La montagna del richiamo
di Bruno Telleschi
Con Il richiamo della montagna Matteo Righetto pubblica un manifesto filosofico per proporre una visione spirituale della montagna e abbandonare ogni forma di sfruttamento materiale. La montagna cui Righetto richiama il lettore significa la bellezza della natura: «Una volta gli uomini vivevano con la Montagna, con la natura… rispettavano… la sacralità, la maestosità dell’Alpe» (Matteo Righetto, Il richiamo della montagna, Milano, Feltrinelli, 2025, p.37). Il rispetto e la sacralità della montagna impongono una rivoluzione culturale, una conversione antropologica che possa ristabilire il primato della vita selvatica e naturale sulla vita domestica e artificiale. Soltanto nella sacralità e nella vitalità della natura gli uomini possono ritrovare la pienezza della felicità spirituale e il coraggio di rifiutare il benessere della società materiale. «Non si tratta di essere primitivisti e utopisti, né nomadi, ma… riscoprire l’anima e lo spirito presenti nelle piccole cose, fare umili esercizi di educazione selvatica… Mettiamoci in cammino… su un sentiero più filosofico e lirico anziché oeconomicus e antropocentrico. Saliamo in Montagna, ascoltiamo la voce. Immergiamoci nello yūgen… i giapponesi definiscono il sentimento profondo, ineffabile che esiste dietro al di là delle cose. La meraviglia del piccolo particolare che restituisce il senso dell’intera esistenza… una profonda dialettica tra esseri umani e natura in uno stato di rispetto ed equilibrio… con umiltà affidando alla natura la cura della nostra anima… I nostri padri spirituali: poeti, filosofi e scrittori ecologisti» (Il richiamo 101).
All’homo oeconomicus e all’homo faber, che nelle cose vede gli oggetti da costruire e vendere, Righetto oppone l’homo aestheticus, che nelle cose vede la bellezza. All’homo sapiens che vuole conoscere, Righetto oppone l’homo aestheticus, che preferisce contemplare la bellezza, e dunque alla scienza oppone la poesia: «Sono moltissime le cose che si sanno della Marmolada e del suo ghiacciaio» (Il richiamo 17), perché una montagna può essere oggetto di studi accurati per opera di scienziati di vario genere «glaciologi, geografi, geologi» (Il richiamo 17-18). Ma l’essenza della montagna non è semplicemente una montagna da conoscere, bensì un luogo da vivere, un luogo dell’anima, un luogo che si presenta intero di fronte ai sentimenti degli uomini. Alla scienza dell’homo sapiens, che vuole conoscere la differenza tra le cose, Righetto oppone la poesia dell’homo aestheticus, che esprime la bellezza delle cose. Il poeta non va in montagna per classificare i fiori o gli animali, come non va sulla riva del mare per contare i granelli della sabbia o il numero dei pesci in acqua. Il poeta va in montagna per tornare a casa, nella casa del nostro santuario per ascoltare «la voce unica e incantata della physis» (Il richiamo 104). Qual è la montagna del richiamo? Si tratta della voce della montagna, la voce della vocazione spirituale che richiama gli uomini alla contemplazione della natura. Come in Heidegger, gli alpinisti escono dal rifugio nonostante la nebbia per rispondere al richiamo della montagna: «Qualcuno lascia, mentre il tempo è incerto, un rifugio alpino per scalare, magari da solo, la cima di una montagna. Ben presto si perde nella nebbia che è scesa improvvisa. Quell’uomo non ha idea di ciò che vuol dire muoversi in alta montagna. Non sa quali doti siano necessarie e quindi non sa che cosa bisogna saper fare e saper dominare» (Martin Heidegger, Che cosa significa pensare? (1954), Prefazione di Gianni Vattimo, Milano, Sugarco, 1996, pp.250-1).
Che cosa significa pensare? Si chiede Heidegger, ma soprattutto che cosa significa andare in montagna? Nel primo caso Heidegger conclude una riflessione ontologica sul senso dell’essere perché pensare vuol dire essere richiamati dal pensiero a riflettere sull’essenza delle cose, sentire la vocazione della verità. Nel secondo aspetto apre una prospettiva estetica, s’interroga sul senso della bellezza: nonostante la nebbia qualcuno è chiamato in montagna dalla voce della bellezza. Tra il senso della montagna e la competenza tecnica Heidegger sceglie il senso della montagna, l’esperienza che consente agli uomini di salire in montagna per contemplare la bellezza nonostante la nebbia, la fatica e il vento, «un ripido cammino nel vento crescente!» (Martin Heidegger, Quaderni neri 1931-1938 (Riflessioni II-VI) (2014), a cura di Peter Trawny, traduzione di Alessandra Iadicicco, Milano, Bompiani, 2015, p.55).
