Storia del Nanga Parbat

Storia del Nanga Parbat (fino al 2012, con aggiornamento al 2026)
A cura della Redazione di himalayanpeaks.wordpress.com
(pubblicato su himalayanpeaks.wordpress.com nel dicembre 2012)

Scheda informativa
Altitudine: 8125 metri (9a montagna del mondo)
Località: Gilgit-Baltistan, Pakistan (Karakorum)
Coordinate: 35° 14′ 15″ N, 74° 35′ 21″ E
Prima salita: 3 luglio 1953 (2° Ottomila ad essere salito)
Primo salitore: Hermann Buhl
Prima ascensione invernale: Simone Moro, Alex Txikon e Muhammad Ali Sadpara
Tasso di mortalità: 22,30% (3° posto)
Salite: almeno 276 (fino al 2007), classifica presunta: 9ª
Fatalità: almeno 68 (fino al 2012), posizione in classifica presunta: 3°
Via normale: parete ovest (Diamir): Via Kinshofer
Pareti inviolate: Parete Rakhiot – via diretta (1), Parete Diamir – Sperone Mummery (2).

Veduta del versante Rakhiot del Nanga Parbat. Con la Cima Nord al centro, la Cima Est e la Silber Sattel (Sella d’Argento)/Silber Plateau a sinistra e la Conca di Bahzin a destra.

Informazioni dettagliate
Il Nanga Parbat è la vetta più occidentale che supera gli ottomila metri. Viene spesso definito l’ancora occidentale dell’Himalaya. Si trova nell’entità politica di Gilgit-Baltistan, all’interno del Kashmir controllato dal Pakistan.
Il Nanga Parbat è famoso per il suo imponente dislivello verticale rispetto al terreno circostante in tutte le direzioni. A nord scorre il fiume Indo. Dalla valle dell’Indo si possono scattare foto spettacolari del Nanga Parbat. A nord-est della montagna si trovano i Fairy Meadows (Prati delle Fate), descritti come uno dei luoghi più belli della Terra. Da lì si può ammirare la Parete Rakhiot del Nanga Parbat. A sud si trovano il villaggio di Rupal e il lago glaciale di Latbo, anch’essi luoghi con una vista straordinaria sulla montagna. La parete di Rupal si erge per 4600 metri sopra la sua base ed è considerata la parete montuosa più alta della Terra.
Il Nanga Parbat è una delle nostre montagne preferite per diverse ragioni: la sua imponente elevazione rispetto al terreno circostante, l’enorme massa di roccia e ghiaccio (soprattutto sulla Cresta Mazeno), la sua posizione relativamente isolata e il fatto che non ci siano altre vette di 8000 metri nelle immediate vicinanze.
È conosciuta anche come la montagna tedesca, perché la Germania (nazista) si impegnò a fondo per essere la prima nazione a scalarla.

Geografia
Il Nanga Parbat ha una conformazione piuttosto complessa, che abbiamo cercato di ricreare con questo semplice disegno. Si tratta ovviamente di uno schizzo molto approssimativo, ma dà un’idea della posizione della vetta e delle diverse pareti. Le linee nere rappresentano le creste principali.

La Cresta Mazeno, che parte da ovest e si dirige verso nord-est, costituisce il nucleo della catena montuosa. La parte occidentale della Cresta Mazeno, fino al Mazeno Col (appena a ovest della cresta sommitale), è conosciuta come la Parete Mazeno. La parete presenta 8 cime secondarie che superano i 7000 metri. È lunga circa 10 chilometri ed è considerata la cresta più lunga di qualsiasi vetta di oltre 8000 metri. Fu scalata per intero nel 2004 da Doug Chabot e Steve Swenson. Cinque spedizioni precedenti avevano fallito. Ma dopo aver compiuto questa straordinaria impresa, i due non avevano più energie per proseguire lungo la cresta sommitale. Nel 2012, la cresta e la vetta furono finalmente conquistate dagli inglesi Rick Allen e Sandy Allan (dopo che l’altra metà della spedizione abbandonò e scese lungo una nuova via dopo il Mazeno Peak). Pertanto, tutte le vie tentate sul Nanga Parbat fino ad oggi sono state scalate almeno una volta.

A nord della vetta vera e propria, tra le cime Est e Nord, il versante nord della montagna è diviso a metà da una seconda cresta (talvolta chiamata cresta Diama o semplicemente cresta nord). Il lato occidentale di questa divisione (versante ovest) è noto come versante Diamir. L’altro versante è noto come versante nord o versante Rakhiot. Su questo versante Rakhiot si trovano anche diverse cime secondarie, come la Cima Est (Silberzacken 7597 m), la Cima Rakhiot 7070 m e, all’estremo est, la Cima Sud Chongra 6448 m.

Nelle fotografie, soprattutto quelle scattate dalla Parete Rakhiot, spesso si confonde la Cima Nord I o II con la vera vetta, che non è visibile da nord. La Parete Rupal offre la visuale più nitida della cima. La Parete Rakhiot è la più agevole da scalare, ma presenta un lungo percorso di avvicinamento. La Parete Rupal è la più ripida e tecnica, ma offre la via più breve per raggiungere la vetta. La Parete Diamir si colloca a metà strada in termini di pendenza, ma è la meno tecnica. Tuttavia, presenta anche la maggiore presenza di ghiacciai e seracchi, il che la rende soggetta a valanghe.

Vie di salita
Sul Nanga Parbat esistono nove diverse vie di salita. Qui cercheremo di descriverle brevemente. Le abbiamo suddivise in base alle diverse pareti.

Versante Rakhiot
1: Via Buhl – Ghiacciaio Rakhiot e cresta est (1953)
La via Buhl è quella utilizzata da Herman Buhl nel 1953 per la prima ascensione del Nanga Parbat. Fu il primo e unico a compiere una prima ascensione in solitaria di un Ottomila. Nel 1971 i cecoslovacchi Ivan Fiala e Michael Orolin ripeterono la via e il resto della spedizione conquistò le cime secondarie della Cresta Rakhiot (Est).

Il percorso inizia sul ghiacciaio Rakhiot e segue la grande morena rimanendo a est della Cresta Nord/Diama che divide la parete nord. Poi piega verso est (all’incirca all’inizio della linea tratteggiata) e attraversa il nevaio del Rakhiot Firn, risalendo la parete appena a nord-est del Rakhiot Peak. Il percorso attraversa quindi sotto il Rakhiot Peak sul versante nord, prima di raggiungere la cresta. Segue poi un percorso tra la Cima Est e la cresta vera e propria (leggermente errato nel disegno, in realtà non si attraversa la parete sud). Questo tratto stretto, una sorta di collo di bottiglia, è chiamato Silber Sattel (Sella d’Argento). La sella conduce al Silber Plateau, una conca pianeggiante tra la Cima Nord, la Cima Est e la cresta principale. Questo altopiano è lungo ben 3 chilometri ed è particolarmente impegnativo a quell’altitudine, con neve spesso alta ed esposizione al sole.
A 7800 metri, il percorso raggiunge il colle tra la Cresta Nord e la Cima Nord. La parte finale consiste nell’ascensione della cresta nord rocciosa fino alla spalla e alla vetta. Questa è la parte tecnicamente più difficile. Non è l’ideale affrontare l’arrampicata tecnica sopra gli 8000 metri, anche questo è causa del fatto che questa via non sia più utilizzata. Approfondiremo i dettagli di questa prima ascensione più avanti nella sezione Storia dell’alpinismo più sotto.

2: Itinerario giapponese (1995)
La via dei Giapponesi del 1995 segue la via Buhl fino al punto in cui questa curva verso est in direzione del Rakhiot Peak. Invece di evitare la Cresta Nord/Diama, la via dei Giapponesi segue una linea diretta lungo le estremità orientali della Cresta Nord.

Questa prima sezione è costituita da una ripida parete rocciosa di 600 metri, parte della Cresta Nord, e rappresenta la prima sfida impegnativa. La via sale poi sulla parete del Rakhiot quasi direttamente sotto la Cima Est, il che significa che bisogna aggirare il ghiacciaio sospeso di 300 metri sottostante. Poiché la via rimane per gran parte del tempo al di sotto della Cima Est, è soggetta a caduta massi sia dalla cresta principale che dalla Cresta Nord. In una sezione in particolare, che i giapponesi hanno soprannominato Confessional Pitch (Tiro della Confessione), due membri della spedizione giapponese sono rimasti gravemente feriti da una caduta massi.
Prima di entrare nella bocca del ghiacciaio con accesso al Silber Plateau, hanno dovuto affrontare un altro impegnativo tiro di roccia di 50 metri (con difficoltà di V) soprannominato Yabe’s Crack.

Potevano quindi finalmente attraversare il ghiacciaio sotto il Silber Plateau in diagonale da est a ovest (come indicato nel disegno).
Il percorso poi quasi ricalcò quello del 1953, attraversando anch’esso il Silber Plateau dietro la Cima Nord, solo un po’ più a nord.
Invece di seguire la tecnica Cresta Nord fino alla spalla, i giapponesi usarono il Bahzin Gap a ovest del colle (parte della Parete Diamir). Forse Buhl non aveva mai considerato questa opzione perché implicava prima una discesa di 150 metri sulla Parete Diamir. A causa di un tratto roccioso molto tecnico nella parte finale della parete sommitale, i giapponesi risalirono sulla Cresta Nord per gli ultimi 100 metri circa e poi sulla spalla. Raggiunsero la vetta molto tardi, alle 17.15, dopo un’ascensione intensa e difficile. Durante il ritorno, sopravvissero a un bivacco sopra alla Conca di Bahzin. Questo percorso si rivelò più tecnico di quello del 1953, soprattutto nei tratti iniziali. Sfrutta bene la Conca di Bahzin, ma non è stato più ripetuto da allora.

2a: via Unterkircher (1988, vedi Storia dell’alpinismo). Raggiunge il Bahzin Glacier a 7000 m dopo la salita diretta della Parete Rakhiot: via non completata fino alla vetta.

Versante Diamir
3: Via Kinshofer (1962)
La via Kinshofer fu aperta dagli alpinisti tedeschi Toni Kinshofer, Anderl Mannhardt e Siegfried Low nel 1962. Fu la prima via a utilizzare la Parete Diamir e da allora è diventata la via normale del Nanga Parbat. Vi sono difficili sezioni rocciose, alquanto tecniche, e grandi pendii di neve.
Più in alto sulla montagna, la via consiste principalmente nell’attraversamento di campi glaciali, il che rende le valanghe il pericolo oggettivo più elevato. La via è generalmente meno impegnativa dal punto di vista tecnico e meno faticosa fisicamente rispetto alle due vie più lunghe del Rakhiot. La lunga traversata sul Kinshofer Icefield, esposto al sole, è comunque molto impegnativa.
Kinshofer utilizzò il Bahzin Gap (i giapponesi avrebbero seguito il suo esempio nel 1995) per evitare di raggiungere troppo presto la rocciosa Cresta Nord (come aveva fatto Buhl). Il tratto finale della via più o meno coincide con quello della via dei Giapponesi descritta sopra.
Essendoci molto ghiaccio e neve e poca roccia tecnica, questa è diventata la via normale. I pericoli maggiori sono rappresentati dagli enormi seracchi e dai ghiacciai strapiombanti che rendono la parete soggetta a valanghe.

3a: Sperone Mummery
Risale la parte centrale della Parete Diamir: non è ancora stato salito completamente a causa dei grandi pericoli di scariche di ghiaccio. Fu la prima ad essere tentata (1895). Maggiori dettagli in seguito.

4: Via della solitaria di Messner (Messner Solo) (1978)
La via in solitaria di Reinhold Messner parte dallo stesso campo base della via Kinshofer. Reinhold Messner la percorse in solitaria nel 1978. Così facendo, fu il primo alpinista a scalare completamente una montagna di 8000 metri in solitaria partendo dal campo base.
La via di Messner rimane a sud dello Sperone Mummery fino all’ultimo tratto ed è generalmente più soggetta a valanghe a causa della presenza dei grandi seracchi della ripida Parete Mazeno sulla destra. Presenta due tratti particolarmente ripidi, uno a 5500 metri e uno a 6800 metri. Anche il punto in cui attraversa lo SperoneMummery è insidioso, ma da lì prosegue in linea retta verso la parete sommitale, evitando completamente la Cresta Nord!

Altre vie:
Via dei Cecoslovacchi
(1978, arriva alla Cima Nord);
Via degli Italiani alla parete nord-est (2000, variante della Via dei Cecoslovacchi);
Via Tom e Martina (2003, variante della Kinshofer).

Versante Rupal
5: Via Schell /Cresta Sud-ovest Superiore (1976)
La via Schell, che prende il nome dall’austriaco Hanns Schell che con la sua squadra la aprì nel 1976, è la seconda via ad utilizzare l’imponente Parete Rupal. È spesso considerata la via più veloce per raggiungere la vetta ed era stata considerata un’alternativa per diventare la via normale alla fine degli anni ’70 e ’80. Tuttavia, a causa degli effetti del riscaldamento globale sull’Himalaya, la situazione è completamente cambiata. La via è diventata pericolosamente soggetta a caduta massi a causa della mancanza di ghiaccio e neve che tengano ferme le rocce. E questo rappresenta un pericolo reale fino al campo 2 a 6000 metri. Non sorprende che l’ultimo tentativo su questa via sia avvenuto nell’inverno (con maggiore presenza di neve e ghiaccio a tenere ferme le rocce) del 2007. Ma una forte spedizione polacca fu respinta allora dalle terribili condizioni meteorologiche e il Nanga Parbat rimane tuttora inviolato in inverno (1). La via inizia ai piedi della cresta rocciosa a est del Shaigiri Glacier, che scende dalla Cresta Mazeno.Dal campo 2, il percorso segue una linea retta verso il Mazeno Col, tra il Mazeno Peak e la cresta sommitale. Il percorso poi supera la cresta sommitale per raggiungere la Parete Diamir per la sezione finale: ma per evitare la ripida parete sommitale, attraversa nuovamente verso la Parete Rupal per gli ultimi metri. Un’alternativa era quella di rimanere sulla Parete Diamir e congiungersi con la via Messner’s Solo. Doug Chabot e Steve Swenson hanno utilizzato la via Schell per la discesa dopo aver scalato l’intera Cresta Mazeno, ma l’hanno descritta come un’esperienza estenuante, con corde vecchie, discese ripide e una costante caduta di massi.

6: via dei fratelli Messner (1970)
Prima di affrontare in solitaria la Parete Diamir, Messner aveva raggiunto la vetta con il fratello minore Günther Messner, percorrendo la prima via (diretta) sulla Parete Rupal. Questa spedizione fu ricca di eventi drammatici, ma ne parleremo più dettagliatamente nella sezione Storia dell’alpinismo qui di seguito. La via inizia con un campo base presso il fiume Rupal Gah. Si sfrutta una piccola seraccata prima di addentrarsi in un ripido terreno roccioso quasi fino alla cresta sommitale a sud-ovest della vetta vera e propria. Nell’ultimo tratto, la salita segue la cresta sommitale da ovest fino alla spalla e alla cima (simile alla via Schell). I fratelli Messner trovarono la via impraticabile in discesa e scelsero di scendere attraverso la Parete Diamir, seguendo in buona parte lo SperoneMummery. I fratelli erano un po’ distanziati nell’ultimo tratto e Günther perì in una valanga.

7: via House-Anderson / Pilastro centrale (2005)
Sebbene molto simile alla via dei fratelli Messner, questa rimane ad oggi la via più diretta per la salita alla Parete Rupal. Segue una costola rocciosa a destra dell’itinerario Messner e poi conduce direttamente alla vetta. La via è decisamente pericolosa e non c’è da stupirsi che due dei migliori alpinisti del mondo, Steve House e Vince Anderson, siano ancora gli unici ad averla percorsa. Hanno affrontato speroni di ghiaccio, ripide pareti rocciose e canaloni soggetti a valanghe e seracchi praticamente fino alla cima. Poco sotto la vetta, la via si congiunge con quella dei fratelli Messner perché House e Anderson rimasero più vicini alla via Schell nelle fasi finali.

