Il grande narratore del Novecento che ha messo in scena l’inconsistenza dell’io, l’ambiguità della realtà e il peso delle maschere che tutti indossiamo.
La maschera per vivere
(come ci ha insegnato Luigi Pirandello)
di Antonella Lattanzi
(pubblicato su corriere.it il 14 aprile 2026)
Luigi Pirandello. Solo a nominarlo ci si spalanca un mondo. Luigi Pirandello è lo scrittore italiano del ‘900 più famoso nel mondo, insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1934, pochi anni prima della sua morte. Dal suo nome derivano alcuni termini, per esempio pirandelliano, per indicare un avvenimento o una situazione particolari, in qualche modo imperscrutabili. È colui che incarna meglio di tutti la crisi del Novecento, la relatività, la solitudine dell’essere umano. È in particolare il teatro a rivelare l’innovatività e la grandezza di Pirandello e a renderlo famoso in tutto il mondo. Ancora oggi i suoi drammi teatrali vengono rappresentati in ogni dove.
La formazione culturale
Luigi Pirandello nasce ad Agrigento nella seconda metà dell’Ottocento, in una piccola contrada di campagna di nome Cavùsu, che in dialetto vuol dire Caos. È lui stesso a dire: «Io sono figlio del caos, e non allegoricamente, ma in giusta realtà». Suo padre è un uomo ricco che ha investito capitali importanti in una miniera di zolfo e la sua famiglia è patriottica e antiborbonica. Pirandello cresce in Sicilia e assorbe la cultura e il folklore popolari: questo sostrato di misticismo influenza la sua formazione e condizionerà il suo modo di vedere la realtà, che per lui sfugge sempre a qualsiasi definizione e ha sempre dei lati nascosti.
«Io sono figlio del caos, e non allegoricamente, ma in giusta realtà».
È però un uomo profondamente calato nella cultura del 900, il secolo in cui Freud partorisce la parola inconscio, inconscio che fa parte, che permea tutta la scrittura e la visione del mondo del nostro autore. Luigi Pirandello pratica quasi tutti i generi letterari: scrive novelle da giovanissimo fino a pochi giorni prima di morire (collezionate in Novelle per un anno), romanzi, saggi, opere teatrali.
Uno dei più importanti saggi di Pirandello, del primissimo novecento, è L’umorismo, che racconta la sua visione della vita e della letteratura. Esempio classico è la differenza tra comico e umorismo. Se vediamo una signora anziana imbellettata come una giovane a primo acchito ci fa ridere, è comica (si chiama avvertimento del contrario), ma se ci fermiamo un attimo a riflettere, e capiamo che lo fa per non affrontare la vecchiaia – e dunque la realtà – ci colpisce nel profondo: cambia il sentimento. Avvertiamo che la realtà è il contrario di quello che ci era sembrata, o di quello che dovrebbe essere: nasce l’umorismo, che è il sentimento del contrario, capace di mettere in luce la fragilità e le debolezze dell’essere umano, il contrasto tra realtà e apparenza.
L’umorismo è una sorta di tunnel che conduce a un tentativo di comprensione dell’essere umano. Secondo Pirandello l’uomo del 900 vive una crisi di identità che è sia storica sia connaturata all’uomo. Siamo tutti maschere, indossiamo tutti una maschera per vivere. C’è un forte contrasto tra la maschera che indossiamo – l’apparenza – e la realtà, l’identità, che però sfuggono.
“Siamo tutti maschere, indossiamo tutti una maschera per vivere. C’è un forte contrasto tra la maschera che indossiamo – l’apparenza – e la realtà, l’identità, che però sfuggono“.
L’evento che gli cambia la vita
Quando Pirandello si è ormai laureato – ha studiato a Roma e a Bonn –, è sposato e vive a Roma succede un evento che gli cambia la vita. La cava di zolfo in cui suo padre e lui stesso avevano investito tutti i loro averi (anche la dote della moglie) subisce una frana e un allagamento. Perdono tutto. La moglie non regge alla crisi, manifesterà una forma di malattia mentale che crescerà e la accompagnerà, purtroppo, per tutta la vita (tanto che nel 1919 verrà internata in una clinica psichiatrica, da cui non uscirà più).
