Il libro ritrovato – Alphonse Daudet – 1

Presentazione del libro Tartarino sulle Alpi di Alphonse Daudet
di Gianluigi Montresor
(pubblicato su caitorino.it/montievalli il 19 febbraio 2021)

Alphonse Daudet pubblicò Tartarin sur les Alpes nel 1885 (Calman-Lévy, Parigi). In italiano è reperibile Tartarino sulle Alpi, edizione di CDA&Vivalda, Torino, 2007.

Tra i grandi classici della letteratura di montagna non può certo mancare questo gioiellino che Alphonse Daudet, scrittore e giornalista, pubblicò con le edizioni del Figaro, per cui scriveva, alla fine del secolo scorso. In realtà questo titolo faceva parte di una trilogia, dedicata al suo eroe, Tartarino di Tarascona, ma certamente questo è dei tre il titolo più famoso e giustamente celebrato.

Il libro, fin dal suo apparire, ebbe subito un grande successo, a cui contribuirono molti fattori, tra cui principalmente lo stile satirico dell’autore, talora benevolo ma spesso molto caustico, nei confronti della moda imperante delle vacanze in alta montagna, soprattutto da parte di persone che nulla avevano a che fare col mondo dell’alpinismo. E quindi una presa in giro feroce del bel mondo dei grandi hotel svizzeri, pieni di personaggi improbabili, nobili spiantati, borghesi arricchiti, esuli russi in odore di terrorismo, tenere fanciulle apparentemente indifese ma feroci come belve, artisti estrosi (tra cui un sedicente tenore italiano, personaggio chiave della storia), e sullo sfondo il mondo alpino delle guide, dei portatori, della servitù al seguito dei signori.

Alla prima edizione ne seguirono molte altre in Francia, ma il libro si diffuse velocemente in tutta Europa. La prima edizione italiana uscì due anni dopo, come strenna del Corriere della Sera, seguita da numerosissime edizioni successive. Quella da noi adottata si deve addirittura alla penna di Aldo Palazzeschi (nel 1932) ed è stata ripresa e pubblicata nel 2007 dall’editore Vivalda nella collana dei Licheni (n. 85), con postfazione di Pietro Crivellaro.

Sono ben 11 le edizioni dell’opera presenti nella Biblioteca Nazionale del CAI. Dell’edizione originale del 1885 due copie stanno a Torino ed una nella biblioteca sezionale del CAI di Firenze.

All’edizione Vivalda si rimanda per una descrizione molto ampia, documentata e circostanziata del milieu culturale nel quale il libro si collocò. Pietro Crivellaro da par suo ha curato un’edizione critica completa e ricca di molti spunti sia di tipo sociologico sia di tipo alpinistico.

Noi ci limiteremo a qualche breve commento a qualche brano, tratto da questa edizione, per dare conto dello stile brillante e ricco di argot, spesso con espressioni semidialettali di fatto intraducibili, ma a cui si deve probabilmente buona parte dello strepitoso successo del libro.

Tarascona è una piccola cittadina della Valle del Rodano, equidistante da Avignone, Arles e Nîmes e a pochi chilometri dalla Camargue. Dunque un paese tipicamente mediterraneo, dalle estati assolate e lontano dalle montagne. Ma è proprio da qui, un territorio della profonda provincia del sud della Francia, che Daudet conosceva molto bene, che prende le mosse questo straordinario personaggio, che può vantarsi di essere il PCA (Président du Club Alpin) della sua città. Carica che ricopre con grande orgoglio ma messa in pericolo dalla concorrenza del perfido rivale Costecalde.

Ed è proprio per scongiurare questa minaccia che il nostro eroe decide di affrontare i pericoli delle Alpi, onde dimostrare ai concittadini il proprio valore, scalando prima la Jungfrau e successivamente, dopo numerose avventure, il Monte Bianco, dove si svolge (partendo da Chamonix) la tragicommedia finale.