Il tracciato della via House-Anderson sulla Parete Rupal

8: Via polacco-messicana / Pilastro sud-orientale (1985)
La via polacco-messicana è un’altra linea diretta sulla Parete Rupal. Rispetto a House e Anderson, si svolge più a est. Sfrutta più a lungo terreno glaciale prima di addentrarsi su terreno roccioso. L’avvicinamento finale alla vetta fu molto originale, ma purtroppo i dettagli su questa spedizione sono scarsi. Vi parteciparono alcuni dei più grandi nomi dell’alpinismo: Carlos Carsolio (14 Ottomila), Jerzy Kukuczka (anche lui con 14 Ottomila e considerato, insieme a Messner, il miglior scalatore di sempre) e Pawel Mularz.
Le vie 6-7-8 sono generalmente piuttosto simili per difficoltà e anche per etica, seguendo a loro modo percorsi diretti sulla Parete Rupal del Nanga Parbat.

9: Cresta Mazeno
L’impresa di aver salito una delle ultime grandi creste inviolate dell’Himalaya è stata compiuta il 14 luglio 2012 dai britannici Rick Allen e Sandy Allan dopo aver completato l’intera Cresta Mazeno, un’impresa riuscita solo per la seconda volta nella storia. Gli altri alpinisti della squadra, Cathy O’Dowd, Lhakpa Rangdu, Lakpa Sherpa e Nuru Sherpa, sono scesi lungo una nuova via inesplorata lungo la Parete Rupal, dopo aver esaurito le energie e le risorse accumulate durante la traversata della Cresta Mazeno. Inoltre, le cattive condizioni della neve hanno reso la salita alla vetta tutt’altro che priva di rischi. Ciononostante, tutti i membri della spedizione sono riusciti a tornare sani e salvi a terra. Allen e Allan sono scesi attraverso una nuova variante della Parete Diamir.

Vie incomplete
9a: Parete Sud-est Diretta (2004 – Variante americana alla House-Anderson);
9b: Parete Sud Diretta (2005 – Variante slovacca alla via dei fratelli Messner).

Storia dell’alpinismo
Le prime spedizioni al Nanga Parbat
1895
L’inglese Albert Frederick Mummery fu il primo a esplorare il Nanga Parbat nel 1895, rendendolo uno dei primi ottomila a essere oggetto di attività. Si avvicinò alla montagna da sud (India), ma trovò l’intera Parete Rupal troppo pericolosa: c’erano troppe rocce instabili e morene insidiose. Una citazione:
«Le incredibili difficoltà della parete sud si possono comprendere considerando che le gigantesche creste rocciose, i pericoli del ghiacciaio sospeso e il ripido ghiaccio della parete nord-ovest – una delle pareti di montagna più terrificanti che io abbia mai visto – sono preferibili alla parete sud».

Albert Frederick Mummery
Il lato sinistro di una ciclopica valanga sta per abbattersi sulla prima costola rocciosa dello Sperone Mummery. Foto: Silvio Mondinelli.

La squadra attraversò la parte occidentale inferiore della Parete Mazeno e raggiunse il ghiacciaio Diamir. Mummery e un Gurkha di nome Raghobir affrontarono la montagna attraverso quello che oggi è chiamato lo Sperone Mummery (nei cui pressi Messner scese dopo la sua ascensione dalla Parete Rupal). Insieme scalarono fino a circa 6300 m sulla Parete Diamir in condizioni di neve (non 7000 m come affermato sulla maggior parte dei siti web). Il terzo giorno di scalata, Raghobir crollò, probabilmente perché non aveva mangiato a sufficienza (si ipotizzò che avesse consumato tutto il cibo il primo giorno anziché razionarlo). Non riuscirono a proseguire oltre.

Gli uomini conclusero che la Parete Diamir era troppo estrema, con tratti di arrampicata su roccia tecnica nelle sezioni inferiore e centrale che erano riusciti a superare a fatica. Ma ciò che li aveva davvero convinti a cambiare idea sulla via era stata l’incessante ondata di valanghe. Il piano prevedeva quindi di dirigersi più a nord-est e affrontare la montagna dalla Parete Rakhiot, dove c’era più neve e ghiaccio e un approccio più agevole alla parete.
Mummery e due Gurkha, Raghobir e Guman Singh, decisero di non aggirare la Cresta Nord/Diama e idearono un percorso attraverso di essa. Gli uomini si misero in cammino, ma non furono mai più visti e probabilmente perirono da qualche parte su quella cresta. Il resto della spedizione, che aveva raggiunto il versante Rakhiot per i sentieri normali, organizzò una squadra di ricerca, ma le abbondanti nevicate impedirono qualsiasi remota possibilità di recuperare i corpi. Il Nanga Parbat aveva mietuto le sue prime vittime.

1932
Tra il 1932 e il 1938, la Germania organizzò tre spedizioni al Nanga Parbat. Willy Merkl guidò la prima spedizione (nota anche come “spedizione tedesco-americana” per via di due partecipanti americani, uno dei quali era il famoso Fritz Wiessner, che avrebbe poi guidato la famosa spedizione al K2 del 1939). Questa spedizione fu la prima a tentare quella che in seguito sarebbe diventata la via Buhl. Sfortunatamente, nessuno degli alpinisti aveva esperienza di arrampicata in alta quota. Questo, unito al maltempo e alla mancanza di supporto logistico (attrezzatura/portatori), fece sì che la spedizione fosse costretta a ritirarsi al Rakhiot Peak, a est della vetta, dopo essere riuscita ad allestire il campo più alto (VII) quasi alla Sella d’Argento.

La spedizione 1934 al Nanga Parbat. Da sinistra, Erwin Schneider, Willo Welzenbach, Peter Aschenbrenner, Willy Merkl, Dr. Karl Kapp (console tedesco a Bombay), Peter Müllritter, l’interprete dr. Kuhn; dietro, da sinistra, Willi Bernard, Uli Wieland, Capt. R. A. K. Sangster (ufficiale britannico di collegamento/trasporti), Hans Hieronimus (amministratore del campo base) e Fritz Bechtold. Foto: Erwin Schneider.
In marcia verso i primi campi del versante Rakhiot. Foto: Peter Müllritter.
Il Silberzacken Sud-est (a sinistra) e il Silberzacken Nord-ovest (a destra) separati dalla Silbersattel. Foto: Peter Müllritter.
Sherpa in marcia verso il campo 5 6700 m
Dal campo 6 sulla cresta nevosa che porta alla Silbersattel. Foto: Erwin Schneider.
Il portatore Kikuli, stremato, è riaccompagnato al campo 4. Foto: Peter Müllritter.

1934
Nel 1934 Merkl tornò con ulteriori finanziamenti stanziati dal governo nazista. La squadra era composta da nove alpinisti: Peter Aschenbrenner, Fritz Bechtold, Willi Bernard (medico della spedizione), Alfred Drexel, Willy Merkl, Peter Müllritter, Erwin Schneider, Willo Welzenbach e Uli Wieland. Decisero di impiegare portatori sherpa al posto degli inesperti Gurkha. Ne reclutarono 35 a Darjeeling, addestrati dagli inglesi sul Kangchenjunga. La spedizione si avvicinò al Nanga Parbat dal famoso “Prato delle Fate”, tentando nuovamente la Parete Rakhiot.

Seguendo esattamente lo stesso percorso della spedizione del 1932, il gruppo fece rapidi progressi e, in pochi giorni di bel tempo, allestì quattro campi in rapida successione. Ma fu allora che si verificò il primo intoppo: il 7 giugno, uno degli alpinisti più forti, Alfred Drexel, arrivò al campo 2 sentendosi male e con un fortissimo mal di testa. Crollò nella sua tenda. Ci volle un giorno intero al dottor Willi Bernard per raggiungere il campo 2: gli somministrò ossigeno, ma fu tutto inutile. Drexel morì per le conseguenze dell’edema polmonare d’alta quota (HAPE) e/o dell’edema cerebrale d’alta quota (HACE).

Dopo la sepoltura del loro compagno caduto, i membri della spedizione continuarono l’assalto. Il primo dilemma si presentò quando si avvicinarono alla cresta del Rakhiot. C’erano dubbi sulle possibilità della spedizione di scalare il Rakhiot Peak. Aschenbrenner decise di tentare l’impresa e il campo 5 fu allestito sulla cresta ai piedi della vetta. Gli uomini lavorarono in due squadre per due giorni e riuscirono a portare delle scale sulla ripida parete di ghiaccio del Rakhiot. Dalla sua cima poterono finalmente scorgere la Sella d’Argento in direzione ovest, dove la precedente spedizione era stata fermata. Gli uomini erano fiduciosi che, con la scalata del Rakhiot, la parte più tecnica dell’ascensione fosse ormai alle spalle.

Fino al 6 luglio, quattro portatori si erano ammalati a causa dell’alta quota e della stanchezza. Nonostante questi contrattempi, Aschenbrenner, Schneider, Welzenbach, Merkl e Wieland, insieme a undici portatori, raggiunsero la Sellad’Argento 7451 m in quella stessa giornata. Aschenbrenner e Schneider, gli alpinisti più forti, si spinsero fin dove poterono lungo il pendio del Silber Plateau, seguiti dal resto della spedizione. Idealmente, avrebbero voluto che il campo 8 fosse il più vicino possibile alla vetta. Con questo obiettivo in mente, gli alpinisti di testa raggiunsero un punto a 7700 metri, ma al calar della notte furono respinti da un improvviso uragano. Fino a quel momento, la spedizione era stata baciata da condizioni meteorologiche eccezionalmente favorevoli.

Gli uomini rimasero quindi confinati nelle loro tende per due giorni consecutivi sul Silber Plateau, mentre l’uragano continuava a imperversare intorno a loro. Merkl si rese conto che il primo tentativo di raggiungere la vetta era fallito e che avrebbero dovuto ritirarsi: il tempo non sembrava destinato a migliorare e, dopo due giorni e due notti terribili a 7700 metri in tende malconce, erano tutti esausti. Dovevano scendere al campo 4 e sperare in una seconda finestra di bel tempo.

L’8 luglio, Aschenbrenner e Schneider guidarono la ritirata aprendo la strada insieme a tre Sherpa. Merkl, Welzenbach e Wieland li avrebbero seguiti con gli altri portatori. Gli alpinisti di testa si ritirarono con grande cautela, anche se ebbero un momento di paura quando uno dei portatori rischiò di precipitare dalla montagna a causa di un sacco a pelo che si aprì improvvisamente sollevandolo come un paracadute. La perdita di quel sacco a pelo significò anche che ne avevano solo uno a disposizione per quattro alpinisti.
Sotto il campo 7, la salita verso la cima del Rakhiot divenne gradualmente più agevole, così Aschenbrenner e Schneidersi slegarono dagli Sherpa: questi ultimi avevano avuto difficoltà a stabilire il percorso nella bufera di neve, il che li costringeva a continui ritorni sui propri passi. Slegandosi e segnando il percorso, volevano risparmiare agli Sherpa questa estenuante prova. Gli Sherpa avrebbero semplicemente disceso un buon tratto dietro di loro e avrebbero potuto seguire i segnavia corretti.

Schneider e Aschenbrenner arrivarono finalmente in serata al campo 4, completamente ricoperti di ghiaccio. La loro discesa fu definita un’impresa eroica, compiuta in condizioni terribili. Purtroppo, però, nessuno degli altri li seguì. I tre portatori (Pasang, Nima Dorje II e Pinju Norbu) non li seguirono, ma rimasero al campo 7 dopo che i capi spedizione si erano slegati. La situazione del gruppo principale era persino peggiore: in un’intera giornata di scalata, erano riusciti a malapena a superare la Sella d’Argento, dove furono costretti a scavare grotte di neve per un bivacco senza tende (lasciate al campo 8 per il successivo tentativo di vetta). La mancanza di testimoni oculari fa sì che rimanga tuttora incerto il motivo per cui il secondo gruppo non abbia fatto praticamente alcun progresso per quasi un’intera giornata. La mattina del 9, il portatore Nima Dorbu morì sul luogo del bivacco.

Sempre la mattina del 9, tre portatori (Angtsering, Gaylay e Dakshi) non avevano più forze per proseguire e decisero di rimanere nell’accampamento improvvisato. Il resto della spedizione riprese la marcia. Ma Uli Wieland non resistette a lungo e morì di sfinimento la stessa mattina, a circa 30 metri dalla tenda del campo 7. Merkl e Welzenbach, congelati ed esausti, si infilarono nell’unica tenda rimasta al campo 7, dove trascorsero la notte. Per i portatori Kitar, Da Thondup, Nima Tashi e Kikuli non c’era più posto al campo 7, quindi furono costretti a tentare la discesa al campo 6. Non riuscirono però ad arrivarci prima del tramonto e dovettero trascorrere un’altra notte in una grotta di neve.

Nel pomeriggio del 10 luglio, sette uomini furono visti scendere lungo la parete di ghiaccio del Rakhiot Peak. Tre di loro, quelli che avevano aperto la strada con Schneider e Aschenbrenner, avevano trascorso la notte al campo 6, mentre gli altri quattro avevano appena trascorso una seconda notte in una grotta di neve non lontano dal campo 6.
Aschenbrenner e Schneider partirono dal campo 4 per offrire supporto, ma la neve alta e le condizioni meteorologiche avverse impedirono loro persino di raggiungere il campo 5 ai piedi del Rakhiot Perak. Pasang (della prima spedizione), Kitar, Kikuli e Da Thondup (della seconda spedizione) furono gli unici a superare ilRakhiot Peak. Pinju Norbu (della prima spedizione) morì di sfinimento a soli tre metri dalla tenda del campo 5. Nima Tashi e Nima Dorje II perirono sulle corde e sulle scale lungo la parete di ghiaccio del Rakhiot. La mattina dell’11 luglio, in due giorni, erano già morti 4 portatori e 1 alpinista. Il portatore Kitar si riprese a sufficienza per informare il gruppo che c’erano ancora altri sopravvissuti al campo 7 e forse anche più in alto.

Uno dei tre portatori che il 9 luglio si erano appostati nella grotta di neve più alta, Dakshi, non era sopravvissuto alla seconda notte. Gaylay e Angtsering, gli altri due, scesero al campo 7 il 10, dove erano rimasti Merkl e Welzenbach. Nel frattempo, le operazioni di soccorso continuavano dai campi inferiori. Aschenbrenner e Schneider raggiunsero finalmente il campo 5 il 12 luglio, trovando il corpo di Pinju Norbu. Cercarono di liberare i corpi degli altri due portatori imprigionati nella parete di ghiaccio, ma le condizioni meteorologiche avverse lo impedirono nuovamente.

Nella notte del 13, dopo 5 giorni e 4 notti, Willi Welzenbach morì di ipotermia nell’unica tenda del campo 7. Gli ultimi tre sopravvissuti, il capo spedizione Merkl e i portatori Gaylay e Angtsering, raccolsero tutte le loro forze e la mattina del 14 tentarono un ultimo disperato tentativo di raggiungere la sicurezza del campo 4.
Il 15, dopo aver trascorso un’altra notte in una grotta di neve, Angtsering fu l’unico a scendere dalla cima del Rakhiot. Raggiunse il campo 4 dopo essere rimasto esposto alla tempesta per un’intera settimana.
Nei giorni successivi si udirono ancora grida di aiuto e fino al 17 luglio Aschenbrenner, Schneider e due membri della squadra scientifica, Raechl e Misch, tentarono missioni di soccorso, ma tutte fallirono a causa della neve alta e delle tempeste. Dopo il 17, non si udirono più segni di vita e Merkl e il suo portatore personale Gaylay furono dichiarati morti. In seguito, Angtsering lasciò intendere che Gaylay avesse ancora le forze per accompagnarlo il 14, ma si rifiutò di lasciare indietro un Merkl esausto.
Il 22 luglio la spedizione era finita, poiché persino i campi base inferiori erano ormai inghiottiti dalle tempeste. Dieci persone (tra cui Drexel, morto prima della tempesta) avevano perso la vita nel terzo tentativo di scalare il Nanga Parbat. Tuttavia, non fu neppure questa la tragedia più grave che si verificò sul Nanga Parbat.

