Quale sviluppo futuro per la montagna?

di Giuseppe Cutano
(pubblicato su geomagazine.it il 16 luglio 2022)

“Siamo un Paese di montagne che crede di essere fatto solo di città e spiagge” così lo scrittore Stefano Ardito identifica la montagna italiana. Montagna che si sviluppa da nord a sud con le due note catene montuose: Alpi e Appennini. Catene che superano entrambe i 1.000 km di estensione e che sono lo scheletro e il cuore della nostra Penisola.

Spesso della montagna ce ne accorgiamo solo quando inghiotte vite, come per il caso del crollo del ghiacciaio della Marmolada, per altri eventi naturali catastrofici oppure in qualche vecchio cinepanettone che narrava le vacanze sulle neve, probabilmente poco sostenibili, dei ridenti anni ’80 e ’90. 

Il borgo abbandonato e fantasma di Roghudi in Aspromonte. Foto: Calabria Greca.

Spopolamento e cambiamenti climatici
Che i nostri borghi di montagna siano in spopolamento non è una novità. Lo sono da tempi immemori quelli dell’Appennino meridionale, lo sono da tempo quelli dell’Appennino centrale e settentrionale e lo sono ormai anche quelli sulle Alpi. Oggi, anche alcune località alpine più blasonate, continuano a perdere residenti. I decessi degli anziani superano di gran lunga le poche nascite. Vivere in montagna non è facile e con la riduzione dei servizi pubblici a livello nazionale i primi a risentirne le conseguenze sono i piccoli comuni. Difficile fermare questa emorragia se non si interviene con un piano per la montagna. La montagna sta diventando un divertimentificio per turisti, dove però in pochi vogliono abitarci tutto l’anno. 

In tanti provano però a salvare la montagna e le idee e le proposte sono molteplici I modelli proposti sono tuttavia a volte ben poco sostenibili e spesso si ispirano ad esempi di sviluppo della montagna del dopoguerra che, nella maggior parte dei casi, hanno deturpato o meglio stuprato la montagna. Condomini e palazzoni, quasi a voler portare le città ai piedi della montagna, edilizia fuori controllo e speculazioni che hanno creato colate di cemento un po’ ovunque. Queste scelte hanno portato benessere? Sul breve termine può darsi, ma sul lungo termine ne siamo proprio sicuri?

Il quadro della montagna oggi è un contesto fragile e delicato e non è adatto alla cementificazione senza controllo. I cambiamenti climatici modificano gli equilibri che si erano creati da secoli e questi squilibri portano a conseguenze drammatiche. Lo vediamo ormai quotidianamente. Gli inverni sono sempre più scarsi di precipitazioni e l’aumento delle temperature sta alzando fortemente il limite della neve a quote elevate. Con queste condizioni al contorno possiamo ancora portare avanti proposte che vivono di logiche a breve termine? Magari a termine di mandato politico?

Modelli sostenibili?
Facciamo una carrellata di alcuni esempi che possiamo trovare sui giornali. Partiamo dall’Appennino meridionale. Siamo in Calabria sulle Serre. Il Comune di Capistrano, piccolo borgo in provincia di Vibo Valentia, ha in progetto una nuova pista da sci da 1 km con 8 cannoni sparaneve e un impianto a fune. Peccato che il nuovo “comprensorio” si trovi a circa 1.000 metri. Nonostante questo il progetto è stato inserito dal Ministero per il Sud fra quelli a “priorità alta”. Per lo meno il progetto ricade fuori da aree protette, ma la Calabria non avrebbe altre peculiarità montane da sfruttare e piuttosto 3 Parchi Nazionali da valorizzare? 

Saliamo in centro Italia e troviamo il progetto TMS che prevede il potenziamento della stazione sciistica del Terminillo nel Lazio, in provincia di Rieti. Il progetto, molto corposo punta a creare un polo sciistico importante alle porte di Roma rivedendo l’attuale stazione sciistica. Numerose nuove piste e impianti di risalita, così come la riorganizzazione di quelli esistenti e la dismissione di quelli obsoleti. Un lungo braccio di ferro fra proponenti del progetto e associazioni ambientaliste, fra cui il CAI, si è concluso con un ricorso al TAR che lo stesso tribunale ha respinto. Per ora tutto in sospeso, nonostante i pareri positivi della valutazione impatto ambientale della Regione Lazio. Il Lazio ha bisogno di questo tipo di comprensorio?

