PFAS nel vino e nel cibo

Pfas nel vino
di Lino Balza
(pubblicato su rete-ambientalista.it il 23 giugno 2026)

Per i vigneti del Monferrato alessandrino (barbera, gavi, grignolino), che sulle colline si riparano dai venti della pianura che sbuffano dalle ciminiere della Solvay di Spinetta Marengo, un segnale di allarme proviene dal Veneto.

Già abbiamo visto il Pfas TFA nelle bottiglie di prosecco (Mionetto, Cinzano e Martini). Ora, uno studio dell’università Ca’ Foscari di Venezia, pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Pollution, ha analizzato 76 bottiglie prodotte tra il 2017 e il 2023 nelle province di Verona, Vicenza e Padova interessate dal disastro ambientale dello stabilimento ex Miteni, tra la zona rossa e la zona arancione della contaminazione da Pfas. In 75 campioni su 76 sono state trovate tracce di Pfas (cancerogeni PFBA ovvero PFOA) e in 73 casi le concentrazioni erano misurabili (concentrazione mediana di 196 nanogrammi per litro e picchi superiori ai 18mila nanogrammi per litro).

Isde-medici (Associazione Medici per l’Ambiente) stima che consumi elevati di vino possano portare al superamento della dose settimanale tollerabile stabilita dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (4,4 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo alla settimana).

Lo studio dell’università di Venezia conferma la necessità di affrontare i Pfas non come emergenza episodica, ma come problema strutturale di prevenzione primaria: cioè con controlli ovvero eliminazione sulle sorgenti di contaminazione (leggi: impianti di produzione, cioè Spinetta) che entrano nelle filiere agricole e alimentari.

Infatti, eliminare il vino dalle tavole non è la soluzione. Non ci dimentichiamo la presenza di Pfas nelle acque minerali (Panna, Levissima, Rocchetta, San Pellegrino, Sant’Anna, Uliveto, ecc.)  e nelle birre: 95% degli Stati Uniti presso le aree contaminate. La soluzione è eliminare i Pfas.

Pfas nel cibo
di Lino Balza
(pubblicato su rete-ambientalista.it il 23 giugno 2026)

La presenza di PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) nei mangimi è una delle principali vie di contaminazione della catena alimentare. I limiti massimi sono regolamentati per gli alimenti di origine animale (come carne, pesce e uova), mentre per i mangimi ci si limita ad applicare raccomandazioni di monitoraggio europeo per limitare il bioaccumulo.

I mangimi (compreso il pet food) non contengono PFAS come ingredienti intenzionali, ma possono esserne contaminati.

I mangimi sono contaminati da terreno e foraggio attraverso l’uso di fanghi di depurazione o l’irrigazione con acque sotterranee contaminate, da bovini, avicoli e suini che assorbono i PFAS direttamente dall’acqua, da farine di pesce e mangimi ittici, dal contatto con imballaggi plastificati/impermeabili usati per gli animali domestici.

PFAS nel latte
di Lorenzo Misuraca
(pubblicato su ilsalvagente.it 24 giugno 2026)

Il giornale svizzero K-Tipp ha testato 15 confezioni di latte intero comprato al supermercato, tra cui alcuni bio, trovando in tutte tracce di Pfas. Il Tfa, in particolare, è risultato presente in quantità non distanti dai limiti di sicurezza. I prodotti biologici non sono risultati meno contaminati del latte prodotto in modo convenzionale.

Il laboratorio ha rilevato acido perfluorottansolfonico (Pfos) e acido trifluoroacetico (Tfa) in tutte le 15 confezioni di latte intero analizzate, provenienti dagli scaffali dei negozi. Queste sostanze vengono probabilmente trasferite dai pascoli alle mucche e quindi al latte.

Secondo un recente studio dell’Eth di Zurigo, i terreni agricoli fertilizzati con fanghi di depurazione sono particolarmente contaminati da Pfas.

Né in Svizzera né nell’Unione europea esiste un limite per le sostanze chimiche Pfas nel latte. L’Ue sta attualmente valutando l’introduzione di un limite per quattro sostanze, tra cui il Pfos: l’ipotesi in campo è di 20 nanogrammi per chilogrammo di latte, dato che il Pfos è sospettato di essere cancerogeno e dannoso per i nascituri.

La buona notizia è che il limite proposto non è stato superato in nessuno dei campioni di latte analizzati da K-Tipp.

Ad oggi i limiti esistenti a cui possiamo fare riferimento per avere un ordine di grandezza comparativo sono quelli previsti per l’acqua potabile.

L’Agenzia per la Protezione Ambientale degli Stati Uniti (Epa) impone un limite di 4 nanogrammi per litro di Pfos per l’acqua. Questo valore è un quinto del limite proposto dall’Ue.

Nel test condotto da K-Tipp, il laboratorio ha rilevato almeno 9 nanogrammi di Pfos per litro in cinque cartoni di latte intero. Il “latte intero biologico” di Eico Swiss Premium conteneva addirittura 12 nanogrammi di Pfos per chilogrammo.

“Secondo il produttore, questo latte proviene da mucche della Svizzera orientale. Anche il latte biologico Qualité Suisse di Lidl e il latte intero biologico di Aldi contenevano alti livelli di Pfos – provengono anch’essi dalla Svizzera orientale. Il laboratorio ha riscontrato la minore quantità di sostanze chimiche nel latte proveniente dai caseifici di Berna, Friburgo e Grigioni” scrive il giornale svizzero.

Passando al Tfa, recentemente classificato dall’Echa come sostanza tossica per la riproduzione, non esiste attualmente un limite massimo per il latte. Dal 12 gennaio 2027, però, nell’Ue sarà introdotta per l’acqua potabile la soglia massima di 10mila nanogrammi per litro. Questo limite non è stato superato in nessuno dei campioni di latte analizzati, ma i numeri non sono comunque confortanti.

Le concentrazioni di Tfa rilevate vanno infatti da 4.200 a 5.700 nanogrammi per litro nell’intero arco dei campioni. Una quantità entro i limiti, ma non così lontana da non spingere a chiedere una maggiore attenzione da parte di regolatori e produttori.

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2 Comments

  1. says: Carlo Crovella

    Di PFAS si muore. Però lo devono capire i produttori/coltivatori/industriali, altrimenti faranno sempre resistenza a ogni intervento

  2. says: Bobby

    Un esempio per evidenziare quanto poco possa fare un singolo , se non vengono approvate ( e fatte rispettare ) leggi adeguate.

    In autunno comprero’ un nuovo “guscio” , probabilmente un modello Arcterix che mi piace : quanto promuovo i PFAS con il mio acquisto ?

    Usa piu’ pfas Arkterix o Patagonia ?

    Chi grida piu’ forte che non li usa e’ piu’ puro degli altri ?

    Se uno fa’ un refresh all’anno della copertura impermeabile del vecchio guscio con gli appositi prodotti in commercio , inquina di piu o di meno ?

    Quali sono i prodotti entrati nella nostra vita quotidiana che ha senso non usare o cambiare per il loro impatto sulla diffusione di PFAS ?

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