1937
Dopo la tragedia del 1934, in Germania si levarono voci che sostenevano che il Nanga Parbat dovesse essere lasciato in pace (per il momento) e che gli sforzi alpinistici dovessero concentrarsi nuovamente sul Kangchenjunga, l’obiettivo originario dei tedeschi sull’Himalaya. Il Kangchenjunga era considerato più tecnico e impegnativo del Nanga Parbat, dove i fattori ambientali (come il meteo e le valanghe) erano visti come i maggiori ostacoli. Karl Wien ignorò queste voci e scelse di affrontare nuovamente il Nanga Parbat.
Formò una squadra di alto livello: Hans Hartmann aveva scalato lo sperone nord-est del Kangchenjunga ed era esperto delle reazioni del corpo umano alle alte quote. Anche il suo assistente, il dottor Ulrich Luft, fu invitato a partecipare alla spedizione. Gli altri membri provenivano dalla cerchia di amici di Wien: Günther Hepp, Adolf Gottner, Rupert Fankhauser e Martin Pfeffer vantavano tutti una vasta esperienza alpinistica sui monti del Sikkim e del Tirolo. Infine, Peter Müllritter aveva già partecipato alla tragica spedizione del 1934.
Con loro c’erano 12 tra i più forti Sherpa (alcuni con esperienza sull’Everest) che, nonostante la tragedia del 1934, erano ansiosi di scalare di nuovo con i tedeschi. Da Thondup fu l’unico Sherpa sopravvissuto alla spedizione del 1934 ad essersi iscritto nuovamente. Tuttavia, in questa spedizione non riuscì mai a superare il campo 2.

La squadra seguì lo stesso percorso della spedizione del 1934 e il 26 maggio allestì il campo 2. Fu proprio quel giorno che la spedizione ricevette il primo segnale d’allarme: una parte del seracco orientale della Cima Est (Silberzacken) si staccò, provocando un’enorme valanga. Quando la valanga raggiunse la base della parete, aveva perso slancio e volume, quindi nessuno rimase ferito.
Ostacolata nuovamente dal maltempo, la spedizione rimase confinata al campo 2 per diversi giorni. Il 4 giugno fu finalmente allestito il campo 3. Il 7 giugno, il campo 4 fu allestito da qualche parte sotto la vetta del Rakhiot Peak. Il campo 5 sarebbe stato nuovamente posizionato ai suoi piedi.

Quell’anno le temperature furono eccezionalmente rigide: il 12 raggiunsero i -24°C. Al campo 4, il capo spedizione Wien elaborò il seguente piano:
Sei uomini dovranno proseguire fino al campo 5, e da lì altri quattro andranno al campo 8. Gli altri due saranno di stanza al campo 6, con il compito di garantire un collegamento sicuro sia in salita che in discesa. Dei quattro al campo 8, due prepareranno la via e fungeranno da riserva per gli altri due che tenteranno la scalata. Dal campo 5 in poi, la spedizione dovrà scavare grotte di ghiaccio per proteggere gli uomini in ogni campo, rifornirli di provviste, stufe a gas, materassini in gommapiuma e sacchi a pelo per consentire alla spedizione di resistere a un eventuale assedio e di garantire la ritirata. Resta solo da decidere chi si occuperà dei compiti finali”.

Il 25 giugno, un rapporto positivo inviato dal dottor Ulrich Luft raggiunse la Germania. Il suo rapporto si basava sulle parole del tenente Smart (un addetto militare britannico che accompagnava la spedizione), rientrato al campo base il 14 dopo una rotazione al campo 4.
Luft riferì che la spedizione stava procedendo bene nonostante la neve alta (a tratti fino alla vita). Cinque portatori si erano ammalati ed erano rientrati al campo base. Il 13, il percorso per il campo 5 ai piedi della cima del Rakhiot era stato aperto, ma il campo non era ancora stato allestito. Il 14, giorno in cui Smart partì per il campo base, aveva visto quattro alpinisti dirigersi verso la posizione prevista per il campo 5, ma questi erano tornati indietro nel pomeriggio. Ciò significa, senza ombra di dubbio, che i seguenti alpinisti si trovavano al campo 4 la notte del 14: Wien, Hartmann, Hepp, Gottner, Fankhauser, Pfeffer e Müllritter. Anche nove portatori sherpa dormirono lì quella stessa notte.

Il giorno successivo, il dottor Ulrich Luft si diresse dal campo base verso il campo 5, con l’intenzione di unirsi alla spedizione qualora il suo aiuto fosse stato necessario in uno dei campi intermedi, che sicuramente a quel punto sarebbero stati allestiti. Giunto però ai piedi del Rakhiot, il 17, non trovò traccia di alcun accampamento e vide solo i segni di un’enorme valanga con seracchi sparsi tutt’intorno. Una grossa porzione della parete nord del picco Rakhiot sembrava essersi staccata. Gli sherpa che lo seguirono confermarono i suoi timori: la traiettoria della valanga passava proprio sopra il punto in cui si trovava il campo 4. La valanga non era molto vecchia e probabilmente si era verificata durante la notte del 14. Luft non aveva l’attrezzatura adatta per iniziare a scavare, ma trovò gli zaini di Hartmann, Hepp e Müllritter.

Furono inviati dispacci in India e in Germania e gli inglesi si unirono alle operazioni di recupero un paio di giorni dopo con attrezzi e uomini. Naturalmente, a quel punto ogni speranza di trovare qualcuno ancora in vita era svanita. Ci sarebbero voluti 24 giorni prima che una grande spedizione tedesca indipendente arrivasse e desse il cambio al dottor Luft, l’unico sopravvissuto dell’intero team. Così, al suo posto, venne inviata una piccola spedizione composta da Paul Bauer, Fritz Bechtold e Karl von Kraus. Con l’aiuto della Royal Air Force e degli olandesi (un fatto curioso, considerando il periodo prebellico), arrivarono al campo base il 3 luglio. Ci vollero altri sei giorni a tutti gli uomini per dissotterrare finalmente due delle tre tende e i corpi di Pfeffer, Hartmann, Hepp, Wien e Fankhauser ancora all’interno. Furono sepolti in un crepaccio sul posto. La tenda di Müllritter e Gottner non fu mai ritrovata.

È probabile che l’enorme quantità di neve e le basse temperature abbiano causato il disastro. Tra la posizione del campo 4 e l’inizio del pendio delRakhiot Peak ci sono circa 200 metri di terreno quasi pianeggiante che, in circostanze normali, avrebbe assorbito una valanga o il distacco di un seracco. Le temperature estremamente basse e l’elevata quantità di neve ghiacciata hanno fatto sì che, quando ciò è accaduto, il ghiaccio abbia attraversato i 200 metri di terreno, scivolando letteralmente sulle tende anziché spazzarle via. In circostanze normali, la posizione del campo 4 (la stessa del 1932 e del 1934) sarebbe stata considerata relativamente sicura. I corpi recuperati erano tutti nei loro sacchi a pelo, il che indica che erano stati colti di sorpresa durante la notte. Una degli orologi si era fermato alle 00.20. Oltre ai sette membri, ben nove sherpa scomparvero: Pasang Norbu, Chong Karma, Karmi, Gyaljen Monjo, Mingma Tshering, Nima Tshering I, Nima Tshering II, Ang Tshering II e Tigmay. In totale, sedici uomini erano morti sul colpo in quello che rimane il peggior disastro singolo avvenuto su una vetta di 8000 metri.

1938
Paul Bauer, che aveva guidato la missione di recupero del 1937, tornò sul Nanga Parbat un anno dopo insieme a Bechtold e al coraggioso Dr. Luft. Gli altri membri della spedizione erano Alfred Ebermann, Rolf Chlingensperg, Mathias Rebitsch, Hans-Herbert Ruths, Ludwig Schmaderer e Stefan Zuck.
Avrebbero tentato nuovamente la stessa via sulla Parete Rakhiot. Ma, a differenza dei tentativi precedenti, avrebbero iniziato l’assalto quasi un mese dopo, confidando in una finestra di bel tempo tra metà giugno e inizio luglio. Trovarono la montagna considerevolmente più asciutta rispetto alle spedizioni precedenti, il che indicò che la scommessa avrebbe potuto dare i suoi frutti. Innanzitutto, la squadra avrebbe potuto dirigersi verso la cresta nord, che sembrava meno soggetta a valanghe, evitando così la pericolosa caduta di ghiaccio del Rakhiot. Il 9 giugno fu allestito il campo 2.

Grazie alle scarse condizioni di neve, sembrava possibile questa volta evitare il tradizionale campo 3 e quindi ridurre di quasi un giorno il tempo di percorrenza per raggiungere il campo 4. Alla fine, questa via diretta si rivelò impraticabile, poiché gli alpinisti furono bloccati da un labirinto di crepacci. La spedizione tornò indietro verso est (in direzione del Chongra Peak) nella speranza di trovare una via praticabile per raggiungere la classica posizione del campo 4. Bechtold e Schmaderer, i caposcalatori, si salvarono a malapena quando un grosso seracco si staccò a pochi metri da loro.

Le condizioni meteorologiche variabili fecero sì che il campo 3 venisse raggiunto solo il 18, dopodiché il tempo peggiorò nuovamente. Entro il 1° luglio, solo Bechtold, Luft ed Ebermann avevano raggiunto il campo 4 ai piedi del Rakhiot. Gli altri membri furono costretti a scendere a causa del maltempo. Per evitare di lasciare gli uomini più in alto completamente isolati, Bauer e Chlingensperg rimasero al campo 2. Questa situazione si protrasse per diversi giorni, ma alla fine il primo assalto dovette essere interrotto.
Il secondo iniziò il 13 luglio. Gli uomini costruirono rapidamente un campo 5 ai piedi del Rakhiot. Il giorno successivo, i primi della spedizione, Bechtold e Zuck, si imbatterono nel corpo di un portatore morto ai piedi della parete di ghiaccio del Rakhiot. Si trattava del corpo di Pinju Norbu, della spedizione del 1934. Rilasciarono il suo corpo mummificato, che era seduto in posizione eretta, e recuperarono una collana che sarebbe stata poi consegnata alla sua famiglia. Lo seppellirono all’insaputa dei portatori, per non spaventarli.

Nel frattempo, Bauer aveva proposto l’idea di attraversare semplicemente al di sotto del Rakhiot Peak, anziché scalarne le pareti esposte e ripide (esattamente ciò che Buhl avrebbe fatto in seguito durante la prima ascensione riuscita). Mentre Bechtold e Zuck stavano scalando sul Rakhiot, Bauer e Rebitsch misero in pratica la loro idea e furono i primi ad aprire questa via meno esposta.
Bauer, che stava guidando la cordata dopo la traversata e si dirigeva verso la Testa di Moro (Moro Kopf, una formazione rocciosa tra il Rakhiot Peak e l’inizio della Sella d’Argento), si imbatté improvvisamente in due piedi che spuntavano dalla neve. Non volendo che i portatori li vedessero, ordinò loro di costruire il campo 6 un po’ più in basso del solito e più vicino al Rakhiot Peak rispetto a quanto fatto nella spedizione del ’34.

Bauer si imbatté nei corpi di Willy Merkl e del suo fedele portatore Gaylay, che si era rifiutato di abbandonarlo. L’unica attrezzatura trovata sui loro corpi perfettamente conservati era una coperta e un materassino di gomma. Nella tasca di Merkl trovarono una lettera molto commovente, scritta la notte del 12 luglio da Merkl e Welzenbach (che sarebbero morti nella tenda del campo 7 la notte successiva), in cui raccontavano la loro difficile situazione e la loro estrema debolezza, chiedendo aiuto. Era anche la conferma che Merkl e Gaylay erano sopravvissuti lassù per diversi giorni e che avevano ancora disperatamente tentato di raggiungere la cima del Rakhiot.

I portatori vennero a sapere dell’accaduto e, già esausti, furono sopraffatti anche dalla paura: solo uno di loro era ancora disposto e in grado di proseguire. Il giorno seguente la spedizione superò la Testa del Moro e Luft e Zuck aprirono la strada verso la Sella d’Argento. Ma la squadra di supporto, ostacolata dai venti monsonici e dalla neve alta, non riuscì a salire dal campo 4. La neve nel tratto verso la Sella d’Argento arrivava fino alla vita e fu necessario allestire un campo intermedio a metà strada tra la Testa del Moro e la Sella. Il 25, Schmaderer e Zuck aprirono la strada. Dietro di loro, Luft, Rebitsch e Ruths si divisero i carichi con l’unico portatore rimasto. Chiaramente, la linea di rifornimento era troppo tesa. E poi un’altra tempesta si scatenò in alta quota sul Nanga Parbat.

Con un solo portatore rimasto al campo 6 e il tempo in peggioramento, Bauer prese la coraggiosa decisione di richiamare tutti al campo base. Si sarebbero riuniti per un ultimo tentativo di raggiungere la vetta dopo la tempesta, che avrebbe continuato a imperversare violentemente per altri due giorni dopo che tutti si erano ritirati. La decisione di Bauer di ritirarsi il 29 si era rivelata quella giusta.
Alcuni alpinisti si riunirono e resistettero al campo 4 fino al 9 agosto, ma le abbondanti nevicate avevano reso la traversata sotto il Rakhiot Peak troppo difficile e la scalata del Rakhiot Peak non era più una vera opzione. Così la spedizione si concluse senza raggiungere la vetta, ma questa volta senza vittime.

Durante questa spedizione, è emerso chiaramente che il percorso di avvicinamento alla parete del Rakhiot era forse troppo lungo (8 chilometri quasi fino al campo 4) e troppo pericoloso in condizioni di caldo, con cadute di ghiaccio e distacchi di seracchi a tratti. Tuttavia, è apparso anche evidente che, nelle giuste condizioni, si poteva attraversare la parte inferiore della cima del Rakhiot anziché doverne scalare le ripide ed esposte pareti.

1939
Il 1939 fu un anno importante anche nella storia dell’alpinismo sul Nanga Parbat. Per la prima volta dal tentativo di Mummery nel 1895, la Parete Diamir fu nuovamente esplorata. Furono ancora una volta i tedeschi a organizzare la spedizione. La missione del 1938 aveva messo in luce il problema principale della classica via del Rakhiot: il lungo e pericoloso avvicinamento era troppo faticoso e comportava un’esposizione prolungata ai pericoli.
Peter Aufschnaiter guidò una piccola spedizione sulla Parete Diamir alla ricerca di una via più breve per raggiungere la vetta. Aveva già scalato con Bauer sul Kangchenjunga tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta. L’altro partecipante famoso era Heinrich Harrer, uno dei primi salitori dell’Eigerwand (autore del celebre libro Sette anni in Tibet). Hans Lobenhoffer e Lutz Chicken, uno studente di medicina, completavano la piccola squadra. Il loro compito era quello di individuare una via alternativa che Bauer avrebbe poi completato nel 1940.

Inizialmente tentarono di scalare la parte inferiore di una via sul lato nord della Parete Diamir, attraverso la cresta nord, oltre la Cima Nord fino alla vetta. Il rischio di valanghe si rivelò troppo elevato, e furono costretti a tornare indietro dopo aver allestito due campi. Concentrarono quindi i loro sforzi sullo Sperone Mummery, sul lato meridionale della Parete Diamir, dove allestirono altri due campi prima di tornare al campo base. Lì si imbatterono anche nei resti del campo di Mummery del 1895! Da lì, assistettero al passaggio di una grande valanga che travolse il loro campo 2, distruggendolo completamente. Quindi abbandonarono anche lo Sperone Mummery.

Il 15 giugno tentarono una terza via, in realtà vicina all’odierna via Kinshofer, allestendo tre campi in pochi giorni. Harrer e Lobenhoffer raggiunsero la quota di 6187 metri prima di ridiscendere. La terza via era sembrata la più sicura e fattibile, e la conclusione fu che rappresentasse una valida alternativa alla via del Rakhiot.
Dopo una pausa, avrebbero dovuto riprovare la via a luglio, ma constatarono un drastico peggioramento delle condizioni, concludendo quindi che la scalata dovesse essere effettuata a giugno anziché a luglio. Infine, fecero un’escursione intorno alla Parete Rakhiot per confrontarla un’ultima volta con la loro nuova alternativa. Trovarono che la Parete Rakhiot apparisse ancora molto più invitante da scalare rispetto alla stretta e ripida Parete Diamir, e il loro ottimismo riguardo alla nuova via diminuì leggermente. Gli uomini tornarono a Karachi, dove furono internati dagli inglesi per anni a causa dello scoppio della guerra in Europa.

