Nella valle degli orsi – parte 1

Nella valle degli orsi – parte 1
di Chiara Baù
(pubblicato su imperialecowatch.com il 30 ottobre 2025)

Esiste un suono indefinito, a volte dolce, a volte graffiante, dato dall’incontro dell’acqua con qualsiasi oggetto.

Può essere una canoa che col suo navigare osa scalfire la quiete di un fiordo, uno scoglio che viene bagnato lungo la sponda di una baia, una mano che delicatamente si immerge a raccogliere acqua per rinfrescare il viso. Può essere una piattaforma galleggiante, tutta in legno, sulla quale viene costruita una baita, immersa in uno dei posti più selvaggi al mondo. Qui nulla è statico, e un dondolio ti culla in ogni momento facendo perdere e ritrovare l’equilibrio continuamente. 

© Chiara Baù

Immersa in tutte queste sensazioni circondata dall’acqua ne sono diventata parte per alcuni giorni, insieme agli orsi nel Khutzemateen bear sanctuary in British Columbia, Canada Occidentale a 60 km dal confine con l’Alaska.

Si parla di un ecosistema di 45.000 ettari con la più alta concentrazione di grizzly. Dopo aver visitato alcune zone dell’Alaska sud-orientale negli anni passati è tempo di esplorare nuove destinazioni.

Giugno inoltrato. Parto da Milano per Vancouver. Una breve sosta tecnica a Montreal e dopo 16 ore di volo atterro a Vancouver. Nove ore di jet leg, la schiena un po’ intorpidita dalla notte in aereo. Ma con la mente sono già alla mia destinazione finale da mesi. Nel ricercare luoghi remoti, habitat degli orsi, mi rendo sempre più conto di quanto siano questi posti a trovare me. Sono nel cuore della great rain forest, una delle zone del Canada con piovosità elevata. La parola Khutzeyamateen, deriva da K’tzim-a -deen che nella lingua della popolazione locale, i nativi Tsimshian, significa “Valle alla testa dell’insenatura”.

Le Prime Nazioni Coast Tsimshian dipendono da quest’area da migliaia di anni, come fonte della loro prosperità sociale, economica e culturale e continuano a svolgere attività tradizionali fornendo un’educazione pubblica per spiegare il loro rapporto con l’area.

Un’area situata all’interno dei territori tradizionali dei Coast Tsimshian (Metlakatla e Lax Kw’alaams First Nations) che occupano la zona da tempo immemorabile. In particolare, l’area si trova nel territorio tradizionale dei Gitsi’is. I Gitsi’is (popolo della trappola per foche) sono una delle nove tribù Tsimshian alleate che compongono le Prime Nazioni Tsimshian della Costa. Il Parco Khutzeymateen è stato istituito nel 1994, prima area in Canada ad essere protetta specificamente per gli orsi grizzly (Ursus arctos horribilis) e il loro habitat. L’uso umano dell’area si concentra sull’osservazione degli orsi, sull’educazione naturale e culturale e sulle attività tradizionali.

Le aree protette di K’tzim-a-deen svolgono un ruolo importante nel sistema delle aree protette della British Columbia, conosciute a livello internazionale come il primo santuario canadese dell’orso grizzly. Bear sanctuary, ovvero santuario degli orsi. Nell’antica religione greca, il santuario era un luogo di venerazione e di pellegrinaggio, dove si celebrava il culto regolamentato di una divinità e dove era possibile incontrarla. Qui la divinità è l’orso in carne e ossa. I pellegrini, una manciata di persone, tra cui la sottoscritta, pronta ad attraversare l’oceano atlantico per raggiungere uno dei posti più incontaminati della terra. La topografia di questo santuario terrestre e marino è varia, con cime aspre che svettano a 2100 metri sopra una valle di zone umide, di foreste pluviali temperate di vecchia crescita e un grande estuario fluviale. Oltre che da orsi l’area è popolata da abbondante fauna selvatica.

