Mettiamoci una croce

Queste esperienze profondissime, che Cognetti ha sintetizzato magistralmente, appartengono all’uomo che deve ancora nascere. Non importa a quale fede apparterrà. Rispettiamo il passato, ma lasciamo aperta una porticina al domani, affinché altri, dopo di noi, possano avere una chance di provare il contatto con il creato libero da simboli. Un dono di libertà e per la libertà.

Mettiamoci una croce
di Paolo Cognetti
(pubblicato su settimananews.it l’11 agosto 2023 e su camoscibianchi.wordpress.com il 15 novembre 2023)

Quando vado in montagna cerco, più di tutto, di entrare in contatto con la terra non toccata dall’uomo. Questa è la vera esperienza spirituale a cui la montagna ci permette di accedere.

In altri luoghi del mondo puoi sperimentarla: nel deserto, nella foresta, sull’oceano o nei grandi spazi selvaggi; in Italia invece tutto è antropizzato, il nostro è un paesaggio profondamente caratterizzato dall’intervento umano; solo in alta montagna puoi vedere la terra come Dio o la Natura l’hanno creata o formata.

Il versante est della Cima della Crocetta visto dal Lago della Fertà, sullo spartiacque Val Grande di Lanzo – Valle Orco, nelle Alpi Graie Meridionali.

Quel luogo per me è come un Tempio. Ed è un tempio anche nella Bibbia, visto che è lì – e non negli edifici costruiti dall’uomo – che i profeti entrano in contatto con Dio.

Sono andato a controllare l’edizione inglese e ho trovato che nella Bibbia di Re Giacomo quel che noi traduciamo come «deserto» è wilderness, cioè lo spazio selvaggio. È nella wilderness, ad esempio, che Gesù si ritira a meditare e a digiunare prima di partire per la sua predicazione.

Detto questo, spero mi capirai se ti rispondo che a me le croci di vetta danno piuttosto fastidio. Dopo tante ore di cammino arrivo in cima a una montagna e penso: «Ecco, anche qui l’uomo ha voluto lasciare un segno di sé». La croce è un manufatto, un simbolo culturale. Non è certo la croce a farmi vivere l’esperienza spirituale: è la montagna stessa.

Insomma, fosse per me le toglierei volentieri, tutte. Così come le bandiere, le fortificazioni militari, le targhe e tanti altri segni dell’uomo di cui la montagna è purtroppo piena. Ma poi rispetto le altre culture, comprese quelle del passato, e penso che quelle croci appartengano al loro tempo, a un tempo con una cultura diversa dalla nostra. Le rispetto ma non ne vorrei di nuove.

Spero che anche il cristiano più devoto, come il buddhista e il musulmano, riescano a provare quello che provo io quando arrivo su una vetta dove non c’è nulla, niente tranne la montagna, naturalmente. E nessuno oltre a me. Dio è nel vento, nelle nuvole, nelle rocce, nella neve, nello scorrere dei torrenti e nel volo degli uccelli.

Se vogliamo ringraziarlo, invece di innalzare simboli, proteggiamo il suo creato.

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7 Comments

  1. says: bruno telleschi

    Mettiamoci una croce?
    Anche Mosè, uno dei primi alpinisti della storia, saliva in cima alle montagne per contemplare l’infinito, però lo chiamava Dio. Infatti Dio non è sempre lo stesso: il dio del cristiani non è il dio dei mussulmani o il dio degli ebrei, sebbene ci sia tra loro qualche analogia. Né la croce rappresenta lo stesso dio: tra il dio dei crociati e il dio di san Franesco c’è molta differenza. Anche la croce in vetta può essere differente: se vuole ricordare la bellezza e l’infinito della natura assolve una funzione educativa. Altrimenti può essere rimossa se predica l’intolleranza.

  2. says: Carlo Crovella

    Confermo la mia posizione sul tema “croci di vetta”, posizione che è simile a quella che ho su altri manufatti, specie rifugi e bivacchi, di stanza da tempo immemore (immemore in termini relativi con la storia dell’alpinismo…). Ovvero: teniamo quello che c’è, a prescindere dal valore “sacro” del singolo simbolo, e invece non mettiamo più nulla di nuovo, di nessun tipo e con nessuna valenza. C’è troppa presenza umana sulle montagne e occorre non appesantirla ulteriormente. Io ne faccio più una questione “ambientalista” che di rispetto o di contrapposizione delle altre culture e delle altre religione. Infatti se vado in un paese con altra cultura/religione (esempio paesi islamici) io rispetto i loro simboli e mai chiederei a quelle popolazioni di togliere i loro simboli per rispetto a me che non la penso come loro. quindi il tema non è questo qui, perché ognuno, a casa propria, ha diritto a esprimere la propria scala di valori (di cui i simboli sono manifestazioni esterne). Tuttavia i manufatti umani sulle nostre montagne sono ormai troppi e da qualche parte dobbiamo iniziare a impedire la posa di nuovi. Se non iniziamo a impedire la posa di nuovi simboli di vetta (seppur “piccoli” come un semplice croce), non arriveremo mai a ottenere la non costruzione degli impianti del vallone delle Cime Bianche a altre cose del genere… Queste ultime sono le vere battaglie ambientaliste, ma per arrivare a vincere sui quei fronti, occorre iniziare dal piccolo.