La prima ascensione (1953)
Nel 1953, i tedeschi avrebbero finalmente conquistato la loro montagna. Ma non prima che una tragedia si abbattesse nuovamente su di essa. Nell’inverno del 1952-1953, gli inglesi (che concentravano i loro sforzi principalmente sull’Everest) partirono per esplorare il Nanga Parbat per la prima volta dai tempi di Mummery nel XIX secolo. Anche questa volta scelsero la Parete Rakhiot per la loro ascensione esplorativa. I tre alpinisti coinvolti erano John William Thornley, William Henry Crace e Robert Michael William Marsh.
Thornley e Crace scalarono la parete fino a quota 5486 m senza troppa difficoltà. Ma poi una tempesta di tre giorni li costrinse a rimanere nella loro tenda e i contatti con il campo base furono interrotti. Quando la tempesta si placò, non c’era traccia degli uomini né della loro tenda. Nonostante le ricerche di Marsh, che arrivò persino a utilizzare un aereo per sorvolare la montagna, non fu trovata alcuna traccia dei due uomini.

Hermann Buhl
Nanga Parbat, 1953
La famosissima foto di vetta scattata in cima al Nanga Parbat da Hermann Buhl
Il ritorno di Hermann Buhl ai campi alti. Foto: Hans Ertl.
Il volto distrutto di
Hermann Buhl dopo la sua storica impresa. Foto: Hans Ertl.
Hermann Buhl festeggiato al ritorno in patria

L’estate successiva una spedizione tedesco-austriaca si mise in viaggio per scalare finalmente la “Montagna Assassina”, che aveva già mietuto 31 vittime. Per una descrizione dettagliata di questa prima ascensione, consigliamo la lettura di E’ buio sul ghiacciaio, di Hermann Buhl. Qui ci limiteremo a un breve riassunto. La spedizione era guidata dai tedeschi Karl Herrligkoffer, fratellastro di Willy Merkl, morto sul Nanga Parbat nel 1934, e Peter Aschenbrenner, sopravvissuto alle fallimentari spedizioni del 1932 e del 1934 (gli altri componenti della spedizione erano Walter Frauenberger, Hermann Buhl, Hans Ertl, Otto Kempter, Kuno Rainer, Hermann Köllensperger e Albert Bitterling, NdR). Dopo un inizio frustrante, caratterizzato da ritardi, obiezioni della stampa, mancanza di fondi e persino dibattiti sul percorso, la prima parte della spedizione vera e propria si svolse senza particolari intoppi. Il 29 giugno, con l’inizio del monsone, Aschenbrenner, volendo evitare un altro possibile dramma legato alla tempesta, ordinò a tutti di scendere dalla montagna. Buhl, Ertl, Frauenberger e Kempter avevano nel frattempo attraversato la zona sotto il Rakhiot Peak e allestito un campo finale a 6900 metri, poco prima della Testa di Moro. Aschenbrenner temeva, a ragione, che non ci fosse modo di rifornire quel campo alto (avevano rinunciato ad allestire diversi campi intermedi a causa dei ritardi). Inoltre, il fatto che il campo base finale si trovasse a soli 6900 metri significava che la vetta era ancora molto lontana. Gli alpinisti rimanenti ignorarono l’ordine dell’esperto e rispettato Aschenbrenner e una squadra di vetta composta da Hermann Buhl e Otto Kempter partì alle 2.30 del mattino del 3 luglio 1953. Sapevano che la distanza dalla vetta era troppo grande per un’escursione di andata e ritorno al campo alto: per quanto buone fossero le condizioni, a un certo punto avrebbero dovuto bivaccare.

Kempter uscì lentamente dalla tenda e rimase subito indietro. Buhl non aspettò e Kempter non riuscì mai a raggiungerlo. Kempter decise di tornare indietro dopo poche ore. Buhl attraversò Il Silber Plateau in condizioni di caldo torrido a causa del sole. Ciononostante, la salita procedette in modo eccezionalmente agevole. Ma quando giunse alla Cresta Nord, territorio fino ad allora sconosciuto, questa si rivelò più tecnica di quanto avesse mai potuto immaginare. Lasciò lì il suo zaino e impiegò ore per scalare gli ultimi 100 metri, con un precipizio di oltre 4000 metri che lo minacciava costantemente. Dovette superare gli ultimi ostacoli a mani e piedi. Ma finalmente, al tramonto, si ritrovò da solo sulla vetta alle 19.00. Così facendo, divenne l’unico uomo ad aver mai compiuto la prima ascensione in solitaria di una montagna di 8000 metri. Tuttavia, come sapeva fin da prima di partire, ora doveva tornare al buio.

In preda all’euforia, commise un errore da principiante: dimenticò la piccozza in vetta. Pochi minuti dopo perse anche uno dei ramponi sulla cresta. Trascorse la notte in piedi su una gamba sola su una roccia traballante da qualche parte sulla Cresta Nord: non c’era nemmeno spazio per sedersi. Miracolosamente, la notte era limpida e senza vento e sopravvisse a quasi 8000 metri senza nemmeno una coperta, aggrappandosi alla cresta con una mano in ogni momento.
Il giorno dopo, Buhl scese lentamente con un solo rampone e quando raggiunse Il Silber Plateau, ricominciò a credere nelle sue possibilità, dicendo in seguito: “Per tutto il giorno ho avuto l’impressione di avere un compagno invisibile alle mie spalle”. Quando raggiunse la Testa di Moro, era di nuovo quasi buio. Due uomini erano saliti dal campo base avanzato con poche o nessuna speranza di scorgere Buhl: era già stato dato per morto. Con loro immensa sorpresa, Buhl era vivo e vegeto nonostante avesse perso una piccozza e un rampone. Era addirittura arrivato in vetta!

Il racconto di Buhl sulla scalata si conclude qui. L’impresa fu avvolta dalle controversie, in netto contrasto con l’euforia che aveva seguito la conquista dell’Everest poche settimane prima. Buhl fu criticato per aver ignorato gli ordini e per aver agito in modo irresponsabile, senza curarsi della propria vita o di quella dei suoi compagni di scalata. Nonostante il suo eroismo solitario, la scalata gli avrebbe lasciato per sempre un sapore amaro in bocca a causa delle recriminazioni che ne seguirono.

La seconda salita: la Parete Diamir (1961 e 1962)
La ricerca della prima ascensione attraverso la Parete Diamir riprese nel 1961. Una spedizione di ricognizione fu ancora guidata dal tedesco Dr. Karl Herrligkoffer. Altri membri erano Rudl Marek (50), Michl Anderl (46), Dr. Ludwig Delp (40), Toni Kinshofer (27), Georg Lehne (25), Siegfried Löw (28), Toni Messner (48), Harry Rost (35) e Gerhard Wagner (40), lo scienziato della spedizione.

La spedizione iniziò alla fine di maggio del 1961. Abbandonarono rapidamente l’idea di salire al centro della Parete Diamir, poiché si rivelò nuovamente soggetta a valanghe. Rivolsero quindi la loro attenzione verso nord (proprio come la spedizione del 1939). Salirono un canalone di ghiaccio che in seguito chiamarono Low Ice Couloir. In alcuni tratti la pendenza raggiungeva i 50°, quindi dovettero utilizzare corde fisse fin da subito. Anche allora molti dei portatori non ce la fecero. In cima al canalone, in una piccola sporgenza rocciosa, allestirono il campo 1, ribattezzato “Il nido d’aquila”, poiché lì poteva essere montata una sola tenda.
Seguiva poi un gradino roccioso lungo 150 metri (quello che abbiamo definito il primo punto critico nella sezione dedicata ai percorsi). In cima a questo gradino c’era molto più spazio, quindi vi fu allestito il campo 2 a circa 6000 metri di altitudine. Kinshofer, Lehne e Löw occuparono quel campo per diversi giorni in condizioni tempestose a partire dal 12 giugno.

Il 19 giugno si aprì una nuova finestra meteorologica e la squadra d’assalto si spostò sopra il campo 2, superando prima un secondo tratto roccioso (secondo punto chiave) e poi attraversando il Kinshofer Icefield, largo 400 metri, prima di allestire il campo 3. Il 20 giugno, i tre uomini della squadra d’assalto volevano iniziare l’attacco alla vetta: quella che in origine era una missione di ricognizione si era trasformata in un’incredibile opportunità.
Salirono dal campo 3 e bivaccarono quella notte, con l’intenzione di partire per la vetta un paio d’ore dopo. Ma, proprio come Buhl, avevano gravemente sottovalutato la distanza dell’ultimo tratto.
Durante quella notte, le condizioni meteorologiche peggiorarono rapidamente. All’alba, invece di salire, si ritrovarono a ridiscendere lungo il campo di ghiaccio in mezzo a una vera e propria bufera di neve. Rimasero al campo 2 per un po’ sperando in un’altra occasione, ma le limitate risorse della spedizione si esaurirono, quindi non c’era più nulla da fare.
La spedizione aveva individuato un percorso molto praticabile per risalire la Parete Diamir e aveva effettuato una ricognizione fino alla Conca Bahzin e all’intaglio del Bahzin Gap. Fu un successo sotto ogni punto di vista.

Quasi la stessa squadra, con a capo Herrligkoffer, tornò nel 1962 per un secondo tentativo: Kinshofer, Löw e Anderlsi erano iscritti di nuovo per la spedizione del 1962. Anderl Mannhardt (22), Manfred Sturm (27) e Hubert Schmiedbauer (29) avevano sostituito Messner e Lehne nella squadra. Poiché i portatori avevano faticato nel ripido Low Ice Couloir, Herrligkoffer decise di portare con sé solo i più forti ed esperti. Reclutò il più anziano Sirdar Isa Khan e i quattro migliori portatori della spedizione precedente e completò le fila con altri uomini forti e sicuri di sé. La squadra effettuò rotazioni di acclimatamento tra il campo base e il campo 2 (che nel 1962 era situato un po’ più in alto sulla montagna). Fu installato anche un prototipo di funicolare per sollevare i carichi lungo il primo tratto chiave tra il campo 1 e il campo 2.
Sopra il campo 2, Kinshofer ideò un percorso più sicuro, superando il secondo tratto chiave molto prima ed evitando il ghiaccio blu appena sotto il campo 3. Il 15 giugno Kinshofer e Löw si misero in cammino per fissare le corde lungo il percorso verso il campo 3, ma la spedizione fu nuovamente interrotta al campo 2 a causa di una tempesta. Nonostante il maltempo, il 17 giugno Kinshofer e Löw ripartirono dal campo 3 in direzione del Bahzin Gap, dove fissarono altri 150 metri di corda.

Il 20 giugno iniziò l’assalto finale. Kinshofer prese il comando, seguito da Mannhardt, Löw, Sturm e Anderl, ognuno con uno zaino di 7-9 kg di attrezzatura essenziale. Verso mezzogiorno raggiunsero la cresta all’intaglio del Bahzin Gap, dove piantarono la tenda a 7163 metri, dietro una icefall proveniente dalla Cima Nord. Il tempo peggiorò e durante la notte si scatenò una tempesta. Rimasero bloccati in quella zona per altri due giorni, finché a tarda notte del 22 giugno il tempo finalmente migliorò e decisero di tentare la scalata alla vetta.

Michl Anderl dovette ammettere di aver raggiunto il limite delle sue forze e rimase nella tenda. Löw era in buona forma, nonostante il congelamento alle dita dei piedi, e prese il comando, seguito da Kinshofer e Mannhardt. Sturm si sentì presto male, soffrendo continuamente di un dolore al fianco. Dopo circa due ore si rese conto di non poter tenere il passo degli altri e, a malincuore, tornò indietro. Nessuno del gruppo sapeva ancora di aver sottovalutato la distanza dalla cima: ci misero fino alle 9 del mattino per raggiungere la Spalla Nord. Il loro piano di raggiungere la vetta e ridiscendere al campo 3 in giornata dovette essere abbandonato.

Sulla Cresta Nord, Löw fece una brutta caduta, ma poiché i tre alpinisti rimasti erano legati in cordata, non si fece male. Perse però la piccozza. Buhl impiegò 4 ore per superare l’ultimo tratto tecnico prima della parete sommitale. Dato che i tre erano legati in cordata, ci vollero quasi sette ore per completare la Cresta Nord. Alle 17 raggiunsero finalmente la vetta del Nanga Parbat, dove trovarono anche un piccolo ometto di pietre costruito da Buhl nel 1953.
Gli uomini scesero per circa 90 metri lungo la Cresta Nord, dove bivaccarono in una fessura tra le rocce appena riparata. Löw soffriva già molto per congelamento e anche gli altri ne risentirono durante la notte fredda e ventosa; si trattava del bivacco all’aperto più alto mai registrato. Löw, inoltre, era in difficoltà a causa degli effetti collaterali di una dose di Katovit: una sostanza nota per dare una sferzata di energia, ma con terribili effetti collaterali quando le riserve si esauriscono. Nonostante tutto, i tre sopravvissero alla terribile notte e ripresero la discesa ai primi raggi di sole. Si fermarono sulla cresta per riscaldarsi e raggiunsero la spalla intorno alle 7 del mattino. Gli uomini si slegarono per scendere lungo la Conca di Bazhin, relativamente facile, verso la Parete Diamir.

Dopo un po’, Kinshofer si voltò e vide che Löw, già più di 150 metri sopra di lui, procedeva con eccessiva lentezza: Kinshofer lo richiamò e Löw rispose disperatamente implorando Kinshofer di tornare indietro. Dopo che Kinshofer ebbe risalito circa un terzo della distanza, Löw gli sfrecciò accanto sulla schiena a una velocità incredibile: evidentemente, sfinito, era scivolato su quel tratto relativamente facile.

Lanciato giù per il pendio a braccia spalancate, a forte velocità, venne catapultato in aria su una piccola rampa di neve, sbattendo la testa contro un mucchio di rocce. Non aveva fatto alcun tentativo evidente di arrestare la caduta (anche se è lecito supporre che non avesse una piccozza, avendola persa; il rapporto non lo chiarisce). Fu Mannhardt, quello che era sceso più in basso, a raggiungere per primo Löw, ferito. Stabilì che Löw aveva subito un trauma cranico probabilmente fatale: per lui non c’era più nulla da fare. Kinshofer, nel suo rapporto, cita ancora che Löw soffrisse degli effetti collaterali del farmaco energizzante che aveva assunto. In ogni caso, Löw aveva perso completamente la sensibilità a un piede già il giorno prima.

Nonostante le ferite sembrassero mortali, i due alpinisti rimasti tentarono comunque di riportare Löw a valle. Ma avevano lasciato il loro ultimo campo quasi 24 ore prima e non avevano più energie. Löw dava ancora segni di vita e Kinshofer si rifiutò di abbandonarlo, mandando Mannhardt da solo al campo 4 per chiedere aiuto. Mannhardt scese a una velocità sorprendente attraverso decine di crepacci, trovando il campo 4 vuoto e abbandonato. Poi scese in linea retta e rischiosa fino al campo 3, attraversando il Kinshofer Icefield, impiegandoci altre tre ore.
Kinshofer, ignaro della situazione del campo 4 deserto, rimase con Löw mentre la vita lo abbandonava lentamente. Anche lui stava iniziando ad avere deliri e allucinazioni. Alle 19, Löw morì privo di sensi. Un’ora dopo circa, Kinshofer ebbe un sussulto e si rese conto che anche lui doveva scendere il più velocemente possibile. Cercò di seguire le orme di Mannhardt al meglio delle sue possibilità, in condizioni quasi di bufera di neve.

La discesa di Kinshofer si sarebbe rivelata una delle imprese epiche dell’alpinismo. Aveva lasciato lo zaino (contenente le macchine fotografiche con le foto della vetta) accanto al corpo di Löw. Ben perso gli sfuggì di mano la piccozza. Inoltre, uno dei suoi ramponi continuava a slacciarsi. Ma la cosa più straordinaria era lo stato mentale di Kinshofer durante la discesa: in seguito raccontò di non ricordare quasi nulla della prima parte della discesa, convinto di essersi perso in una piantagione di tabacco e che solo per puro riflesso e istinto avesse periodicamente allacciato il rampone difettoso. Kinshofer continuò a scendere per tutta la notte, convinto di aver incontrato Mannhardt al campo 4 (Mannhardt si trovava già da tempo al campo 3). Kinshofer arrivò in vista del campo 3 intorno alle 8 del mattino: gli corse incontro la squadra di soccorso. Felicissimi che fosse sopravvissuto, ma anche rattristati dalla conferma della morte di Löw. Per 56 ore Kinshofer aveva resistito alla minaccia mortale dell’ambiente più selvaggio, senza riposo né cibo né bevande.
Il corpo di Löw non poté essere recuperato e sia Kinshofer che Mannhardt non scendevano con le proprie forze per via dei gravi congelamenti ai piedi. Ma grazie all’aiuto dei portatori locali, riuscirono a tornare sani e salvi. La via Kinshofer è ora la via normale di scalata al Nanga Parbat, sebbene per qualche anno non sia stata percorsa con successo: rimane una delle vie normali più difficili tra gli Ottomila.