© Chiara Baù

Prince Rupert, piccola cittadina distante circa un’ora di volo da Vancouver, mi viene a prendere una guida nativa del posto con una piccola barca a motore. Una fitta nebbia nasconde inizialmente questa valle nascosta, forse non è concesso scoprire subito tanta meraviglia. La natura del posto vuole essere svelata poco a poco. Un’atmosfera sacra avvolge l’ambiente sin dall’inizio. L’accesso al Khutzeymateen è possibile solo via acqua, con una piccola barca o con un idrovolante. Non è consentito arrivare via terra, proprio per non disturbare la popolazione di orsi presenti.

L’arrivo nella valle degli orsi
La barca rallenta la velocità man mano che si addentra in uno dei territori più selvaggi del mondo. Una foca (Phoca vitulina) all’ingresso del profondo fiordo pare fungere da guardiana. Solitaria e abbarbicata su una roccia nascosta dall’acqua mi scruta e sembra darmi il permesso ad entrare. 

© Chiara Baù

Alcune sue compagne poco più distanti si lasciano andare a momenti di totale relax senza mostrare alcuna paura alla mia vista, molto più interessate a godersi l’atmosfera del Khutzeymateen bear sanctuary.

Queste aree protette comprendono un intero bacino costiero alimentato dal fiume Khutzeymateen-Kateen e gran parte del territorio che circonda un fiordo con altissima densità di orsi grizzly, oltre 50 esemplari avvistati in una sola stagione. Tale abbondanza è dovuta all’habitat di alta qualità faunistica e vegetativa, costituito da forbe e carici (Lyngby’s sedge) e da corsi d’acqua atti alla riproduzione del salmone pacifico. Dopo circa un’ora e mezzo di navigazione intravvedo da lontano il lodge dove nascosta dal mondo alloggerò per i prossimi giorni, un paradiso galleggiante nella natura selvaggia (in piena wilderness).

Si tratta di un eco-lodge galleggiante che si alimenta tramite due fonti di energia verde: il sole e l’acqua. Entrambi gli edifici in legno sono dotati di pannelli solari che alimentano il lodge durante le ore diurne. Il torrente che scorre accanto fornisce l’acqua per il micro impianto idroelettrico, una ruota idraulica alimentata per gravità, e sfocia direttamente nell’oceano. Lo stesso torrente viene utilizzato per l’acqua potabile, che viene sottoposta a due sistemi di filtrazione ed è la più fresca e pulita al mondo.

È presente anche un piccolo orto, ovviamente sempre sulla piattaforma galleggiante, dove si coltivano erbe aromatiche e verdure fresche: cavolo riccio, spinaci, lattuga e ravanelli. Grazie alla copiosa quantità di pioggia, la crescita delle verdure è assicurata. Un comignolo fumante da già l’idea del posto accogliente. Fa freddo, nonostante sia fine giugno e il pensiero del fuoco acceso rende tutto più intimo. La consapevolezza di essere in un angolo estremo della terra si fa sempre più forte. Ogni luogo ha sempre qualcosa di particolare ma è soprattutto la mancanza di antropizzazione a rendere il posto ancora più speciale. Se guardo i boschi, so che non vi è alcuna gestione pregressa per monetizzare il legname, nulla è intaccato dall’uomo, un vero ritorno alle origini.

La piattaforma galleggiante è l’unico indice antropico, che però potrà rimanere nella baia solo tre mesi. Ancorata a terra da robuste cime, sarà svincolata a metà settembre e trainata a Prince Rupert, dove rimarrà parcheggiata vicino al porto fino a maggio. Per tutto il resto del tempo il fiordo rimarrà solitario, privo di qualsiasi presenza umana. Percorro i primi passi sulla piattaforma. Trovarsi sospesi su un mondo galleggiante è curioso e pieno di sorprese. Piccole onde sono sempre presenti, e il mormorio dell’acqua diventa una compagnia piacevole. Una guida nativa mi accoglie, indicandomi la mia stanza, ma non c’è tempo da perdere. Sistemata la valigia, indosso il primo indumento che mi possa riparare dalla pioggia e insieme ad altri quattro ospiti dopo un rapido breifing si esce in fretta per tentare un primo avvistamento di orsi grizzly. Il binocolo è d’obbligo per poterli individuare lungo la costa.

