In montagna non abbiamo bisogno di grandi numeri

Dai “turisti di montagna” con calzature e abbigliamento non adeguati “a chi acquista centinaia di euro di attrezzature che non sa nemmeno usare”. A raccontare come la montagna è cambiata a Il Dolomiti è Franco Nicolini, guida alpina e gestore del rifugio Tosa-Pedrotti: “Quando vediamo escursionisti impreparati teniamo sempre a dare loro qualche consiglio. A fine stagione però ci si stanca, perché i più, soprattutto giovani, sminuiscono i nostri discorsi o addirittura ci ridono in faccia. In quota non abbiamo bisogno di grandi numeri: abbiamo bisogno di persone che in montagna ci vanno per passione e con conoscenza”.

In montagna non abbiamo bisogno di grandi numeri
(due chiacchiere con Franco Nicolini)
di Sara De Pascal
(pubblicato su ildolomiti.it il 14 settembre 2023)

Un tempo arrivavano qui alpinisti ed escursionisti. Con l’esplosione dei social a queste due categorie se n’è aggiunta un’altra, quella dei turisti di montagna“.

Sono le parole di Franco Nicolini, gestore del rifugio Tosa-Pedrotti, che a Il Dolomiti racconta come le terre alte sono cambiate non soltanto in quanto rifugista ma anche guida alpina: “Il problema più grande sta in una narrazione completamente sbagliata: oggi i più sono convinti di essere grandi esperti solo perché hanno guardato qualche video su YouTube. La montagna, invece, è tutt’altro“.

Non mi piace fare paragoni o parlare di ‘com’era un tempo’, ma la verità è che da qualche anno a questa parte le cose sono cambiate – esordisce Nicolini – Nel giro di poco, con l’avvento di Facebook e Instagram, il panorama è mutato in maniera importante e al Tosa-Pedrotti, insieme a chi ama le terre alte e la condivisione hanno cominciato ad approdare anche turisti abituati alle comodità della città, che pretendono docce lunghe e calde a 2500 metri di quota, camere singole e cene gourmet“, fa sapere.

Ad aggiungersi alle richieste assurde è anche l’impreparazione dei molti che salgono in quota “in maniera pressapochista, fra chi non ha l’attrezzatura adeguata e viene da noi in pantaloncini corti e scarpette o ancora chi spende centinaia di euro di attrezzature che però non sa usare“.

Secondo Nicolini, a creare confusione sarebbero in particolare “quei finti influencer che raccontano i rifugi presentandoli come fossero alberghi facilmente accessibili e questo conduce i turisti a pensare di poter arrivare dappertutto e avere tutto con i soldi: in quota però i soldi hanno poco valore“.

Basta aver visto un video o un post sui social per diventare esperti di montagna, imboccando sentieri sentendosi perfetti alpinisti – fa notare il rifugista – Peccato che non funzioni così e i risultati li vediamo nelle decine di interventi di recupero di illesi del soccorso alpino“. 

Il gestore del Tosa-Pedrotti prosegue nella sua riflessione guardando anche al numero di persone sulle terre alte sempre più in crescita: “Non abbiamo bisogno di grandi numeri: abbiamo bisogno di persone che in montagna ci vanno per passione e con conoscenza perché l’esperienza in quota è fatta di nozioni che si imparano con il tempo, un po’ come a scuola e improvvisarsi non è mai una buona idea“.

Quando vediamo escursionisti impreparati teniamo sempre a dare loro qualche consiglio – conclude Nicolini – A fine stagione però ci si stanca, perché i più, soprattutto giovani, sminuiscono i nostri discorsi o addirittura ci ridono in faccia. E allora lasciamo perdere, con la speranza che prima o poi si arrivi a trasmettere messaggi più realistici della montagna e che dei social se ne inizi a fare buon uso“.

Qui al Tosa-Pedrotti cercheremo, finché ci saremo noi, di continuare a far vivere il vero spirito della vita in quota, che è essenzialità e condivisione. Non a caso, fra chiacchiere e qualche canzone, c’è anche chi ha stretto amicizia o si è innamorato“. 

Il commento
di Carlo Crovella

Questa intervista al gestore del rifugio Pedrotti (gruppo del Brenta) conferma che anche secondo un addetto del settore, gli accessi antropici in montagna sono peggiorati in termini qualitativi. Effetto social? Forse non solo, perché negli ultimi decenni hanno contribuito diverse cause. Certo è che l’effetto social è nefasto.

Interessante corollario: l’intervista conferma anche che il “vero” montanaro che lavora in quota non è interessato ai grandi numeri, ma guarda principalmente alla qualità dei frequentatori. Questa è un’indiretta risposta a chi mi obietta: “se riducessimo i flussi, come auspichi tu, come potrebbero sopravvivere quelli che lavorano in montagna?”

Chi pone questa obiezione, NON è un vero lavoratore di montagna, ma è solo uno che vuole spremere fino all’osso le montagne e poi si dedicherà ad altro. La posizione di Franco Nicolini, invece, è quella del vero montanaro, affezionato alle sue valli e all’arte in sé di andar in montagna.