La struttura a stella in progetto in Valle d’Aosta a 2700 m. Foto: La Stampa.

Saliamo sulle Alpi e anche qui troviamo diversi progetti in corso. Andiamo ad esempio in Valle d’Aosta dove un lungo dibattito pone il tema di realizzare il più grande comprensorio sciistico d’Europa. Realizzando una funivia all’interno del vallone Cime Bianche, in Valle d’Ayas, si collegherebbero in in unico comprensorio gli impianti piemontesi di Alagna, Gressoney, Champoluc,  Cervinia e Zermatt in Svizzera totalizzando ben 580 km di piste. Questo collegamento in progetto si trova però all’interno di una area protetta della Rete Natura 2000. Il dibattito è forte ai piedi del Monte Bianco e spacca in due l’opinione pubblica. Segnaliamo anche il progetto del rifacimento degli impianti di Pila, la località sciistica della città di Aosta. La riqualificazione necessaria degli impianti prevede però anche la realizzazione di un grande ristorante a 2.700 metri in parte all’interno di una aree protetta e anche qui, come nel caso del Terminillo, ha ricevuto parere positivo dalla Regione. E’ davvero necessario un grande ristorante lassù dove un tempo c’erano baite in pietra per i pascoli più in quota?

Chiappera, Valle Maira. Foto: Piemonte Italia.

Altre idee per la montagna
Andiamo a vedere invece altri modelli di turismo o proposte per rendere la montagna meno omologata a divertimentificio. Prendiamo il caso della Valle Maira in Piemonte. Una valle del cuneese affetta come gran parti della valli montane da spopolamento, una valle che si era spopolata già negli anni ’50 e che dunque non era stata interessata dalle speculazioni del boom edilizio dei decenni successivi. A fine anni ’90 qualcuno ha pensato che quella montagna che era rimasta autentica e abbandonata poteva essere un atout per il turismo sostenibile. Oggi la Valle Maira è un riferimento di turismo “slow” a livello europeo, tanto che la maggior parte dei turisti viene dall’estero. Il recupero dei borghi, i progetti di sostenibilità non hanno snaturato l’autenticità di questa parte di Alpi, lasciando alla natura il protagonismo. Gli stessi abitanti ,che sono ritornati per investire in questo progetto di lungo respiro, non tornerebbero indietro ad inseguire chimere di progresso e sviluppo ad ogni costo.

Poi ci sono anche semplici proposte, che non comportano investimenti, ma che per la loro simbolicità possono avere una forte presa culturale. La montagna, ma in generale il nostro ambiente, possono cambiare se anche noi cambiamo di passo e ci rendiamo conto che stiamo distruggendo un pianeta. Il progetto della “Montagna Sacra nel Gran Paradiso“, di cui abbiamo parlato tempo fa, è un progetto che per la sua simbologia vuole porre simbolicamente un freno a questo sviluppo sfrenato. L’idea è semplice e cioè decidere di lasciare una vetta alla natura e quindi non violarla più. Ovviamente senza mettere cancelli o catene, ma solo auspicando che l’uomo si ponga dei limiti e che lasci spazi alla natura. Purtroppo però, certe idee troppo avanguardiste, vengono o classificate da alcuni amministratori come “ridicole” o meglio vengono snobbate completamente, anche da coloro che la montagna dovrebbero proteggerla, etichettandole come “ambientalismo da salotto”. Certo non potrà essere la “Montagna Sacra” a risolvere i problemi della montagna, ma può essere l’inizio di un cambio di rotta, proprio dove la natura è fortunatamente protetta da 100 anni (quest’anno ricorre il centenario del Parco Nazionale Gran Paradiso).

