Gli incontri organizzati da Patagonia a Milano e Cortina accendono il dibattito sul futuro dei territori alpini: tra cambiamento climatico, infrastrutture mancate e visioni che faticano a incontrarsi.
di Sara Canali

“Quali futuri per le nostre montagne?” è la domanda che ha animato i due incontri organizzati da Patagonia il 16 e 17 ottobre, rispettivamente a Milano e a Cortina, per discutere sfide e opportunità della montagna contemporanea in vista delle Olimpiadi invernali 2026. Outdoor Magazine ha partecipato all’appuntamento meneghino, ospitato da Combo in Ripa di Porta Ticinese e moderato da Duccio Facchini, giornalista e direttore della rivista indipendente Altreconomia. Tra gli ospiti: Giorgia Garancini, coordinatrice di Protect Our Winters Italia; Grammenos Mastrojeni, segretario generale aggiunto dell’Unione per il Mediterraneo e docente specializzato in ambiente e geostrategia; e Tommaso Goisis, esperto di politiche urbane e attivismo sociale.
L’impatto ambientale e sociale sulle Comunità di montagna
Tra i temi più urgenti è emerso quello del crescente afflusso turistico in alta quota e del parallelo spopolamento delle valli. “Le montagne sono uno degli ecosistemi più esposti ai cambiamenti climatici e condividono con le dune il fatto che, quando i parametri superano un limite, il sistema non riesce più a mantenere la sua struttura originaria: collassa o si trasforma in qualcos’altro”, spiega Mastrojeni. Spesso, però, si dimentica che la fusione dei ghiacciai non riguarda solo l’ambiente o la biodiversità, ma è strettamente connessa alla vita delle persone. “In montagna ci sono comunità il cui lavoro è profondamente legato al territorio, non solo per l’agricoltura, ma anche per il turismo che ha grande valore economico e per la produzione di energia. Se alcune condizioni vengono a mancare, queste persone sono costrette a lasciare le proprie case, con un impatto significativo sulle valli”.Negli ultimi anni si è avvertita una crescente pressione per contrastare lo spopolamento, e sempre più politiche cercano di prevenire questa migrazione interna. “Le comunità montane sono molto frammentate, ma se consideriamo tutti i Paesi del bacino mediterraneo, possiamo stimare circa 900 milioni di persone che potrebbero migrare dalle terre alte. Se pensiamo agli arrivi di milioni di siriani che hanno messo in crisi l’accordo di Schengen, possiamo capire come nuove ondate migratorie possano rappresentare una minaccia reale per la stabilità della regione”. Non solo: le comunità di pianura dipendono dall’acqua che arriva dai ghiacciai e, allo stesso tempo, subiscono gli effetti dell’innalzamento dei mari, che causa la salinizzazione delle falde e dei delta fluviali. Sempre più persone rischiano quindi di avere accesso a sempre meno acqua. “Dobbiamo allargare lo sguardo anche oltre il bacino mediterraneo”, aggiunge Mastrojeni, “e guardare a una delle zone più critiche: i ghiacciai dell’Himalaya. Da quelle acque dipende la sopravvivenza di milioni di persone in Paesi come India, Pakistan, Cina e Russia, tutte potenze nucleari che potrebbero vedere questa risorsa come motivo di conflitto”. Secondo Mastrojeni, in Europa tendiamo a considerare la fusione dei ghiacciai come un problema estetico, senza renderci pienamente conto del suo forte impatto sociale, economico e culturale.

Parla Tommaso Goisis, attivista dell’associazione Sai che Puoi
“In generale, i grandi eventi possono essere dei catalizzatori di cambiamento positivo nei territori che li ospitano. Dovrebbero essere occasioni per lasciare un’eredità concreta: migliorare le infrastrutture, ripensare la mobilità, restituire spazi più vivibili ai cittadini”. Goisis cita l’esempio dei Giochi di Parigi 2024, quando la città ha sfruttato l’evento sportivo per accelerare la rete ciclabile e rendere balneabile la Senna, grazie a un investimento oneroso ma necessario. “La balneabilità è un tema che si intreccia con il cambiamento climatico e con la qualità dell’ambiente urbano: riportare i cittadini in contatto con i propri spazi naturali è un segnale fortissimo”. Il confronto con Milano-Cortina 2026, però, evidenzia un’altra storia. “Per quanto riguarda Milano, si è parlato solo di ascensori nelle metropolitane, ma non c’è stata quella spinta su ciclabilità, pedonalizzazione o trasporto pubblico che un evento di questa portata avrebbe potuto attivare. Durante Expo 2015, pur con tutti i suoi limiti, c’è stato un progetto simbolo: la riapertura della Darsena, che ha restituito alla città un luogo identitario. Oggi, a Milano, manca un progetto bandiera delle Olimpiadi. La narrazione è concentrata su criticità e ritardi, e questo è un segnale preoccupante”. Secondo un dato diffuso da Protect Our Winters, circa l’80% degli investimenti per i Giochi è stato destinato al potenziamento del trasporto su gomma, non alle ferrovie o alla mobilità pubblica. “Le Olimpiadi Milano-Cortina potevano essere un’occasione per unire città e montagne, due mondi che oggi comunicano poco. Il modello dominante resta quello delle seconde case, ma si sarebbe potuto investire in un trasporto pubblico più efficiente, per collegare territori e comunità e favorire flussi turistici più diffusi e sostenibili. Si poteva immaginare un legame con le università, con il lavoro da remoto, con una fruizione più lenta del territorio. Non è solo una questione di infrastrutture, ma di visione: capire che lo sviluppo passa anche dal modo in cui viviamo e condividiamo i nostri spazi”.

