
a cura di Marrano
L’ideale vita “off the grid” direbbero gli anglofoni, cioè “fuori della rete” dei servizi, in condizione di libertà e autosufficienza, ha sempre rappresentato per gli amanti dell’outdoor una condizione desiderata e, a volte, perfino realizzata con successo per una minoranza eroica, disposta davvero a sopportare, con le opportune strategie, le oggettive difficoltà di un vivere fuori dalla rete, a pieno contatto con la natura.
Il problema inizia a porsi quando questa pulsione riguarda i molti disturbati dalla complessità tipica dei contesti urbani e di una routine quotidiana che, giorno dopo giorno, deprime gli animi e induce a pensare che un’altra vita sia possibile, magari proprio in un luogo idilliaco simile a quello visto su Geo, dove un garbato documentario raccontava la serenità ritrovata di una famiglia scappata dalla città per rinascere in quella piccola comunità di montagna, tutta pace e solidarietà.
Un papà che lavora da casa in smart working, una moglie che riconquista il rapporto con la natura fondando una piccola fattoria biologica, i giovani figli estranei alle tentazioni digitali visto che lafuori c’è tanto da fare e da riscoprire, con le galline che razzolano nel cortile, i caprioli al pascolo nel prato dietro casa e qualche volta l’ululato dei lupi. Detto, fatto! Cosa ci vuole in fin dei conti? Di posti così ce ne sono quanti se ne vuole da nord a sud, dagli Appennini alle Alpi, e non sarà certo costoso acquistare una vecchia casa da ristrutturare in piena armonia con l’ambiente che la ospita, perché è importante avere dei sogni e combattere per realizzarli e via di questo passo fino alla firma del rogito e all’inizio delle operazioni di trasloco, che di solito coincidono con il termine dell’anno scolastico della prole. Sarà fantastico! E in effetti all’inizio è probabile che lo sia. Spinti dalla carica di endorfine e dalla prospettiva di una troupe RAI che prima o poi arriverà per documentare questa storia di ritrovata armonia, i contorni del progetto sfumano bruciati dall’entusiasmo e la ragione affoga spesso in un bagno di puro istinto. L’idillio in genere termina con la ripresa della scuola, quando si realizza che il servizio di scuolabus non è sempre garantito o alla prima vera emergenza sanitaria, visto che nemmeno l’ambulanza è sempre garantita e comunque, se anche lo fosse, non rispetterebbe la “golden hour”, entro la quale si ha buone possibilità di essere salvati. Ci pensano poi la proverbiale ostilità di certi originari e la meteorologia a mettere la parola fine, quando una frana blocca l’unica strada che collega il luogo dei sogni al fondovalle e a tutta quella rete di servizi ai quali, d’un tratto, ci si rende conto di non saper rinunciare…
Lo spopolamento della montagna è un problema serio, con gravi effetti sociali e di degrado del territorio, a contrasto del quale, in Italia, si fa davvero poco. Azioni locali di ripopolamento dovrebbero essere invece incentivate e sostenute, in primo luogo dalle istituzioni che hanno tutto l’interesse a non perdere residenti e ad aprire le porte a dei nuovi montanari, fosse anche solo per gli effetti sul gettito fiscale! Incentivi che non dovrebbero essere però solo di natura economica, ma anche, e soprattutto, intesi come azioni “informative preliminari” per aumentare il tasso di consapevolezza nei nuovi residenti post urbani su cosa significhi effettivamente vivere e lavorare in montagna, al netto dei romantici racconti televisivi. Impossibile? Forse difficile, ma non impossibile, perché al tempo dei social network potrebbero inaspettatamente tornare buoni, ad esempio, certi influencer sensibili al tema che, se opportunamente educati all’interno di un progetto ben strutturato, potrebbero finalmente dare un senso di reale utilità alla loro esistenza.
In assenza però di tale progetto e di una seria e competente politica sul ripopolamento della montagna gestita dalle istituzioni locali, rimangono sempre più frequenti le iniziative spontanee che portano ogni anno in giro per i monti un numero crescente di rifugiati in fuga dalla città, verso un destino segnato già in partenza dall’ingenuità e dall’inesperienza nell’affrontare i disagi che per secoli hanno dovuto patire le comunità originarie di luoghi in cui la natura esprime una forza capace in uguale misura di attrarre quanto di respingere, spazzando via con un solo colpo di vento l’idillico sogno di una nuova vita.
Avete letto la rubrica Lafuori: una pagina pubblicitaria in meno, uno spunto di riflessione in più. Lafuori non è un nuovo brand outdoor fondato da due giovani mountain runners appassionati di climbing. Non è l’account Instagram di un influencer. Non è nemmeno il nome di una falesia segreta di un’isola sconosciuta del Mediterraneo o di un hotspot di Hokkaido dove cade la neve più polverosa del mondo. Lafuori è il titolo del contro editoriale di Outdoor Magazine. Un racconto libero e disincantato dell’outdoor scritto sotto mentite spoglie.