I ragazzi di Arquata Potest ai piedi dei Sibillini. Foto: Ohga.

Scendiamo in Appennino, nel cratere sismico, dove i terremoti del 2016 e 2017 hanno distrutto purtroppo intere borgate di montagna. Siamo fra il Parco Nazionale dei Monti Sibillini e il Parco Nazionale dei Monti della Laga e Gran Sasso. Qui la montagna va ricostruita e ripensata da zero e nella tragedia della situazione si presenta però una opportunità unica di ricostruire con modelli nuovi. Arquata del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno, è uno dei comuni più colpiti e qui l’amministrazione sta pensando a ricostruire i borghi arquatani in maniera green. Di certo non è facile, ma ci sono esempi virtuosi di associazioni che possono supportare questi modelli ed è il caso dei ragazzi di “Arquata Potest” che, in queste che loro chiamano le “terre mutate”, stanno ritracciando sentieri e promuovendo la montagna in chiave sostenibile per un turismo montano del futuro diverso. 

La montagna dopo la pandemia
La montagna, dopo questa pandemia che ha stravolto alcuni dogmi che sembravano intoccabili, può giocare una partita importante. La possibilità di molti di lavorare in smartworking e quindi delocalizzarsi è una occasione unica per attirare persone e famiglie che decidono di tornare a vivere una vita più a contatto con la natura. Sempre da queste pagine avevamo fatto una proposta sul recupero dei borghi grazie a questo nuovo modo di lavorare. Una opportunità che può portare ad una riduzione dello spopolamento portando nuove persone e facendo sì che chi già ci abita può investire e rimanere. Di certo la digitalizzazione è alla base di questo cambio di paradigma. Inoltre l’ingente quantità di denaro proveniente dal PNRR, se speso bene, può rendere la montagna moderna e vivibile senza snaturarla. Sono necessari però amministratori illuminati, supportati da cittadini e associazioni che vogliono davvero creare un nuovo modello di vita sostenibile. 

Logo apparso su FB durante la pandemia.

Riflessioni sul futuro
Concludiamo con alcune riflessioni. Nel nostro Paese, così variegato e con i nostri borghi montani, abbiamo a disposizione diversi modelli di sviluppo a cui ci si può ispirare. Fra questi modelli ci sono però quelli probabilmente sorpassati che magari hanno anche funzionato in passato, ma che alla luce dei cambiamenti climatici, non sono più sostenibili né per l’ambiente, ma nemmeno per coloro che devono investire. Ci sono invece idee nuove, che di certo richiedono un maggiore sforzo, ma che magari non inseguono lo sviluppo sfrenato che non guarda in faccia nessuno e che può portare benessere sul lungo periodo. Benessere di cui potranno giovare anche le future generazioni. 

Durante le chiusure degli impianti sciistici per la pandemia i profili social di tante persone che vivono o amano la montagna si sono riempiti di foto-profilo con scritto “la montagna merita rispetto”. Concetto sacrosanto, ma siamo davvero sicuri di farlo davvero e di volerlo davvero tutti? A voi le riflessioni.

Concludiamo con un video che ho registrato qualche anno fa durante un piacevole colloquio con Luca Mercalli ai piedi del Gran Paradiso. Oggi più che allora queste parole devono farci riflettere su cosa vuole essere la montagna da grande.

Fonti consultate: i Calabresi, MountainWilderness, Il Messaggero, Valle d’Aosta Glocal, Notizia Oggi, Valori, Valle Maira, Arquata Potest

Giuseppe Cutano – Ingegnere Ambientale, laureato presso il Politecnico di Torino, si è specializzato in difesa del suolo. Oggi si occupa di progettazione di impianti ad energia rinnovabile e di sviluppo sostenibile della montagna, con focus sulla mobilità elettrica. Volontario di Protezione Civile, ama la natura, ma anche i social media e la fotografia. Per compensare la formazione scientifica coltiva lo studio della storia e delle scienze politiche.Contatti: giuseppe.cutano@geomagazine.it; IG: @latitude_45

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