  3. says: marco vegetti

    A Cognetti vorrei dire che la wilderness, vista da Gesù Cristo, al 90% era sì deserto: non è che ci fosse molto altro dalle parti della Galilea… A tutt’oggi, nel pur turisticizzato Sinai, la parte preponderante e wilderness è deserto…
    Per il resto, per me le croci sono una imposizione di chi ha fede (non quella vera, perché a quella non servono simboli esposti) e vuole imporre la propria visione agli altri. Purtroppo, le croci sono sempre più grandi, da richiedere un elicottero, in acciaio inossidabile con piedistallo di cemento, a volte pure illuminate di notte. Fede? Ma per amor di … Dio! Non tiratela in ballo! (e studiatevi la storia di quelle croci, che fino agli anni ’20 de Novecento non stavano sulle vette, ma al limitar dei pascoli a difendere greggi mandrie e abitati. Poi venne un Papa, Leone XIII, che volle mettere un segno su 19 vette per ricordare i 1900 anni passati dal Cristo (sacro ardore di un omaggio a Dio) e, secondo qualche studioso, come risposta alla società laica che aveva espresso il CAI e che veniva dall’illuminismo e dal razionalismo e che di fatto egemonizzava le vette stesse. Massimo sfregio e santa provocazione, venne posta una croce anche sul Monviso, la montagna “del CAI”…

  4. says: Giovanni Franceschi

    Essere poveri: non avere niente per poter godere di tutto.
    Le cose più belle me le porto nel cuore, e sono troppo grandi e troppo belle perché possa farle mie materialmente.
    Essere in un prato pieno di fiori e non coglierne neanche uno: stare a guardare. Non c’è confronto tra il piacere di vederne qualcuno appassire in un vasetto, lontano dal luogo dove è spuntato, e la gioia di quel guardare, lasciando che entri quella bellezza e rimanga.

  5. says: McEnzo

    Ogni tanto tocca alle croci di vetta, ogni tanto ai chiodi a pressione, agli spit!
    Ogni tanto agli orsi, poi alle bici elettriche, alle ferrate, ai trial, alle corse in montagna, poi alle schialpinistiche.
    Ogni tanto alle funivie, ai rifugi in quota, ai droni!
    Poi ci sta l elicottero, le strade in montagna, le piste illuminate, i cani nei rifugi, le croci nelle aule scolastiche, i concerti in montagna………… E chissà quante altre cose che mi sono sfuggite.
    Non può essere tutto da scartare!

  6. says: Grazia

    Rispetto alle croci la penso come Paolo. Per di più sono oggetti come tutti gli, caricati di ogni emozione possibile: possono esprimere rabbia, amore, o qualunque altro sentimento.

    Penso anche che Dio sia uno solo e che sia l’insieme di tutti gli esseri viventi, ad essere diversi sono quelli che vogliono definirlo a tutti i costi.

    Mi piacerebbe che gli umani potessero fare qualche passo indietro, esprimendo con semplicità le proprie passioni.
    Magari le croci che ci sono lasciamole, ma non aggiungiamo null’altro.

  7. says: Ratman

    Essere “letterati” gioca brutti scherzi; ma ancora più brutti se il caso ha voluto che il furor di popolo ti abbia innalzato a profeta o guru. E’ indubbiamente il caso di Cognetti, che, in questo per fortuna breve articoletto, arruffa una sequela di banalità suggestive ed evocative, nutritimento per anime preformate all’accoglienza dell’ovvio e pertanto molto confortate da queste parole.
    Ma già nell’introduzione che rimanda a questo articolo troviamo come preludio l’inquadramento di questo testo: “esperienze che appartengono all’uomo che deve ancora nascere”. Insomma un nietzschianesimo in sordina che denuncia, se mai c’è ne fosse ancora bisogno, un elitarismo un poco fanatico. Un superomismo pizza e fichi di chi culla in cuor suo il desiderio di entrare in contatto con una terra non toccata dall’uomo.
    Certo, il tutto è una fantasticheria letteraria, il lavoro dovuto ad un editore pagante: sbarcamento del lunario. Già, perche non fosse così sorge la domanda: chi ti credi di essere?

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