Non smetterò mai di pensare che in luoghi così selvaggi non esista la possibilità di avvistare alcun orso. Non sono allo zoo. Con l‘esperienza di quattro viaggi in Alaska e due in Canada ho imparato ad apprezzare e a capire quanto l’aspetto più importante di questi viaggi sia la connessione con ambienti incontaminati, anche se l’incontro con gli orsi può avere un valore aggiunto, il sentirsi parte di un ambiente dove l’autenticità è l’aspetto che più mi appaga e di cui ho più bisogno. Si percorrono alcuni chilometri su una piccola imbarcazione fino ad arrivare all’estuario della valle. I nostri spostamenti con la piccola imbarcazione saranno tutti determinati dalle escursioni delle maree, un fattore fondamentale per l’alimentazione degli orsi.

Infatti la bassa marea permette loro di cibarsi di migliaia di mitili che colonizzano anche i tronchi caduti in acqua. Non smetto di stupirmi di quanta bellezza mi circondi. Si potrebbe dire, “intorno non c’è nulla”. Per me quel nulla è tutto. In fondo al fiordo una valle incantata; la nebbia si dirada ed ecco che si delinea una mamma orsa coi suoi cuccioli.

La guida mi fa presente che in questa zona la media della natalità è di tre cuccioli. Li osservo ed è come se li avessi visti da sempre ma la sensazione di meraviglia e ammirazione è più che mai presente. Il vento è a sfavore e l’olfatto che è il senso più sviluppato dell’orso, spinge mamma orsa a rizzarsi in piedi per sondare la situazione. 

Noi ne siamo la causa. Nuovi odori, nuove situazioni. I cuccioli presenti non sono i cosiddetti spring cubsovvero i cuccioli nati l’ultima primavera, ma appartengono alla cucciolata di due anni fa. “Tutti in piedi per poter sentire meglio gli odori”, sembra la lezione che mamma orsa stia impartendo ai cuccioli. Poi si rilassa accucciandosi sulle alghe, ma senza mai perdere di vista i cuccioli. Un grande maschio di orso grizzly si trova a circa duecento metri, mamma orsa lo ha avvistato, proteggere i cuccioli da eventuali attacchi è la sua missione principale. Con il binocolo riesco ad individuare il maschio, lo sguardo e la mole di questo esemplare mi spaventano.

Mamma orsa non aspetta un secondo di troppo. Si sposta lontano, seguita dai cuccioli e si ferma in mezzo all’erba alta, tutti vicini, come se mamma orsa fungesse da cuscino. La foto scattata sembra raffigurare una piccola torre di orsi, l’uno sopra l’altro.

Le regole prima di tutto
A differenza dell’attuale gestione della popolazione di orsi in Trentino, dove la politica e l’ignoranza dominano il territorio mettendo continuamente a rischio la popolazione di orsi, il K’tsim-a-deen grizzly bear sanctuary ha regole ferree riguardo la convivenza e la conservazione di questi animali. Certamente si parla di territori non antropizzati come le aree in Italia, ma il rispetto e la volontà di convivenza con gli orsi dovrebbe essere di grande esempio per chi ha a che fare con la gestione di questi plantigradi nel proprio territorio.

© Chiara Baù

L’offerta di opportunità turistiche è una parte importante dell’amministrazione del territorio del K’tzim-a-deen. Esiste tuttavia la possibilità che il turismo abbia un impatto negativo sugli orsi grizzly, soprattutto se questi vengono continuamente allontanati da un habitat costiero altamente produttivo. È responsabilità dei visitatori assicurarsi che le proprie azioni non creino disturbi, anche perché le reazioni da parte degli orsi quando vengono osservati non sono prevedibili. Nelle linee guide esposte all’interno del santuario, le regole più significative sono:
Stare almeno 75 metri di distanza, avvicinarsi e allontanarsi con le canoe o il piccolo gommone sempre a bassa velocità, limitare l’osservazione non oltre i 20 minuti, l’attività sulla terra è proibita, per nessun motivo si può mettere piede. Se un orso fissa intensamente una persona o si muove verso un riparo, potrebbe essere infastidito, bisogna quindi allontanarsi subito. Se l’orso non si rilassa, allontanarsi immediatamente dalla zona.