La parte superiore della Parete Diamir. Foto: Luca Vuerich.
Toni Kinshofer

1963-1964
Il 1963 e il 1964 furono teatro dei primissimi tentativi di scalare l’imponente Parete Rupal del Nanga Parbat. Karl Herrligkoffer, che aveva già organizzato quattro spedizioni sul Nanga Parbat, progettò le prime spedizioni. Quella del 1963 fu una missione di ricognizione, ma nel 1964 la squadra fu costretta a tornare a valle dal governo pakistano a causa di problemi con il permesso. Non erano riusciti a superare i 5800 metri e la spedizione fu considerata un grande fallimento.

1968
Karl Herrligkoffer tornò sul Nanga Parbat nel 1968 per tentare la scalata della Parete Rupal. Era ossessionato dal difficile sperone sud-est e voleva essere il primo su quella parete (sarebbe stato così il capo-spedizione delle tre vittoriose missioni sulle tre pareti importanti del Nanga Parbat, NdR); in seguito avrebbe lanciato diverse altre spedizioni su questa via. La spedizione fu interrotta a 7100 metri quando l’alpinista tedesco Günter Strobl si ruppe una gamba in una caduta. I membri della spedizione compirono un’impresa straordinaria calandolo per 3000 metri lungo la montagna. Non raggiunsero la vetta, ma a mio parere fu un’impresa altrettanto sorprendente. Dopodiché, la spedizione si concluse, con tutti i membri stremati dall’eroica e riuscita missione di salvataggio.

1970
Il 1970 fu l’anno della terza e quarta ascensione del Nanga Parbat, la prima lungo la Parete Rupal. I due fratelli italiani (altoatesini) Messner, Reinhold e Gunther, si unirono a una spedizione austro-tedesca di 18 membri. Per Karl Herrligkoffer era la sesta spedizione sul Nanga Parbat. In precedenza, i due tentativi sulla Parete Rupal si erano conclusi senza successo (fortunatamente senza gravi conseguenze).

A causa delle controversie giudiziarie che seguirono questa ascensione, i fatti relativi alla spedizione rimasero a lungo sconosciuti al pubblico e ancora oggi esistono due resoconti distinti: uno di Messner (si veda il film Nanga Parbat (2008) per la sua versione, ora considerata la più accurata) e l’altro di Herrligkoffer, a lungo ritenuto il più plausibile, ma che da allora è stato sempre meno considerato attendibile. In ogni caso, abbiamo poche informazioni incontrovertibili a disposizione per descrivere questa ascensione, ma faremo del nostro meglio per rimanere neutrali.

La spedizione aveva aperto una via molto diretta sulla Parete Rupal (vedi percorsi per i dettagli). La sera del 26 giugno 1970, dopo 40 giorni di scalata, Reinhold Messner, Günther Messner e Gerhard Bauer si trovavano al campo 5, pronti per il primo tentativo di raggiungere la vetta. Il piano prevedeva che, in caso di tempo incerto, il più forte e in forma, ovvero Reinhold, avrebbe tentato la scalata in solitaria. In caso di bel tempo, il gruppo di testa di tre persone si sarebbe invece trasformato nel gruppo preparatorio, aprendo un varco il più vicino possibile alla vetta, in modo che il gruppo successivo di quattro alpinisti potesse raggiungere facilmente la cima il giorno seguente.
Non esisteva un collegamento radio diretto tra il campo base e il campo base, dove Herrligkoffer era al comando. La spedizione aveva ideato un sistema per cui, di notte, sarebbe stato lanciato un razzo rosso in caso di maltempo e un razzo blu in caso di previsioni favorevoli.

Non è ancora chiaro cosa sia andato storto esattamente: il secondo gruppo, in attesa al campo 4, aveva ricevuto via radio da Herrligkoffer una buona previsione meteo. Si prepararono quindi per il piano blu. Tuttavia, durante la notte, un razzo rosso fu lanciato dal campo base, segnalando che Reinhold Messner avrebbe dovuto tentare la scalata in solitaria verso la vetta a causa dell’imminente peggioramento delle condizioni meteorologiche.
Reinhold partì da solo, come previsto, alle 2.30 del mattino del 27 giugno. Doveva ancora coprire un dislivello di oltre un chilometro, quindi la velocità era d’obbligo, considerando l’arrivo del maltempo. Dopo 5 ore di scalata, il difficile passaggio sulla parete sommitale era ormai alle sue spalle, ma guardando in basso vide suo fratello Günther che lo seguiva. Sorpreso, decise di aspettarlo. Proseguirono quindi insieme per l’ultimo tratto più agevole verso la vetta, raggiungendola alle 17. Ma Günther aveva superato i suoi limiti e si sentiva esausto: riteneva impossibile ridiscendere per la stessa via attraverso il difficile tratto sottostante. Reinhold condivideva questo sentimento perché nessuno dei due aveva portato una corda (Reinhold non l’aveva mai previsto, ma secondo alcuni, Günther, che secondo il piano del razzo non avrebbe dovuto partire in prima battuta, avrebbe dovuto portarne una).

La Parete Rupal del Nanga Parbat. Foto: Gianni Pasinetti.
Gunther e Reinhold Messner
Reinhold e Gunther Messner al Nanga Parbat, 1970
Gunther Messner al Nanga Parbat, 1970
Il settore centro-destro della Parete Diamir, lungo la quale i fratelli Messner effettuarono la discesa dalla vetta dopo la salita della Parete Rupal. Foto: Silvio Mondinelli.

A causa dell’ora tarda e dell’impossibilità di ridiscendere per la stessa via, dovettero bivaccare a quasi 7925 metri sulla Spalla Sud, a ovest della via originale di salita, con solo un paio di teli come protezione. La mattina presto del giorno seguente, la seconda squadra di vetta composta da Felix Kuen e Peter Scholz, che si stava dirigendo verso la cima attratta dalle buone previsioni meteo, passò a circa 100 metri a est di loro, ma non poté aiutarli (non so se la seconda squadra di vetta si sia accorta dei fratelli Messner o se semplicemente non abbia potuto aiutarli). Anche loro raggiunsero la vetta con successo, diventando la quarta cordata a riuscirci.

Reinhold prese l’iniziativa e si diresse più a sud-ovest verso lo Sperone Mummery sulla parete del Diamir. Günther lo seguì e i due iniziarono la discesa lungo la ripida parete a un ritmo ragionevole. Al calar della notte raggiunsero circa 6500 metri e bivaccarono una seconda volta all’aperto. Quella mattina, però, i due si separarono: Reinhold, in testa, scelse una via più diretta, mentre Günther deviò verso ovest, verso i pendii inferiori della Cresta Mazeno. Di Günther non si ebbero più notizie. C’erano tracce di una grande valanga. Reinhold rimase sulla montagna per altri due giorni alla ricerca del fratello, ma a causa dei congelamenti, perse gran parte delle dita dei piedi. Reinhold, considerato il miglior alpinista e arrampicatore del suo tempo, dovette quindi dedicarsi quasi esclusivamente all’alpinismo sull’Himalaya. Sarebbe diventato anche il primo uomo a raggiungere la vetta di tutti gli Ottomila, e senza ossigeno.

La scalata fu seguita da numerose controversie, che sfociarono in diverse cause legali e aspri conflitti tra i membri della spedizione. Nel 2005, il corpo di Günther Messner fu ritrovato sulla parete del Diamir e da allora la maggior parte delle persone ha creduto alla versione dei fatti fornita da Messner.

1971
Nel 1971 fu ripetuta finalmente la via Buhl, utilizzata per la prima ascensione del Nanga Parbat. Sarebbe stata la quinta ascensione di successo della vetta del Nanga Parbat. La squadra cecoslovacca era già tornata sulla Parete Rakhiot nel 1969. Ma, come molti dei primi tentativi su questa parete, fu respinta dal maltempo dopo la vetta del Rakhiot: e in più il loro permesso era scaduto. Almeno quella spedizione del 1969 non ebbe vittime… La spedizione del 1971 fu un’imponente impresa organizzata dal Club Alpino Slovacco James per il suo cinquantesimo anniversario. L’obiettivo primario era la vetta del Nanga Parbat per la via Buhl. Una squadra secondaria avrebbe completato la scalata della vetta inviolata del Chongra Sud e della Cima Est.

L’8 luglio, la spedizione subì la sua unica grave battuta d’arresto: il portatore Hunza, Näbi Mantas Hunza, perse la vita cadendo nella pericolosa icefall del Rakhiot, il primo ostacolo della scalata. Entro l’11 luglio, la squadra aveva allestito il campo 4 nella posizione tradizionale sotto la cima del Rakhiot. I cecoslovacchi partirono in due gruppi: uno avrebbe scalato la cima del Rakhiot come avevano fatto le prime spedizioni, mentre l’altro avrebbe attraversato la montagna al di sotto della vetta.
Il gruppo che traversò raggiunse per primo la Testa di Moro e vi allestì il campo 5. Era n quel punto che nel 1969 erano stati respinti dal maltempo. Lottarono per un’intera giornata per attraversare il Silber Plateau e allestirono il campo 6 vicino al Bahzin Gap, pronti per l’assalto finale. Avevano portato con sé solo una tenda per due persone, a fronte di una squadra di quattro persone destinata alla vetta.

Il giorno successivo, Milan Kriššák fu il primo ad arrendersi dopo tre ore di scalata. Consegnò la sua piccozza a Michal Orolín. Raggiunsero quindi il difficile camino roccioso (IV grado) che aveva tanto messo in difficoltà Buhl durante la salita alla Spalla Nord. Sorprendentemente, lo superarono con relativa facilità. Orolín fu ostacolato dai ramponi che si slacciavano continuamente e quindi proseguì la salita dietro agli altri due membri rimanenti, Ivan Fiala e Ľudovít Záhoranský. Questi non aveva portato con sé la piccozza e sulla difficile Spalla Nord, con un dirupo di 4000 metri al suo fianco, si sentiva a disagio a usare solo i bastoncini da sci. Aveva promesso alla moglie di non farsi male e decise di fermarsi lì e aspettare gli altri due alpinisti dopo la loro vetta.
Verso le 14 del 7 luglio 1971, prima Fiala e poco dopo Orolín, realizzarono la quinta ascensione del Nanga Parbat e la prima ripetizione della
Via Buhl. Nonostante qualche difficoltà (Záhoranský perse gli occhiali e si smarrì), tutti gli uomini riuscirono a tornare al campo base e la spedizione ebbe un grande successo, con altre squadre che scalarono le cime secondarie della Parete Rakhiot.

1975
Un altro tentativo fallito di scalare la Parete Rupal da parte del veterano tedesco del Nanga Parbat, Herrligkoffer, e di una squadra di 21 giovani alpinisti svizzeri, tedeschi e austriaci. La spedizione era intitolata a quel Felix Kuen che aveva salito la Parete Rupal assieme Peter Scholz un giorno dopo i fratelli Messner e che era morto suicida nel 1974. Tentarono la difficile via sulla parte destra della parete (che poi riuscita solo alla spedizione polacco-messicana del 1985), ma arrivati a circa 6500 metri il maltempo e le condizioni avverse li costrinsero a ritirarsi. L’approccio di Herrligkoffer fu giudicato troppo conservativo e comportò perdite di tempo eccessive.

Oltre alla parete sud-est, l’obiettivo della spedizione del 1975 era esplorare anche la difficile linea sulla sinistra della parete, già tentata nel 1968. La spedizione ebbe però un avvio molto lento. A causa del conflitto sino-pakistano non fu possibile utilizzare la Karakorum Highway e il trasferimento da Monaco al campo base richiese 24 giorni; il campo base fu raggiunto il 30 maggio. Ci furono contrasti tra gli alpinisti e Herrligkoffer praticamente dall’inizio della spedizione.

Durante le settimane successive vennero organizzati i campi fino al campo IV, a circa 7450 m. Sul percorso della parete, Hubert Hillmaier ed Erwin Beyerlein raggiunsero circa 7550 m, la massima quota della spedizione. Il maltempo persistente e le abbondanti nevicate impedirono però di proseguire verso la vetta.

È interessante che il tentativo del 1975 sulla linea sud-occidentale della Parete Rupal fosse già arrivato a circa 7550 m: l’anno successivo una squadra austriaca guidata da Hanns Schell riprese sostanzialmente quella linea e raggiunse la vetta l’11 agosto 1976.

1976
Nel 1976, una piccola spedizione austriaca indipendente fu la seconda a raggiungere la vetta per la Parete Rupal l’11 agosto. Hanns Schell, Robert Schauer, Siegfried Gimpel e Hilmar Sturm raggiunsero la cima in un tempo record di 4 settimane e con soli 4 campi l’11 agosto 1976, la vetta più tardiva dell’anno fino a quel momento. Questa scalata divenne nota come la via Schell, ma in realtà era stata tracciata dalla spedizione 1975 di Karl Herrligkoffer. La spedizione Schell fu la sesta a raggiungere la vetta del Nanga Parbat.

Spinto dalla notizia di una salita sulla sua via, Karl Herrligkoffer tornò sulla sua amata montagna con una più ampia spedizione austro-polacca, tentando la stessa via. Questo tentativo, di breve durata, presentava alcune peculiarità.
Innanzitutto, si scelse di scalare la Parete Rupal nel periodo post-monsonico di settembre/ottobre. In secondo luogo, la spedizione includeva una delle alpiniste più famose, Wanda Rutkiewicz, che aspirava a diventare la prima donna a raggiungere la vetta del Nanga Parbat. Tuttavia, la spedizione non riuscì ad andare molto lontano: l’alpinista austriaco Sebastian Arnold precipitò e perse la vita nella parte inferiore della via. Herrligkoffer dedicò tutte le risorse della spedizione al recupero del corpo. Una volta completato il recupero, pose fine alla spedizione, suscitando molte critiche all’interno del gruppo: Rutkiewicz si espresse pubblicamente contro la decisione, attirandosi a sua volta critiche dalla stampa e alimentando la sua reputazione di donna dura e intransigente. Anche la prima spedizione giapponese, che tentò la via Schell sul versante Rupal, fu costretta a ritirarsi ancora più in basso.

1977
Il 1977 fu teatro del primo tentativo americano di scalare il Nanga Parbat. Dal 1975 in poi, gli americani si erano interessati alla scalata della Montagna Nuda e la pianificazione iniziò proprio quell’anno. I capi spedizione Dan Bruce, George Bogel e Jay Hellman formarono una solida squadra di 14 uomini. Per allenarsi, avevano scalato in Perù durante l’estate del 1976.

Entro il 9 luglio la spedizione era pronta per la salita dalla Parete Diamir. Avevano concordato di utilizzare la via Kinshofer come itinerario per la vetta. Salirono il Low Ice Couloir e allestirono un deposito al superiore famigerato Nido d’Aquila. Bogel ideò una carrucola per trasferire i carichi pesanti al di sopra delle grandi difficoltà tecniche. Gli americani chiamarono quindi il Nido d’Aquila la Roccia del Deposito (Depot Rock). Entro il 31 luglio la squadra aveva superato il secondo passaggio chiave e allestito il campo 2 sopra di esso. Erano ben riforniti e distribuiti tra i tre campi. Con 10 dei 14 scalatori in buona salute, la squadra sembrava pronta per la vetta. Ma nella notte del 31, la tragedia si abbatté su di loro. C’era spazio solo per una tenda a Depot Rock, occupata dal capo spedizione Bogel e da Bob Broughton. Sopra di loro, una lastra di roccia di 30 metri si staccò in pezzi grandi come un camion. Non ebbero scampo e l’intera area di Depot Rock fu annientata. Il corpo di Bogel fu recuperato dal Low Ice Couloir il giorno successivo, ma Broughton non fu mai ritrovato. Dopo la frana, i materiali della spedizione erano sparsi intorno alla montagna e proseguire non aveva senso. Questa tragedia pose fine al primo tentativo americano di scalare il Nanga Parbat.
Nello stesso anno, una piccola spedizione polacca di tre uomini guidata da Adam Zyzak salì sul Nanga Parbat nel mese di ottobre, dopo la stagione dei monsoni, sempre lungo la via Kinshofer. Raggiunsero la Conca di Bahzin, ma non riuscirono a completare la salita a causa delle condizioni avverse.