Che cosa significa, dunque, andare in montagna, nella montagna della natura? Che cosa significa camminare? Alla domanda sui modi di intendere montagna, Righetto risponde con il cammino, in aperta polemica con l’alpinismo eroico e sportivo, contro il turismo di massa e la devastazione della montagna che se ne frega dell’ambiente ma preferisce i soldi (Il richiamo 64-5 «Schei! Piste da sci! Elicotteri e aerei dapartutto! Vacanze dall’altra parte del mondo, hostia! Chi se ne ciàva dell’ambiente? Cossa zea ’sta ecologia? Cori, va’ là!»). Il catalogo delle attività tossiche in montagna sarebbe lungo, sostiene Righetto, a cominciare dallo sci alpino in pista e dalle Olimpiadi invernali per finire «alle auto e le motociclette… le e-bikes… i droni» (Il richiamo 72). Nell’epoca «turbo-edonistica» dell’Antropocene (Il richiamo 47) il turismo è diventato «ultracircolazione scalmanata, mobilità delirante e forsennata… pornoturismo» (Il richiamo 76) e la montagna un «narcisistico egodromo» (Il richiamo 79) per esibire le prestazioni dell’individualismo e dell’egoismo in competizione con gli altri uomini. Soltanto il cammino può ristabilire il senso e la vocazione della bellezza: per ritrovare sé stessi bisogna ritrovare un rapporto contemplativo con la natura che soltanto il cammino può garantire.
Le brillanti invenzioni linguistiche di Righetto descrivono le devastazioni in montagna, «un vero e proprio Alpicidio» (Il richiamo 73) che alla serenità e alla felicità della montagna sostituisce «lo sport edonistico, del divertimento e della natura intesa esclusivamente come playground. Siamo sempre lì, nel nostro motto olimpico novecentesco: “più veloce, più alto più forte”, mentre dovremmo al contrario lasciarci ispirare dai valori opposti, come diceva Alex Langer: più lento, più profondo, più gentile. Oppure ispirarci al concetto giapponese del Wabi-Sabi, ossia la ricerca di un benessere incentrato sull’imperfezione delle cose, sulla loro caducità, una filosofia che trova nella bellezza delle cose umili e incompiute il segreto della felicità, rigettando le lusinghe e le illusioni occidentali che ci esortano diabolicamente alla ricerca della perfezione per mezzo di una competizione sfiancante a tutti costi, verso tutto e verso tutti» (Il richiamo 95). Come la filosofia giapponese, come Heidegger, come Langer allo sport dell’alpinismo esteriore, Righetto oppone l’alpinismo del cammino interiore. Come Tina, che «fece dieci passi in salita verso il Pore e scomparve nella foresta i cui abeti erano illuminati dai colori caldi del vespro» (Matteo Righetto, Il sentiero selvatico(2024), Milano, Feltrinelli, 2025, p.229). Tina o Katharina Thaler, la protagonista del Sentiero selvatico, dopo aver sognato per anni di vivere in montagna finalmente scompare tra gli alberi per immergersi nella natura. Da bambina «aveva cominciato a fantasticare con l’idea che avrebbe potuto vivere come la vecchia del suo sogno, in un tabié nel bosco» (Il sentiero 198) e finalmente risponde alla voce che «l’aveva chiamata dal mondo selvatico del Pore» (Il sentiero 213). Anche Tina non cerca la scienza, ma insegue la bellezza come le aveva consigliato una vecchia contadina: «Varda de ester sàve, no sta a zercé i savé. L savé l è i present, l ester sàve l è l passà e l davignì» (Il sentiero 193: «Cerca la saggezza, non la conoscenza. La conoscenza è il presente, la saggezza è il passato e il futuro»).