Le gustosissime immagini degli illustratore Aranda, De Beaumont e altri ci mostrano il nostro eroe nelle varie tappe della sua avventura, a cominciare dal comico arrivo all’hotel Righi Kulm, armato di ogni attrezzatura alpinistica, tra lo stupore degli ignari ospiti dell’albergo.

Si fermò un istante guardando l’albergo e le sue vicinanze, meravigliato di trovare, a duemila metri sul livello del mare, una costruzione di quel genere con magnifiche gallerie a vetri e porticati, sette piani di finestre e l’imponente scalone fiancheggiato da due file di lampadari che facevano rassomigliare quella cima alpestre alla piazza dell’Opera in un crepuscolo invernale.

Ma per quanto stupito egli fosse, non lo poteva mai essere quanto lo erano quelli che l’osservavano e non appena egli fu entrato nell’immenso salone d’ingresso, i curiosi si assieparono a tutte le porte con la stecca del biliardo nella mano o il giornale spiegato, e le signore con un libro o il lavoro di maglia o di ricamo; e si vedevano teste affacciarsi lungo la ringhiera delle scale e fra le grate dell’ascensore.
L’uomo disse con la sua voce aperta e risonante da meridionale puro sangue: “Boia di un mondo, che bel tempino!”. E si fermò togliendosi gli occhiali e il passamontagna.
Non ne poteva più.
Lo sfolgorio delle luce, il calore del gas e dei caloriferi in contrasto col freddo esterno atroce, quell’arredamento lussuoso, gli alti soffitti, i portieri e grooms 
(stallieri ndr) gallonati col “Regina Montium” scritto a lettere d’oro sui berretti da colonnello, lo sparato e le cravatte bianche dei camerieri, e uno sciame di svizzerine in costume nazionale accorse a un suono di campanello: tutte queste cose lo lasciarono sbigottito per un istante, ma non oltre.
Si sentì ammirato, e ritrovò ben presto la propria sicurezza come un attore dinanzi a un platea affollata.

Il signore desidera?”
Era il direttore dell’albergo che lo interrogava un po’ a denti stretti; un direttore elegantissimo, con giacca attillata, baffi lucenti e morbidi, e una testa da sarto per signore.

Il viaggiatore, senza punto scomporsi, disse al direttore: “Per il momento, mio caro, una buona cameretta”, con tanta affidabilità come con un vecchio compagno di scuola che si rivede dopo molto tempo.
Fu invece sul punto di andare su tutte le furie allorché una cameriera bernese, infiocchettata e compunta gli chiese se non desiderasse servirsi dell’ascensore. La proposta di assassinare qualcuno non lo avrebbe indignato altrettanto.

Un ascensore? un ascensore a me?”. E così gridando e divincolandosi sbatacchiava tutta la sua ferramenta.
Ma calmatosi, poco dopo disse alla svizzeretta con un tono grazioso: “Pedibusse cum gambisse calcantibusse, mia bella pollastrina”, e salì dietro di quella riempiendo le scale con la sua persona e il suo bagaglio, e costringendo gli altri a farsi da parte, mentre per l’intero albergo correva la voce: “Cosa c’è ? Chi è stato ? Ma chi è ?”, borbottato in tutte le lingue delle suddette parti di questa nostra madre Terra.

Inizia da qui una serie di avventure ed incontri, che ci mostrano il carattere esuberante di Tartarino che riesce perfino a coinvolgere in un ballo scatenato l’ambiente “mortuario” dell’hotel, a fare amicizia con un gruppetto di giovani russi (che si dimostreranno poi degli anarchici dinamitardi), a cadere inebetito dalla bellezza della russa Sonia, che tenta invano di sedurre, a programmare escursioni palesemente superiori alle sue capacità.

Come dice Daudet: “Se Tarascona sintetizza il Mezzogiorno, Tartarino sintetizza Tarascona. Egli non ne è soltanto il primo cittadino, ma ne è l’anima, il pensiero, il genio tutelare, e ne possiede al completo tutte le belle qualità e insieme tutte le magagne”.