1978
Nel 1978, sembrò finalmente che il Nanga Parbat si stesse aprendo agli alpinisti con maggiore facilità. Il 1978 sarebbe passato alla storia come uno degli anni di maggior successo sul Nanga Parbat, con tre team che raggiunsero la vetta e nessuna vittima.

La stagione iniziò con la prima ascensione di successo della Cima Nord 7816 m da parte dei cechi Andrej Belica e Juraj e Marián Zaťko.
Un mese dopo (il 9 agosto) fu il turno di Reinhold Messner, che realizzò la prima ascensione in solitaria completa di un Ottomila (partendo dal campo base). Salì sulla montagna dal lato destro della Parete Diamir, forse nella speranza di ritrovare lì il corpo del fratello scomparso Günther. Attraversò lo Sperone Mummery in quota e poi proseguì in linea retta e ripida verso la vetta, evitando la Cresta Nord e scalando direttamente la ripida parete sommitale. Fu una delle più grandi imprese alpinistiche di sempre.
Il percorso della settima ascensione rimane tuttora estremamente soggetto a valanghe, ma la parte superiore può essere utilizzata dagli alpinisti sulla Parete Rupal come via più facile, seppur più lunga, per raggiungere la vetta.

Infine, gli austriaci ebbero nuovamente successo quando la spedizione Naturfreunde riuscì a portare due squadre in vetta (8a e 9a ascensione): il 23 agosto Wilhelm Bauer, Reinhard Streif e il capocordata Rudolf Wurzer ripeterono per la prima volta la via Kinshofer, aperta dai loro connazionali. Cinque giorni dopo, Alfred Imitzer e Alois Indrich completarono la terza ascensione della via Kinshofer.

Reinhold Messner in vetta al Nanga Parbat dopo la sua salita solitaria, 1978

1981
Dopo il successo del 1978, l’attività sul Nanga Parbat diminuì per alcuni anni, con solo uno o due tentativi minori e infruttuosi sulla montagna. Ma nel 1981 le cose cambiarono di nuovo.
Innanzitutto, il 5 agosto Ronald Naar (Paesi Bassi) divenne il primo a ripetere con successo la via Schell, per di più in solitaria (ma la sua salita fino alla vetta è controversa). Nel frattempo, sul versante Diamir, gli italiani ottennero la loro prima vittoria sul Nanga Parbat con Alessandro Fassi, Luigi Rota e Gianbattista Scanabessi, che raggiunsero il 19 agosto la vetta attraverso la via Kinshofer, ormai considerata la via normale, ma con una variante finale. Questa soluzione è attualmente la più preferita dalla maggior parte delle cordate che salgono la via Kinshofer.

1982
Nel 1982, tuttavia, il Nanga Parbat avrebbe dimostrato ancora una volta di non essere una montagna facile da scalare. Quell’anno, tre vie del Nanga Parbat furono tentate da cinque diverse spedizioni: all’inizio della stagione, i francesi affrontarono lo sperone sud-est, ancora inviolato, della Parete Rupal. Stavano facendo buoni progressi sotto la guida del famoso alpinista Yannick Seigneur.Ma superato il punto intermedio della salita, una caduta di seracchi ferì Seigneur e uccise il portatore Ali Sheikh, la prima vittima sul Nanga Parbat dai tempi degli americani nel 1977. Con il loro capo e miglior alpinista ferito, i francesi furono costretti a ritirarsi. Il 10 giugno altra nuova variante alla Kinshofer degli svizzeri Norbert Noppa Joos ed Erhard Loretan (il terzo alpinista a completare la scalata dei 14 Ottomila).

Circa un mese dopo, fu ancora Herrligkoffer che tornò allo sperone sud-est, già tentato nelle varie sue spedizioni. Per la prima volta la sua squadra riuscì a completare lo sperone. L’8 agosto, l’alpinista svizzero Ueli Bühler divenne il primo a raggiungere la piccola Cima Sud 8042 m del Nanga Parbat, unico membro di una spedizione di quattro persone. Sfortunatamente, era troppo stanco e incapace di raggiungere la vetta, quindi ancora una volta Herrligkoffer dovette considerare fallita questa sua ennesima spedizione. Con questo si concluse l’attività su quella parte della Parete Rupal, senza che si raggiungesse la cima.

Due mesi prima, sulla via Schell, anche un tentativo svizzero era fallito. Al campo 3 si erano imbattuti in una quantità di neve insostenibile. Fino al 3 giugno avevano cercato di aprirsi un varco, ma la neve era semplicemente troppo alta. Il 4 giugno stavano già tornando indietro. Fu allora che si verificò la tragedia: un ponte di neve crollò, trascinando con sé il dottor Peter Forrer.

Infine, sulla Parete Diamir, una spedizione internazionale guidata dai francesi e un’altra spedizione svizzera tentarono la scalata. Gli svizzeri dovettero rinunciare quando uno dei loro membri, Peter Hiltbrunner, collassò a un’altitudine di 7400 metri. La squadra tentò di trasportarlo a valle, ma morì il 7 giugno.
La spedizione internazionale guidata dai francesi riuscì a portare in cima una sola persona: il tedesco Hans Engl. Divenne il primo tedesco a raggiungere la vetta senza l’ausilio di ossigeno.
Dopo 5 anni senza vittime, il Nanga Parbat nel 1982 ne aveva registrate tre.

1983-1984: le tragedie giapponesi sulla via Schell
Ormai la via Kinshofer era diventata la via normale per la scalata al Nanga Parbat e, come tale, avrebbe portato diverse persone in vetta ogni anno successivo. Nel 1983 si registrò un numero record di 11 spedizioni sulla montagna, la maggior parte delle quali tentò la salita attraverso la via Kinshofer. A quel punto c’erano già state 12 squadre che avevano raggiunto la vetta, quindi parlare di tutte le ascensioni da questo punto in poi sarebbe inutile e prolisso. Ci concentreremo invece sui tentativi più particolari o sulle tragedie che si sono comunque verificate sulla montagna.

Le tragedie giapponesi sulla via Schell rappresentano una serie di eventi degni di nota. I giapponesi avevano la loro ambita montagna nell’Himalaya (il Dhaulagiri), ma negli anni Settanta avevano rivolto la loro attenzione anche alla catena del Karakorum, dove ambivano scalare il Nanga Parbat. La loro prima spedizione, tuttavia, si era conclusa miseramente sulla via Schell.
Nel 1983 e nel 1984 tornarono sul Nanga Parbat con cinque spedizioni, una delle quali in inverno. Le prime due di queste spedizioni affrontarono anch’esse la via Schell nel 1983, ma si conclusero tragicamente.

In primo luogo, i membri del Tohokeiryo Kai Club di Tokyo, insieme ad alcune famose guide pakistane (tra cui Nazir Sabir), furono travolti da un’immensa valanga a circa 7200 metri. L’intera squadra fu trascinata lungo la Parete Rupal per oltre 400 metri. Miracolosamente, solo un alpinista perse la vita mentre era legato in cordata: il corpo di Kazuo Shimura non fu mai ritrovato. Il resto della squadra riportò gravi ferite: il dottor Yasuaki Arai e Wakutsu Jō si fratturarono le braccia, mentre il caposquadra Osamu Kunii sopravvisse con quattro costole rotte e tagli così profondi causati dalle corde da avergli esposto l’addome. Fu un miracolo che perse la vita una sola persona, ma ovviamente la spedizione era finita.

La seconda squadra giapponese sulla via, quella del Fukuoka Tokakai Club di Fukuoka, si trovava ancora più in basso sulla montagna quando la prima valanga uccise un loro connazionale. Decisero comunque di proseguire. Il 14 luglio, tre membri della spedizione furono uccisi da una nuova valanga, molto più in basso sulla montagna, che distrusse il campo 1. I corpi di Satoshi Iida, Yuichiro Takamori e Nobuyoshi Yamada furono infine ritrovati da una squadra austriaca che tentò la scalata in ritardo, verso la fine di luglio. Quella squadra austriaca completò la tredicesima ascensione del Nanga Parbat con Eduard Koblmüller (anche lui usò una nuova variante finale della via Kinshofer (17 luglio).

La terza spedizione giapponese del 1983, utilizzando la via Kinshofer, riuscì a portare i primi due alpinisti giapponesi in vetta, Mamoru Taniguchi e Norio Nakanishi del Toyama Prefecture Climbing Club. Una magra consolazione rispetto alle quattro vite giapponesi perdute. Sulla scia di questi successi, gli spagnoli hanno anche rivendicato la prima salita della Kinshofer con la quindicesima ascensione di Enrique de Pablo e José Luis Zuloaga.

Le disgrazie giapponesi sulla via Schell del Nanga Parbat continuarono nel 1984. Nella notte tra il 6 e il 7 luglio, una squadra dell’Himalayan Club of Japan fu sorpresa da una valanga al campo 3 (a circa 6700 metri), che ricordò la tragedia tedesca del 1937. Takashi Kogure, Nobuyuki Imakyurei, Shigeoh Hida e Fuji Tsunoda persero la vita nella valanga. Otto alpinisti giapponesi morti in due anni. La loro sfortuna fu ulteriormente evidenziata dalla riuscita ascensione di una squadra spagnola due settimane prima. Tsuneo Hasegawa portò un po’ di sollievo verso la fine dell’anno, quando tentò per la prima volta seriamente la scalata invernale in solitaria del Nanga Parbat. Raggiunse i 7600 metri sulla via Schell a novembre, ma fu poi costretto a ritirarsi. Sempre sulla via Schell salirono il 7 agosto (con nuova variante di uscita) gli spagnoli Óscar Cadiach e Jordi Magriñà.

Dall’altro versante della montagna, sulla Parete Diamir, in netto contrasto si registravano successi. Liliane Barrard (insieme al marito Maurice) divenne la prima donna a raggiungere la vetta del Nanga Parbat il 27 giugno 1984 (con variante alla parte mediana della via Kinshofer). Anche una spedizione svizzera ottenne un risultato positivo.

L’ultima spedizione giapponese a tentare la scalata della montagna affrontò la Parete Diamir in inverno. La spedizione, composta da sette uomini e guidata da Motsumu Omiya, era sulla buona strada per compiere un’impresa straordinaria. Avevano allestito il settimo campo ed erano pronti per la spinta verso la vetta quando Hiromi Kameda precipitò e perse la vita. Quella tragedia pose fine immediatamente alla dura spedizione invernale. Nove alpinisti giapponesi (e solo giapponesi) persero la vita sul Nanga Parbat in due anni, a fronte di sole due salite in vetta.

1985
Nel 1985 si concluse finalmente l’incubo dello Sperone Sud-est di Herrligkoffer. Ueli Buhl aveva completato lo sperone, ma si era fermato alla Cima Sud. Una forte spedizione polacco-messicana trionfò il 13 luglio dove lui aveva fallito: i polacchi Zygmunt Andrzej Heinrich, Jerzy Kukuczka, il messicano Carlos Carsolio e l’americano naturalizzato Slawomir Lobodziński riuscirono nell’impresa nel luglio del 1985. Durante la discesa, purtroppo, un membro della squadra perse la vita in una valanga: il polacco Piotr Kalmus divenne la 51esima vittima sul Nanga Parbat. A quel punto, l’unica via incompleta rimasta era la CrestaMazeno, lunga 10 chilometri, che conduceva alla vetta.
Dall’altro versante della montagna, sulla Parete Diamir, anche la prima spedizione interamente femminile sul Nanga Parbat ebbe successo. Le polacche Anna Czerwifiska, Krystyna Palmowska e, al suo secondo tentativo, Wanda Rutkiewicz, seguirono le orme di Liliane Barrard. Hanno compiuto l’impresa senza l’aiuto di sherpa o portatori.

Il resto degli anni Ottanta
Nel 1988, gli italiani tornarono sulla Parete Rakhiot per la prima volta dal tentativo cecoslovacco del 1971. Francesco Mich, Costante Carpella e Angelo Giovannetti, membri della spedizione di sei alpinisti, scalarono un nuovo sperone a ovest della via originale della Buhl, raggiungendo la sommità a 6800 metri. Lo chiamarono Pilastro Val di Fiemme. Ma la scelta della via si era rivelata troppo ottimistica e le continue valanghe sugli speroni li fecero temere per la propria vita, costringendoli ad arrendersi. Il 9 agosto l’austriaco Oswald Gassler aprì la quarta variante di uscita alla via Kinshofer.

Nell’estate del 1989, altri due alpinisti persero la vita sul Nanga Parbat: il coreano Kim Kwang-Ho precipitò durante un tentativo sulla Parete Diamir. Ancora più tragica fu la morte del giapponese Baba Tetsuya, colpito e ustionato da un fulmine mentre tentava una via diretta sulla Parete Rupal.

Nell’inverno del 1989 i polacchi lanciarono il primo tentativo invernale ufficiale sulla Parete Diamir del Nanga Parbat (alcuni dicono che in realtà fu il terzo, dopo il fallimento della spedizione solitaria giapponese del 1984 e la più ampia spedizione del 1984/1985). Optarono per una ripetizione della via Messner Solo piuttosto che per la via Kinshofer. Maciej Berbeka, Piotr Konopka e Andrzej Osika raggiunsero anch’essi la quota di 6800 metri prima di essere sorpresi da una tempesta. Fortunatamente tutti tornarono sani e salvi, ma il tentativo fallì.

L’alpinismo negli anni Novanta
Negli anni Novanta ci furono troppi tentativi di scalare il Nanga Parbat e descriverli tutti sarebbe semplicemente troppo lungo. Emersero quattro tendenze principali:
A) Al di fuori della via Kinshofer si registrarono pochissimi successi;
B) Le spedizioni invernali al Nanga Parbat divennero più frequenti;
C) Gli incidenti mortali in montagna divennero meno frequenti;
D) La Cresta Mazeno, l’ultima cresta inviolata verso la vetta, diventa un punto focale.

A
Negli anni Novanta ci furono solo due tentativi di scalata del Nanga Parbat andati a buon fine che non utilizzarono la via Kinshofer. Il primo, nel 1990, fu una spedizione tedesco-slovena che raggiunse la vetta attraverso la via Schell, l’ultimo tentativo su questa pericolosa via fino a quando la spedizione invernale polacca del 2007 non ci riprovò. Riuscirono a portare in cima 5 persone (3 tedeschi e 2 sloveni).
La seconda spedizione fu la spedizione giapponese del 1995 che aprì una nuova via diretta alla Sella d’Argento (Via Giapponese) sulla Parete Rakhiot, ormai in disuso. Il 23 luglio tre uomini riuscirono a salire in cima al Nanga Parbat. Erano Takeshi Akiyama, Hiroshi Sakai e Yukio Yabe. Tutte le altre scalate andate a buon fine utilizzarono la via Kinshofer o una delle sue varianti.
Il 1° luglio 1990 Hans Kammerlander salì la via Kinshofer trovandone una quinta variante di uscita. Il 12 agosto 1990 i tedeschi Reinmar Joswig e Peter Mezger trovarono una quarta variante di uscita della via Schell. Il 18 luglio 1999 l’ungherese Zsolt Erőss trovò una variante diretta sul lato destro del versante Diamir.

B
Nell’inverno 1990/91, inglesi e polacchi si unirono per un altro tentativo invernale. Come nel precedente tentativo dell’anno prima, optarono per la via Messner Solo. Raggiunsero un punto a 6600 metri prima che le valanghe li costringessero a tornare indietro.
Britannici e polacchi tornarono separatamente nel 1996 per un altro tentativo invernale. Questa volta gli inglesi provarono la via Kinshofer, ma furono respinti dalle condizioni meteorologiche avverse anche al di sotto dei 6000 metri. Pochi giorni dopo, i polacchi presero il loro posto. Una forte coppia formata da Krzysztof Pankiewicz e Zbigniew Trzmiel sfiorò la prima ascensione invernale di una montagna di 8000 metri nel Karakorum, ma dovettero tornare indietro a causa di una bufera di neve a circa 250 metri dalla vetta. Entrambi riportarono gravi congelamenti e dovettero essere evacuati in elicottero dai campi base inferiori.