È in questo contesto che Pirandello inizia a interessarsi anche alla follia, e scrive il suo primo grande successo editoriale: Il fu Mattia Pascal (più amato dal pubblico che dalla critica). Mattia Pascal vive una quotidianità orribile e – crede – eterna, ma un giorno, in seguito a una grossa vincita e alla sua presunta morte, coglie al balzo l’opportunità di costruirsi una nuova vita. Cambia città, si innamora, vuole sposarsi. Ma senza documenti non può fare nulla. Si accorge che anche questa vita è una nuova prigione, che anche qui indossa una maschera. Quando decide di tornare alla sua normalità, la trova trasfigurata, non c’è più posto per lui: non gli rimane che vivere nell’ombra e portare dei fiori alla sua tomba.
La maschera e l’identità
Sei personaggi in cerca d’autore, del 1921, la più famosa delle opere teatrali di Pirandello, esplora ancora una volta la maschera e l’identità. Alla prima, il 9 maggio, al Teatro Valle a Roma, Pirandello era lì con sua figlia. Quando stavano per entrare in sala, lo scrittore fu accolto da un applauso. Ma disse alla figlia: «Vedrai che non sarà più così quando la rappresentazione finirà». Sei personaggi in cerca d’autore racconta di sei personaggi, appunto – un nucleo familiare – che irrompono sulla scena di un teatro dove altri attori stanno provando un’altra opera di Pirandello, Il giuoco delle parti. Sono personaggi creati da un autore ma poi rifiutati, in cerca di un capocomico (ma non siamo tutti in cerca di un capocomico che ci dica cosa fare, che sia il nostro deus ex machina?). Il dramma, come aveva previsto l’autore, fu non solo fischiato ma in molti gli gridarono «Manicomio!», augurandoglielo. Si rischiò perfino lo scontro fisico. L’opera distruggeva tutti gli stilemi del suo tempo, la quarta parete, come la chiama Pirandello – cioè la distanza tra dramma in scena e spettatore, tra apparenza e realtà -, ed è un’opera di metateatro – cioè, un’opera di teatro sul teatro – che riflette sull’arte, il ruolo dell’autore e la realtà. Ma esiste la realtà? Esiste la verità?
“Quando stavano per entrare in sala, lo scrittore fu accolto da un applauso. Ma disse alla figlia: «Vedrai che non sarà più così quando la rappresentazione finir໓.
Dopo questa prima devastante, lo spettacolo fu acclamato in tutto il mondo. E lo è ancora. L’ultimo romanzo di Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila, incarna al meglio il racconto della maschera che ognuno di noi indossa, i ruoli che non ci rendiamo neanche conto di interpretare. Non siamo integri, siamo spezzettati, siamo tutti e siamo nessuno. Ma, appunto, non sappiamo di vivere in una maschera, di vivere una realtà irreale. Navighiamo a vista, spesso calati nell’inconsapevolezza. Ma siamo esseri in crisi, per contesto storico e per indole umana. A volte, però, qualcuno di noi ha delle epifanie. In Uno nessuno e centomila si racconta di Vitangelo Moscarda, un uomo che un giorno si sveglia e a cui la moglie dice che il suo naso pende verso destra. Ma come? Vitangelo non ha mai notato questo piccolo dettaglio, non può essere vero, non è così, non è mai stato così. Qual è la realtà? Questa domanda innesca una sorta di domino che distrugge la vita di Vitangelo, il personaggio più complesso, più consapevole della poetica pirandelliana (Pirandello diceva che Uno, nessuno e centomila era il compimento della sua produzione passata e l’origine di quella futura). Se Vitangelo si percepisce uno, ma centomila persone lo percepiscono come centomila Vitangelo diversi, allora qual è la realtà? Forse che non siamo nessuno. Questo è anche un romanzo sull’incomunicabilità, su una strenua, disperata ricerca della verità che però è impossibile da trovare.
L’arte è l’unica capace di raccontare l’io frammentato, l’unica capace di metterlo in scena, ma non può fornire risposte, soluzioni, rassicurazioni: solo domande. Ma non sono proprio le domande ciò che chiediamo agli artisti? La verità. Cos’è la verità. La incarna e lo dice uno dei personaggi di Così è se vi pare: «Per me io sono colei che mi si crede».