In un rapido flashback, l’autore ci racconta come nasce questo folle progetto nella mente di Tartarino, i suoi preparativi in tutta segretezza, la scomparsa dal paese natale, fra lo sconcerto dei concittadini. Veniamo anche a sapere che la vantata competenza alpina del PCA è in realtà una fanfaronata, che peraltro ha in comune con un altro personaggio chiave del racconto, la “guida” Bompard, con cui fa a gara a chi le spara più grosse. In particolare, le battute di caccia dei due erano la fonte delle più incredibili smargiassate, divenute proverbiali a Tarascona.

E’ proprio il suo conterraneo Bompard, che Tartarino casualmente incontra mentre costui conduce da cicerone frotte di ignari turisti spacciandosi per una guida, che l’amico fanfarone gli propina una rivelazione sconvolgente…

La Svizzera, mio ottimo Tartarino, non è altro che un gran Casino, aperto da giugno a settembre; un Casino di panorami al quale si viene per distrazione dalle cinque parti del mondo, e sfruttato da una Compagnia internazionale ricchissima per centinaia e centinaia di milioni e che ha la sua sede a Ginevra e a Londra. Ce ne vogliono dei baiocchi, pensate un poco, per affittare, dipingere e infiocchettare tutto questo po’ po’ di territorio: laghi, foreste, montagne e cascate; mantenere una popolazione d’impiegati e commedianti, e costruire sulle cime più alte degli alberghi stupefacenti muniti di gas, telegrafo e telefono (…). Inoltratevi nei paesi e non troverete un cantuccino solo che non sia artefatto, che non sia tutto un meccanismo come il palcoscenico di un teatro d’opera. Cascate illuminate a giorno, porte girevoli all’ingresso dei ghiacciai, e per le ascensioni delle ottime ferrovie idrauliche o funicolari. Ciò nonostante la Compagnia, conoscitrice profonda della propria clientela, mantiene, a uso degli escursionisti inglesi e americani in cerca di grandi emozioni, alcune delle vette più famose, la Jungfrau, il Mönch, il Finsteraarhorn, la loro apparenza pericolosa e terribile, benchè in realtà non vi sia lassù maggior rischio che altrove”.
Però i crepacci… amico mio, quei maledetti crepacci. Se uno vi casca dentro, buonasera!”
Cadete sulla neve, mio caro Tartarino, e non vi torcete un capello, c’è sempre in fondo un portiere, un groom, qualcheduno lì apposta pronto a sollevarvi; egli vi ripulisce ben bene, vi rimette in ordine, e vi chiede poi gentilmente: “Il signore è senza bagaglio?”.
Ma che diavolo mi venite voi contando, Gonzaga? (altro nome di Bompard ndr)”.
E Bompard, divenendo sempre più grave: “La manutenzione dei crepacci è una delle spese più forti per la Compagnia”.

Oltre a questa incredibile rivelazione, Bompard racconta a Tartarino anche la vera storia di Sonia e dei suoi compagni anarchici, riparatisi in Svizzera dopo un fallito attentato allo Zar, e tenuti d’occhio dalla polizia locale e da un nugulo di spie al soldo del sovrano delle Russie.

E’ a questo punto che Tartarino, confortato dalle parole di Bompard, parte alla volta di Interlaken deciso ad affrontare la salita della Jungfrau, convinto dell’inesistenza dei tanto temuti pericoli. Per diversi giorni tergiversa all’hotel del paese, rinviando ogni giorno le guide con qualche scusa, e facendo sempre la posta alla bella Sonia (che come tanti personaggi del romanzo gira di località in località, come una compagnia di giro), e dedicandosi alla caccia dei camosci. Finché un giorno arrivano da Tarascona tre dei suoi soci, inviati segretamente dal farmacista amico di Tartarino, con la bandiera da issare sulla cima. A questo punto, Tartarino non può più esimersi e, prendendo il coraggio a due mani, parte per la conquista della Jungfrau con due guide locali.