C
Lentamente ma inesorabilmente, anche il tasso di mortalità del Nanga Parbat iniziò a diminuire, poiché la maggior parte raggiungeva la vetta attraverso la Via Kinshofer. Tuttavia, ci furono altre vittime da piangere durante gli anni Novanta:
Park Chang-Gi scivolò in un profondo crepaccio mentre tentava la Kinshofer con la spedizione coreana del 1990. Quell’anno, i giapponesi stavano ancora tentando la Via Schell dopo il successo tedesco/sloveno di alcune settimane prima. Ma interruppero la spedizione dopo che uno dei loro alpinisti, Nakajima Osami, precipitò nel vuoto quasi a portata di vetta. La Via Schell rimase quindi una maledizione per gli alpinisti giapponesi: non sarebbero mai riusciti a percorrerla.
Nel 1993, il coreano Ahn Chun-Moon scomparve sulla Via Kinshofer senza essere mai più ritrovato. Un anno dopo, nel 1994, una spedizione spagnola che aveva raggiunto il successo con la Via Kinshofer si concluse in tragedia quando un ponte di neve crollò sotto i piedi di Antonio Lopez durante la discesa, facendolo precipitare per 2000 metri e uccidendolo. Lopez fu l’unico membro della squadra a non raggiungere la vetta perché fu colpito da un edema cerebrale al campo alto. Tuttavia, al momento della sua morte, si era sostanzialmente ripreso.

Nel 1996, due membri di una squadra rumena furono travolti da una valanga, sempre sulla Kinshofer. La valanga distrusse il loro campo 3 sul Kinshofer Icefield e, sfortunatamente, Răzvan Petcu e Gabriel Stana si trovarono nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Nel 1997, l’esausto alpinista catalano Joan Colet cadde nei pressi del campo 3 dopo una salita riuscita. Anche il suo corpo scomparve nelle profondità. Infine, nel 1998, il giapponese Ohmiya Hideki cadde durante la salita alla vetta, sempre lungo la via Kinshofer. Non ci sarebbero state altre vittime sul Nanga per i successivi 6 anni.

D
Gli anni Novanta videro i primi seri tentativi di completare la Cresta Mazeno. Nel 1992 Doug Scott rinunciò dopo aver scalato tre delle cime Mazeno. E nel 1995, anche Wojciech Kurtyka (polacco), Andrew Lock (australiano) e Rick Allen (britannico) conquistarono le prime tre cime Mazeno.

Nell’estate del 1996 il polacco Krzysztof Wielicki realizzò la prima ascensione in solitaria della Via Kinshofer, diventando il quinto uomo a raggiungere la vetta di tutte le montagne di 8000 metri. Scalò ininterrottamente per 48 ore, per poi ridiscendere di 5800 metri lo stesso giorno della vetta.

Campo Base Rupal: Steve House (a sinistra) e Vince Anderson, 2005
Vince Anderson da capocordata durante il terzo giorno di ascensione (via nuova House-Anderson sulla parete Rupal del Nanga Parbat), 2005. Foto: Steve House.
Tra le enormi difficoltà che dovettero affrontare, Steve House e Vince Anderson ebbero il continuo problema del posto per la tendina. Questo è il loro quarto bivacco sulla loro via nuova al versante Rupal del Nanga Parbat. Foto: Steve House.
6 settembre 2005, ore 17.45. Sfinimento e senso di liberazione in vetta al Nanga Parbat: ma l’odissea, per House e Anderson, non è ancora finita. Foto: Steve House.

Dal 2000
Nel 2000, la leggenda Reinhold Messner tornò sul Nanga Parbat per l’ultima volta. Tentò di aprire una nuova via sulla cresta Diama/Nord. Lo status di questa cresta si presta a discussioni. Poiché i suoi pendii superiori sono utilizzati dalla via Kinshofer e da alcune varianti, oltre al fatto che la Cresta Nord era già stata percorsa da Buhl e altri, non è propriamente del tutto inviolata. Ciononostante, Messner e i suoi compagni Hubert Messner, Hanspete Eisendle e Wolfgang Wolfi Thomaseth rimasero sulla cresta più a lungo di chiunque altro in passato, nella convinzione che l’itinerario avesse una sua dignità. E’ vero che la parte superiore si collega alla via della prima ascensione ceca della Cima Nord del 1978, quindi lo status di questa scalata è sempre stato incerto (nuova via o no?). In ogni caso, non ebbero successo e furono costretti a tornare indietro a 7500 metri a causa delle pericolose condizioni della neve. Reinhold Messner fu criticato per aver utilizzato portatori nelle prime fasi della scalata: era sempre stato il più convinto sostenitore delle ascensioni in stile alpino.

Il 23 giugno 2003, il francese Jean-Christophe Lafaille aprì una nuova variante sulla Parete Diamir. Salì molto più a sinistra della via Kinshofer, ma l’ultimo terzo della variante si ricongiungeva alla via normale. Da lì fu raggiunto da Ed Viesturs, che divenne il primo americano a raggiungere la vetta e anche il primo americano a conquistare tutte le 14 cime di ottomila metri.

Sulla sezione tecnica della via Kinshofer al Nanga Parbat, 2005. Foto: Silvio Mondinelli.
Il campo 2 sulla via Kinshofer, 2005. Foto: Silvio Mondinelli.

Nel 2004 Steve House tenta per la prima volta la via più diretta sulla Parete Rupal. Il mal di montagna lo costringe a ritirarsi a circa 7550 metri. La stessa estate, i britannici Doug Chabot e Steve Swenson completano finalmente la Cresta Mazeno fino al Mazeno Col, ma sono esausti e non riescono a continuare verso la vetta. Scendono attraverso la via Schell, che non era più stata percorsa da nessuno dopo il fallito tentativo giapponese del 1990.

Nel 2005, un’ambiziosa ed esperta squadra coreana riuscì finalmente a ripetere per la prima volta la via dei fratelli Messner sulla Parete Rupal. Sorprendentemente, si trovarono di fronte allo stesso problema dei fratelli nel 1970 e scelsero di scendere attraverso la via Kinshofer, più comune (e più frequentata, NdR).
Quell’anno, i resti di Günther Messner furono ritrovati alla base della Parete Diamir. La sua giacca e le sue scarpe furono identificate da Reinhold; le analisi del DNA dimostrarono infine che Reinhold aveva detto la verità sulla loro discesa.

Sul versante nord, lo sloveno Tomaž Humar tentò una nuova variante della via Buhl in solitaria (la prima impresa sul Rakhiot dai tempi dei giapponesi nel 1995), ma rimase bloccato per 6 giorni su una stretta cengia di ghiaccio a circa 5900 metri. Fu salvato da elicotteri militari pakistani in un’audace operazione.
Sulla Parete Rupal, l’americano Steve House, insieme a Vince Anderson, il 6 settembre completò finalmente la sua via più diretta (e pericolosa) al secondo tentativo. Compirono l’impresa in 6 giorni e in seguito furono insigniti del Piolet d’Or. Più diretta della via Messner, la scalata è stata acclamata come una delle più grandi ascensioni di tutti i tempi. La via rimane tuttora irripetuta.

Nell’inverno 2006/2007, i polacchi tornarono finalmente sulla Via Schell per un altro tentativo invernale. Combatterono la montagna con ammirevole tenacia, ma il maltempo e le pessime condizioni della neve resero impossibile il successo dell’impresa.

L’11 luglio 2009 gli austriaci Gerfried Goeschl, Johann Hans Goger, Josef Sepp Bachmair e il canadese Louis Rousseau salirono una variante diretta alla via Kinshofer.

Pendii glaciali sulla via Kinshofer, 2005. Foto: Silvio Mondinelli.
Pendii glaciali sulla via Kinshofer, 2005. Foto: Silvio Mondinelli.

Nell’estate del 2012, i britannici Rick Allen e Sandy Allan completarono finalmente l’ultima grande cresta inviolata del Nanga Parbat. Superarono la Cresta Mazeno in circa una settimana, dopodiché il resto della squadra (inclusa Cathy O’Dowd) fu costretto a ritirarsi lungo una nuova via lungo la Parete Rupal. Allen e Allan proseguirono verso la vetta con il minimo indispensabile di provviste e, una volta raggiunta la cima (15 luglio), discesero lungo una variante della via Kinshofer lungo la Parete Diamir, dove furono accolti dalle spedizioni che operavano in loco.

In arrampicata sulla via Kinshofer, 2005. Foto: Silvio Mondinelli.
In arrampicata sulla via Kinshofer, 2005. Foto: Silvio Mondinelli.

Tragedie recenti sul Nanga Parbat
Anche nell’era moderna, il Nanga Parbat è rimasto una montagna letale. Diversi alpinisti di fama hanno trovato la morte lì. Ecco un breve riassunto:

Il 1° luglio 2004, il veterano alpinista tedesco Günter Jung, sessantenne, che stava celebrando il 51° anniversario della prima ascensione tedesca del Nanga Parbat, stava tornando dalla vetta lungo la via Kinshofer quando scivolò e precipitò lungo il Diamir. Il suo corpo non fu mai ritrovato. Era la persona più anziana ad aver mai raggiunto la vetta del Nanga. La sua fu la prima vittima dal 1998.

Il 22 luglio 2006 un altro monumento dell’alpinismo perì sul Nanga Parbat dopo aver raggiunto la vetta. Il venezuelano José Antonio Delgado, uno dei più celebri alpinisti latino-americani con cinque Ottomila al suo attivo, fu sorpreso da una tempesta dopo la salita lungo la via Kinshofer e rimase bloccato in condizioni meteorologiche avverse per 6 giorni. Una squadra di soccorso pakistana composta da sei uomini ritrovò il suo corpo senza vita all’aperto tra il campo 3 e il campo 4, sopra il Kinshofer Icefield. Circa una settimana dopo, l’alpinista giapponese Naohiro Ozawa scomparve in condizioni simili.

Silvio Mondinelli in vetta al Nanga Parbat, dopo la salita della via Kinshofer, 2005. Archivio: Silvio Mondinelli.
Tramonto sul versante occidentale (Diamir) del Nanga Parbat. Foto: Krzysztof Wielicki.

Nell’estate del 2008 un altro monumento dell’alpinismo è scomparso sul Nanga Parbat. Karl Unterkircher (anche lui altoatesino, come Messner) era stato il pioniere della parete nord del Gasherbrum II e il primo uomo a scalare l’Everest e il K2 senza ossigeno nello stesso anno. Erta il 15 luglio e stava tentando di aprire con Walter Nones e Simon Kehrer una nuova via diretta sulla Parete Rakhiot, ma è caduto in un crepaccio. Non potendo a quel punto più tornare indietro, i due compagni hanno continuato la salita del pilastro fino a raggiungere il Bahzin Glacier a 7000 m per poi riscendere lungo la via Buhl, ovviamente tralasciando la vetta. In discesa arrivarono a circa 5900 m, in una zona considerata più sicura, e il 24 luglio 2008 furono recuperati da un elicottero pakistano.
Pochi giorni dopo, l’alpinista iraniano Saman Nemati è scomparso sulla via Kinshofer durante la salita, probabilmente a causa di una caduta.

Infine, il 10 luglio 2009, l’austriaco Wolfgang Kölblinger, durante la discesa dalla vetta in condizioni tempestose, perse l’equilibrio sulla Parete Diamir e precipitò, trovando la morte. Il giorno successivo, la stessa sorte toccò alla famosa alpinista Go Mi-Young, esausta e impegnata nel tentativo di diventare la prima donna a completare la scalata di tutte le quattordici vette di ottomila metri. L’anno precedente era sopravvissuta al drammatico disastro del K2 del 2008. Stranamente, è ad oggi (2012, NdR) l’unica alpinista donna ad aver perso la vita sul Nanga Parbat. Un’altra “statistica” curiosa (mi dispiace definirla tale) è che, a differenza di montagne come il K2, solo una percentuale relativamente bassa (circa il 10%) di alpinisti è morta durante la discesa dal Nanga Parbat.

Dal 2009 (fino al 2012, NdR) non si sono più registrate vittime sul Nanga Parbat. Tuttavia, il tasso di successo sulla montagna è leggermente diminuito rispetto agli anni Novanta. Alcuni anni non hanno visto alcuna ascensione, mentre altri ne hanno registrate solo una o due. Nel 2012, solo la spedizione sulla Cresta Mazeno ha raggiunto la vetta, mentre le spedizioni su Rupal e Diamir sono state respinte.

Il settore centro-destro della Parete Diamir. Foto: Simone Moro.
Il versante settentrionale del Nanga Parbat (Rakhiot) con la Cresta est-nord-est (via della prima ascensione del 1953), lo Sperone Nord-est e la parete nord. 1=via Buhl; 7=via dei Giapponesi; linea blu=via Unterkircher; linea gialla=Pilastro Val di Fiemme, 1988; linea blu=tentativo Gschwendt-Kulich del 2008; 10=Pilastro Nord-ovest (2009)

Note essenziali dal 2012 ad oggi (2026)
A cura della Redazione

2013
Terroristi talebani sparano e uccidono undici alpinisti inermi al campo base del versante Diamir. Tutte le spedizioni che operavano in quella zona vengono successivamente annullate. Secondo i talebani, il massacro è stato una rappresaglia per un attacco di droni statunitensi che ha ucciso un leader talebano.

2014
Gli alpinisti professionisti Simone Moro e David Göttler, come diverse spedizioni prima di loro, tentano la prima ascensione invernale della montagna. Non riescono a raggiungere la vetta.

2016
Dopo lo svolgersi di numerosi tentativi negli anni, da parte di molte spedizioni, il 26 febbraio, lo stesso Moro, il basco Alex Txikon e il pakistano Muhammad Ali Sadpara sono diventati i primi a compiere la salita invernale del Nanga Parbat. L’altoatesina Tamara Lunger, purtroppo, è stata costretta a tornare indietro poco prima della vetta.

Approssimativamente in questi anni si accentua il fenomeno della commercializzazione delle spedizioni e il Nanga Parbat non ne è esente. Sull’Everest, fu Adventure Consultants a organizzare nel 1992 la prima vera spedizione commerciale e pubblicizzata. (4).

Cresta Nord e fianco nord-nord-ovest (Diama). Linea arancio=Pilastro Val di Fiemme, 1988; linea arancio puntinata=via dei tedeschi da sud-ovest (Diama Glacier) al Diama Col; blu=tentativo Gschwendt-Kulich del 2008 e tentativo Rainer del 1991; 10=Pilastro Nord-ovest, 2009.
Il versante occidentale del Nanga Parbat (Parete Diamir). 10=tentativo Gschwendt-Kulich del 2008; 8=parete ovest della Cima Nord, via Lafaille; linea gialla=salita sovietica alla Cima Nord (1978); 2=via Kinshofer; 2d=Variante Joos-Lorethan (1982); 1 e 2a=via Buhl e Kinshofer; 2c=Variante degli Italiani (1981), oggi via normale; linea arancio=discesa dei fratelli Messner (1970); 5=via Messner Solo; 5b=Variante ungherese (1999); 11=Cresta Mazeno, 2012; 4a=via Schell; 4b=Variante Naar; Variante degli Spagnoli (1984).

2018
Due anni dopo la prima ascensione invernale, anche la prima donna ha compiuto l’impresa: la francese Élisabeth Revol e il suo compagno di scalata, il polacco Tomasz Mackiewicz, hanno raggiunto la vetta il 25 gennaio senza ossigeno supplementare né sherpa, completando l’itinerario tentato da Messner e compagni nel 2000 (la parete ovest-nord-ovest). Revol è diventata inoltre la seconda donna a salire un Ottomila in inverno.

Durante la discesa, però, Mackiewicz fu colpito da congelamenti e cecità da neve e rimase bloccato a oltre 7000 m. Revol riuscì a scendere fino a quota raggiungibile dai soccorritori. Un gruppo di alpinisti polacchi — tra cui Adam Bielecki e Denis Urubko — interruppe la propria spedizione invernale al K2 per partecipare al salvataggio. Revol fu evacuata in elicottero, mentre Tomek Mackiewicz dovette essere lasciato in quota e morì.

È uno degli episodi più importanti della storia recente del Nanga Parbat perché combina una grande realizzazione alpinistica con uno dei più spettacolari soccorsi in alta quota degli ultimi anni.

Sempre nel 2018, Marek Holeček e Tomáš Petreček tentarono di aprire una nuova via sulla gigantesca parete Rupal, in stile alpino. Non riuscirono a completarla (si fermarono a 7800 m), ma il progetto è importante perché rappresenta uno dei tentativi moderni più ambiziosi sulla parete alta circa 4600 metri. E infatti questa storia tornerà nel 2026.

