Miniere nei Parchi

Godere della biodiversità naturale che, nel silenzio dell’abbandono dei siti estrattivi, è col tempo rifiorita, rispolverare le storie di minatori e imprenditori che hanno contribuito allo sviluppo di una civiltà: i motivi per tornare dove un tempo risuonavano picconi e perforatrici sono più di uno.

Miniere nei Parchi
(un patrimonio da riscoprire)
di Elisa Rollino
(pubblicato su piemonteparchi.it il 27 aprile 2022)

“Tenete un approccio rispettoso, analogo a quello che potreste avere entrando in una grande cattedrale, in un museo, dove è custodito qualcosa di importante” questo è l’invito con cui le guide introducevano i turisti all’interno delle ex miniere d’oro delle Ferriere nell’Appennino Piemontese. Ciò che custodiscono questi luoghi va oltre l’habitat di animali a rischio di estinzione, che ripopolano le gallerie come se fossero grotte naturali. I siti conservano la memoria di chi ha contribuito a un settore produttivo un tempo fiorente. Il rispetto verso le storie dei minatori che quotidianamente mettevano a rischio la propria vita inoltrandosi nei cunicoli, è un aspetto che nelle Alpi Cozie conosce bene chi sale ai circa 2700 m del Colle del Beth. Tanto è già stato raccontato, infatti, delle vicende che hanno segnato quel luogo, ma nel 2019 è affiorato un nuovo filone di storie. Intanto in Valle Antrona il progetto di fruizione turistica della miniera del Taglione sta per venire alla luce, aggiungendosi agli itinerari, già esistenti nei Parchi Piemontesi, in grado di far emergere come la montagna, e le attività estrattive ospitate, abbiano contribuito allo sviluppo della civiltà. L’appuntamento è per questa estate.

Visita della miniera del Taglione in Valle Antrona. Foto: A. Giovanella.

La miniera del Taglione apre al pubblico per riscoprire un patrimonio di vita
L’apertura al pubblico della miniera del Taglione in Valle Antrona è prevista per l’estate 2022 e rappresenta un tassello della promozione turistica del patrimonio geominerario. La riqualificazione e il lancio del sito fanno parte del progetto ‘Mineralp: promozione del patrimonio geologico e naturalistico tra Italia e Svizzera’, finanziato dal Programma di Cooperazione Interreg V-A Italia Svizzera 2014-2020, di cui l’ente di gestione delle aree protette dell’Ossola è partner assieme alla Regione Autonoma Valle d’Aosta, associazione Acqua Fregia, Parco Naturale Mont Avic, Unione Montana dei Comuni della Valsesia, Società di mutuo soccorso fra gli operai di Brosso, Graniti e Marmi di Baveno s.r.l. e Landschaftspark Binntal.

Con questo intervento l’obiettivo nelle aree protette dell’Ossola è recuperare la conoscenza del patrimonio minerario custodito dal territorio, promuovendo la consapevolezza di come l’attività estrattiva lo abbia modellato, e su questo fondare una proposta di fruizione turistica.

“Mantenere vivo il ricordo in modo da tenere ben ferme le radici nel passato, guardando contemporaneamente al futuro andando alla scoperta di un patrimonio di vita, storie e tradizioni che non deve essere perduto” così il Parco descrive le ragioni del recupero della miniera.

L’attività estrattiva dell’oro in Valle Antrona ha origini antichissime e lo sfruttamento divenne industriale nel 1800, secolo in cui vennero creati i villaggi minatori. Nel 1940 si esaurì l’attività estrattiva.

Miniera del Taglione in Valle Antrona. Foto: A. Giovanella.

“A 880 m, vicino a Locasca e all’abitato Pra Bernardo, la miniera del Taglione è solo una delle tante presenti nell’area mineraria auro-argentifera che ha rivestito una notevole importanza per il territorio della Valle Antrona” spiegano dal parco. Solo a questa è stata però accordata l’autorizzazione di ‘concessione mineraria ad uso valorizzazione turistico e culturale da parte della Regione Piemonte’. “Si ricorda infatti che l’uso turistico dei siti minerari è normato in Piemonte dalla legge 23/2017, art. 34 e l’accesso non autorizzato ai siti minerari è vietato” sottolinea l’ente.