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17 Comments

  1. says: Luciano Regattin

    Crovella, sei un po’ ingenuo. Fosse vero che i grandi numeri infastidiscono, ci sono in Dolomiti un sacco di rifugi poco frequentati (tranne che a ferragosto) dove andare a fare il gestore, nei quali puoi tranquillamente farti la chiacchierata con gli ospiti “veri montanari” e non con i turisti giunti lì in infradito grazie alle foto sui social. Ma credo che nessuno sia così sprovveduto da farlo. Schei sono schei, non puzzano.

  2. says: marco vegetti

    E poi, se non ci sono abbastanza numeri che fa il gestore? Ce li mette di tasca sua? Addebita alla Sezione? Con cosa paga la Sezione proprietaria? In fondo stanno aperti 3 mesi. E in quel tempo devono incassare. Altrimenti, dovrebbero cercarsi un altro lavoro e le Sezioni abbandonare i rifugi…

  3. says: Carlo Crovella

    @2 Come sempre sei un lettore superficiale e molto distratto. La tesi di fondo, espressa nell’articolo principale, è ascrivibile a Franco Nicolini, guida alpina e gestore del rifugio Tosa-Pedrotti… uno del mestiere e soprattutto uno che vive e lavora nelle “terre alte”…

  4. says: Carlo Crovella

    Il riferimento del mio intervento n. 3, è al commento n.1 (Regattin) e non n.2, anche se, per estensione, coinvolge un po’ anche quest’ultimo: anche nelle terre alte è in fase di espansione la visione per cui “non c’è bisogno di grandi numeri”… è solo quesitone di tempo e tale visione diventerà l’unica che domina le terre alte.

  5. says: marco vegetti

    Crovella, sta di fatto che se vuoi gestire un rifugio (per di più grande come Tosa/Pedrotti) devi guadagnare. Punto e basta. 120 posti! Vallo a dire tu alla SAT che se anche non si riempie va bene lo stesso…

  6. says: Carlo Crovella

    Sul punto devi chiarirti con Nicolini, non con me. Io non ho nessuna intenzione di gestire un rifugio, non sono capace e poi ho altri obiettivi, sia professionali che esistenziali.

    Curioso, invece che sia proprio il gestore di un rifugio così grande (e per giunta guida alpina a titolo personale) ad esprimere posizioni come quelle descritte nell’articolo. Non sono posizioni esclusive di Crovella, ma di un gestore e guida alpina. E’ questo rivolto che sfugge ai lettori superficiali e disattenti.

    Lassù, nelle terre alte, il vento sta dando segnali di cambiamento…

  7. says: marco vegetti

    Insomma, nel tuo commento mi pare chiaro che sei dalla sua parte e, anche qui, la meni con il tuo chiodo fisso. Resta il fatto che non rispondi alla domanda che faccio, alla quale puoi rispondere anche tu, visto che sai tutto di tutti e dei uno che guarda lontano e non un tacchino come noi poveretti. Pochi numeri, poche entrate. Ma le spese rimangono le stesse e l’affitto che il gestore paga non si abbassa. Io semplicemente ricordo che quando veniva in Sezione il gestore della Gianetti era tutta una lagna perché non aveva avuto tanta gente, le entrate erano poche e chiedeva di abbassare l’affitto….

  8. says: marco vegetti

    Non so perché ma è saltata l’ultima frase: … poi telefonavi e ti dicevano che era tutto pieno, fosse luglio o agosto…

  9. says: Carlo Crovella

    L’espressione “terre alte” non è stata coniata da me, ma di uso diffuso e ormai consolidato (da molto tempo) fra giornalisti, scrittori e commentatori di cose di montagna.. Liberi voi di NON riconoscerne la piacevolezza di tale espressone, ma libero io di considerarla azzeccata. Ma il punto su tale espressione non è incentrato sulle nostre preferenze personali, perché i commentatori della montagna che usano tale espressione mica vengono a chiederci il permesso o meno per utilizzarla.

    La domanda cardine che mi è stata posta è di risposta automatica. Per questo non ho dato risposta esplicita: anche un bambino capisce “al volo” come dovrebbe evolversi la situazione. Non c’è bisogno di descriverla. Visto che certi bambini non ci arrivano da soli, ora traccio sinteticamente le possibili linee evolutivi.

    Ci saranno meno turisti e quindi meno utilizzatori di rifugi. Per la legge della domanda e dell’offerta, nel medio termine tutto il sistema abbasserà i livelli economici, sia lato incassi che lato costi. Per abbassare i costi, se ne andranno tutte quelle cazzate che oggi impreziosiscono i rifugi: lo chef stellati, il wifi gratuito, le docce calde, l’apericena, le conferenze serali…

    Anche le Sezioni dopo un po’ non potranno che far scendere i loro canoni di affitto. Se non abbasseranno i canoni, di fronte a incassi prospettici in calo da parte dei potenziali gestori, troveranno deserte le gare d’appalto (quelle di assegnazione della gestione dei rifugi) e quindi, in alternativa, non potranno che chiudere i rifugi. (Rifugio chiuso = totale azzeramento dei costi per la sezione a fronte di incassi zero. Dal punto di vista finanziario della sezione, meglio così che incassare una cifra “bassa” e avere costi – es lavori di manutenzione straordinaria – in capo alla sezione proprietaria. Quest’ultima ipotesi corrisponde ad un saldo finanziario negativo, ovvero una perdita per la sezione. Invece il rifugio chiuso ha, salvo particolari eccezioni, salso finanziario zero).