Notazione importante. Daudet non era un alpinista né era un frequentatore abituale delle località montane. E tuttavia le descrizioni che ci propone, per esempio, del procedere di una cordata, dall’attraversamento dei crepacci, dei bivacchi sotto la tormenta, sono di una stupefacente verosimiglianza. Durante alcuni viaggi da lui compiuti in varie località della Svizzera e a Chamonix, aveva evidentemente assimilato con grande capacità la terminologia tecnica dell’alpinismo, appreso con dovizia di particolari l’uso delle attrezzature, compresi a fondo gli itinerari, le vie di salita, la nomenclatura geografica, da scrupoloso giornalista qual era.

Anche gli illustratori dimostrano una conoscenza assai accurata dei luoghi descritti (si veda ad esempio l’arrivo della carovana da Grindelwald alla Piccola Scheideck – sic nel testo originale)

Finalmente, lasciati i compagni che lo avevano scortato fin lì, Tartarino si trova solo con le sue guide Kaufmann e Inebnit nell’austera Hütte, in compagnia della gloriosa bandiera di Tarascona. Va a dormire… non prima di aver dato una strizzatina d’intesa alle sue guide, facendo capire di essere al corrente dell’imbroglio colossale ordito dalla Compagnia.

Data una strizzatina d’occhio intelligente alla guida dalla faccia sbalordita, il tarasconese, convinto più che tutto non fosse altro che una montatura per gli ingenui e una farsa per i furbi profittatori della situazione, si distese sul tavolaccio, rinvoltandosi bene nella sua coperta, si calò il passamontagna fin sugli occhi, e profondamente si addormentò malgrado la luce, i rumori, il fumo, il puzzo delle pipe e della zuppa colle cipolle: “Che commedia, che commedia! Anche i ciechi se la passeggiano sui ghiacciai! Che com…m…e…d…i…” (…).
Le due. Seguitando di buon passo sarebbero arrivati lassù per il mezzogiorno.
“Sotto” disse il P.C.A. lanciandosi arditamente come all’assalto; ma le guide lo trattennero, era bene legarsi prima per i passaggi pericolosi.

Ah! Legarsi!… E perché no ! Se questo vi fa piacere…leghiamoci pure…costa così poco…”. Cristiano Inebnit si pose in testa lasciando tre metri buoni di corda tra sé e Tartarino, che un’uguale distanza di corda separava dalla seconda guida carica di provviste e della bandiera.

La spedizione prosegue affrontando ostacoli sempre più aspri, che Tartarino supera brillantemente nella convinzione di essere immune da ogni pericolo, mentre le guide sono sempre più preoccupate del comportamento irresponsabile dell’eroe, che danza e salta cantando a squarciagola le canzoni provenzali.

Furono fermati quanto prima da un enorme crepaccio che un raggio del sole nascente illuminò rivelandone con un vapore dorato le pareti azzurre profondissime. Lo congiungeva un ponticello di neve così fine e fragile che non appena vi fu posto il piede si disfece precipitando in un vortice di polvere bianca, lasciando la prima guida e Tartarino sospesi alla corda che Rodolfo Kaufmann, puntando con tutta la propria resistenza da montanaro la piccozza nel ghiaccio, dovè sostenere da solo (…). Sul principio, sbalordito dal capitombolo, accecato dalla neve, Tartarino agitò gambe e braccia senza logica, come un burattino cui si sia guastato il sistema dei fili; quindi, raddrizzato dalla corda stessa, ciondolò sull’abisso col naso alla parete di ghiaccio che via via si fondeva davanti al suo alito, nella posizione di un trombaio appeso per raccordare le condutture di scarico dei tetti (…).
“Ma insomma, caro Kaufmann, ora basta, basta, abbiamo capito, abbiamo visto, bravo, bravo davvero, non vorrete mica lasciarci qui finché non abbiamo fatto la muffa, ci sono delle correnti d’aria che vengono di sotto… eppoi questo accidente di corda ci sega i reni che è un vero piacere”.

(continua)

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