La Scarpetta di Granito

La Scarpetta di Granito
di Alex Panvini Rosati (15 febbraio 2026)

Nel lontano Regno dei Fanes, tra montagne che al tramonto si accendevano di rosa, viveva Curling, la più silenziosa tra le dame del ghiaccio.
Per tre anni e undici mesi restava nell’ombra, mentre i fratellastri — lo sci alpino e lo snowboard — danzavano sulle piste tra fanfare, medaglie e brindisi sotto le stelle.
Il loro regno era il fragore, la velocità, la luce abbagliante.

Curling, invece, abitava nei palazzi di ghiaccio. Il freddo era il suo sole, il silenzio la sua voce.
Lì custodiva le sue amate stones.
Non semplici “pentole”, come qualcuno le chiamava con scherno, ma dischi perfetti di granito antico, nati dal cuore della terra in un’isola lontana. Lisce come specchi di laghi d’inverno, pesanti e vive, con il ventre appena arcuato per sfiorare il ghiaccio senza ferirlo.

Il manico — rosso come un rubino o giallo come il primo sole — splendeva discreto, simile a una piccola corona.
Ogni stone aveva un carattere: alcune decise e diritte, altre timide, altre ancora capricciose e inclini alla curva.

Quando partivano dalle mani di Curling, non correvano.
Scivolavano con grazia, tracciando archi lenti e perfetti, come inchini davanti a un trono invisibile.

Poi giunse l’anno del grande ballo: le gare di Cortina.
Il Re dei Fanes, stanco del clamore delle piste, entrò nel Palazzo del ghiaccio quasi per caso, in una sera di neve fitta.
Silenzio.

Una stone fu liberata dalla mano di Curling.
Le scope sussurrarono leggere, accarezzando il ghiaccio per guidarne il destino.
La pietra ruotò lenta sotto le luci dell’arena e si fermò esattamente al centro del cerchio silenzioso, come se il ghiaccio l’avesse riconosciuta e accolta nella sua casa.
Il Re trattenne il respiro.

In quel gesto vide forza e misura, pazienza e intelligenza.
Vide una bellezza che non aveva bisogno di gridare.

Quando la gara finì e la folla si disperse, una stone rimase sola sul ghiaccio, immobile al centro del bersaglio. Lucida, perfetta, silenziosa.
Il Re la raccolse con rispetto.
«Questa», disse piano, «è la scarpetta che cercavo.»

Non era di cristallo, ma di granito.
Non fragile, ma fedele.
Non fatta per brillare una sola notte, ma per scivolare con grazia stagione dopo stagione.

Da quel giorno Curling non fu più nascosta tra le ombre del ghiaccio.
Chi aveva visto la sua scarpetta di granito sapeva riconoscere la vera nobiltà del silenzio.

E ancora oggi, quando una stone si ferma esattamente al centro, nel respiro sospeso dell’arena, si racconta che il Re dei Fanes sorrida — e che il ghiaccio, per un istante, ricordi quella notte.

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1 Comment

  1. says: Maria Pia Miglio

    Un breve testo dolce e poetico.
    In tanto clamore se ne sentiva la nancanza

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