I lavori di riqualificazione del sito, in modo da renderlo fruibile ai visitatori, hanno comportato la sistemazione del fondo, l’inserimento di griglie, di impianti di sicurezza e di illuminazione. Tra le attività previste per la valorizzazione della storia mineraria del posto, ma in fase di realizzazione, c’è invece l’allestimento di un centro visita museale nel Comune di Antrona Schieranco.

In attesa dell’apertura al pubblico, le regole da seguire per visitare la miniera sono già chiare: “La fruizione avverrà tramite l’accompagnamento di guide appositamente formate – spiegano dal Parco – Doteremo i fruitori di caschetto con illuminazione e mantellina. Le visite saranno effettuate senza l’accensione degli impianti di illuminazione che sono comunque presenti e immediatamente attivabili in casco di necessità“.

Sulle ricadute turistiche dell’apertura della miniera nell’ente non ci sono dubbi: “Siamo sicuri che i visitatori saranno colpiti dal fascino della visita di un sito minerario che però mantiene il rispetto per tutte le persone che nel corso degli anni hanno lavorato e compiuto sforzi in questi siti estrattivi. Nel corso di questi anni siamo venuti a conoscenza di storie di minatori che permetteranno ad ognuno di capire la fatica, gli sforzi e i sacrifici che si trovavano ad affrontare“.

Miniere del Beth. Foto: Domenico Rosselli.

Oltre la tragedia, l’avventura di un imprenditore
Delle condizioni drammatiche del lavoro nelle miniere si è fatto testimone il Parco della Val Troncea, oggi nell’ente di gestione dei Parchi delle Alpi Cozie, che, nel 2004, celebrò il centenario della tragedia del 19 aprile 1904 delle miniere del Beth, con un seminario di studio, una mostra, e promuovendo la realizzazione del libro ‘Pragelato, il Beth e le sue miniere ad un secolo dalla grande valanga’. Il volume ricostruisce il contesto, storico, naturalistico, sociale ed economico in cui si è svolta la più grande sciagura mineraria registrata in Italia. Tra il 2011 e il 2013, poi, il Parco recuperò, in località Clot des Touches, la Fonderia La Tuccia, dove veniva immagazzinato e sottoposto a un prima lavorazione il materiale minerario. Il luogo fu utilizzato anche come obitorio per i corpi dei minatori dissepolti dalla valanga del 1904 e, oggi, un percorso permette di visitare in sicurezza i fabbricati.

Tanto è stato ricostruito della tragedia che costò la vita a 81 minatori, e del lavoro sfiancante, dei pericoli, della vita difficile nei baraccamenti in quota, poco si è invece narrato delle imprese che si sono succedute nella gestione del sito minerario ai 2785 m del Colle de Beth. È stata Graziella Giani, pronipote dell’imprenditore che dal 1863 tentò di sfruttare economicamente il filone di calcopirite, ad aver riscoperto il memoriale del bisnonno che ha ispirato il film del 2019: ‘Le miniere del Beth. Sulle orme di Pietro Giani’. Gli scritti del cavaliere Giani, oggi conservati all’Archivio di Stato di Torino, testimoniano gli entusiasmi e le frustrazioni dell’impresa mineraria che la pellicola narra tra il documentario e la fiction. Tutto è partito da un attenta trascrizione delle memorie del bisnonno, realizzata da Graziella Giani una quindicina di anni fa, a cui è seguito un incontro con il Parco da cui è nata la volontà del figlio, Fabio Solimini Giani, di girare e autoprodurre il film.

Pietro Giani costruì i primi baraccamenti in quota e la strada carrettabile che collega Clot des Touches al Colle del Beth: sei chilometri, per 1000 metri di dislivello, destinata al trasporto del minerale ed oggi meta degli escursionisti. “Ognuno dentro la propria gerla, io e mio fratello raggiungevamo La Tuccia, a bordo di un somarello da cui si faceva accompagnare mio padre durante le sue passeggiate verso il Beth” racconta la pronipote. Oggi ottantottenne, Graziella Giani dichiara di essere cresciuta a ‘latte e miniere’ perché le avventure minerarie del bisnonno sul Colle del Beth, sono state protagoniste di innumerevoli racconti che si facevano in famiglia.