Nel Richiamo della montagna (2025) Righetto ripete in forma ideologica la tesi che nel Sentiero selvatico (2024) esprime in forma narrativa. Il richiamo della montagna raccoglie in sintesi e riassume anche Il sentiero selvatico dove la giovane Tina e la vecchia contadina anticipano in forma metaforica il modello del montanaro ideale in simbiosi con la natura. Per questo, nell’invenzione narrativa del romanzo, Tina sembra una strega nei pregiudizi della gente che non comprende la novità della sua scelta esistenziale: il sentiero selvatico che Tina percorre fra le sue montagne rappresenta il sentiero che ogni uomo dovrebbe compiere verso una nuova vita. Il sentiero selvatico e la strega diventano una metafora dell’estasi e della vita autentica che Tina oppone ai pregiudizi e agli egoismi del paese. Alla banalità della vita quotidiana Tina preferisce la solitudine e la libertà del bosco e della montagna: «Intorno a lei si stavano risvegliando i suoni del bosco. Ebbe un brivido, ma non di freddo… Si sentiva già meglio… La foresta era incantevole. Si sentì parte di essa, come se fosse un albero, un animale, oppure una roccia, o ancora il muschio sul terreno. O tutto questo insieme… Si alzò e cominciò a camminare lentamene… Era bello stare nel bosco, lontana da tutto e da tutti… Star lì e basta, insieme alle altre creature. Di tutte le stagioni, l’autunno era quella che le piaceva di più. Certo, l’estate coi suoi colori e le sue luci, i tramonti lunghi e il caldo sulla pelle brunita era meravigliosa, così come la neve in inverno e la fioritura della primavera con il risveglio della natura. Ma l’autunno era la stagione più magica, quella in cui ogni cosa sembrava dipinta d’oro e arancio dalle mani invisibili dei salvàns. Durante l’estate di San Martino, nelle sue lunghe e fresche giornate di bel tempo, la luce aveva qualcosa di speciale, riverberava dai boschi, si rifletteva sule pareti dolomitiche con uno splendore regale. Tutto in autunno era avvolto e ammantato da un incantesimo che rendeva la montagna una fiaba: i tramonti, i boschi variopinti, la limpidezza dell’aria la quiete degli animali» (Il sentiero selvatico 61-2).
Come sostiene Franco Arminio, ci sono paesi invisibili che gli uomini ottenebrati dal materialismo del benessere non vedono, paesi dove la natura è un luogo dell’anima per coltivare la felicità: «A Novidio piove spesso. Le anime escono a prendere la pioggia lasciando i corpi a casa. Le gocce di pioggia quando prendono un’anima fanno un piccolo salto, un salto di gioia» (Franco Arminio, Caraluce. Atlante dei paesi invisibili, Milano, Rizzoli, 2025, p. 64). Nei paesi ci sono ancora vecchie donne come Tina che vivono l’intimità con la natura e insegnano a tutti il fascino della contemplazione: «Una donna anziana è l’ultima abitante del paese. Nelle sere di giugno arriva fino al fiume e poi torna a casa. Non sente più il passare degli anni. Sente solo il passare del fiume» (Caraluce 172).


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Heidegger ci propone l’idea di “vita autentica”: ma come si svolge una vita autentica? L’idea è indubbiamente suggestiva perché si staglia sullo sfondo delle nostre vite, mediamente stressatissime e percepite come inautentiche, e non come vorremmo che fossero.
Pero, confrontato con un malessere esistenziale generico, il concetto di autentico è vuoto, o meglio , è vagamente descrittivo. L’idealizzazione della montagna appartiene a questa vaghezza, né fa una sorta di mondo arcadico in un trionfo di sospiri.
Ancora, è pur vero che Heidegger parla di “sentiero nel bosco” di “radura”; che nella sua filosofia troviamo una critica alla razionalità che ha configurato l’occidente da Platone in avanti; però, farne un pensatore di cose montane e un po come fare di Gesù un sommelier.
Scusa Guido, ma Guido Dalla Casa sei tu?
Un sommelier sarebbe troppo irriverente, però considera che Gesù amava la buona compagnia e la buona tavola: ai digiuni del deserto preferí le nozze di Cana.
A Ratman: Si, sono io. Cordialità.
Occidente e la colpa.
È curioso come una modalità tipicamente religiosa della esperienza sia traslocata dal rapporto con la trascendenza al rapporto con la storia.
Sentirsi in colpa per essere occidentali è lo spirito dei tempi: è come se la sostanza giudaica e cristiana che ci ha cresciuti e nutriti, insieme a quella ellenistica, fosse evaporata lasciando però solo il suo vuoto, vuoto che tendiamo a riempire con altri fantasmi.
Orfani di ogni messianesimo, non solo religioso, ma anche politico – e il marxismo apparteneva a questa specie – brancoliamo nella vaghezza.
Condivido il senso del vuoto, nel senso della vanitas cristiana, ma non ho soluzioni né mi sento in colpa. Cambiare la storia è un’impresa che trascende la storia.
Sull’occidente una considerazione sul link di Guido.
Come fai giustamente notare forse non ci sono altre religioni il cui fondatore eponimo trasformi l’acqua in vino, una bevanda utile alla vita in una utile alla gioia segnalallndo così che le due cose si compenetrano indissolubilmente.
Ed è la gioia di esistere, che aveva rapito lo stesso Heidegger – per rimanere in tema – e spinto a questa profonda riflessione sull’essere; gioia di esistere che sembra sparita in questa perenne capezza nichilista.