Ultima regola fondamentale, il divieto assoluto dell’uso di droni.

La protezione degli orsi, una priorità
Una piccola stazione galleggiante dove a turno vivono dei ranger per controllare la zona è l’unica presenza esistente in un’area vasta come il Nord Italia. 

All’interno un piccolo centro informazione che illustra la storia del santuario e le caratteristiche alimentari degli orsi secondo le stagioni. Conosco i loro regimi alimentari ma il Canada non è il Trentino e le risorse alimentari sono in parte diversificate. Un piccolo opuscolo informativo riporta un messaggio emblematico:“ The primary purpose of the K’tzim-a-deen protected areas is to protect grizzly bears and their habitat; all human use takes secondary priority.” Prima di tutto la salvaguardia dell’orso. Sorrido, compiaciuta per un tale messaggio.

Ritorno al lodge
Una breve sosta e mamma orsa si appresta a fare una piccola esplorazione nell’estuario con uno dei cuccioli alla ricerca di cibo, ma senza successo. Dopo essersi cibata di alcune alghe  entra lentamente in acqua seguita da uno dei cuccioli. 

© Chiara Baù

Durante l’alta marea sono notevoli le difficoltà per trovare del cibo, e giugno non è stagione di salmoni. Arriveranno verso fine luglio, ai primi di agosto. In questo periodo gli orsi appaiono alquanto magri, d’altronde sono usciti dal letargo solo da pochi mesi perdendo circa il trenta per cento del loro peso. A queste latitudini la neve si è sciolta da poco. Un altro cucciolo pur rimanendo nelle vicinanze preferisce stare vicino al bosco e approfittare delle piccole gemme dei pini, altrettanto succulenti. La nebbia che pian piano si era dissolta sta per diffondersi di nuovo, quasi un sipario del fiordo.

Improvvisamente il verso della strolaga maggiore (Gavia immer Brunnich), risuona nella valle come un canto magico e mistico. Si tratta di un uccello migratore dallo splendido piumaggio con l’occhio di un rosso non comune: è l’uccello simbolo dei paesaggi sconfinati del Canda raffigurato anche sulla valuta del dollaro canadese. Durante l’atterraggio sull’acqua del fiordo usa il petto per frenare come fosse la carena di un idrovolante, mentre durante il decollo dapprima corre freneticamente battendo le zampe sulla superficie dell’acqua e provocando un’enorme quantità di schizzi.

La sua conformazione fisica è un adattamento al nuoto, con ossa pesanti rispetto a uccelli non acquatici, che favoriscono le immersioni e con zampe palmate poste dietro e non sotto il corpo così da facilitare le immersioni alla stregua di veri e propri propulsori; è comunque un ottimo volatile arrivando anche ad una velocità di 120 km/h durante le migrazioni. Può rimanere immerso fino a tre minuti spingendosi ad una profondità anche di 60 metri, un vero e proprio brevetto da sub. Il suo verso suona come una campanella, è ora di tornare a casa e riposarsi per le successive escursioni. Ma la giornata sembra essere interminabile ed ecco un nuovo avvistamento. Nel tornare sul piccolo gommone si nota in lontananza lungo la costa del fiordo un altro orso in posizione alquanto buffa: immerso nei cespugli sta assaporando tutti i mirtilli possibili, facendo una vera e propria scorpacciata di frutti di bosco.

© Chiara Baù

La plasticità alimentare dell’orso si è sviluppata a livelli tali da divenire quasi un’arte; con cura sceglie ogni singolo mirtillo. La delicatezza con cui si alimenta è in contrasto con la voracità che manifesta durante il periodo dei salmoni quando si scaglia su quei poveri pesci che dopo un interminabile viaggio tentano di risalire l’estuario.

Arrivata al lodge vorrei soffermarmi ad ammirare le stelle, ma il buio arriverà troppo tardi nel fiordo, è giugno e il sole tramonta alle 21.30. Mi sono ripromessa di svegliarmi l’indomani alle cinque e mezza per sfruttare tutta la giornata anticipando le normali uscite con un giro solitario in canoa. Non faccio in tempo a coricarmi che già dormo, come i cuccioli d’orso l’uno sull’altro. 

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