Oggi queste storie sono contenute nel film di Fabio Solimini Giani, scritto assieme a Domenico Rosselli, guardaparco del Parco Alpi Cozie, girato in quattro anni con riprese in alta quota e nelle gallerie in cui lavoravano i minatori e che non sono visitabili dai turisti. “Vivendo e lavorando a Roma, il film è il frutto delle mie incursioni in Val Troncea. Spesso organizzate all’ultimo, il fine settimana, grazie al supporto di Domenico” racconta il regista. Le riprese tra la neve, in mezzo ai larici, dentro la gallerie, testimoniano la bellezza della valle seguendo le quattro stagioni. L’utilizzo del drone, il time-lapse del cielo stellato, le riprese all’alba dopo la notte in bivacco, riproducono il fascino del luogo, che fa da cornice agli agli interventi di esperti e amministratori locali che impreziosiscono la narrazione delle vicende di Pietro Giani.

Miniere del Beth. Foto: Domenico Rosselli.

Da luoghi di lavoro a rifugi silenziosi
Dove il Rhinolophus hipposideros dorme con le ali raccolte, gli artigli saldamente agganciati alla roccia, un tempo risuonavano i colpi di mazze e picconi, baluginava il chiarore le lampade ad acetilene. Oggi il chirottero, ignaro del pericolo di estinzione per la sua famiglia, sancito dalla Iucn (Unione internazionale per la conservazione della natura), trova riparo nelle ex miniere d’oro delle Ferriere, nell’area dei laghi della Lavagnina, come se fossero delle grotte naturali. Ed è in buona compagnia: assieme a lui altre famiglie di pipistrelli, crostacei, aracnidi, molluschi e anfibi, si sono appropriati di quello che nell’Ottocento era un luogo di lavoro, in cui i minatori trascorrevano buona parte della loro giornata estraendo le rocce che contenevano oro.

Nelle due miniere – M1 e M13 – gestite dalle Aree protette dell’Appennino piemontese nell’area delle Ferriere, la presenza umana, seppure discreta, è però ritornata nel 2019. Ma il Rhinolophus hipposideros non è stato disturbato da altro che la luce rossa delle pile frontali, posizionate sui caschi dei visitatori di tutte le età che, a partire dal mese di giugno, hanno potuto inoltrarsi nel buio pieno di vita, guidati da accompagnatori specializzati. Ora è tutto fermo a causa della peste suina africana che ha colpito i cinghiali selvatici dell’area, ma al Parco c’è voglia di ripartire con le visite guidate.

“Al momento abbiamo pubblicato un bando per accompagnatori che seguiranno poi un corso specifico. Ciò in cui speriamo è un allargamento delle maglie delle limitazioni alla fruizione a causa della peste suina, affinché possano riprendere le escursioni guidate” afferma per il Parco, Lorenzo Vay.

La pandemia di Covid prima, e la peste suina dopo, hanno compromesso la ripresa delle viste nelle due miniere, regolata dall’area protetta: “C’è un regolamento preciso che prevede la fruizione solo dal 15 aprile al 15 ottobre di ogni anno, previa prenotazione e con posti contingentati – aggiunge    –. L’accompagnamento è obbligatorio e l’accesso consentito solo con pila frontale a luce rossa, al fine di provocare il minor danno possibile agli animali”.

Ciò che spinge a ripartire è l’interesse dei visitatori, manifestato nei mesi in cui M1 e M13 sono state visitabili, come racconta Vay: “Ci ha fatto piacere vedere che la popolazione locale ha accolto con favore la possibilità di visitare le miniere. Molti, pur vivendo qui, infatti, non le conoscevano: sono da troppo tempo in disuso e spesso poco visibili perché nascoste dalla vegetazione”. Le gallerie da cui nell’Ottocento uscivano sui binari i carichi di materiale minerario oggi, infatti, sfuggono allo sguardo di chi non conosce a fondo il luogo ma sono la testimonianza di un passato in cui era intensa l’attività di minatori e cercatori di miniere in Piemonte.

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