Il «papà» degli avvoltoi italiani

Verona, il veterinario del parco Natura viva che ha seguito il progetto di reintroduzione del gipeto sterminato da caccia e malattie: «Abbiamo allevato i piccoli con un pupazzo per non dare loro l’imprinting dell’uomo».

Il «papà» degli avvoltoi italiani
(«Erano estinti, perché nascesse un pulcino ci sono voluti 15 anni»)
di Pierfrancesco Carcassi
(pubblicato su corrieredelveneto.corriere.it l’11 novembre 2022)

Quindici anni di lavoro, di pazienza, di speranza. In qualche momento pure di sconforto. Tutto ripagato quando Camillo Sandri ha assistito con i suoi occhi alla schiusa di un uovo di gipeto, il più grande avvoltoio europeo, estinto in Europa da decenni. Il «miracolo» è avvenuto nel 2018 nel parco Natura viva di Verona, dove Sandri, veterinario e direttore tecnico, segue il progetto di reintroduzione della specie: grazie ai suoi sforzi assieme a quelli di una quarantina di strutture del continente oggi la popolazione dei gipeti in natura conta qualche centinaio di coppie, circa 250 esemplari solo sulle Alpi. E ora il 2022 ha fatto registrare il maggior numero di giovani che hanno spiccato il primo volo sulle rocce della catena alpina, quarantanove in tutto. Sandri è il «papà» di quelli allevati in Italia. Li ha visti uscire dall’uovo, in incubatrice, e li ha salutati per sempre quando li ha liberati tra le alture dell’Andalusia e del Sud della Francia. «Tutto il processo è terribilmente emozionante – riassume il veterinario – come terribilmente triste quando non si hanno risultati. L’esperienza più forte è stata quella di posizionare in natura, tra le rocce, gli esemplari da rilasciare, un’emozione grandissima».

Camillo Sandri

Sterminato da caccia e malattie
Prima del progetto europeo di reintroduzione, di gipeti in Europa non se ne vedevano dagli anni Ottanta. Stiamo parlando di un rapace con un’apertura alare di quasi tre metri (l’aquila reale si ferma poco sopra i due) e artigli aguzzi, nell’aspetto a metà strada tra un’aquila e un avvoltoio. «Sono stati sterminati dalla caccia tra le due Guerre mondiali – spiega Sandri – e il bisonte europeo ha fatto la stessa fine». Con la differenza che l’avvoltoio nel Novecento è divenuto il bersaglio delle paure degli allevatori di ovini. «Il gipeto viene chiamato avvoltoio degli agnelli – prosegue Sandri – perché frequenta zone di allevamenti. Si ciba principalmente di ungulati, in genere piccoli, morti con il disgelo. Controlla i movimento sul terreno dall’alto, vola a centinaia di metri d’altezza e quando vede gruppi di corvi capisce che c’è qualcosa di interessante e scende. Si nutre di frammenti di carne ma in natura predilige le ossa delle carcasse: se sono grandi le fa cadere dall’alto per spaccarle e raggiungere il midollo, parte della sua dieta. Si pensava fosse pericoloso per gli allevamenti e per questo è stato cacciato volontariamente». Le malattie hanno fatto il resto, assieme ai farmaci rimasti nelle carcasse di bestiame predilette da questi uccelli predatori. E così di gipeti non ne è rimasto neanche uno.

Quindici anni per creare una coppia
E qui sono entrati in gioco i ricercatori. «Sono 20 anni che seguo questo progetto – ricorda – era gennaio 2005 quando sono arrivati i primi due pulcini, allevati in ambiente protetto. Sono andato io stesso a prendere il maschio, Fabian, dallo zoo di Norimberga; il dottor Alberto Avesani, Responsabile del parco Natura viva, ha preso la femmina Julia in un allevamento in Austria». Detta così, sembra facile. E invece, una volta messi insieme i due gipeti superstiti dopo un secolo di caccia e malattie, non è successo niente. Per anni. «Sono animali che vivono 40-50 anni, 15 anni è il tempo che per creare una coppia». Allevare un avvoltoio, praticamente, ha gli stessi tempi di crescere un figlio: Sandri ha dovuto aspettare fino al 2018, poi è arrivato il primo uovo che ha dato avvio ai reinserimenti.

Un pupazzo per nutrirli
«Tra il 2019 e il 2022 sono nati tre pulcini, Stelvio50, Eglazine e Aragon», spiega. «In natura il gipeto fa due uova e sopravvive solo il pulcino del primo che si schiude perché uccide l’altro, in ambiente protetto ovviamente no». Facendoli nascere in cattività, i problemi sono di altro tipo. «Abbiamo una coppia di genitori un po’ difficile – prosegue il veterinario – che quando litiga sul nido rischia di schiacciare le uova. Per questo di solito le facciamo schiudere in incubatrice e nel nido le sostituiamo con altre uova per non insospettire i genitori. La nostra professionalità sta nel non creare il legame che avviene con animali da compagnia, i piccoli devono avere legami solo con i propri consanguinei». Così per i primi giorni, Sandri e i suoi colleghi si camuffano da avvoltoi per prendersi cura dei piccoli senza rischiare di abituarli alla propria presenza. «I primi sette giorni li alleviamo a mano: usiamo una pinzetta e un pupazzo con le fattezze di un gipeto per dare loro da mangiare – illustra il veterinario – evitando il rischio di imprinting. Poi li riportiamo dalla mamma il settimo giorno. Nel farlo indossiamo sempre indumenti a contatto con l’ambiente animale che tendiamo a non lavare».

Monitorati a distanza dal «papà»
Gli imprevisti ci sono stati: «In un caso l’uovo sostitutivo si è rotto e la mamma ha abbandonato il nido. Il piccolo è rimasto con noi per quasi due mesi. Ma siamo comunque riusciti a farlo riconoscere dalla mamma». Il coronamento di tutti gli sforzi è il lungo viaggio per introdurre i gipeti nel loro habitat. «Ho avuto il privilegio nel 2019 di fare 2000 chilometri per andare in Andalusia a liberare il primo gipeto, altri mille verso il Sud della Francia per il secondo, e poi di nuovo in Andalusia. Si va a caccia di nidi nella roccia: io sono andato in quelli accessibili, in altri casi sono i rocciatori a calarsi per trovare i rifugi in parete e lasciare gli esemplari». Dopo tutta la fatica, è il momento dell’addio. «Da quel momento li saluto, il pulcino non avrà più contatto con alcun essere umano», racconta Sandri. «Ma vengono monitorati con sistemi gps a zainetto che pesano circa 20 grammi». Così il «papà» degli avvoltoi può seguirli da lontano assieme ai ricercatori. Ed emozionarsi di fronte alle loro conquiste. «Eglazine ha battuto ogni record è andata nel Nord dell’Olanda, dove ci sono i lupi. Si nutrirà delle carcasse delle loro prede abbandonate. Ha fatto un viaggio di più di tremila chilometri». Sandri è con i suoi gipeti ogni volta che spiccano il volo. Ma loro non lo sanno.

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