Il trapezio sommitale da ovest con le variani di uscita della via Kinshofer (rosse) e della via Schell (gialle). 1 e 2a=tratto finale della via Buhl e della via Kinshofer; 2d=Variante Joos-Lorethan; 2b=Variante Bauer-Streif-Wurzer; 2g=Variante Kammerlander; 2c=Variante degli Italiani (oggi via normale); 2f=Variante Gassler; 5=via Messner Solo; 11=Cresta Mazeno (2012); 4a=via Schell; 4b=Variante Naar; 4c=Variante Koblmüller; 4d=Variante degli Spagnoli; 4e=Variante Joswig-Mezger (1990); linea gialla dalla Merkl Scharte: discesa dei fratelli Messner (1970).\
Panoramica sulla Cresta Mazeno e sulla Parete Rupal. 11=Cresta Mazeno; 4=via Schell con (sempre in giallo e a sinistra) il tentativo anglo-canadese del 1980; linea blu puntinata=discesa di Cathy O’Dowd, Lhakpa Nuru, Lhakpa Rangdu e Lhakpa Zarok (2012); linea gialla=tentativo coreano del 1990; 3=via Messner; 6=Via polacco-messicana (1985).

2019
La tragedia di Daniele Nardi e Tom Ballard è probabilmente l’evento più significativo della storia recente del Nanga Parbat. L’italiano Nardi e il britannico Ballard tentarono la salita invernale dello Sperone Mummery, sulla parete Diamir, con l’obiettivo di completare una linea estremamente difficile e mai salita fino alla vetta.

Dopo l’ultimo contatto del 24 febbraio 2019, a circa 6300 m, scomparvero. Il 4 marzo le ricerche furono sospese; pochi giorni dopo, grazie alle immagini telescopiche di Alex Txikon, furono individuate due sagome a circa 5900 m. Il 9 marzo venne confermato che erano quelle di Nardi e Ballard.

La tragedia è particolarmente significativa perché lo Sperone Mummery è una delle ultime grandi linee incompiute del Nanga Parbat, anche se era stato approssimativamente disceso dai fratelli Reinhold e Günther Messner nel 1970, durante la tragedia che costò la vita a Günther.

Boris Langenstein e Tiphaine Duperier, due alpinisti e sciatori francesi, salirono nel luglio 2019 sulla via Kinshofer, sulla parete Diamir del Nanga Parbat. Il loro progetto era molto ambizioso: raggiungere la vetta e scendere con gli sci il più integralmente possibile. Raggiunsero campo 4, a circa 7250 m, dopo una salita di circa 14 ore; il primo tentativo non andò a buon fine; durante il secondo tentativo, Duperier fu costretta a fermarsi a circa 7800 m, a causa di un problema all’orecchio (un’otite/perforazione del timpano) che le provocava problemi di equilibrio; Langenstein proseguì da solo verso la cima e arrivò effettivamente in vetta nel pomeriggio del 1° luglio. Gli ultimi metri erano rocciosi e non sciabili, perciò lasciò gli sci circa 50 metri sotto la vetta. Raggiunta la cima a piedi, tornò agli sci, li calzò intorno agli 8.070–8.080 m e iniziò la discesa, reincontrandosi con la Duperier.

Questa, pur non avendo raggiunto la cima, riuscì a sciare una parte considerevole della montagna, sfruttando numerose e importanti varianti alla via di salita di Kinshofer: secondo il resoconto dell’American Alpine Journal, la coppia realizzò quella che allora era la discesa con gli sci più alta e più completa mai effettuata sul Nanga Parbat. Ci fu però un tratto che non poterono semplicemente sciare: sotto campo 3 approfittarono di circa 100 metri di corda fissa, a causa di una fascia di ghiaccio. Quindi non fu una “discesa integrale dalla vetta al campo base” nel senso rigoroso che oggi attribuiamo a questa espressione.

Parete Rupal (sud), Pilastro Sud-est e Cresta Est-nord-est (via Buhl). 4=via Schell; 11=Cresta Mazeno; linea gialla=tentativo coreano del 1990; 3=via Messner; 9=via House-Anderson; 6=via polacco-messicana (1985) con a sinistra (in giallo) il tentativo francese del 1982; 1=via Buhl.
La cresta est-nord-est del Nanga Parbat (percorsa dalla prima ascensione del 1953) e tentativo al Rakhiot Peak. 6=via polacco-messicana (1985) con a sinistra (in giallo) il tentativo francese del 1982; 1=via Buhl; linea gialla dal basso=tentativo Herrligkoffer (1975); linea gialla da destra=tentativo giapponese del 1989.

2020
Il 2020 è un anno particolare: la pandemia di COVID-19 e le restrizioni internazionali praticamente cancellarono la stagione alpinistica pakistana. Non ci sono quindi imprese sul Nanga Parbat paragonabili a quelle del 2018-19 o agli anni successivi.

2021
Il Nanga Parbat entra nell’era dei grandi record sugli Ottomila. Non c’è una nuova prima salita di particolare rilievo sul Nanga Parbat nel 2021, ma è un anno importante nel contesto più ampio dell’alpinismo degli Ottomila: Nirmal Purja completa nel 2019 tutti i 14 Ottomila in soli 6 mesi e 6 giorni e nel 2021 diventa protagonista della prima salita invernale del K2 senza ossigeno. Il Nanga Parbat diventerà negli anni immediatamente successivi una delle montagne utilizzate nella nuova corsa ai record di velocità sui 14 Ottomila [su questo punto vedi nota (3)].

2022
Kristin Harila inserisce il Nanga Parbat nella corsa al record dei 14 × 8.000. Il 1° luglio 2022 Harila raggiunse la vetta del Nanga Parbat nel suo progetto di completare tutti i 14 ottomila nel minor tempo possibile. In quel momento aveva già raggiunto nove dei quattordici giganti. Il tentativo sarebbe poi sfociato nel record del 2023.

In quell’anno l’italiano François Cazzanelli stabilì un record di velocità. Il 4 luglio 2022 salì dalla base (4200 m) alla vetta lungo la via Kinshofer in 20 ore e 20 minuti, in una salita continua (one push), con una pausa di circa quattro ore in una tenda predisposta a campo 3. Il dato è particolarmente interessante perché batté il precedente record di Benoît Chamoux, che nel 1987 aveva impiegato circa 23 ore sulla stessa via. Cazzanelli migliorò quindi il primato di circa 2 ore e 40 minuti [su questo punto vedi nota (3)].

Durante le rotazioni di acclimatamento, Cazzanelli fece anche un’altra cosa molto interessante: insieme a Pietro Picco aprì una variante di 1400 metri all’inizio della Kinshofer, chiamata Aosta Valley Express, con sezioni di ghiaccio verticale e difficoltà fino a M6.

Tomaž Humar subito dopo il soccorso
Krzysztof Wielicki durante un tentativo invernale alla via Schell, inverno 2006-2007

2023
Nel 2023 Kristin Harila, insieme a Tenjen Lama Sherpa, completò tutti i 14 ottomila in 92 giorni, abbattendo il precedente record di Nirmal Purja di 189 giorni. Il Nanga Parbat era una delle tappe fondamentali di quella incredibile sequenza. Questo è importante perché segna il passaggio del Nanga Parbat da obiettivo alpinistico isolato a tappa della nuova generazione di spedizioni velocissime e altamente organizzate sugli Ottomila [su questo punto vedi nota (3)].

2024
Il 2024 non porta una nuova prima ascensione paragonabile a quelle del 2018 o 2025. È però un anno importante per la preparazione di alcune delle imprese successive. Il record di Cazzanelli era destinato a durare poco. Nel luglio 2024, il francese Vadim Druelle salì dal campo base alla vetta in circa 15 ore e 18 minuti, sempre senza ossigeno supplementare, strappando a Cazzanelli il record.

2025
Il 2025 è probabilmente l’anno più ricco di imprese alpinistiche sul Nanga Parbat dal 2018. Il 24 giugno David Göttler, Tiphaine Duperier e Boris Langenstein raggiungono la vetta attraverso la via Schell, sulla parete Rupal. Duperier e Langenstein effettuano poi la prima discesa con gli sci dell’intera parete Rupal, partendo dalla vetta e realizzando il loro sogno incompleto del 2019. È anche la prima discesa sciistica del Nanga Parbat direttamente dalla vetta lungo quella parete. Goettler, dopo 12 anni di tentativi, riesce finalmente a completare la via Schell. Dopo la vetta effettua una spettacolare discesa in parapendio da circa 7500-7700 m fino al campo base.

Il 10 luglio Denis Urubko e la spagnola Maria Pipi Cardell raggiungono la vetta dopo aver aperto una nuova linea sulla Parete Diamir, in stile alpino, senza corde fisse e senza assistenza di altri alpinisti. Il risultato di Cardell è particolarmente significativo: secondo l’American Alpine Club, si tratta della prima nuova via verso la vetta di un Ottomila aperta in stile alpino da una donna. La via è stata chiamata Nezabudka. Successivamente è nata una discussione sull’effettiva novità della linea rispetto a un tracciato del 2009.

La stagione 2025 ha però avuto anche una vittima: la ceca Klára Kolouchová, 46 anni, morì durante la discesa dopo una caduta.

L’imponente parete nord (Rakhiot) del Nanga Parbat
Da sinistra, Alex Txikon, Simone Moro, Muhammad Ali Sadpara e Tamara Lunger dopo la prima invernale al Nanga Parbat.

2026
E arriviamo all’evento più recente. Il 30 giugno 2026 il polacco Andrzej Bargiel raggiunge la vetta del Nanga Parbat e quindi effettua una discesa integrale con gli sci dalla vetta al campo base, lungo la via Messner Solo sulla Parete Diamir, senza ossigeno supplementare, sciando oltre 3700 metri di dislivello.

È un’impresa notevole perché Bargiel diventa il primo a realizzare una discesa continua con gli sci dalla vetta del Nanga Parbat, senza ossigeno. È anche l’ottavo Ottomila che ha sciato interamente senza O₂.

Marek Holeček e Tomáš Petreček sono tornati nel 2026 sulla Parete Rupal per tentare nuovamente l’apertura di una nuova via in puro stile alpino, dopo il tentativo del 2018. Il progetto era la prima salita di una nuova via sulla gigantesca Parete Rupal, alta circa 4600 metri, in stile alpino: niente corde fisse predisposte, niente campi attrezzati in precedenza e progressione autonoma dei due alpinisti. Era il ritorno a un progetto che avevano già tentato nel 2018, quando erano arrivati a circa 7800 m, a soli 300 m dalla vetta, prima di ritirarsi per il vento violentissimo.

Dopo l’acclimatazione sul vicino Rakhiot Peak, Holeček e Petreček sono partiti a fine luglio 2026 per una spinta unica sulla nuova linea. Hanno iniziato risalendo un canalone nevoso, poi attraversato alcune sezioni rocciose e hanno fatto il primo bivacco a circa 4600 m; il giorno successivo hanno raggiunto le prime rampe di neve e hanno quindi cercato di entrare in un couloir che avrebbe dovuto portarli verso la parte alta della parete.

Il problema è stato il pericolo oggettivo di valanghe: nel couloir le scariche di neve si susseguivano praticamente senza intervallo. Hanno quindi deciso che continuare sarebbe stato troppo rischioso e sono tornati indietro fino a un altro punto di bivacco. Poi è arrivato il caldo anomalo e la situazione è peggiorata ulteriormente. Durante la notte una pioggia di circa tre ore ha completamente bagnato la loro tenda. Holeček ha sottolineato che, a quelle quote, la temperatura era rimasta insolitamente alta, tanto che l’acqua di fusione scorreva sulla parete. Petreček ha riferito di veri e propri torrenti di acqua di fusione, accompagnati dal movimento di pietre.

Il giorno seguente le valanghe continuavano a cadere, per cui non c’erano condizioni ragionevoli per riprendere la salita. La discesa è stata tutt’altro che tranquilla. Hanno deciso di ritirarsi alle 2 di notte, prima che con il riscaldamento diurno aumentasse nuovamente il pericolo. La discesa è stata particolarmente delicata perché hanno dovuto calarsi lungo una linea diversa da quella di salita, al buio completo, su roccia molto liscia. All’alba, quando il rischio di caduta di pietre e valanghe aumentava, hanno dovuto praticamente correre lungo la parete e poi sul ghiacciaio per raggiungere una zona sicura. Fortunatamente entrambi sono arrivati illesi.

Dopo essere rientrati al campo base, Holeček aveva ancora intenzione di tentare una seconda volta. Aveva proposto di abbandonare la nuova linea appena tentata e di tornare sulla linea che lui e Petreček avevano seguito nel 2018. Quella linea parte vicino alla via Messner del 1970, poi si sposta verso una serie di speroni rocciosi; nel 2018 i due erano arrivati a circa 7800 m prima che il vento fino a circa 100 km/h li costringesse alla ritirata.

Holeček, insomma, aveva ancora voglia di giocarsi quella carta. Ma Petreček ha detto basta e il 6 agosto Petreček ha abbandonato. Dopo aver valutato rischi e condizioni, ha ritenuto che non ci fossero sufficienti elementi per giustificare un nuovo tentativo. Holeček ha raccontato di aver cercato di convincerlo a cambiare idea, senza riuscirci. Ha persino valutato la possibilità di partire da solo, ma alla fine ha rinunciato anche lui: non se l’è sentita di affrontare la montagna in solitaria.

Denis Urubko
Panoramica sul versante settentrionale del Nanga Parbat

Note
A cura della Redazione

(1) Nel luglio 2008 Simon Kehrer e Walter Nones, dopo l’incidente mortale a Karl Unterkircher, riuscirono a completare la salita della via diretta alla Parete Rakhiot e, senza raggiungere la vetta, scesero da una quota di 7000 m per la via Buhl.

(2) Nell’ultimo tentativo di prima ascensione, il 24 febbraio 2019, l’italiano Daniele Nardi e l’inglese Tom Ballard dopo aver raggiunto quota 6300 m persero la vita.

(3) Le spedizioni commerciali e la non validità dei record
Il Nanga Parbat è diventato una vera destinazione di spedizioni commerciali guidate molto più tardi rispetto all’Everest e ad altre montagne di 8000 m come il Manaslu o il Cho Oyu.
Fino agli anni ’90 le spedizioni al Nanga erano essenzialmente spedizioni nazionali o internazionali organizzate da club, federazioni o gruppi di alpinisti. Per esempio, nel 1990-91 troviamo ancora spedizioni austro-polacche e britanniche-polacche di tipo tradizionale.

Negli anni 2000 comincia a comparire con maggiore continuità il modello commerciale: clienti paganti, organizzatori locali, portatori d’alta quota, campi predisposti e assistenza logistica. È però ancora un mercato molto piccolo.

Negli anni 2010 il fenomeno si consolida. Il Nanga entra stabilmente nei cataloghi delle spedizioni commerciali agli Ottomila, soprattutto come alternativa relativamente meno affollata rispetto a Everest e K2.

Negli anni 2020 il modello commerciale è ormai pienamente affermato. Le spedizioni estive utilizzano normalmente corde fisse su tutto l’itinerario della via Kinshofer, campi preparati, portatori d’alta quota e, quasi sempre, ossigeno supplementare.

E’ evidente perciò che la riduzione della via normale al Nanga Parbat a una specie di “ferrata d’alta quota” falsa qualunque genere di record. La salita non è più nelle condizioni di una volta. Anche per coloro che scelgono la via Kinshofer come via di discesa tutto cambia: un conto è scendere dal Nanga Parbat nelle condizioni in cui lo fecero Hermann Buhl o i fratelli Messner nel 1970 (tanto per fare un esempio) e altra questione è farlo oggi sulle corde fisse, su un itinerario pistato e segnalato con bandierine e con la certezza di trovare campi più o meno preparati sul percorso.

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1 Comment

  1. says: Giorgio Daidola

    Noiosissimo polpettone stile vecchia guida telefonica. Con gravi dimenticanze. Forse mi sarò adddormentato troppe volte leggendo ma non ho letto della prima con gli sci di Kammerlander del 1990 e neppure di quella di Cala Cimenti del 2019.
    Se sbaglio chiedo scusa…non ho
    ne tempo ne voglia di rileggere una cosa del genere

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