Investire per “valorizzare” la montagna?

di Emi Sanna
(pubblicato su camoscibianchi.wordpress.com il 17 dicembre 2022)
Foto di Emi Sanna

Nel silenzio di un giorno appena nato salgo da sola su una delle vette del gruppo del Velino. Nulla di eroico, nulla di adrenalinico, di spettacolare. O meglio, spettacolare è il bosco di faggi ormai scarni che ho appena attraversato, è la salita sulla prima neve, il rumore dei ramponi che rompono la leggera crosta che si è formata nella notte, il vento in cresta e le nuvole in lontananza. Il brutto tempo verrà, ma più tardi, sulla via del rientro. Per questo la scelta di oggi, dopo il confronto con le varie previsioni meteo. Per questo la partenza all’alba. Per questo la decisione di essere sola, più veloce, più leggera. Mi chiedo cosa ci sia da valorizzare. Me lo chiedo e mi fa paura. Conscia di stare per fare un ragionamento elitario, poco corretto, sicuramente egoista e decisamente asociale, non posso fare a meno di pensare che la montagna meno viene valorizzata, pubblicizzata, aperta, fatta conoscere, meglio è.

L’ho notato subito dopo le aperture post pandemia quando frotte di persone si sono riversate sui sentieri, pretendendo di salire con le runner cittadine, affollando i boschi di sguaiate risate, di voci chiassose, con gli smartphone sempre accesi, per documentare ogni cresta, ogni panorama, ogni salita. La montagna per tutti che è diventata proprietà di due categorie.

I primi sono quelli delle prestazioni. Montanari certo, anche esperti, fisicamente invincibili. Quelli che se non fanno 2000 metri di dislivello, per 10 ore, collezionando 10 vette, non sono felici. Ma soprattutto che appena fatto devono comunicarlo al mondo. Ne parlano orgogliosi sui social, postando foto dove le condizioni meteo sono le più impervie, usando solo superlativi scritti rigorosamente in maiuscolo, ti narrano delle loro “imprese” ogni volta che li incroci in un rifugio, sono tutti GRANDISSIMI, UNICI, ESPERTISSIMI. A sentirli sembrerebbe che Messner, Barmasse, Moro siano loro pari e ti raccontano della salita al Pellecchia come se ti parlassero della nord dell’Eiger in inverno. Più che la montagna per loro conta “l’impresa”, le loro foto non parlano di bellezza ma di loro stessi che affrontano una ferrata, un passaggio esposto o che salgono tronfi sulla croce di vetta.

I secondi sono quelli della montagna che va di moda. Con la complicità del Covid hanno scoperto che oltre al mare esistono anche delle protuberanze verticali che offrono spunti di condivisione molto più spettacolari. In fondo sono parenti dei primi, ma non hanno l’esperienza, né lo spirito di sacrificio. Non si parte mai prima delle 10, non si studia il percorso (tanto c’è la traccia sul telefonino), non ci si preoccupa di abbigliamento o materiali. Andrebbe anche bene se si accontentassero di restare a fondo valle, ma no, non esiste. Non hanno mai messo un paio di scarponi e vogliono subito fare la ferrata, raggiungere la vetta più alta, la cresta più esposta. Possibilmente senza faticare troppo, possibilmente senza tanto dislivello, possibilmente con il sole pieno, senza freddo, ma anche senza caldo, con zaini leggeri, e se c’è una seggiovia o un fuoristrada che li porta vicini alla meta è anche meglio. Quello che conta naturalmente sono le foto. Ogni scorcio viene immortalato, ogni fiore, ogni sasso, ogni sosta. I loro occhi sono costantemente dietro un telefonino, perché non conta fare una cosa, ma condividerla. Complici le centinaia di associazioni che nascono come funghi, non guide alpine, non accompagnatori di media montagna, ma semplici escursionisti con un po’ di esperienza in più che, dopo aver fatto un corso di pochi mesi (durante la pandemia addirittura online), sono diventati AIGAE e che ogni fine settimana portano i neofiti a spasso per monti.

“Investire per valorizzare la montagna”. E immagino seggiovie e funivie che li portano in alto. Immagino rifugi simili a ristoranti stellati. Immagino gruppi numerosi e rumorosi che ciabattano con le racchette da neve dove non ce ne è alcun bisogno, ma se scrivi “ciaspolata” sulla locandina l’adesione è sicura.

Sono sulla cresta adesso. Solo due escursionisti in basso nel vallone che si accingono a salire. La neve è buona anche se non troppo consolidata. Forse si poteva fare a meno anche dei ramponi. Non scatto nessuna foto, non serve, è una salita fatta più volte e ormai le nuvole sono scese a coprire tutto. Neanche un panorama da immortalare. Lasciatela così la montagna. A “we few, we happy few, we band of brothers”, piace così. E non ditelo troppo in giro.

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