    E io personalmente preferisco un rifugio CHIUSO piuttosto che un rifugio alla Briatore, cioè stile consumistico, con docce calde, sauna e apericena con cubiste.

    Che succederà ai potenziali fruitori dei rifugi che, in prospettiva, saranno chiusi? Che chi, OGGI, ci va perché c’è la doccia calda, la sauna, lo chef stellato, non ci andrà più e si rivolgerà ad altro tipo di vacanza (mare, laghi, viaggi). Per cui ce li togliamo da “cabasisi”, come dirette Montalbano.

    Invece chi si appoggia ai rifugi in un’ottica “alpinistica” genuina, cioè come location di pernottamento per fare una ascensione il giorno dopo, o si attrezzerà per bivaccare all’aperto o sfrutterà in autogestione il locale invernale incostudito, là dove il fabbricato del rifugio chiuso lo prevede.

    #PIU’ MONTAGNAPER POCHI.

    E’ concetto che, come da presa di posizione di Nicolini in questo articolo, inizia a essere RICHIESTO anche dagli addetti ai lavori. Fatevene una ragione.

  10. says: marco vegetti

    E’ incredibile come accentri tutto su di te: chi ha scritto che sei stato tu a inventare “terre alte”? Comunque sia, non puoi generalizzare. Il Pedrotti è posto nel cuore del Brenta, crocevia delle Bocchette, frequentate da persone da tutto il mondo. E chi fa nel mondo la pubblicità alle Bocchette? Gli Enti turistici del Trentino, la SAT, i Rifugi nei loro siti trilingue. Quindi, il buon Nicolini fa sorridere avendo preso in gestione un rifugio enorme e in quel posto. Visto che frequenti tanto le montagne, dovresti ben sapere che gli invernali hanno pochi posti, figurarci se basterebbero per il Brenta… Campeggiare non dappertutto è lecito e, dalla ma esperienza, i campeggiatori sono peggio dei “rifugisti tutti i comfort”: pisciatoi e cagatoi all’aperto, rifiuti, ecc. ecc. (esperienza personale vista all’attacco della normale al Gran Paradiso)… E vedo che la battuta offensiva, malcelata, non ti manca mai… Anche un bambino… Sei davvero pieno di te, egocentrico, spocchioso, arrogante, presuntuoso.

  11. says: marco vegetti

    Carlo Crovella caro, toh, il Pedrotti offre la doccia calda… ha il wifi, chiuso solo a cena… Ma come?!

  12. says: marco vegetti

    A proposito di montagne: “Il tutto inserito in una sorta di nuova retorica che ha coniato un termine tanto alla moda quanto a ben vedere piuttosto vuoto come quello di “Terre Alte”: possiamo chiamarle montagne senza che questo venga percepito come “vecchio”? L’impressione è che – spesso – trovare una nuova etichetta basti di per sé a generare un cambiamento.” Da un post sul GognaBlog. Comunque terre alte è un termine usato molto in ambito CAI, che starebbe a pennello con la citazione riportata prima… 😀

  13. says: Carlo Crovella

    Locali invernalo hanno pochi posti????? Ma va? Per fortuna che me lo insegni tu…

    E’ musica per le mie orecchie!

    Meglio avere i rifugi chiusi che avere i rifugi-hotel a 5 stelle.

    Se i rifugi sono chiusi, a disposizione dei “veri” alpinisti (quelli genuini che vanno su per fare gite, non per mangiare bene o divertirsi la sera…) ci sono solo i locali invernali (e non dappertutto…).

    Pochi posti nei colani invernali? MEGLIO: significa pochi alpinisti in giro!

    # PIU’ MONTAGNA PER POCHI

  14. says: marco vegetti

    Ok, in Brenta vorrebbe dire fine del turismo escursionistico/alpinistico internazionale, fine di tutti i rifugi, fine degli incassi per rifugisti e sezioni, fine della manutenzione continua delle ferrate, ecc. ecc. Come è facile trovare queste soluzioni dal divanetto caldo del caffè sabaudo, neanche pensando minimamente a chi comunque di quel turismo vive… Dopodiché chiudiamo con il lucchetto le città d’arte, le spiagge di due terzi della penisola, blocchiamo e frontiere con l’estero e creiamole tra le regioni, sia mai che un milanese vuol visitare Volterra!

  15. says: Carlo Crovella

    Guarda che il tema “lucchetto qui e là” è proprio quello che sta già capitando… a prescindere dal CAI, dalla montagna, dalla volontà del singolo. E’ inevitabile, l’ho già speigato mille volte, il tutto è “agli atti”, come si dice in gergo burocratico.

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