cambiamento climatico, ci sono più o meno note: sul Monte Bianco non si scala più in luglio ed agosto, le pareti di roccia presentano tratti nuovi alla base dell’attacco noto, portando maggiori difficoltà e soprattutto pericoli; diverse salite classiche come il Dente del Gigante sono ritenute troppo pericolose spesso fin da inizio stagione, molte vie di ghiaccio in pratica non esistono più se non in rari inverni. In Dolomiti si assiste a continue frane ed il meteo è in estate ormai così incerto che presenta fenomeni di rapida formazione e violenza tipica dei fenomeni di pianura, alcuni avvicinamenti sono molto pericolosi e così dicasi delle discese, per non parlare del triste evento Marmolada del 2022.

L’alpinismo deve adattarsi, cambiare, perché il vecchio modo di scalare è diventato ormai inadatto alle nuove e mutate condizioni, si immagini che ad esempio l’ENSA, la prestigiosa scuola di Chamonix, ha imposto che ad agosto si scali solo su calcare, quindi lontano dal Monte Bianco.

La situazione non è migliore nel resto del mondo, si veda ad esempio la Patagonia, dove le settimane di bel tempo portano uno zero termico altissimo con conseguenti continui crolli di roccia e ghiaccio.

Libere riflessioni per tempi mutati
Il cambio del clima, potrà, se sapremo cogliere l’occasione, portare ad un cambio di clima all’interno del mondo alpinistico, potrà portare ad un percorso che si opponga al turismo ed all’alpinismo stile mordi e fuggì, e se possibile si dovrà tornare a costruire e descrivere il viaggio nella sua interezza, un viaggio che è composto di conoscenza dei luoghi e delle persone, di avvicinamento, preparazione, studio, scalata, discesa, e perché no anche di rinuncia. Le accresciute difficoltà con cui il cambio del clima ci stanno facendo confrontare, ci creano forti disagi, innestano grandi rischi certo, ma anche ci danno la grande opportunità di recuperare unità d’intenti nel condividere il sentire davvero profondo della scalata, ci danno l’opportunità di recuperare un pensiero legato alla tradizione, pensiero che si basava sulla conoscenza graduale dell’ambiente e non del tutto subito. Le accresciute e mutate difficoltà nella scalata ci stanno mettendo di fronte alla possibilità di iniziare una nuova era, dove il raccontare e l’ascoltare non siano basati solo sulle prestazioni, magari con fini commerciali o di immagine, ma siano il motore di una nuova conoscenza e cultura, conoscenza che serva per affrontare tempi nuovi e più complessi. In sostanza ci offrono di nuovo la possibilità che si diffonda anche e soprattutto, una cultura del fare cultura, una conoscenza nuova in sostituzione della attuale coscienza alpinistica collettiva, coscienza che ormai è inadatta e insufficiente a gestire il cambiamento.

Alcuni esempi di ciò che potrebbe aiutare.

La guida alpina potrebbe avere sempre più una modalità di persona che lavora con persone che conosce, con cui poter discutere magari il cambio di itinerario o anche il cambio del periodo per una salita che si ritenga rischiosa o pericolosa; potrebbe tornare ad essere uno dei punti focali della condivisione della conoscenza e, sempre meno, essere colui che aspetta un cliente ignoto al rifugio per salire vie normali vituperate dalla folla e rese pericolose dai cambiamenti dell’ambiente.

I rifugi dovrebbero cambiare periodo di apertura, abbandonando o ampliando quello attuale, fornendo un servizio più disponibile a coloro che anticipano le partenze per approfittare delle ore più fredde, mentre i rifugisti dovrebbero, e forse dovrei essere più deciso dicendo “debbono”, tornare ad essere coloro che danno indicazioni, che sono un riferimento in loco, perché vivendo pienamente la realtà del luogo, ne conoscono le evoluzioni anche più recenti, sanno ad esempio se ci sono stati sbalzi termici significativi anche recenti, se ci sono stati crolli o scariche e dove ciò sia accaduto. Sempre parlando di logistica andrebbero rivisti anche i periodi apertura e chiusura degli impianti a fune.

Le scuole CAI dovrebbero passare da un mero insegnamento tecnologico delle tecniche ad una educazione dell’allievo ad affrontare una montagna che cambia, una montagna che richiede decisioni non sempre pianificabili, un alpinismo che si nutre anche di rinunce, dovrebbero recuperare la cultura del graduale, che non è timore, ma necessità di creare una base solida che sia di aiuto nei momenti difficili.
Tuttavia, per far questo, sarà necessario che i formatori siano a loro volta formati, per abbandonare ciò che sanno, passatemi l’iperbole, ed abbracciare primi fra tutti le nuove modalità del fare alpinismo.

Claudio Inselvini

La letteratura e gli incontri pubblici dovrebbero evolvere verso una narrazione che racconta il nuovo modo di praticare la scalata, ed infine i brand dovrebbero spostare il focus della loro pubblicità dalla esaltazione delle prestazioni alla cultura della sicurezza e del rispetto, incitando meno al divismo sportivo e più al concetto di disciplina da praticare con attenzione e preparazione; e se la pubblicità ha il compito di farci sognare, ci faccia sognare una montagna con meno incidenti evitabili e non un ambiente dove il rincorrere la prestazione sia il motore principale, non già perché la prestazione non faccia parte dell’alpinismo, ma perché la rincorsa della stessa ad ogni costo, acuisce il rischio di comportamenti che non tengono conto del mutato ambiente.

Tutti insieme dovremmo passare, nei suoi risvolti tecnici, ad un alpinismo che si rivolga a stagionalità diverse da quelle attuali, a modalità diverse di preparazione e studio degli itinerari, a salite di fenomenale velocità o di diversa lentezza, a una pianificazione che tenga conto della diversa lettura delle previsioni metereologiche e che attinga alla conoscenza dei fenomeni e della storia recente o recentissima della parete, in tutte le componenti della scalata, soprattutto quelle che fino ad ora erano ritenute marginali, come l’avvicinamento e la discesa. Sì, la tanto trascurata discesa, fase che per sua natura si svolge spesso nelle ore tarde del giorno e in ambiti che maggiormente stanno subendo il degrado.

E naturalmente, infine ma non ultimo, le associazioni in genere, a partire dal CAAI, dovrebbero essere faro nella creazione di cultura e conoscenza avvalendosi, come accade oggi in questo convegno, di figure altamente preparate e motivate.

Sorge però ora spontanea una domanda: ma tutto questo, non dovrebbe esistere a prescindere dai cambiamenti climatici? Mi sento di rispondere che sì, esatto, dovrebbe, ma fino ad ora è stato possibile evitarlo, almeno in parte, perché la cultura collettiva della pratica e della memoria dei luoghi era bastante, più o meno, in un ambiente che era ciclico, ripetitivo e stabile, ma ora in questo momento di rapida ed imprevedibile evoluzione, essere più rigorosi diventa una condizione assoluta.

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